domenica 5 ottobre 2014

Job, job, job, perfino alla parola “lavoro” hanno cambiato nome


Quando parliamo di dignità del lavoro, di qualità della vita e di benessere, di che cosa esattamente parliamo?

Un sistema sociale che vede disoccupati oltre il 40 per cento dei suoi giovani (in vaste aree del paese si arriva a superare il 50%), e in cui la disoccupazione complessiva è a due cifre, può essere considerato un sistema sociale fallito. Queste poche cifre costituiscono il bilancio di un disastro, una condanna senza appello di questo sistema economico-sociale, delle sue politiche che richiamano ed esigono obbedienza verso gli assurdi imperativi mercantili e monetari, da cui dipendiamo e siamo prigionieri.

Come ho già scritto, il più grande dei problemi politici della modernità, il compito difficile, è quello di conciliare libertà e democrazia. E a che cosa serve la democrazia se non è subordinata alla libertà dal bisogno?

sabato 4 ottobre 2014

La più alta espressione simbolica



Prima ancora di essere una vittoria sul piano degli interessi concreti, quella della borghesia negli ultimi tre decenni è apparsa come una vittoria delle sue idee su quelle della dottrina sociale d’ispirazione “marxista”, o sedicente tale, così come s’era espressa e inverata per un secolo e mezzo. Nella realtà, non si tratta di una vittoria di “argomenti”, di “ragioni”, bensì anzitutto di un successo che ha avuto come base la necessità del capitale di allargare il privilegio di consumare alle classi subalterne. La democrazia è figlia del libero scambio, e la pubblicità commerciale è la sua più alta espressione simbolica.

venerdì 3 ottobre 2014

Un selfie


«Proletari di tutti i paesi, unitevi!». Non c’è frase che apparentemente non sia più lontana dalla realtà di questa. Perché i proletari di unirsi pare non ci pensino proprio. Paradossalmente, ad unirsi contro i proletari è il capitale. E con quale innegabile successo ben lo vediamo. Eppure le stesse forze, le stesse leggi, che spingono il capitale a fare del pianeta un unico mercato, preparano la strada per quello che, come tendenza di fondo e come possibilità, potrà essere un nuovo internazionalismo proletario. Non subito, non ora, chissà.

giovedì 2 ottobre 2014

Non c’è più Olimpia ...


Ascoltavo questa mattina l’ottimo professor Paolo Simoncelli:

«La crisi, la morte dello Stato nazionale … non deve far dimenticare che le conseguenze, vale a dire la globalizzazione, il neoliberismo, eccetera, hanno portato alla liquidazione dell’intera tradizione umanistica; non c’è più la latina “traditio”: la “traditio” è la trasmissione di una cultura. Non c’è più il testimone da passare, non c’è più Olimpia; e Atene è stata sostituita da Francoforte, che ha comportato l’abrasione di qualsiasi retaggio d’identità culturale …».

È troppo tardi per piangere la scomparsa del nostro latinorum, sostituito dall’idioma anglosassone, per dolersi della scomparsa delle librerie sostituite da Amazon, troppo tardi per la nostra arte sostituita da surrogati come Pollock e Hollywood. Restano giusto le sagre paesane e la moda vintage per rievocare e inseguire un mondo che non esiste più.

mercoledì 1 ottobre 2014

Averlo saputo per tempo ...


Il poetico Gilioli vuole sopprimere “il diritto al lavoro”, rivendicando con ciò la gratuità di beni e servizi primari. Peccato non averci pensato prima. Osserva che si tratta di distribuire al meglio il lavoro e la ricchezza prodotta. Vediamo se le due cose stanno insieme oppure fanno a calci nelle parti basse e a cazzotti sui denti.

Il lavoro, per chi non possiede mezzi propri di sostentamento e in una società divisa in classi, è anzitutto un obbligo assoluto, non già un diritto (chiedere dati all’Istat sulla disoccupazione). Per chi non possiede che le proprie braccia, tale obbligo si esprime in una sola forma, mascherata sotto varie denominazioni: lavoro schiavile, servile, subordinato, salariato, ecc.. Ognuno può scegliere la declinazione che più gli piace fino al punto di chiamare questa società liberale e democratica, la più adatta a sviluppare il talento e a garantire le pari opportunità.