domenica 25 agosto 2013

Salto di binario


Non si tiene quasi mai abbastanza conto, se non come omaggio retorico alla "complessità", che le diverse discipline scientifiche trattano il proprio specifico in modo assolutamente dipendente da una visione generale del mondo. Si ritiene, anzi, sia presso gli stessi specialisti e ancor più ovviamente presso il senso comune, che l’oggetto e i metodi della ricerca scientifica si pongano su un livello superiore di neutralità in rapporto all’ideologia e al conseguente orientamento sociale. È questo, purtroppo, un tema molto sottovalutato in sede critica, laddove invece si tende a privilegiare un approccio critico e “costruttivo” sui “contenuti”, come se il pensiero umano riflettesse unicamente la realtà dell’oggetto che si vuole conoscere e non, al tempo stesso, la realtà sociale del soggetto conoscente.

La neutralità di qualunque disciplina, di qualsiasi approccio alle problematiche scientifiche o sociali, semplicemente non esiste. La coscienza individuale può divenire coscienza soltanto realizzandosi nelle forme ideologiche dell'ambiente che gli sono date (sarà, al riguardo, interessante per qualche lettore rileggere un post del lontano novembre 2011 per rendersi conto di come sia facile prevedere le mosse degli agenti del sistema). Chi tende a far passare, per contro, l’idea di neutralità, lo voglia o no, è un ideologo di cui il sistema – inteso come insieme d’interessi e di conseguenti orientamenti – si serve per stabilire anzitutto la propria superiorità, indispensabilità e immutabilità.

Tanto, come premessa generale.

sabato 24 agosto 2013

Temporanea inagibilità mentale


La prima volta che si è dibattuto di “temporanea (sic!) infermità mentale” in un’aula di tribunale, è stato nel processo a carico di Dan Sickles, uno yenkee  nato a New York nel 1819, un tizio che nonostante l’accusa di aver ucciso un procuratore distrettuale, visse poi molto a lungo, fino alla vigilia della prima guerra mondiale, e senza una gamba, lasciata sul campo di battaglia di Gettysburg.

Sickles era un uomo non molto alto, dalla vita sottile, dagli occhi cerchiati e dai folti mustacchi. Era un lady-killer, diciamo pure un noto puttaniere, ma soprattutto divenne famoso per essere un gentleman-killer. La vicenda che appassionò e divertì l’intera nazione è presto detta. Il procuratore del distretto di Colombia, Philip Barton Key II, figlio a sua volta dell’ex procuratore distrettuale Francis Scott Key – quello che scrisse l’inno degli Stati Uniti –, era un bel tomo, ardito al punto da far la corte nientemeno che alla moglie di un tipo focosetto come il deputato Dan Sickles.

venerdì 23 agosto 2013

Quel proustiano del conte Max


In vino veritas, dicevano gli antichi. Noi moderni la verità la imbottigliamo e la mettiamo in cantina per anni; poi, se e quando ci fa comodo, stappiamo. Capita così di trovarsi nel bicchiere, per restare in metafora, verità come questa: “In Italia la libertà di stampa non esiste. Tutti i giornali appartengono a gruppi del potere economico che li usano non per vendere, ma per attaccare o difendersi. Non per dare le notizie, ma per nasconderle”.

A mescere questo genuino vinello è stato un celebre vignaiolo, Massimo D’Alema. La dichiarazione è riportata in un articolo, scritto male, di Pino Corrias per il Fatto quotidiano (credit: Dagospia). Devo dire che mi ha divertito leggere l’articolo, laddove si dice che D’Alema le sue verità è andato a stapparle alla festa del Pd di Taizzano, frazione di Narni, provincia di Terni, una quindicina di chilometri da Otricoli, un piccolo centro ai confini tra Umbria e Lazio.

A Otricoli D’Alema possiede una tenuta agricola, anzi, per la precisione la possiedono i suoi due figli. Vi ha piantato delle vigne e ora produce vino. Per questo motivo la società La Madeleine (un nome proustiano davvero appropriato in Umbria) ha ricevuto anche un contributo di 57.500 euro dalla UE, tramite la Regione Umbria. Per un fondo agricolo del valore di meno di 250mila euro non è male. Come entità il terzo tra i contributi erogati. Almeno questo è quanto sosteneva Libero, e D'Alema minacciava querele.

Povero Bradley Mannin


Chapeau! Gli specialisti stanno facendo un egregio lavoro di rammendo. E i media come solito si prestano volentieri a fare da sponda. La vicenda Wikileaks, del povero Bradley Manning, così come quella di Edward Snowden, ci fanno toccare con mano che cosa siano in realtà gli Stati Uniti. La loro reputazione presso l’opinione pubblica internazionale ha subito dei duri colpi, e ha spogliato il governo degli Stati Uniti di ogni autorità morale, politica e giuridica di agire come un “tribunale dei diritti umani”.

Cosa c’è di meglio per demolire una persona, un militare accusato di spionaggio, il giorno dopo la sentenza che lo vede condannato per aver rivelato i crimini americani, che inventarsi la storiella che costui vuole cambiare sesso per diventare una donna?! Qual è l’impatto di una simile “notizia” sull’opinione pubblica? E tutti lì, a bere come degli assetati sulle menzogne inventate ad arte. Il povero Bradley Manning, dopo tre anni e mezzo d’isolamento in carcere e con la prospettiva di dover trascorrere molti altri anni di reclusione, va compreso se ha accettato di recitare la parte scritta per lui.

Una tirannia che utilizza il terrorismo – da essa alimentato e inventato – come arma di politica interna e internazionale. L’attentato alla maratona di Boston è eloquente al riguardo: l’impiego di attori professionisti, decine di comparse, sicuramente flaconi di sangue finto (basta guardare queste foto per rendersene conto) e la più che probabile invenzione della famiglia cecena Tsarneav. Nessuno è morto e nessuno è rimasto ferito, ma l’opinione pubblica mondiale crede a ciò che vede, e le immagini dell’attentato sono molto crude ed eloquenti. Se non si guardano attentamente.

Il padre dei due “attentatori” pare non sia altro che è un personaggio immaginario, interpretato da un attore di nome Mark Rothwell, che vive a Portland, Oregon. Anche la madre sarebbe un personaggio immaginario, un’attrice di nome Kayla Lian, che vive anch’essa a Portland e che lavora con Mark Rothwell nel Portland Actors Assemble. Singolare questo articolo del Boston Globe, non vi pare? Ovviamente non dice tutto.


Tanto per farsi un’idea in che cazzo di mondo viviamo, questo sito ci offre certamente qualche curiosità al riguardo.