Non
si tiene quasi mai abbastanza conto, se non come omaggio retorico alla "complessità", che le diverse
discipline scientifiche trattano il proprio specifico in modo assolutamente
dipendente da una visione generale del mondo. Si ritiene, anzi, sia presso gli
stessi specialisti e ancor più ovviamente presso il senso comune, che l’oggetto
e i metodi della ricerca scientifica si pongano su un livello superiore di
neutralità in rapporto all’ideologia e al conseguente orientamento sociale. È
questo, purtroppo, un tema molto sottovalutato in sede critica, laddove invece
si tende a privilegiare un approccio critico e “costruttivo” sui “contenuti”,
come se il pensiero umano riflettesse unicamente la realtà dell’oggetto che si
vuole conoscere e non, al tempo stesso, la realtà sociale del soggetto conoscente.
La
neutralità di qualunque disciplina, di qualsiasi approccio alle problematiche
scientifiche o sociali, semplicemente non esiste. La coscienza individuale può
divenire coscienza soltanto realizzandosi nelle forme ideologiche
dell'ambiente che gli sono date (sarà, al riguardo, interessante per qualche
lettore rileggere un post del
lontano novembre 2011 per rendersi conto di come sia facile prevedere le mosse
degli agenti del sistema). Chi tende a far passare, per contro, l’idea di
neutralità, lo voglia o no, è un ideologo di cui il sistema – inteso come
insieme d’interessi e di conseguenti orientamenti – si serve per stabilire
anzitutto la propria superiorità, indispensabilità e immutabilità.
Tanto,
come premessa generale.






