lunedì 9 aprile 2012

A margine di una pasquetta molto fredda


Non è curioso che un film su una delle stragi di stato, quella di piazza Fontana, sia prodotto dallo stato medesimo? Un po’ come se a commissionare un film sul golpe cileno fosse la giunta di Pinochet. Si dirà che lo stato di oggi non è quello d’allora. Che si trattò di apparati deviati. A sostenere questo tipo di fole sono gli ingenui e gli stupidi. E gli interessati. Come scriveva alcuni anni fa Luigi Ferrarella, giornalista del Corriere, «Nei confronti delle vittime è infatti immorale, prima ancora che falso nella ricostruzione storico-giudiziaria, coltivare il luogo comune di una verità ignota, di una strage senza paternità, di misteri totalmente mai diradati».

E poi precisava nello stesso articolo: «Non è vero che non siano stati identificati responsabili della strage. Carlo Digilio, neofascista di Ordine Nuovo, ha confessato il proprio ruolo nella preparazione dell'attentato e ottenuto nel 2000 la prescrizione per il prevalere delle attenuanti riconosciutegli appunto per il suo contributo. E la Cassazione del 2005, nel confermare l’assoluzione in appello del trio Zorzi-Maggi-Rognoni condannato in primo grado nel 2000 all’ergastolo, ha chiaramente scritto che con le nuove prove, emerse nelle inchieste successive allo «scippo» del processo milanese nel 1972 e alla definitiva assoluzione nel 1987 degli ordinovisti veneti Franco Freda e Giovanni Ventura, entrambi sarebbero stati condannati».

Nessuno (o quasi) desidera che questa verità resti in vita e perciò è morta. Il film punta appunto sull’ignoranza dei fatti essenziali da parte dello spettatore, sul calcolo che i liceali di oggi non sanno nulla di quelle vicende, oppure attribuiscono alle Brigate rosse la strage del 1969. Ciò che preme far sapere è che Valpreda, gli anarchici, c’entravano comunque con quella strage. Importa nulla che il film, semplicemente ridicolo nella sua ricostruzione romanzata, non abbia registrato né buoni e nemmeno discreti incassi. E conta nulla anche il fatto che il romanzo a cui s’ispira il film sembra sia stato scelto dalla produzione e non dal regista. Quello che interessa effettivamente e su cui punta la produzione, è che il film lo vedano milioni di persone quando sarà trasmesso da raicinema, molti giovani che di quella strage, così come delle altre, non sanno ancora nulla. E che nella stragrande maggioranza dei casi non troveranno né il tempo e tantomeno la voglia per un approfondimento di tragedie così lontane.

Più noi manchiamo di memoria storica, più è assente il senso storico-critico, e più siamo manipolabili facilmente. Perciò il depistaggio del film piace a gente come Eugenio Scalfari.

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Nel 1852, ne Il diciotto brumaio di Luigi Bonaparte (VII), Marx scrive:

La repubblica parlamentare, infine, si vide costretta a rafforzare, nella sua lotta contro la rivoluzione, assieme alle misure di repressione, gli strumenti e la centralizzazione del potere dello Stato. Tutti i rivolgimenti politici non fecero che perfezionare questa macchina, invece di spezzarla. I partiti che successivamente lottarono per il potere considerarono il possesso di questo enorme edificio dello Stato come il bottino principale del vincitore.

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Nel 1916, ne L’Imperialismo, fase suprema del capitalismo, Lenin scriveva sul legame tra imperialismo e opportunismo:

Più pericolosi di tutti, da questo punto di vista, sono coloro i quali non vogliono capire che la lotta contro l'imperialismo, se non è indissolubilmente legata con la lotta contro l'opportunismo, è una frase vuota e falsa.

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Se infine volete farvi delle ristine amare: QUI.

«La riforma colpisce anche i licenziamenti collettivi»

intervista di Antonio Sciotto all'avv. Nanni Alleva


«È vero, il reintegro è ridotto ormai a una ipotesi di scuola, quasi impossibile. Eppure Confindustria si straccia le vesti e il Pd e i sindacati cantano vittoria, ma la loro è una vittoria di Pirro». Nanni Alleva, giuslavorista per lunghi anni coordinatore della consulta del lavoro della Cgil, avvocato che ha seguito decine e decine di cause per licenziamento, non ha dubbi: quello sull'articolo 18 è un grande passo indietro. Ma c'è di più, Alleva segnala un aspetto finora trascurato e ugualmente grave: sono stati indeboliti anche i licenziamenti collettivi.

Partiamo proprio dai collettivi: perdono anche loro le garanzie?
Purtroppo sì. Per questo tipo di licenziamenti si conferma che ci debbano essere due comunicazioni da parte del datore di lavoro: quella in cui annuncia la decisione generale, con il numero dei licenziati, e poi quella finale, grazie alla quale il singolo conosce i criteri per i quali è finito tra i "prescelti". Ebbene, la prima comunicazione, anche se scorretta, non sarà più impugnabile per errori procedurali, perché si intende «sanata dall'accordo sindacale» (e pensiamo che danno sia, quando i sindacati ad esempio sono venduti). La seconda è impugnabile dal singolo lavoratore, ma l'errore procedurale non darà più luogo al reintegro, ma solo a un indennizzo da 12 a 24 mensilità. Il reintegro c'è solo nella rara eventualità che io riesca a indicare un mio collega che avrebbe dovuto essere licenziato al posto mio: una "guerra tra poveri", insomma. È un vulnus fortissimo ai diritti: abbiamo vinto decine di cause in passato proprio sugli errori procedurali, e fatto reintegrare lavoratori in aziende come Fiat o Ferrovie.

Mi sembra la stessa logica della riforma dell'articolo 18, con il reintegro che diventa un miraggio. Esatto. L'ipotesi in cui si applica il reintegro nel licenziamento economico individuale è fondamentalmente solo di scuola: cioè quando vi sia una «manifesta insussistenza» del fatto addotto da parte del datore di lavoro; per ricascarci, praticamente, quest'ultimo dovrebbe comportarsi da "ubriaco", cioè dire ti licenzio perché devo chiudere il negozio in Via Condotti quando tu invece hai sempre lavorato in quello di via del Corso.

Però Susanna Camusso dichiara che resta l'«effetto deterrente», e le rimostranze di Emma Marcegaglia dimostrerebbero che le imprese non sono soddisfatte.

Io credo che, viste queste condizioni di quasi irrealizzabilità della dimostrazione di «manifesta insussistenza», l'effetto deterrente sia una pistola un po' scarica. Le imprese poi magari ci tengono ad avere ulteriori sconti sulla flessibilità in entrata adesso che la riforma arriva in Parlamento. E poi qualcuno mi deve spiegare quando saranno costrette all'indennizzo, perché anche questo resta un capitolo ambiguo. La legge dice che l'indennità di 12-24 mesi si applica in «tutti gli altri casi» che non siano «manifesti». Ma quali sono? Vorrei sperare che ci si mettano dentro quelli per motivo economico «speculativo», cioè quando il datore di lavoro non licenzia perché è in crisi ma per aumentare i profitti. Come quando caccia un anziano per assumere un giovane, o un terzo lavoratore per sfruttare di più gli altri due, o esternalizza gli addetti in una coop per pagarli meno. Segnalo che in Francia questo tipo di licenziamento è illegittimo, e in Italia molto raramente i tribunali finora li hanno ritenuti giustificati.
L'ambiguità su dove piazzare questo tipo di licenziamento, a quanto ho capito, si traduce nel dire che saranno ritenuti totalmente legittimi o al peggio solo indennizzati.
Finché non so dove vanno categorizzati, in effetti non so che succederà. Io credo si dovrebbe impostare il tema dei licenziamenti in modo diverso: gli speculativi vanno in causa, per tutti gli altri - per crisi o ristrutturazione - si obbliga l'impresa a esperire prima tutti gli ammortizzatori sociali possibili, e solo dopo, quando si vede che la soluzione non si trova, si autorizza a licenziare come extrema ratio. Anche in questo caso cito la Francia, dove l'ammortizzatore «preventivo» è obbligatorio per legge.

E il disciplinare? Lì si applica il famoso «modello tedesco», almeno?
Manco per idea. Il giudice non ha discrezionalità. Può reintegrare solo per tre tipologie: 1) se il fatto imputato non sussiste; 2) se il lavoratore non lo ha commesso; 3) se il contratto prevede che sia punito con una sanzione minore. Ma questi casi, nella mia esperienza, sono il 10% del totale. Per il restante 90%, nonostante l'ingiustificato motivo, scatterà il solo l'indennizzo. L'unico lato positivo della riforma riguarda la velocizzazione dei processi. Poco infine è stato fatto per i precari: il primo contratto a termine e il primo interinale di 6 mesi sono stati addirittura liberalizzati, è stata tolta la causale. Il cocoprò è stato riportato ai paletti originari, con la necessità di un vero progetto. La partita Iva, se si dimostra che lavora in sede, ha il 75% del reddito da un unico datore o ci lavori per 6 mesi l'anno, viene trasformata in cococò e poi eventualmente in subordinato. Piuttosto, per risolvere il precariato, io istituirei una anagrafe del lavoro, dove i sindacati possono vedere l'uso dei contratti che negli anni si fa nelle aziende per poi denunciare all'Inps, che se trova abusi li potrà sanare.

il manifesto, sabato 7 aprile, p. 3

domenica 8 aprile 2012

Dell'opulenza operaia


Certe idee andrebbero indagate e spiegate meglio di come posso fare io. Per esempio quel refrain filosofico caro all’intellighenzia borghese, già convinta di suo per molte ragioni, che spiega affettuosamente il perché e il percome “i fatti” e non solo le “interpretazioni” ci vengano ogni giorno in culo nella vita in generale e nei luoghi di lavoro in particolare (per i pruriginosi: diatriba Vattimo-Ferraris-Eco).

Per fortuna a riportarci coi piedi a terra provvede di suo, ogni domenica, Eugenio Scalfari, intellettuale marmoreo intriso di pragmatismo e buon senso, di lucida consapevolezza dei rapporti di classe, di chiara visione dello stato di cose presente e in divenire, di vis erotica al bisogno.

“La globalizzazione non è un incidente di percorso”, scrive. Per quanto scontata possa apparire questa presa d’atto, essa ha tuttavia un suo valore euristico. Scalfari non dimostra, tuttavia, di avere però scrupolo di precisare un diabolico dettaglio che è la sostanza stessa del problema, ossia chi ha voluto la globalizzazione nei modi e nei tempi con i quali è imposta.

Poi: “I suoi aspetti negativi (e ce ne sono) possono essere evitati o almeno contenuti solo avendone capito bene la natura”. Quanto alla reale natura della globalizzazione, basti dire che essa non avrebbe mai potuto prendere questa forma se non avesse avuto dalla sua parte una legislazione approvata dai parlamenti sotto dettato delle lobby capitalistiche, quindi il sostegno dei media e dei servi più pericolosi operanti nei covi accademici.

Per quanto riguarda gli aspetti negativi Scalfari non omette di specificare che essi hanno effetto sui “redditi dei Paesi di antica opulenza”. Parlando di “antica opulenza” sembra si riferisca ai redditi della sua classe sociale, la borghesia. E invece no, si riferisce all’opulenza, così la chiama, tutt’altro che antica che riguarda i salariati, coloro che “dovranno cedere una parte del loro benessere ai paesi di antica povertà”, secondo il principio “dei vasi comunicanti”.

La cessione di reddito, diritti e tutele, diviene quindi il portato necessario e ineludibile di una legge fisica, non di decisioni economiche e cioè politiche. Questo sistema “dei vasi comunicanti” permetterà di raggiungere le “pari opportunità per i ricchi e per i poveri”, laddove i ricchi sono i salariati “opulenti” e, invece, i poveri sono i salariati cinesi, indiani, serbi e rumeni, tanto è vero che non tutti coloro che vivono negli slums o nelle periferie metropolitane occidentali sono poveri come il contadino indiano o cinese (il fatto che sia il cassaintegrato occidentale che l'operaio asiatico non abbiano il potere d'intervenire sul proprio reddito, è evidentemente solo una sfumatura). Un processo di livellamento questo che “deve essere realizzato con la massima energia e tempestività”. Anche se, avverte Scalfari, “ci vorranno due o tre generazioni per risolvere questi problemi”.

Scalfari ha il pregio di parlare chiaro, per quanto possa farlo un esponente della classe dominante, e dice che la globalizzazione non è un incidente di percorso, ma qualcosa di voluto e perseguito con la massima energia, e che a pagarla dovranno essere i salariati "opulenti" per permettere a quelli poveri di sembrare meno poveri (dei ricchi che diventano più ricchi ovviamente non parla, per decenza). Da questo punto di vista, essenziale, l’errore più marchiano che possiamo commettere a nostra volta è di dar fede a partiti e partitini i quali ci raccontano che con il nostro voto possiamo fermare il travaso di "opulenza", di diritti e tutele (con 400 miliardi di debito da rinnovare nei prossimi mesi e relativo ricatto).

Orca alla mugnaia


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Ieri sera ho sentito in tv una tipa dire che i suoi due primi libri (presentava il terzo) hanno venduto complessivamente 2.000.000 (duemilioni) di copie. In Italia! Ho pensato: a fronte di tali dati di vendita come si fa a parlare di perdita di centralità della lettura come «percorso di formazione indispensabile per gli individui»? Quindi, assecondando la mia curiosità, ho arrestato il passo e seguito l’oracolo televisivo per capire di cosa si trattasse, di quale nuovo fenomeno editoriale, linguistico e culturale in grado di sovvertire l’inarrestabile declino del libro. E mentre guardo Fazio Fabio chiedendomi, tra l’altro, quale rapporto privato possa egli intrattenere con l’oggetto semiotico che sta reclamizzando, scopro che i milioni di copie vendute dalla prolifica scrittrice si riferiscono a due ricettari di cucina.

La prima domanda che mi pongo, non nuova per la verità, è: perché abbiamo sbagliato così clamorosamente in gioventù e soprattutto perché non ci vogliamo rassegnare al cambio di passo di questo mondo? La seconda: quando oggi si dice che i sensi vengono adoperati in modo sinestetico, forse ci si riferisce a questo genere merceologico? Non sono tra i nostalgici di Horcynus Orca e tantomeno delle Lettere di Natale del cardinale Martini, ma una cosa è certa: si legge e si mangia sempre più alla stessa mensa e la medesima merda. Buona pasqua comunque a tutti.

venerdì 6 aprile 2012

La crisi è finita, crepate in pace



Non dovrebbe stupire la conventio ad excludendum di cui dà prova il trattamento mediale sulle questioni che stanno in capo all’attuale crisi economica e sociale. Non è nemmeno escluso, in un mondo così rispettoso per le necessità del grande capitale, che ciò serva a misurare il grado di ottundimento al quale possiamo essere sottoposti.

Qualcuno osserverà invece che di tali questioni, e segnatamente di quelle connesse alla globalizzazione, si è discusso in lungo e in largo. A me non pare invece così diffusa la consapevolezza di cosa esattamente ci aspetti, e ho buona prova che la percezione della crisi sia, nonostante tutto, sottostimata.

In generale, il fatto nuovo che sfugge realmente è che l’economia nella sua onnipotenza è diventata folle e nessuno è in grado di controllarne le dinamiche. E non mi riferisco solo all’aspetto finanziario, laddove l’ammontare dei derivati è una dozzina di volte il Pil mondiale.

Quale può essere il risultato di questo tipo di globalizzazione in un paese come l’Italia, che poggia la propria economia sostanzialmente sul lavoro, nel momento in cui essa è posta d’emblée a confronto con economie dove la forza lavoro ha un costo anche di trenta volte inferiore? Hic Rhodus, hic salta.

Se a questo si aggiunge che ai paesi in tale situazione come l’Italia è tolta la potestà di battere moneta e di regolare il proprio cambio, si comprende come essi siano privati delle leve per ogni autonoma iniziativa di politica economica e quindi di qualunque possibilità di difendersi.

Se, inoltre, si aggiunge che questi medesimi Stati sono stati privati della possibilità di intervenire a sostegno della propria industria e del commercio, mentre, per contro, si devono confrontare con paesi concorrenti dove domina un capitalismo di Stato, è evidente che la partita è persa in partenza.

Com’è evidente le aziende chiudono perché non reggono la concorrenza o perché delocalizzano per garantirsi maggiori profitti. Il fatto che nel 2011 siano state coinvolte circa 12.000 aziende italiane è di per sé serio; diventa molto grave se consideriamo che la stessa cosa è avvenuta nel 2010 e si ripeterà anche quest’anno e poi il prossimo. Un fenomeno di massa inquietante e del quale le massime autorità governative sembrano non occuparsi.

Anche abbattendo ancor più i salari, aumentando il saggio di sfruttamento e riducendo gli oneri, la disparità di costo con i paesi concorrenti resta enorme e incolmabile. Non c’è sovversione dell’articolo 18 che tenga, e ciò serve a rilevare fino a che punto è giunta la corruzione dei partiti dell’ex sinistra e del sindacato.