domenica 11 ottobre 2026

L’isola dei morti

 

Le industrie molto energivore sono in crisi a causa degli alti prezzi raggiunti dall’energia. Anche il settore della cremazione dei cadaveri deve far fronte a tale situazione, ma ogni impianto può sfruttare, nella sua zona di attività, un quasi monopolio e una domanda in crescita, per cui agisce in una situazione di costante espansione: nel 2025 si sono registrate 257.205 cremazioni di cadaveri (pari al 39,46% dei decessi totali a livello nazionale), in aumento rispetto alle 253.355 del 2024.

L’alternativa alla cremazione – sulla quale ritornerò tra poco – è la tradizionale inumazione, ossia la sepoltura sulla terra. Un tempo era gratuita, ora non più salvo casi particolari. Nonostante l’accorciamento dei tempi di esumazione dei resti e dunque la spinta alla più frequente rotazione dei terreni cimiteriali, sussiste indubbiamente un problema di spazio. Una soluzione potrebbe essere quella di seppellire i feretri in verticale anziché in orizzontale, la cosa però si scontra non già con problemi pratici ma di ordine soggettivo.

La domanda di tumulazione, in quella specie di alveari in affitto che sono i loculi allineati e sovrapposti, incontra maggiori difficoltà per carenza di offerta. Lo scandalo più recente e inquietante, del mese scorso, riguarda l’inchiesta sui cimiteri romani Flaminio (Prima Porta) e Maccarese, dove i cadaveri venivano fatti a pezzi per liberare anzitempo i loculi scaduti. Inoltre, la tumulazione risulta piuttosto onerosa per gli eredi, che magari sul momento sono afflitti per la grave perdita del famigliare, ma poi litigano per la suddivisione delle spese funerarie (e dell’eredità).

Pertanto la soluzione migliore dal punto di vista economico ed igienico resta quella della cremazione. E su questo punto penso sia utile chiarire le idee a chi magari non ha approfondito la questione.

Molti credono che la cremazione produca subito delle ceneri, in realtà non è così, poiché le cosiddette ceneri derivano dalla frantumazione, attuata con procedimenti meccanici, dei frammenti ossei calcinati raccolti a processo avvenuto (la fase, detta cremulatura, si basa principalmente su due sistemi alternativi: sistema di lame rotanti ad alta velocità o un sistema a sfere pesanti, un metodo quest’ultimo mutuato dall’industria mineraria).

Tecnicamente la cremazione è un processo di mineralizzazione del cadavere ad alta temperatura, dove il feretro è posto nella camera di combustione primaria ad una temperatura tra 300 e 800 °C, con punte superiori. Pertanto un processo che richiede alte temperature e un dispendio notevole di energia.

La durata di una cremazione nei moderni impianti può assumersi da un minimo di 1,5 a un massimo di 3 ore. Nei vecchi impianti, la cremazione di un solo corpo poteva richiedere anche più tempo e un importante impiego di materiali atti alla combustione.

Gli impianti moderni di cremazione sono costituiti da: “camera di combustione primaria”: la camera nella quale viene inserito il feretro; la “camera secondaria o di post-combustione”: il volume destinato all’ossidazione dei prodotti della combustione provenienti dalla camera primaria; zona di raffreddamento e mineralizzazione delle ceneri; zona di scarico ed evacuazione delle ceneri. In questa zona è previsto un sistema di raccolta delle ossa calcinate.

Il principio cardine della cremazione in Italia è l’individualità del processo, ma non è sempre avvenuto, vedi lo scandalo del cimitero di Biella, ma anche quello del Cimitero Maggiore di Padova (2008-2009), oppure quello più recente e orripilante delle finte cremazioni a Scurelle (2019), che ha interessato le agenzie funebri e i comuni delle province di Vicenza, Treviso, Verona e Padova. Nella regione Campania, oltre alle consuete questioni di mazzette, false certificazioni e speculazioni cimiteriali, si ha notizia del sequestro del primo forno crematorio regionale a Montecorvino Pugliano (2017). L’elenco potrebbe continuare per quasi ogni singola regione: esempio Palermo, dove il forno crematorio comunale è rimasto fermo per anni causa guasto.

Il Regolamento di Polizia Mortuaria stabilisce l’obbligo tassativo che all’interno dell’urna sigillata consegnata ai committenti sia riposto l’intero e solo contenuto delle ceneri umane derivanti dalla polverizzazione dei resti ossei (mediamente poco meno di 3 kg per un adulto maschio). A tale scopo i resti vengono fatti raffreddare e passano attraverso un separatore magnetico (un potente magnete) e un setaccio.

I materiali che risultano da questa operazione di separazione vengono trattati come rifiuti speciali cimiteriali non pericolosi. Molti impianti crematori si affidano a ditte specializzate che provvedono alla fusione e al riciclo industriale dei metalli in tal modo ottenuti, per cui non si può escludere che un oggetto metallico di uso comune sia in realtà composto anche di materiali riciclati appartenuti a dai cadaveri cremati.

Per quanto riguarda le urne dove vengono raccolte le ceneri, l’ultimo grido è costituito dalle cosiddette urne bio (urne bios): urne biodegradabili, spesso in fibra di cocco e cellulosa che contengono nella parte superiore un seme o una giovane pianta (es. quercia, ulivo). L’urna viene interrata e, man mano che si decompone, le ceneri forniscono nutrimento alle radici della pianta. Come idea per la riforestazione non sarebbe male.

Pertanto, l’industria della cremazione è ormai paragonabile a un processo industriale e tecnologico avanzato, con impianti e sovrastrutture molto complesse che richiedono investimenti adeguati e una continua attenta manutenzione, oltre all’impiego di manodopera specializzata che non è sempre facile reperire sul mercato, in quanto richiede un mix di competenze tecniche – manipola i resti ossei calcinati –, burocratiche e una salda tenuta psicologica (burnout lavorativo: stress visivo ed emotivo, stigma sociale legato ai mestieri cimiteriali) e la frequentazione di corsi di formazione obbligatori per il conseguimento di patenti o certificazioni specifiche per la conduzione di impianti termici industriali.

Detto questo, passiamo al sopralluogo specifico che ho effettuato ieri presso il complesso cimitereriale dell’isola di San Michele di Venezia. Il cimitero sorge sul congiungimento di due isole, risultato dell’interramento del canale che separava San Cristoforo della pace e San Michele. Ciò avvenne negli anni trenta dell’Ottocento. Il cimitero in San Michele data agli inizi del XIX secolo, con il famoso editto napoleonico di Saint Cloud (1804), con il quale si stabiliva il divieto di seppellire i defunti all’interno delle chiese, dei centri abitati o delle mura cittadine. A ciò è dovuta la loro collocazione extraurbana e a Venezia la scelta cadde sull’isola di San Michele.

Prima di allora, l’isola ospitava esclusivamente il monastero dell’ordine dei Camaldolesi. Nel corso dei secoli, il monastero divenne un centro culturale importante, la cui biblioteca poteva contare più di 40.000 volumi. Dopo le soppressioni napoleoniche, nel 1829 venne affidato ai frati minori francescani, alcuni dei quali vi rimasero fino al 2008.

Uno dei locali della biblioteca: le travi del soffitto
sono intagliate e decorate.

Apprezzabili i chiostri, uno dei quali attualmente sottoposto in parte a restauro. I locali del monastero, posti al piano superiore e non accessibili al pubblico, versano in uno stato di abbandono e decadimento, come ho potuto constatare di persona, nonostante vi siano bagni con sanitari recenti e un moderno e all’occorrenza funzionante impianto di riscaldamento. I locali potrebbero essere utilizzati, per esempio, per realizzare un centro studi con alloggi.



La chiesa di San Michele in Isola (XV sec.) è molto bella sia in facciata che negli interni, i quali sarebbero meritevoli di essere manutenuti con un po’ di spesa (la sagrestia è in restauro: gli operai della ditta, dopo il montaggio del ponteggio, sono assenti per lunghi periodi perché impegnati altrove). Anche i dipinti meriterebbero un restauro (il più grande, di buona mano, è attribuito alla scuola di Guido Reni).




Gli stalli del coro (XVII sec.), sono di buona fattura e meriterebbero di essere valorizzati (oggi non direttamente accessibili al pubblico). Non di particolare interesse, a mio avviso, l’interno della cappella Emiliani, mentre per apprezzare l’esterno non serve un mio commento.


Gli stalli del coro (locali non visitabili)

Cappella Emiliani (visitabile)

Il cimitero non si può descrivere in poche note. Rientra a buon diritto nel circuito europeo dei cimiteri monumentali. È suddiviso in “recinti” (per es. quello greco-ortodosso, quello protestante-evangelico, eccetera), con indicazioni che ne agevolano la visita. Innumerevoli le vecchie sepolture in loculo e a terra. Alcune sono dette “sepolture illustri”, e tutte, quale più e quale meno, versano in un “tranquillo abbandono”.

La tomba della principessa Anna Bagration (ne avevo scritto qui nel 2015 e del gen. Bagration in diversi post).

I visitatori lasciano una penna. Non avendo altra penna, pensai di lasciare la mia Montblanc, ma poi ritenni non fosse una buona idea.

Anche la tomba di un mago.

Nel cimitero di San Michele non ho individuato alcun “recinto” consono alle mie future esigenze, e poi in laguna c’è troppa umidità. Da un bel portale monumentale (chiamato anche porta Stucky) è possibile effettuare la dispersione in natura delle ceneri dei defunti, sia in laguna e sia in terra, nel Giardino del Ricordo all’interno del cimitero.

Il vaporetto per raggiungere l’isola (linea per Murano: 4.1 e 4.2) è molto frequente, ma dopo una certa ora serale non ferma all’imbarcadero dell’isola. Nel malaugurato caso in cui un visitatore dovesse rimanere all’interno del cimitero dopo la chiusura, vicino al cancello c’è un pulsante per l’apertura. A quel punto dovrà chiamare la società di navigazione al fine di far fermare il vaporetto presso l’isola, oppure raggiungere Venezia a nuoto: il tratto di laguna, partendo dall’imbarcadero, è solo di 500 metri.

2 commenti:

  1. Giovedì 15 ottobre sarà il mio compleanno.
    Un post sui cimiteri e le cremazioni è quanto mi serviva per festeggiare in allegria.

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