In Francia il gilet giallo è diventato in poche settimane
il simbolo di chi il capitalismo ha lasciato sul ciglio della strada. Questo
movimento spontaneo e finora genuino, almeno come appare oggi, non è, come sostiene qualcuno, la manifestazione del fallimento del populismo (termine
assai equivoco e astratto), bensì il risultato a livello sociale della crisi
del sistema politico riformista, dell’idea cioè che il capitalismo sia a lungo compatibile
con la vita delle persone reali.
Non dobbiamo quindi stupirci, semmai riflettere sul troppo
tempo impiegato da così tanti uomini e donne per uscire dal letargo e dalla
rassegnazione, persone la cui esistenza è una lotta quotidiana contro il
sistema del profitto per il profitto che desertifica la vita e la terra. Come si
è potuto così a lungo tollerare l'arroganza dei poteri economico-finanziari e la
fattiva complicità dei politici che rappresentano solo i loro interessi personali
e dei loro clienti?
Grazie alla complicità di tutta la melassa borghese
che opera per distogliere l'attenzione verso i problemi e le contraddizioni
reali facendo molto baccano intorno a dispute politiche in cui i conflitti fasulli
tra sinistra e destra finiscono per annoiare e sprofondare nel ridicolo. E ora
si stupiscono che in Francia finalmente la gente comune si sia rotta il cazzo e
si rivolti contro il sistema che non da oggi permette al capitale di macinare i
viventi senza interruzioni.
I veri teppisti stanno al caldo e tramano protetti nei
loro covi. Non sono quelli che rompono qualche vetrina del lusso, quelle che
scherniscono con cinismo le vittime della crescente pauperizzazione. E comunque
i borghesi fingono di temere il lancio di qualche sasso, ma sanno bene che non si
possono semplicemente distruggere i simboli per abbattere il loro sistema.
Infatti, bruciare una banca non significa far saltare in aria il sistema
bancario e la dittatura del denaro.