mercoledì 28 agosto 2013

«La realtà fisica di Internet è ben distante dalla narrazione mitologica»


Ieri sera volevo collegarmi con il sito del New York Times, ma non c’è stato verso. Molto strano. Allora ho fatto un brutto pensiero e ho cliccato il sito del Washington Post, trovandolo attivo. Ho pensato che non era in atto un attacco informatico come invece avevo temuto dando retta al mio pessimismo (leggi: realismo). E, invece, questa mattina leggo che il sito web del New York Times, il più cliccato media del mondo, era stato oscurato da un attacco esterno di hacker, e così anche l'Huffington Post e USA Today. Naturalmente sono stati accusati hacker pro-Assad !! Com’è prevedibile il mondo in mano a burattinai così poco brillanti.

Quando nel post dell’altro giorno scrivevo che il prossimo conflitto globale non sarà semplicemente combattuto sul piano della contesa terrestre e aero-navale classica, con propaggini extraterrestri (satelliti, ecc.), ma sarà centrale la contesa sul piano delle nuove tecnologie, con un ruolo rilevante della nuova intelligence, di controllo sulle comunicazioni e sullo stato psichico, emotivo, culturale e informativo delle popolazioni in misura inedita rispetto al passato, mi riferivo proprio a questo.

Ma ciò che è accaduto ieri sera sono sciocchezzuole, bagatelle.

martedì 27 agosto 2013

Le cose che cambiano e quelle che restano uguali
















Quando le strade verso il consueto svolgimento della vita sono bloccate, la gente diventa radicale, ma raramente saggia. Almeno fino a quando le circostanze non impongono una strada diversa, facendola apparire come una scelta.

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È curioso assistere ogni giorno a discussioni appassionate e litigi cruenti sull’euro e la UE. Dopo l’eventuale ritorno al coin locale, il dibattito troverà modo di concentrarsi sulla superiorità della luganega nostrana, senza trascurare un imperativo categorico quale il ritorno alle tradizioni culinarie del buon tempo antico, alle rustiche produzioni orticole a chilometri zero e al bucato a mano.

Ci rendiamo conto che stiamo andando a impattare, e anche di come il corso degli avvenimenti stia subendo un’accelerazione “pericolosa”, ma sappiamo poco sui veri interessi in gioco (molto di più su quelli presunti). Del resto è compito di per sé difficile poiché si tratta di affrancarsi dalle lusinghe di un’informazione spettacolare e drogata.

Pensare oggi di controllare le dinamiche di un sistema economico globale in mano ai capricci di finanzieri rapaci non meno che di asettici logaritmi, è tempo perso. Credere ancora che l’egemonia e la supremazia passi ancora per il controllo dei territori, è cadere all’indietro di un secolo e farsi molto male.

Dal lato bellico, ossia della storia militare, sia quella più antica così come quella moderna, essa è stata essenzialmente caratterizzata dallo scontro di grandi masse, di uomini e di mezzi. Questo genere di conflitti, questo modo di fare la guerra su scala globale (globale nel senso relativo di ogni epoca), è terminato nell’agosto del 1945.

L’impiego della tecnologia conferisce un’enorme capacità distruttiva a singoli gruppi e a singoli individui (l’11 settembre 2001 è una data che segna una cesura non solo simbolica). Ciò ha segnato un cambio d’epoca decisivo, l’aprirsi di nuovi scenari e un arco di cambiamenti che è appena iniziato e che travolge la geopolitica classica e lo stesso concetto di guerra.

Così come la mitragliatrice e l’artiglieria a tiro rapido, resero obsoleta l’idea di poter lanciare con successo offensive frontali contro posizioni ben difese, allo stesso modo il carro armato e la guerra di movimento hanno reso vulnerabili le più formidabili difese (maggio 1940). Poi di nuovo è cambiato tutto, e oggi si possono individuare, selezionare e colpire obiettivi di ogni tipo a distanza di migliaia di chilometri, quasi dal proprio ufficio. Un paio di cose non sono mai cambiate: si uccide sempre in nome di Dio e dei più nobili ideali, così come a venir uccisi sono sempre degli esseri umani.

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Per finire reclamizzo un libro, un romanzo che a mio avviso si adatta alla cupa situazione odierna, La montagna incantata (una lettura non facilissima, dunque non adatta a ogni anima e a ogni età). Non è un caso che questo lavoro nasca come un inserto delle Confesssioni del cavaliere d’industria Felix Krull e, come già nei Buddenbrook – dove la vicenda di Hanno doveva restare sul tipo dei romanzi brevi –, anche in questo caso il racconto prolifera tra le mani dell’Autore fino ad assumere dimensioni impegnative. Non dico di più per non togliere, a chi l’avesse ancora ignoto, il piacere della scoperta.


lunedì 26 agosto 2013

La vera spina nel fianco


L'amministrazione Obama non ha alcuna intenzione di indagare su ciò che è avvenuto presso Ghouta. Ha anche detto di non volere un’inchiesta delle Nazioni Unite o la raccolta di elementi di prova prima di procedere con i suoi piani di guerra. Ma chi ha imbastito una menzogna palese come quella dell’eccidio di Ghouta? Gli stessi che hanno imbastito la menzogna delle armi chimiche di Saddam. Il copione è lo stesso, scritto dalle stesse canaglie angloamericane.

Quale bisogno ha Bashar al-Assad di usare gas sarin contro la popolazione inerme a pochi chilometri da Damasco? Zamalka e Ein Tarma, dove si sarebbe verificata la strage, sono poco distanti dalle zone residenziali principali della capitale, abitate per lo più da siriani filogovernativi, e  dove c’è l'aeroporto militare di Mezzeh. È sufficiente guardare Google maps per rendersi conto che si tratta di quartieri metropolitani posti a un paio di chilometri dal centro di Damasco! E sufficiente vedere le immagini dei soccorritori, in maniche corte, per rendersi conto che non di gas nervino si può trattare.

domenica 25 agosto 2013

Della guerra prossima futura


Se conosci il nemico e te stesso,
non devi temere il risultato di cento battaglie.
Se conosci te stesso ma non il nemico,
per ogni vittoria ottenuta potrai subire anche una sconfitta.
Se non conosci né il nemico né te stesso,
soccomberai in ogni battaglia.
SunTzu, L’arte della guerra, Guida editore, p. 83.


Andando con la memoria – storica – ai lustri immediatamente precedenti l’estate del 1914, si possono rilevare con facilità i prodromi di ciò che sarebbe stata poi la grande carneficina. Anche i coevi, non solo i più avvertiti, non mancarono di percepire in lontananza il fragore che annunciava il grande temporale, per esempio nel Pacifico e a Port Arthur, o anche più vicino, nei Balcani e lungo le coste del Mediterraneo, per non dire della guerra ispano-americana (1898) e di quella anglo-boera. La guerra è nella natura dell’imperialismo moderno, non meno di quello antico. Le controversie che impegnarono le cancellerie per spartirsi il mondo, in attesa di mettere le mani sulla carcassa ottomana, punteggiano numerosissime la storia degli anni a cavallo tra i due secoli.

Non mancarono nemmeno le grandi rivolte popolari, non solo in Russia (1905), ma anche nell’estremo Occidente, con il massacro di proletari che chiedevano pane e giustizia sociale. Nondimeno anche quegli anni furono di crisi economiche, come quella del 1907, e di omicidi politici, come quello dell’imperatrice d’Austria-Ungheria, del presidente francese Carnot, del capo del governo spagnolo Canovas de Castillo, del presidente degli Stati Uniti Mc Kenley, del monarca italiano, di quello portoghese e di suo figlio, eccetera.

Le cause che fecero precipitare gli eventi in quell’estate del 1914 trovarono dunque pretesto in uno dei tanti episodi di quegli anni. Si trattò di una casualità di fatti che avrebbero potuto anche essere diversi da quelli che effettivamente furono e portare comunque allo stesso risultato, cioè alla guerra. Ciò che accadde nel dettaglio, in modo indeterminabile, seguì dunque un ordine di necessità più complessiva, questa sì determinabile date le posizioni dei contendenti sulla scacchiera internazionale. Engels, che morì ben prima (1895), preconizzò una grande guerra per l’alba del nuovo secolo.

Venendo all’oggi, ossia al dopo 1989, ci troviamo in un mondo quasi quotidianamente scompaginato da eventi sempre più inaspettati e di difficile valutazione, che dimostrano a mio avviso (vedi nord Africa e Vicino oriente) la mancata comprensione degli scenari che si consumano in settori e aree geografiche diverse. Tenendo appunto presente quanto è accaduto più volte nel passato, la natura stessa delle contraddizioni capitalistiche e le conseguenti dinamiche, la domanda da porsi non è “se”, ma “quando” e in che modo sarà combattuto il prossimo conflitto mondiale.

Si ritiene che una guerra tra grandi potenze potrebbe scatenare un’escalation nucleare, e proprio questo sarebbe un motivo di forte deterrenza. Ritengo una possibilità che il conflitto sfoci in un’escalation nucleare, ma che la deterrenza funzioni all’infinito è, a mio parere, da escludere, per ragioni che qui non esamino in dettaglio, se non per dire che pace e riforme non sono possibili sotto l’imperialismo, e anche laddove per un certo periodo storico si sono dimostrate agibili perché funzionali al capitale, ciò avveniva a scapito di altri miliardi di esseri umani.

Mi limito a considerare ciò che è accaduto in passato. Il primo conflitto mondiale – che decise quale dei due gruppi di banditi, l’angloamericano o il germanico, dovesse recitare la parte del leone, fu combattuto con un uso limitato – da motivi tecnici forse più che da scelte strategiche – di armi chimiche, cioè l’impiego di gas sui campi di battaglia. Nel periodo tra i due conflitti mondiali, furono stoccate nuove e più potenti armi chimiche, e anche batteriologiche. Furono pure usate in contesti e situazioni limitate, come in Etiopia e in Afghanistan. Churchill non si dichiarò affatto “schizzinoso” sul tema. La Germania nazista si dotò di arsenali con agenti nervini ed è probabile che le altre potenze non siano rimaste a guardare.

E tuttavia le potenze belligeranti nel secondo conflitto non fecero uso generale di armi chimiche e batteriologiche, nemmeno da parte di quel lucidissimo “pazzo” di Hitler, nemmeno negli ultimi mesi di guerra. Credo che i servizi d’intelligence dell’una e dell’altra parte fossero ben al corrente della situazione in campo. Dunque, le cosiddette armi di distruzione di massa non furono usate perché funzionava la deterrenza.

Allo stesso modo, si può congetturare che, in un prossimo conflitto su grande scala, le armi nucleari, strategiche e tattiche, possano lasciare spazio a un confronto sul piano convenzionale, che però tanto convenzionale non sarà comunque poiché poco o nulla sappiamo di ciò che gli arsenali e soprattutto i laboratori tengono celato (Internet docet). E non sarà perciò solo un conflitto terrestre e aero-navale classico, con propaggini extraterrestri (satelliti, ecc.), ma sarà centrale la contesa sul piano delle nuove tecnologie, con un ruolo rilevante della nuova intelligence, di controllo sulle comunicazioni e sullo stato psichico, emotivo, culturale e informativo delle popolazioni in misura inedita rispetto al passato. In buona sostanza, sarà la prosecuzione e lo sviluppo dei conflitti già in atto.

Salto di binario


Non si tiene quasi mai abbastanza conto, se non come omaggio retorico alla "complessità", che le diverse discipline scientifiche trattano il proprio specifico in modo assolutamente dipendente da una visione generale del mondo. Si ritiene, anzi, sia presso gli stessi specialisti e ancor più ovviamente presso il senso comune, che l’oggetto e i metodi della ricerca scientifica si pongano su un livello superiore di neutralità in rapporto all’ideologia e al conseguente orientamento sociale. È questo, purtroppo, un tema molto sottovalutato in sede critica, laddove invece si tende a privilegiare un approccio critico e “costruttivo” sui “contenuti”, come se il pensiero umano riflettesse unicamente la realtà dell’oggetto che si vuole conoscere e non, al tempo stesso, la realtà sociale del soggetto conoscente.

La neutralità di qualunque disciplina, di qualsiasi approccio alle problematiche scientifiche o sociali, semplicemente non esiste. La coscienza individuale può divenire coscienza soltanto realizzandosi nelle forme ideologiche dell'ambiente che gli sono date (sarà, al riguardo, interessante per qualche lettore rileggere un post del lontano novembre 2011 per rendersi conto di come sia facile prevedere le mosse degli agenti del sistema). Chi tende a far passare, per contro, l’idea di neutralità, lo voglia o no, è un ideologo di cui il sistema – inteso come insieme d’interessi e di conseguenti orientamenti – si serve per stabilire anzitutto la propria superiorità, indispensabilità e immutabilità.

Tanto, come premessa generale.