lunedì 24 gennaio 2011

Italian 1.0


Atmosfera mitteleuropea a Palazzo Spinola, a Milano, per il "Gran ballo viennese" che per una sera ha riportato nel capoluogo lombardo l'atmosfera dorata della Vienna ottocentesca. Le coppie di debuttanti - le ragazze rigorosamente in abito bianco e accompagnate dai loro cavalieri, gli allievi della Scuola militare Teulié in alta uniforme - hanno danzato sulle note dell'Orchestra Wien Ball diretta dal maestro Franz Bileck. Grande novità di quest’anno: nel cortile è stata esposta una magnifica vettura di Formula 1 della scuderia Red Bull Racing, la casa austriaca che quest’anno si è aggiudicata il titolo mondiale piloti e costruttori (La Repubblica, 23-1-2011).
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Gennaio 2010 – Ecco una delle prime classifiche dei libri più venduti per il mese di dicembre (Fonte Tuttolibri), che vede in testa Luciana Littizzetto con “La Jolanda Furiosa”, comica analisi dei rapporti uomo/donna e uomo/jolanda (curioso appellativo utilizzato dalla Littizzetto nel libro per indicare l’organo femminile).
In termini numerici il primo posto in questa classifica si traduce in oltre 60.000 copie vendute per la Jolanda Furiosa. Evidentemente in tempo di crisi si ha più voglia di ridere.
Gennaio 2011 – Ed eccoci alla prima classifica dei libri più venduti nel 2011: una graduatoria che riserva qualche (piacevolissima) sopresa!
Posizione n. 2 - “Benvenuti nella mia cucina”, di Parodi, Vallardi editore.
Nel suo nuovo libro, oltre alle nuove ricette, racconta spontaneamente anche i suoi gesti e le sue esperienze in cucina, pensieri, ricordi, piccoli fatti, emozioni e preoccupazioni familiari della vita di tutti i giorni. La vita vera di una donna che lavora, che ha un marito e dei figli, nella quale facilmente si possono riconoscere tutte le persone che la seguono con simpatia da anni.
Sempre vendutissimo, il nuovo libro di ricette della Parodi cede la prima posizione a...
Posizione n. 1 - “I dolori del giovane Walter”, di Littizzetto, Mondadori editore. Lucianina sul gradino più alto del podio.

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Ha vinto Andrea Cozzolino, il delfino di Antonio Bassolino. Ha vinto l’erede di una discussa stagione politico-amministrativa, che promette discontinuità con gli ultimi 18 anni di governo di centrosinistra a Napoli dopo esserne stato uno dei principali dirigenti, prima da segretario napoletano dei Ds e poi da assessore regionale all’Agricoltura e alle Attività Produttive nell’ultima giunta Bassolino.

domenica 23 gennaio 2011

Il gioco delle tre carte: Pds, Ds, Pd


«Un uomo che non ha compreso le condizioni presenti della società
può ancora meno comprendere il movimento che tende a rovesciarle».

Valter Veltroni, nel suo intervento di ieri al Lingotto, ha detto tra l’altro: "Non ci potrà mai essere una forza più radicale della nostra perché più radicale del nostro riformismo non ci sarà nulla e nessuno".
Questi incantatori di lucertole sono decenni che prendono in giro le coscienze ingenue con la storiella che questo sistema si può riformare, migliorare. La crisi generale, storica, del processo di valorizzazione del capitale potrà fare ancora danni per qualche decennio, ma le contraddizioni che attanagliano questo sistema non possono essere riformate né parzialmente e tantomeno radicalmente. Perfino gli economisti borghesi più lucidi e meno pavidi prendono atto di questo stato di cose. L’economista Joseph Stiglitz, nel suo ultimo lavoro, Bancarotta, l'economia globale in caduta libera, edito da Einaudi, a pagina 316 scrive che il 15 settembre 2008, cioè il giorno del crollo della Lehman Brothers, è stato per il capitalismo come il crollo del Muro di Berlino per il comunismo (sedicente).
Ma facciamo un po’ di storia di questi cultori del riformismo “più radicale”. Il PCI un progetto alternativo di società non l’aveva più da molto tempo e del resto la via elettorale e parlamentare non poteva essere la strada per un radicale cambiamento dei rapporti di classe, anche per motivi di collocazione internazionale (Berlinguer, negli anni Settanta, a tale riguardo, scrisse alcuni articoli su Rinascita prendendo a riferimento il caso cileno e i timori di un’involuzione autoritaria del sistema). Negli anni Settanta il PCI aspirava al “compromesso storico”, cioè a creare un’alleanza di governo tra cattolici e laici di sinistra (qualunque cosa voglia dire). Il massimo risultato che raggiunse tale progetto fu l’appoggio esterno del PCI al governo Andreotti. Lo stesso Andreotti, a tale riguardo, liquidò tale prospettiva politica con queste parole: "secondo me, il compromesso storico è il frutto di una profonda confusione ideologica, culturale, programmatica, storica. E, all’atto pratico, risulterebbe la somma di due guai: il clericalismo e il collettivismo comunista."
Respinto dalla DC il tentativo di compromesso, dopo ben otto anni, il PCI si decise alla “svolta”, sposando la strategia della “alternativa democratica”, ovvero orientandosi verso la formazione di coalizioni di governo che escludessero la DC. Non vi fu esito, anche perché fu Craxi l’interlocutore privilegiato della DC.
Dopo il fatidico 1989, il pensatoio del PCI, col congresso di Rimini del 1991, liquidò il partito e partorì il PDS, ovvero il partito democratico della sinistra, entrando in tal modo, anche formalmente, nel grande circo del riformismo liberale. Alle elezioni del 1992 il PDS ottenne il 16,1% dei voti, cioè il 10% in meno rispetto all’ultimo PCI. Al successivo referendum per l’adozione del sistema elettorale maggioritario, il PDS fu per il Sì, che prevalse. Alle elezioni politiche del 1994 si coalizzò con tutti i partitini del variegato trasformismo borghese. Vinse la destra, con un partito nuovo di zecca capeggiato da un affarista lombardo proprietario di metà del monopolio televisivo e con l’appoggio della Lega (definita da D’Alema una “costola della sinistra”).        
Dopo il famoso “ribaltone” della Lega, nel 1996, il PDS assuse il governo con il cattolico Romano Prodi [*] (a capo della coalizione dell’Ulivo e con Valter Veltroni vicepresidente del consiglio che riteneva di dettare la linea kennediana), ma i contrasti interni alla coalizione, la brama di potere personale e la difesa ad oltranza degli interessi più smaccati della borghesia compradora, portarono a ben tre governi nella legislatura, in perfetto stile democristiano.
Ad ogni buon conto, il PDS nel 1998 si ribattezza DS, cioè Democratici di sinistra, per coalizzarsi con altre forze parlamentari della sinistra, dai Comunisti unitari ai Cristiano sociali, ai Laburisti (!). Tutti uniti, a parole, per rendere questo paese più moderno, più democratico, più europeo e chissà cos’altro.
Il segretario dei DS, dal 1998 al 2001, è stato il carismatico leader Valter Veltroni, diplomato cine-operatore. Alle elezioni del 2001 i DS sono sconfitti dal tenebroso tycoon televisivo Berlusconi, che si prende la rivincita in alleanza con la Lega (quella della Padania, della secessione, del federalismo duro e puro, del federalismo centralista, del qualche cosa purché si tiri a campare). Per farla breve, nel 2007 i DS, non avendo più nulla a che fare, nemmeno nominalmente, con la “sinistra”, si trasformano in PD, cioè Partito democratico. Valter Veltroni, dopo aver manovrato per far cadere il secondo governo Prodi, aprendo così la strada a nuove elezioni, si propose come nuovo leader della coalizione elettorale che avrebbe dovuto battere Berlusconi. Com’è miseramente fallito il suo tentativo è ben noto.
E veniamo all’oggi, anzi al discorsetto di ieri. Come si ricorderà, Veltroni, il leader che aveva dichiarato urbi et orbi di non essere «mai stato ideologicamente comunista», ma di aver aderito al «Pci come scelta morale», nel 2003, intervistato da una tv francese, spiegava che puntava alla rielezione a sindaco di Roma e poi, nel 2011, sperava di partire «a 56 anni e con mia moglie» per l' Africa[qui]. Ed invece, nel gennaio 2011, i liberali di “sinistra” se lo ritrovano candidato segretario del partito e leader di coalizione in caso di elezioni. Al Lingotto, dopo aver reso doverosamente omaggio a Roosevelt e Luther King e all’immancabile nuova (?) frontiera kennedyana ha richiamato più volte la necessità di “uscire dal Novecento”. Giammai dal capitalismo, ma dal Novecento, sottolineando che "il successo dell'operazione Fiat-Chrysler è di importanza strategica per il futuro del paese". Ecco dove vorrebbe portarci Veltroni e il Pd, a braccetto con Marchionne e Bonanni, ad una nuova edizione  del “compromesso storico” riveduta e corretta con dentro gli ex fascisti (peraltro riluttanti). Non capiscono, non possono capire, che ogni antagonismo sociale deriva, in ultima analisi, dalla contraddizione tra il carattere sociale della produzione e la forma privata della appropriazione del prodotto del lavoro. Ma sanno benissimo da che parte stare.

[*] Romano Prodi, è stato inviaschiato in tante faccende, come uomo e ministro di Andreotti e come  presidente dell'IRI. Come presidente della Commissione europea (1999-2004) è stato referente delle multinazionali (vedi alla voce: TransAtlantic business dialogue, anche qui e qui ).

sabato 22 gennaio 2011

Rapporti reali e finzione politica


L’attuale crisi economica nei suoi meccanismi interni è una crisi classica di sovrapproduzione di capitale, ma le forme che essa ha assunto la differenziano per molti aspetti da quelle precedenti e ha molto a che vedere con la speculazione dei commercianti di valuta e di titoli che scommettono contro le valute e obbligazioni dei paesi indebitati. Tra questi le banche giocano un ruolo di primo piano.
L'intero processo di salvataggio del debito sovrano, in combinazione con i tassi d’interesse ridotti quasi a zero, ha aperto opportunità del tutto nuove agli speculatori per realizzare superprofitti.  Secondo gli ultimi dati, in cima alla lista dei primi dieci gruppi finanziari per le vendite europee del debito pubblico nel 2010 c’è la Barclays Capital, il braccio di investimento di Barclays Bank, seguita dalla Deutsche Bank che ha superato la statunitense JP Morgan Chase. Più di un terzo delle entrate europee per la Deutsche Bank, derivava dal commercio in titoli di società e di governo.
L'ultima riunione dell'Unione europea dei ministri delle finanze tenuta all'inizio di questa settimana, ancora una volta ha evidenziato la completa sottomissione dell’establishment politico europeo ai cartelli bancario e finanziario europei e internazionali. L'Unione europea ostinatamente rifiuta di intraprendere ogni azione contro la speculazione criminale che sta conducendo una campagna sistematica in tutto il continente e minaccia di far precipitare l'Europa nel caos economico e finanziario.
Il capitale, l’aristocrazia del denaro, usa gli organismi economici sovranazionali, i partiti politici e i sindacati per imporre senza condizioni e mediazioni la propria dittatura che chiama “leggi di mercato”, a riprova che la stagione del riformismo, l’apparente riduzione delle differenze di classe, è finita nel momento in cui prevale la dura realtà dell’accumulazione capitalistica e dei reali rapporti di classe.

venerdì 21 gennaio 2011

Anniversari



(Ansa - Roma, 21 gennaio 2011). La segreteria del Partito democratico, riunita nel pomeriggio per esaminare le questioni relative al cosiddetto “collegato lavoro”, con il quale ancora una volta il governo inasprisce le condizioni dei lavoratori precari e limita ulteriormente i loro fondamentali diritti, ha dedicato la prima parte della seduta ad una sobria ma commossa celebrazione del 90° anniversario della nascita del P.C.d’I., partito dal quale trae origine e del quale rivendica la storia e gli ideali. Ribadendo il proprio impegno alla realizzazione del punto fondamentale del programma e della strategia del partito, ovvero l’alternativa al modello sociale ed economico del capitalismo, il segretario Pierluigi Bersani ha lumeggiato con commozione le figure dei padri fondatori del P.C.d’I.: Bordiga, Fortichiari, Gramsci, Polano, Scocimarro, Terracini, Togliatti. Nell’occasione, il presidente del partito, Bindi, non ha mancato di ricordare l’anniversario della scomparsa di Lenin.
Sono seguiti prolungati e calorosi applausi accompagnati dal canto dell’Internazionale.

La preghiera dei sindaci



Come se vivessimo ad Arcore, la televisione (unico imbuto informativo per il 70% e oltre della popolazione adulta) e i giornali (altro referente ideologico per chi li legge) continuano ad occuparsi prevalentemente di cosa accade nelle stanze della villa e dei palazzi di Sua Proprietà. Ma proprio ad Arcore s’è deciso, tra Bossi e Berlusconi, il via libera al cosiddetto federalismo municipale, una cosa che riguarda tutti molto da vicino, le nostre tasche anzitutto, ma anche la qualità (già scarsa) dei servizi.
Anche dal punto di vista politico, è questo il terreno sul quale concretamente può cadere il governo. Ma possiamo essere certi, nonostante la levata di scudi dell’associazione dei comuni italiani (i quali “pregano il Governo di apportare gli opportuni chiarimenti quanto prima”), cioè dei sindaci, che il provvedimento passerà. Se non altro per la paura fottuta di andare alle elezioni (cosa che la Lega non teme e che alla fine favorirebbe, ancora una volta, Berlusconi). Del resto, Bossi ha detto: “passa al 100 per cento”.
Dal canto suo il ministro dell’economia ha osservato: «Il federalismo è una straordinaria riforma che in progressione riporterà dritto l'albero storto della finanza pubblica». Secondo Tremonti «l'Italia era un paese molto più federalista ai tempi di Mussolini».
Alla fine questo tipo di federalismo, basato essenzialmente e indubitabilmente su un innalzamento di tasse ed imposte, graverà soprattutto sul lavoro dipendente e sulle pensioni, sui redditi più bassi, cioè su quelli che le tasse le devono pagare tutte e subito, alla fonte. I Comuni chiedono, tra l’altro, lo sblocco dell’addizionale Irpef, avere mano libera sulla Tarsu/Tia sui rifiuti, reintrodurre l'Ici (che si chiamerà Imu) per tutti e altri balzelli. Sulla carta si tratta di un’effettiva autonomia impositiva che non guarda in faccia a nessuno, povero o ricco ch'egli sia. Solo che i salariati non possono né evadere e nemmeno "eludere", e alla fine saremo noi a pagare, come sempre.
Il tutto dato in mano a uno scienziato leghista, certo Calderoli, ovvero l'autore della legge elettorale incostituzionale, della "semplificazione" che taglia le leggi contro le frodi alimentari, e di altre simpatiche iniziative. Ma posto che tali richieste in linea teorica siano giuste, dovrebbero anche essere, di contro, contemperate con altri provvedimenti soprattutto riguardo la riduzione della spesa: eliminare le province, accorpare amministrativamente i piccoli comuni, ridurre le pletoriche rappresentanze e gli stipendi, gli uffici sovradimensionati e gli incarichi inutili, ecc. ecc..
Chi pensa che questi provvedimenti possano portare ristoro al “non elevato grado di moralità nella cosa pubblica”, mente sapendo di mentire. Il ladrocinio continuerà come prima e forse peggio; anzi, garantirà agli amministratori locali un’ulteriore scusa per tagliare ancor di più con una mano i servizi e l’assistenza, con l’altra aumentare le tasse e conferire incarichi milionari, assumere amici e parenti nelle società partecipate, privatizzare e partire in comitiva per l’estero, con famigliari e famigli.

Tanto per dire: niente Imu (Imposta Municipale Unica) per la Chiesa. Con la legge sul federalismo fiscale non si applicherà sui beni ecclesiastici. Un'esenzione che non riguarderà solo gli immobili sede di culto e di proprietà della Santa Sede, ma ospedali e cliniche legate alla Chiesa, scuole private, residence e alberghi del bussines cattolico. Le eventuali sanzioni da parte di Bruxelles, che lo scorso ottobre aveva avviato un'indagine volta a stabilire se gli «aiuti alla Chiesa» fossero illegittimi o meno,vanno così a farsi fottere. Ma poi, a chi interessano 'ste cose?
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A proposito di famiglie, per fortuna che c'è la Ferrari che pensa a loro [*] .