lunedì 18 marzo 2019

Per sua natura e vocazione


Secondo John Stuart Mill, le leggi della produzione sono “leggi reali di natura” mentre le leggi della distribuzione sono il risultato della volontà umana e quindi del diritto e del costume. Per una più equa distribuzione della ricchezza si possono immaginare delle leggi migliori.

Evidentemente Stuart Mill non teneva conto del concetto di modo di produzione, ossia del modo determinato in cui gli uomini producono e riproducono la loro vita immediata, quindi la struttura dei rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in cui essi operano ad ogni determinato grado di sviluppo delle forze produttive. La forma di questi rapporti è decisiva ai fini della comprensione dell’intero movimento della produzione (e distribuzione della ricchezza), e dunque per comprendere le leggi specifiche di un dato modo di produzione. Tra parentesi va comunque detto che non bisogna schematizzare meccanicisticamente l’uso di tali concetti, poiché forze produttive e rapporti di produzione sono in continua interazione e si determinano a vicenda, essendo un’unita di opposti.

È necessario, al fine di chiarire ciò che seguirà, ribadire che è una falsa convinzione che lo sviluppo delle forze produttive capitalistiche sia sic et simpliciter misura del progresso sociale. Nel modo di produzione capitalistico, progresso tecnico e progresso sociale non sono equivalenti, così come si vorrebbe far credere. Il progresso tecnico è anzitutto avanzamento delle tecniche capitalistiche e in tal guisa ogni effettiva feticizzazione della tecnica è fuori luogo. Infatti, dal lato di chi viene sfruttato il progresso tecnico si manifesta come aumento della produttività e intensificazione del lavoro (chiedere, per esempio, ai dipendenti di Amazon); dal lato del capitale, si manifesta come accrescimento del tempo di pluslavoro (in rapporto al tempo lavorato per produrre il proprio salario). Il progresso delle tecniche capitalistiche di produzione non ha dunque lo stesso significato per le classi lavoratrici e per i loro sfruttatori, poiché per entrambi diverge il significato di progresso sociale. L’esempio della disoccupazione di massa o dell’inquinamento e del repentino cambiamento dei cicli naturali rappresentano degli esempi pertinenti.

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Per quanto riguarda il tema che per qualche ora ci ha tanto appassionato, ossia il cambiamento climatico, la chiave del problema sta nelle politiche economiche delle grandi potenze industriali e nel rapporto tra produzione capitalistica e consumo.

Sul primo punto stiamo assistendo, in particolare, a una contesa a tutto campo per l’egemonia tra Stati Uniti e Cina, che ha per oggetto un fascio d’interessi quali le nuove tecnologie, gli investimenti, le rotte commerciali, il controllo dei mercati, eccetera. Sono all’ordine del giorno nuove protezioni doganali, le quali però sembrano non tener conto che non siamo più nell’epoca del mercantilismo colbertista.

Nell’ambito di questa disputa per l’egemonia, quanto possono valere le preoccupazioni per il global warming? Poco o nulla, soprattutto se si dà retta al presidente Trump, quando addirittura il cambiamento climatico non è giocato a favore o contro una delle parti in causa. Di tutte le considerazioni che si possono trarre a tale riguardo, non va del resto sottovalutato il fatto che il capitale, per sua natura e vocazione, è del tutto indifferente al tema ambientale così come a ogni altro aspetto di compatibilità sociale. Il qualitativo non è mai stato storicamente la dimensione decisiva dello sviluppo capitalistico, posto che per la contabilità capitalistica solo il quantitativo è metodologicamente serio, misurabile, effettivo.

Dopo il fallimento di tutti i riformismi che aspiravano alla soluzione definitiva delle contraddizioni del sistema borghese, si delinea ora un nuovo riformismo che ubbidisce alle stesse necessità dei precedenti, ossia aprire nuove occasioni di profitto per le imprese di punta. I settori più moderni dell’industria si lanciano sui differenti palliativi contro l’inquinamento come nuovo sbocco redditizio (non ci sarebbe da stupire se gli azionisti di certi settori industriali avessero guardato con vivo favore alle manifestazioni di piazza dei giorni scorsi). Anche questo nuovo riformismo ha il proprio scacco garantito in anticipo, esattamente per gli stessi motivi dei riformismi del passato, ma rispetto a quelli con una radicale differenza: questo riformismo “ambientalista” non ha più tempo davanti a sé.

I portavoce dei padroni della società sono costretti a parlare di clima e d’inquinamento per dissimularne le cause effettive, poiché, nell’inevitabile e minaccioso aggravarsi delle condizioni ambientali e meteorologiche (non solo per induzione antropica, chiaro), la semplice verità sarebbe sufficiente a costituire un fattore di rivolta potenzialmente altrettanto vitale quanto lo è stata la lotta del proletariato tra il XIX e XX secolo per ragioni di mero sostentamento.

Puntano falsamente e ipocritamente il dito accusatore verso i consumi, come se nella società dell’economia sovrasviluppata i consumi costituissero una variabile indipendente della produzione capitalistica, quando invece tutto è diventato bene economico e la funzione essenziale, confessata, dell’odierna economia sviluppata, è la produzione di consumatori, laddove il lavoro ha perso centralità e visibilità e prevale la liturgia del consumo nelle forme che si sono stabilite a seguito delle grandi trasformazioni intervenute negli ultimi decenni.

Il tal modo il capitale sviluppa tutta la ricchezza avvelenata di cui è capace, mentre per contro la gestione democratica del capitalismo non offre altro che le sue elezioni a un elettorato alienato e rincretinito dai media vecchi e nuovi. Elezioni che, come si è sempre visto, non cambiano mai nulla nell’insieme, e poco nel dettaglio. Ormai è chiaro che in questa società è impossibile aderire a qualcosa di serio, laddove le uniche effettive decisioni politiche sono quelle di lasciar fare al “mercato”, e di creare nuovi capri espiatori verso i quali volgere ansie e idiosincrasie di una società sempre più inquieta e disorientata.

9 commenti:

  1. Bellissimo! "La produzione di consumatori" effettuata attraverso la redistribuzione di quota parte dei redditi della borghesia occidentale, invita al consumo: Produci, Consuma, Crepa.
    L'alternativa sarebbe quella di usare i soldi spesi per gli armamenti, 1739 miliardi di $ nel 2017, per risolvere i problemi dell'umanità. Ma il Potere, se costretto, preferirebbe scatenare una guerra.

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    1. la "gente" s'è già stancata di questo tema, oggi si passa ad altro, domani s'improvviserà e dopodomani ci penserà il governo ad inventarsi qualcosa, poi pausa pasquale e ponte 25 e primo maggio, quindi elezioni europee e a seguire minacce di crisi di governo

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  2. La prova generale l’hanno fatta con il “buco nell’ozono”.

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    1. La mia risposta non era soddisfacente?

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    2. non ci sarebbero stati problemi, figurati, ma non mi è giunta alcuna risposta

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  3. Il fantomatico buco nell'ozono servì a accelerare la sostituzione di condizionatori e frigoriferi.

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    1. ah, può essere. il mio attuale ha 21 anni, celebrati il mese scorso ed è come nuovo. il precedente aveva resistito solo 15 anni, ma per il semplice fatto che incassato nella cucina non "respirava". liberiamo i frigoriferi dalla loro schiavitù! e soprattutto trattiamoli bene, puliamoli spesso e scongeliamoli almeno alcune volte l'anno.

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    2. "liberiamo i frigoriferi dalla loro schiavitù"
      hai il mio voto.
      e speriamo anche che le fantomatiche AI leggengo questi messaggi possano prendere atto del problema...

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