martedì 24 agosto 2010

Schiavi e parassiti




Il liberalismo, anche quello più bonario, ha come scopo la conservazione di un mondo diviso tra padroni e schiavi. La lotta tra queste due figure sociali antitetiche è chiamata conflitto tra capitale e lavoro, o in altri modi ancor più impersonali, ideologici e fuorvianti.

La vicenda dei tre operai licenziati da Fiat e reintegrati dalla magistratura dimostra, oltre alla volontà totalitaria dell’azienda, il potere esercitato dell’ideologia sulle coscienze. La Fiat non li vuole in fabbrica; gli operai rivendicano invece il loro “diritto al lavoro”, il non voler essere “parassiti”, cioè retribuiti senza lavorare.

Eccoci allo schiavo che rivendica il suo “diritto” a essere sfruttato, il suo diritto di lavorare alla “catena”.



E se mettessimo Marchionne, Montezemolo e Bonanni alla catena, non per quarant’anni come un comune schiavo, ma almeno per un po’? Vorrei vedere, poi, dopo un solo mese di catena, lasciati a casa per scarso rendimento, ma regolarmente retribuiti, se direbbero: “non vogliamo essere parassiti, è una questione di dignità, il nostro salario vogliamo guadagnarcelo con almeno otto ore di catena al giorno per i prossimi quarant’anni!”.

Già, i diritti. Ma in questo stato di cose i diritti sono una finzione, la fictio juris di cui parla Marx: «Lo schiavo romano era legato al suo proprietario da catene; l’operaio salariato lo è al suo da invisibili fili. L’apparenza della sua autonomia è mantenuta dal continuo mutare dei padroni individuali e dalla fictio juris del contratto» (Il Capitale, I, cap. XXI).

Ma Marx era un citrullo e un sovversivo. Sentiamo invece un autorevole esponente dell’onorata società: «Allorché un individuo è costretto a pagare e a lavorare per altri, questo individuo è lo schiavo degli altri» (Maffeo Pantaleoni, La caduta della Società Generale di Credito mobiliare Italiano, UTET, 1988).

Ma basterebbe leggere Cicerone: «I mercanti non possono guadagnare senza mentire, e non c'è nulla di più spregevole della menzogna [...] tutti coloro che vendono la loro fatica e la loro industria, [...] chiunque offra il suo lavoro in cambio di denaro vende se stesso e si mette a livello degli schiavi» (Dei doveri, I, XLII).

Ah, i classici, altri tempi!




3 commenti:

  1. Ogni volta che leggo un post penso «il miglior articolo di sempre». Complimenti.

    RispondiElimina
  2. diciottobrumaio25 agosto 2010 04:02

    ogni volta che leggo un commento così, penso:
    «il miglior commento di sempre»
    grazie!

    RispondiElimina
  3. Grazie cara Olympe. Bisognerebbe divulgare a centinaia di migliaia queste cose. Sarebbe un passo (ma solo un passo però) assai importante.

    F.G.

    RispondiElimina