giovedì 30 maggio 2019

O è un imbecille oppure ci marcia



Il Partito democratico non è mai stato un partito socialdemocratico (tantomeno da quando è stato scalato da Renzi & C.). Continua ad occupare una posizione parlamentare di sinistra pur non avendo da molto tempo più nulla a che fare con la sinistra. Ciò crea l’illusione che a sinistra vi sia ancora una forza parlamentare di peso significativo. Le parole di Zingaretti sono state a tal proposito chiare: «E' giusto allargare il perimetro del centrosinistra ma per farlo bisogna innanzitutto concentrarsi sul Pd evitando di parlare solo di “centro moderato” perché sarebbe sbagliato guardare solo in una direzione». Ha aggiunto: «abbiamo il compito di coltivare al massimo la pianticella, non abbandono l'idea di una vocazione maggioritaria». In altri termini, Zingaretti dice: dobbiamo portarci dietro anche coloro che s’illudono che il partito democratico sia ancora un partito di sinistra, abbiamo bisogno dei loro voti per essere maggioranza.

Classi subalterne e radical-chic


Vedo di dire due cose a riguardo della stucchevole diatriba sull’uso della locuzione “classi subalterne”. Si tratta di un’espressione che designa la realtà quale essa si presenta effettivamente nelle nostre società di classe. Esempio il caso di un salariato qualsiasi, costretto dalla necessità a procurarsi i mezzi del proprio sostentamento a trascorrere le sue giornate dentro una fabbrica o altro luogo di lavoro, sotto il controllo di capi e capitetti, quindi a dover chiedere il permesso per recarsi in bagno, a dover rispettare orari e tempistica dei processi lavorativi, e tutto ciò e molto altro ancora per la maggior parte della sua esistenza. Come vogliamo chiamarlo questo tipo di lavoratore, non è forse egli, qualunque sia il suo reddito, un lavoratore subalterno? È vero che ogni tanto anche a queste classi di persone è concesso di recarsi alle urne per votare, dunque di sentirsi parte del cosiddetto “popolo sovrano”, tuttavia la condizione oggettiva di queste persone è quella della subalternità. Definire subalterne le classi sociali alle quali appartengono questi individui è pertanto un’espressione appropriata e anzi in certo qual modo eufemistica.

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Che cosa s’intende per radical-chic? Leggo: “Che riflette il sinistrismo di maniera di certi ambienti culturali d'élite, che si atteggiano a sostenitori e promotori di riforme o cambiamenti politici e sociali più appariscenti e velleitari che sostanziali”. Gad Lerner è un radical-chic? Certamente, anche se veste da stracciaiolo.

mercoledì 29 maggio 2019

Chi paga il pasto ai topi


Dal 2011 scrivo che “Roma non è solo sporca, è lurida”. Non è solo colpa dell’amministrazione comunale. Una signora che abita alla Caffarella mi diceva: noi romani siamo come quelli che si presentano a una cerimonia in ghingheri ma con le ciabatte ai piedi. Se gli abitanti di Roma si comportano in genere in tal modo, se le più alte autorità dello Stato e i rappresentanti del famigerato popolo non se ne occupano in prima persona, vuol dire che gli sta bene così. Quanto all’amministrazione comunale, diciamo che i suoi dipendenti s’adeguano ben volentieri.



Semmai verrà attuata la cosiddetta autonomia per le regioni del nord, i nodi verranno inevitabilmente al pettine. Tutti in una volta. Perciò dubito che una seria autonomia sarà mai concessa a chi paga il pasto anche ai ratti.

martedì 28 maggio 2019

Elezioni: tratti psichici e convinzioni ideologiche della classe media


Bisognerebbe chiedersi perché proprio nel momento del massimo trionfo del capitalismo su scala mondiale, nel momento in cui si schiudono immense possibilità di sviluppo in ogni campo, sia venuta a mancare, quale logico coronamento di tanti sforzi e drammi plurisecolari, un’esplicazione umanistico-comunitaria che veda l’uomo ordinatore di giustizia sociale all’interno di società finalmente pacificate.

Domandina non peregrina se si è capaci d’introspezione e non ci si nasconde dietro il frusto stereotipo di frasette tipo: “è il peggiore sistema ad eccezione di tutti gli altri”. E invece niente, si sconta l’instancabile riproposizione dei soliti temi (disoccupazione, disuguaglianza, povertà, crisi della rappresentanza, strapotere delle lobby, caduta demografica verticale, immigrazione, allarme per i cambiamenti ambientali, ecc.), accompagnati da ridondanti e paludate soluzioni, senza che mai vi sia un sussulto, una presa di distanze da un lealismo borghese che puzza di putrefazione.

Fingiamo meraviglia e scandalo perché la maggioranza di un paese affida illusoriamente al leaderismo carismatico la risoluzione dei problemi, ma le belle coscienze attente ai problemi nuovi che cosa hanno da proporre in alternativa dopo aver sposato le ragioni del capitale, la cui “etica” assoluta è quella della massimizzazione del profitto? Pensiamo davvero che le contraddizioni di questo sistema, dalle quali sortiscono irreversibili disastri umani e naturali, possano essere assorbite vuoi da un lato con misure fiscali più rigorose e una più equa distribuzione, vuoi dall’altro e paradossalmente con più mercato?

lunedì 27 maggio 2019

L'oscura fatalità



In Italia il 44 per cento degli elettori non ha votato. Questo dato dovrebbe pur significare qualcosa, e invece passerà sotto silenzio.

Ora prepariamoci a una settimana di baruffette televisive dove una volta di più sarà messa in mostra l’inconsistenza di pensiero del settore politico/mediatico specializzato e manipolato. Poi questa mousse continuerà le proprie vacanze e le feste altrove e fino a settembre, quando ricomincerà l’intrattenimento su flat tax, aumenti dell’Iva, spread, pensioni. E ovviamente sul grande tema delle elezioni anticipate.

Per il resto si tratta sempre dell’oscura fatalità della vita quotidiana, destinata a restare prevalentemente reazionaria.

sabato 25 maggio 2019

Il listino Calenda


Calenda Carlo un “nemico”? Per carità, sarebbe troppo onore per lui. È così involontariamente simpatico e sta benissimo con la lista del Pd. L’hanno piazzato nella circoscrizione Nord-Est sperando peschi qualche voto nel centrodestra.  L'uomo più adatto, messo nel posto giusto e nel momento più opportuno.

Cacciari non lo voterà? Ha detto che voterà Pd con preferenza ad altri due candidati. Uno è probabilmente Roberto Battiston, grande esperto di raggi cosmici, l’altra è sicuramente Laura Puppato, che se non eletta, com’è avvenuto la volta scorsa, favorirà l’elezione di Calenda capolista. Sono contenti così. Ringrazino babau Salvini che porterà un po’ di voti "antifascisti".

Nella lista Pd per le europee della circoscrizione Nord-Est sono quasi tutti ex ministri, sottosegretari, consiglieri regionali, sindaci, presidenti di provincia. Carrieristi, come Furio Honsell, consigliere regionale, o Achille Variati, già sindaco di Vicenza, semplicemente improponibile e non solo perché già DC e Margherita. Paolo De Castro, un tecnocrate, già con D’Alema e prima ancora nelle file del Partito Liberale Italiano. Elisabetta Gualmini? “La testa del Catteneo, guidata dalla politologa Elisabetta Gualmini, è con Renzi”. E così anche Isabella De Monte “da sempre vicina all’area politica di Matteo Renzi”. Francesca Puglisi, altra renziana. C’è anche, per non farsi mancare nulla, l’ex ministro Kashetu Kyenge, detta Cécile, che nel Triveneto spopolerà di sicuro. Maria Cecilia Guerra è stata al governo con Monti e Letta, poi è uscita dal Pd andando con Liberi e Uguali, quindi torna a candidarsi col Pd. Una quaglia. Di Alessandra Moretti non si può dire nulla che non sia già stato detto o pensato.

Nella lista del “nuovo” Pd, che dovrebbe guardare al “sociale”, non c’è un solo operaio, un artigiano, un lavoratore dei servizi, una partita Iva oppure foss’anche un qualsiasi pendolare trenitalia. Il più “proletario” sembra essere un insegnante di liceo, tale Antonio Silvio Calò, originario di Barletta, il quale ha dichiarato: «Voglio dare vita ad un’Europa che sia un porto aperto». Vuoi non candidare nel Triveneto un battutista così? Farà il pieno, ma non di voti. Come il Pd.

venerdì 24 maggio 2019

Il Parlamento europeo



Il Parlamento europeo è l’unica istituzione eletta direttamente dal popolo che di poteri legislativi reali ne ha davvero pochi (ad essere generosi) e di poteri d’iniziativa legislativa nessuno. Il potere legislativo resta nelle mani dell’esecutivo, cioè in quelle della Commissione europea e, in concreto, del Consiglio della UE (ossia il consiglio dei ministri europei, da non confondere con il Consiglio europeo). Nella Guida alla procedura legislativa ordinaria, si legge: “Il trattato attribuisce alla Commissione europea il monopolio quasi esclusivo dell'iniziativa legislativa (articolo 17, paragrafo 2, TUE)” (*).

Potrebbe stupire quindi che i candidati alle elezioni per il Parlamento europeo promettano ai propri elettori di farsi promotori di questa o quella legge. 

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La proposta di legge della Commissione è adottata dal Collegio dei Commissari sulla base di una procedura scritta (senza discussione tra i Commissari) o di una procedura orale (il fascicolo è esaminato dal Collegio dei Commissari).

Con la trasmissione simultanea della proposta al Parlamento e al Consiglio ha inizio la procedura legislativa ordinaria.  La Commissione può modificare o ritirare la sua proposta in qualsiasi momento, a determinate condizioni, fino a quando il Consiglio della UE non ha deliberato (vale a dire prima che il Consiglio adotti la sua posizione in prima lettura). Nel corso della procedura legislativa, la Commissione assiste i cosiddetti colegislatori fornendo spiegazioni tecniche e svolgendo un ruolo di mediatore durante i negoziati interistituzionali.

L'articolo 15 TUE stabilisce chiaramente che il Consiglio della UE non esercita funzioni legislative (checché ne dica Wikipedia), tanto è vero che “il Parlamento ha deplorato il fatto che alcune conclusioni del Consiglio riguardassero il contenuto specifico di taluni fascicoli legislativi, rischiando così di privare i legislatori della libertà di legiferare [??] come ritenevano opportuno”.

L'accordo interistituzionale “Legiferare meglio”, entrato in vigore il 13 aprile 2016,  istituisce una serie di iniziative e procedure (un sistema intricatissimo di rappresentanze e commissioni), nonché la revisione generale del regolamento interno del Parlamento, entrata in vigore il 16 gennaio 2017. In tal modo il Parlamento partecipa ai negoziati interistituzionali  rappresentato da una squadra negoziale

giovedì 23 maggio 2019

L’elettore ricordi



Tramite la formula Q = (V/N) (Q = quoziente di Hare, V = voti degli elettori, N = numero di seggi), si determina il coefficiente Q che servirà a stabilire il numero di voti necessari per ottenere un seggio. Quindi se un partito ottiene X voti, tramite la formula Y = X/Q si potrà calcolare il numero Y di seggi da assegnare. Il risultato di Y è spesso un numero non intero e la parte decimale rappresenta la parte del numero di seggi che non vengono assegnati col metodo della quota a quel partito. Per completare l'assegnazione si ricorre quindi al successivo metodo dei resti più alti.

La parte decimale di Y rappresenta la parte di seggi rimanenti e non assegnati dal metodo della quota. Sia YI la parte intera di Y. Con la formula R = X - (YI * Q) si ottengono il numero dei voti (R = il resto dei voti) che serviranno per calcolare la successiva assegnazione dei seggi. Ad ogni partito corrisponde un numero R: l'insieme di questi numeri, ciascuno associato ad uno specifico partito, verrà ordinato per valori decrescenti. Si procede quindi all'assegnazione di un seggio per partito (fra quelli rimasti non assegnati) a partire dal partito con maggior resto fino a quando non viene esaurita la disponibilità dei seggi non assegnati.

Pertanto, l’elettore ricordi, tra l’altro, il cosiddetto paradosso dell'Alabama, tipico se è utilizzato il metodo del maggior resto, come nel caso delle elezioni europee in Italia, appunto quello dei quozienti naturali e dei resti più alti.

Lunedì prossimo, guardando il risultato dei seggi assegnati, sarete sicuri che il vostro voto infine sia andato ad assegnare un seggio al partito che avete votato (tanto più se non ha raggiunto il 4%)?



martedì 21 maggio 2019

La mattina della presa della Bastiglia



Il nome del sociologo Jean Ziegler mi riporta a un passato per molti aspetti remoto ma ancora ben vivido nella memoria. Ricordo, per esempio, che la Rai, nel 1975, verso la mezzanotte del giorno di Ferragosto (!), trasmise un documentario che aveva ad oggetto proprio un lavoro di Ziegler sul ruolo delle multinazionali. Sempre in quell’anno lessi un suo libro, I vivi e la morte, su un tema molto diverso, quello dei cimiteri, che ha sempre avuto per me un fascino particolare, e non mi serve chissà quale pseudo dottrina psicanalitica per comprenderne le motivazioni. Molto anni dopo pubblicò La Svizzera lava più bianco, sul ruolo della Svizzera nel riciclaggio dei capitali “sporchi”.

Ritrovo Jean Ziegler citato in un post di Malvino, che riporta un estratto da un’intervista fatta al sociologo svizzero in merito al suo ultimo saggio (Was ist so schlimm am kapitalismus. Antworten auf die Fragen meiner Enkelin). Nel rispondere alle domande dell’intervistatrice (e della nipote Zohra), Ziegler osserva: “Ogni cinque secondi, un bambino sotto i dieci anni muore di fame. Secondo le Nazioni Unite, questo mondo potrebbe nutrire normalmente 12 miliardi di persone. Quasi il doppio della popolazione mondiale. Quando un bambino muore di fame è perché viene ucciso, e nessuno scende per strada per questo. Ein Skandal!”.

Ziegler rileva che le 500 maggiori società multinazionali hanno il controllo del 52,8% del prodotto nazionale lordo mondiale, dunque hanno un potere che nessuno su questo pianeta ha mai avuto. Il capitalismo, secondo il sociologo, è responsabile non solo della morte per inedia e malattie di milioni di bambini, ma anche del cambiamento climatico che sta sconvolgendo il pianeta. La sua proposta: “O distruggiamo il capitalismo o ci distruggerà” (Entweder wir zerstören den Kapitalismus, oder er zerstört uns).

domenica 19 maggio 2019

Ringraziate gli stronzi

(Con aggiornamento "napoletano").


Di tutti? È stata ed è la fonte principale delle vostre entrate, per secoli avete fatto pagare ogni tipo di cauzione. Ringraziate gli stronzi che lo riportano in vita. 



Il 28 maggio, e speriamo non piova.



Eccolo qua, fresco come una sardina nell'olio, ad offrirci un altro buon motivo per non votare (tantomeno Calenda & C.).



Si ritorna all'antico, un posto di lavoro in cucina.


Per fortuna ci sono anche loro  (pure di Napoli come la sardina, ma vuoi mettere?).

sabato 18 maggio 2019

Non solo immigrazione


La vice del Segretario di Stato USA, Ellen M. Lord, ha minacciato, in una lettera indirizzata all’Alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, che se l’UE, ossia il Fondo europeo per la difesa, continuerà a realizzare progetti di difesa autonomi, ci saranno conseguenze politiche ed economiche.

Il Fondo europeo per la difesa è stato creato su iniziativa della Commissione Europea, che ha proposto di aumentare gli investimenti nel campo della sicurezza del 40% nel periodo dal 2021 al 2027. Grazie agli investimenti l’Unione Europea conta di entrare a far parte dei quattro maggiori investitori nel campo della ricerca e delle tecnologie in ambito militare, tanto più che la Brexit ha privato Londra, per conto di Washington, del suo diritto di veto sui piani per un esercito europeo.

Affari e strategia vanno assieme, come sempre. Questa lettera di minacce rivela la condizione di effettivo e permanente vassallaggio dell’Europa nei confronti dell’”alleato” statunitense. Settantaquattro anni dopo la fine del II conflitto, Yalta non è ancora superata. Almeno per quanto riguarda i rapporti Europa-Usa. Washington non ha bisogno di mandare i propri carri armati per farsi obbedire (del resto le basi americane non schiodano dall’Europa nonostante la fine dell’Urss e del patto di Varsavia), sono sufficienti le minacce d’ordine economico-finanziario e di abbandonare l’alleanza NATO (*).

*

La Francia, con la sua inossidabile vocazione alla grandeur, è abituata a lavorare soltanto per il proprio vantaggio, essa calcola solo questo (basti citare la questione libica); l’Europa – di là delle dichiarazioni di principio – scompare ai suoi occhi (**). Nondimeno la Germania persegue il proprio disegno di potenza egemone e però dimostra l’incapacità di una politica generosa, dimentica, tra l’altro, degli aiuti politici ed economici ricevuti per la sua agognata riunificazione. L’Italia, strategicamente ed economicamente indispensabile, viene percepita con preoccupazione per la sua instabilità politica e finanziaria. E non a torto, visto anche il livello per così dire semantico cui è giunto lo scontro politico interno.

Pertanto, c’è da chiedersi che cosa voglia essere e diventare l’Unione Europea, condannata in realtà a non diventare mai quello che si vorrebbe essa possa e debba essere.


(*) L’Istituto Internazionale di Studi Strategici di Londra, certo una fonte non indipendente, stima in 110 miliardi di dollari gli investimenti necessari all’Europa per lo sviluppo di capacità navali e 357 miliardi per prepararsi alla guerra contro la Russia. Per quale motivo l’Europa dovrebbe fare la guerra alla Russia non è detto nel documento dell’IISS.

(**) Emmanuel Macron si è lamentato del siluro americano all’accordo nucleare iraniano (l’Iran è la seconda economia nel Medio Oriente, quarto produttore di petrolio al mondo e secondo per riserve di gas naturale, 80 milioni di abitanti di cui più del 60% sotto i 30 anni). In un vertice UE della scorsa settimana in Romania, ha dichiarato: “Innanzitutto, l'Iran non si è ritirato da questo accordo. Secondo, se l’Iran si ritira da questo accordo, sarà responsabilità degli Stati Uniti”. Nel gennaio 2019, Francia, Germania e Regno Unito hanno costituito INSTEX, Instrument for Support of Trade Exchanges, uno special purpose vehicle (SPV) per permettere alle proprie aziende di fare affari con l’Iran senza incorrere nelle sanzioni statunitensi. È stato progettato con lo scopo di convincere il governo iraniano a non affossare l’accordo sul nucleare concluso nel 2015. Lo SPV ha sede a Parigi ed è diretto dal tedesco Per Fischer, che in precedenza ha ricoperto il ruolo di direttore di Commerzbank.

Mercoledì scorso, la Spagna ha ritirato la sua fregata Méndez Núñez dal gruppo aeronavale a guida statunitense guidato dalla portaerei Abraham Lincoln, che si sta recando nel Golfo Persico per minacciare l'Iran.

mercoledì 15 maggio 2019

[...]



135 morti il giorno per infezioni ospedaliere. Qualche stronzo dirà che si tratta di un "valore relativo". 

In Germania le infezioni ospedaliere pare provochino dai 6.000 ai 15.000 morti l'anno, su una popolazione di 83 milioni (vedi qui). 

martedì 14 maggio 2019

Battere Salvini


L’ineffabile Rampini (dicono sia molto vicino a certi ambienti yankee, ma ovviamente non ci credo) si chiede come “battere Salvini”. Su come “batterlo”, un’idea l’avrei. Ad ogni modo per capire perché molti elettori delle regioni del nord votano Lega bisogna mettersi dal loro punto di vista, e sul perché Salvini raccolga voti anche al sud, bisogna tener conto della situazione locale, ossia sapere chi gestisce il voto in loco, per esempio da un lato Pomicino e dall’altro Arata.

Partiamo da un fatto concreto, ossia da una notizia del marzo scorso:

“Il Comune di Napoli ha individuato 22mila inquilini che risultano essere morosi, molti dei quali addirittura da 27 anni. Un «buco» da circa 160 milioni di euro”.

lunedì 13 maggio 2019

martedì 7 maggio 2019

Il capitalismo in stato avanzato


Prendiamo atto, di garbo o no, che non è possibile nessuna risposta politica che guardi al passato, nessuna possibilità di ripristino degli antichi equilibri tra le classi sociali, nessun ritorno a quell’epoca dove contraddizioni e aspirazioni trovavano nella piattaforma riformistica ricomposizione e agibilità. Per quanto ci riguarda direttamente, la fusione del maggior partito della sinistra con l’area moderata e cattolica ha prodotto semplicemente un’eterogenea convergenza elettorale, toccando il punto più basso con l’urticante vicenda del renzismo. Non deve perciò sorprendere che nuovi soggetti politici abbiano a modo loro colmato il vuoto.

Non era stato forse un giovane profeta a scrivere che la borghesia non può esistere senza rivoluzionare continuamente gli strumenti di produzione, i rapporti di produzione, dunque tutti i rapporti sociali? Ecco dunque che quando si parla di crisi della democrazia si deve intendere anzitutto la crisi dell’esperienza riformistica che ha subito uno scacco storico nella temperie della cosiddetta globalizzazione. Per contro, di un soggetto politico nuovo in un tempo nuovo, non v’è traccia; vale a dire di un soggetto politico che sia radicalmente alternativo, e dunque necessariamente e programmaticamente rivoluzionario quanto lo richieda l’ampiezza del cambiamento.

domenica 5 maggio 2019

La falce del tempo



Un tempo, ogni scolaretto sapeva che Napoleone da ragazzo ebbe a scrivere a riguardo di Sant’Elena: “Piccola isola nell’oceano Atlantico”. Sembrava proprio una storiella agiografica, ma in realtà essa racconta un fatto reale. Nel suo Atlante personale, lo studente Buonaparte scrisse effettivamente, a riguardo di Sant’Elena: “Piccola isola”.

Non so se Napoleone se ne rammentò quando la notizia della sua destinazione gli fu comunicata dall’ammiraglio Keith sabato 29 luglio 1815.

Come che sia, la sera del 2 agosto Napoleone invitò Las Cases, al quale in seguito detterà il Memoriale di Sant’Elena, nella sua cabina sulla nave inglese che li “ospitava”. Las Cases in passato era stato autore di un fortunato Atlante storico. Napoleone gli chiese notizie più precise sul posto verso il quale stavano per salpare. “Ma è proprio sicuro che io ci vada?”, si chiede all’improvviso Napoleone. Las Cases fruga tra i suoi ricordi di autore geografico. “Che potremmo fare in quel luogo sperduto?”, chiede ancora Napoleone. La risposta di Las Cases è pronta: “Vivremo del passato, Sire, c’è di che appagarci perché rileggerete voi stesso”. Napoleone comprende la situazione: “Bene! Scriveremo le nostre memorie”. E poco dopo: “Sì, bisognerà lavorare: anche il lavoro è la falce del tempo”.

Sant’Elena è effettivamente l’isola delle nebbie, un postaccio tutt’oggi. Pieno di topi, tra l’altro. Napoleone un giorno se ne ritroverà uno perfino dentro il suo celebre cappello bicorno.

*

Poteva finire diversamente la sua avventura? No, probabilmente. Tuttavia i dettagli sono importanti. La sua epopea avrebbe potuto chiudersi un po’ più in là e Waterloo rimanere un nome sconosciuto ai più.

Gli scontri di Quatre-Bras e Ligny non furono delle semplici schermaglie preliminari alla battaglia di Waterloo. Non lo furono per la violenza che essi rivelarono, per l’accanimento con il quale si combattè da entrambe le parti. Fece rabbrividire anche gli uomini più abituati osservare a sangue freddo gli orrori della guerra.

sabato 4 maggio 2019

Produttività del lavoro & salari



Sulla vexata quæstio produttività del lavoro & salari c’è una certa confusione sotto il cielo. La cosa non deve destare meraviglia visti i chiari di luna e che quasi a nessuno importa davvero. Provo dire due cose che abbiano senso e non siano troppo complicate, cioè partiamo da un esempio concreto letteralmente terra-terra.

Due cantieri edili dove si scavano delle fondamenta. Nel primo cantiere gli operai usano pala e piccone per scavare, nell’altro invece usano allo stesso scopo un mezzo meccanico, cioè una escavatrice. L’organizzazione del lavoro tra i due cantieri è diversa, poiché differenti sono i mezzi di lavoro e la quantità di manodopera necessaria. Nel secondo cantiere ciò si traduce in un netto risparmio di forza-lavoro dato dalla maggiore produttività del lavoro stesso grazie l’impiego di un mezzo tecnico incomparabilmente più evoluto di pala e piccone.

Infatti, a trarre vantaggio è l’impresa che effettua i lavori con tale macchina, poiché, pur investendo un maggiore capitale in mezzi di produzione, essa risparmia notevolmente sui costi della forza-lavoro, e in tal modo diventa più competitiva rispetto all’impresa che nello scavo impiega solo la forza delle braccia umane.

L’impresa meno competitiva non può far altro, per reggere in qualche modo la concorrenza “meccanizzata”, che ridurre i costi, anzitutto quelli salariali. Un tempo gli operai entravano in lotta a difesa dei salari, mentre oggi, di là di altre considerazioni, essi si trovano in una situazione di concorrenza sia con la manodopera immigrata e sia con imprese estere che a prezzi stracciati vincono gli appalti pubblici e privati.

Bisogna tener conto che il lavoro è parificato alle merci, e perciò è soggetto alle leggi che regolano il movimento generale dei prezzi, e che dunque il prezzo di mercato del lavoro, come quello di tutte le altre merci, si adatterà a lungo andare al suo valore.

In ultima analisi l’operaio non riceverà in media che il valore del suo lavoro, il quale si risolve nel valore della sua forza-lavoro, determinato a sua volta dal valore degli oggetti d'uso necessari per la sua conservazione e la sua riproduzione, valore che, infine, è regolato dalla quantità di lavoro necessaria per la loro produzione (*).

Se la quantità di lavoro necessaria per la produzione degli oggetti d'uso necessari per la conservazione e la riproduzione dell’operaio è data dal valore del suo lavoro con la pala e il piccone, va da sé che l’operaio dovrà lavorare per più tempo e con un salario più basso rispetto all’operaio che lavora con mezzi più moderni.

Per questo e altri motivi, parlare di salario minimo, tanto più a livello europeo, è alquanto stravagante. Il salario non è una variabile indipendente, piaccia o no, esso è correlato alla produttività del lavoro.


(*) Qui si astrae dal fatto che il valore della forza-lavoro è costituito da due elementi, di cui l'uno è unicamente fisico, l'altro storico/sociale, cioè secondo il tenore di vita tradizionale in ogni paese, ma anche questo, come vediamo anche ultimamente, è soggetto a scostamenti di congiuntura. Finora, nel tentativo di conservare fisicamente la “razza”, si stanno inventando un po’ di tutto in Italia e in Europa, compreso il reddito di cittadinanza e quello di sostegno alla povertà (non una novità storica), in ciò dimostrando: 1) cinismo; 2) illusorietà e stolidezza.

venerdì 3 maggio 2019

La resistenza comunista in Germania



Quando si parla della resistenza interna al regime nazista, il riferimento è pressoché scontato: si ha notizia del gruppo studentesco di Hans e Sophie Scholl, denominato Rosa Bianca e di orientamento marcatamente cattolico (uno dei motivi per i quali ha goduto di largo favore mediatico) e della congiura militare che ha condotto all’attentato a Hitler il 20 luglio 1944 (Circolo di Kreisau).

Dietro la bella figura del colonnello von Stauffenberg, un autentico antinazista secondo la vulgata (il libro di Thomas Karlauf, StauffenbergPorträt eines Attentäters, ci offre un diverso profilo biografico del colonnello), troviamo militari e politici reazionari che fino a quel momento avevano servito fedelmente Hitler, talvolta avendo contribuito direttamente a farlo salire al potere. Ciò che rimproveravano a Hitler, in ultima analisi, era di aver fallito nel progetto di costruzione della grande Germania e di condurla all’annientamento.

Vi sono storici che negano che fino al 1938 vi sia stato in Germania alcuna resistenza organizzata, e quanto agli operai scrivono che essi furono “incapaci di organizzare la benché minima resistenza efficace”. L’inesistenza di una resistenza comunista è opinione unanime, ma ciò è falso, e vi sono abbondanti prove di tale falsità. Così com’è fuorviante la tesi sulla effettiva denazificazione avvenuta nella Repubblica federale tedesca.

Questo si può misurare nel fatto che dopo il conflitto nessuno dei giudici che avevano pronunciato complessivamente decine di migliaia di condanna morte contro gli oppositori, tra il 1933 e il 1945, dovette rendere conto del proprio operato. Mentre qualsiasi giurista che avesse collaborato all’elaborazione all’applicazione della legislazione del III Reich veniva radiato dall’apparato giudiziario in Germania dell’Est, per contro 1.310 giuristi dei “tribunali speciali” nazisti erano stati reintegrati nei tribunali  della RFT. Tali “tribunali speciali” avevo pronunciato più di 50.000 condanne a morte. Costituiti nel marzo 1933, essi erano collocati al di fuori della giurisdizione ordinaria, al fine di “sterminare totalmente i nemici del III Reich”.

Ciò dovrebbe essere sufficiente come motivo per comprendere perché venga ufficialmente negata una opposizione reale di matrice comunista all’interno della Germania nazista. Inoltre, nel 1965, la Repubblica federale tedesca promulgò una legge di amnistia. Essa fu annunciata dal presidente della Repubblica federale, Heinrich Lübke, il quale era stato collaboratore della Gestapo di Stettino e direttore del lavoro concentrazionario a Peenemünde e Leau, un campo annesso a Buchenwald (naturalmente di questo ruolo le biografie ufficiali non parlano).

Scrive a tale riguardo T. Derbent, nel suo libro Resistenza comunista in Germania 1933-1945, Zambon editore, euro 8,90: «Così fu per giornalisti e storici, come per militari e giuristi. Tutti sono rimasti al loro posto. Non meraviglia, dunque, che la storiografia tedesco-occidentale si sia accanita a nascondere la resistenza comunista per poter alimentare la tesi “siamo stati tutti abusati da Hitler, tutti vittime di Hitler”». Solo la resistenza comunista ha ingaggiato contro il regime nazista tutte le forme di lotta possibile (propaganda, sabotaggio, guerriglia, spionaggio, lotta sindacale eccetera).