lunedì 19 febbraio 2018

Ogni tanto ci provo



Che cos’è rimasto del comunismo del Novecento? L’idea che fosse la soluzione sbagliata a dei problemi reali. Porsi una domanda è viepiù necessario: si possono definire comuniste delle società burocratiche fondate sul dominio statale nazionale, dove tutto e tutti obbediscono alla logica di quella realtà, secondo gli interessi particolari imposti dal grado di sviluppo del paese?

Come poteva venire in mente a Lenin e agli altri bolscevichi, pur nella temperie di quegli anni, di parlare di rivoluzione mondiale laddove più di tre quarti dell’umanità viveva ancora in società in gran parte semifeudali, se non più arretrate? L’internazionalismo poteva appartenere alla burocrazia dello Stato russo-sovietico solo come proclamazione illusoria al servizio dei suoi reali interessi



Eppure Lenin aveva studiato Marx, se non altro quello del Capitale, che non è poca cosa, anche se nei Grundrisse (pubblicati solo alla fine degli anni Trenta) avrebbe potuto trovare altri spunti di riflessione riguardo a questioni essenziali. Né conosceva le lettere preparatorie di Marx, in risposta a Vera Zasulič, sull’obščina, dalle quali sappiamo con certezza che Marx riteneva impraticabile la costruzione del socialismo in un solo paese e per giunta nelle condizioni feudali della Russia. Lenin conosceva altresì gli scritti di Engels, ad eccezione (ma non si tratta di un’eccezione priva d’importanza, tutt’altro) della Dialettica della natura.

Lenin scrisse importanti lavori dove riflette sui reali processi del capitalismo nella sua fase imperialistica, così come fu autore di altri scritti che riguardano la teoria della conoscenza, ed era perciò ben consapevole di ciò che aveva scritto Engels:

«La dialettica si riduceva in questo modo alla scienza delle leggi generali del movimento, tanto del mondo esterno quanto del pensiero umano: a due serie di leggi, identiche nella sostanza, differenti però nell'espressione, poiché il pensiero umano le può applicare in modo consapevole, mentre nella natura e sinora per la maggior parte anche nella storia umana esse giungono a farsi valere in modo incosciente, nella forma di necessità esteriore, in mezzo a una serie infinita di apparenti casualità (Ludwig Feuerbach e il punto d'approdo della filosofia classica tedesca, E.R. p. 58)».

Il pensiero umano le può applicare in modo consapevole, dice Engels, e tuttavia il fatto che noi conosciamo – grazie al lavoro scientifico di Marx – le leggi di movimento del modo di produzione capitalistico, le quali agiscono come leggi di natura, non significa ancora che le dominiamo e che possiamo volgerle ai nostri scopi.

Errore esiziale è credere che mutando la forma giuridica dei rapporti economici, ossia procedendo al mero passaggio dalla proprietà privata a quella statale dei mezzi di produzione, ipso facto vengano a modificarsi i presupposti essenziali del rapporto tra capitale e lavoro, così come altri tipi di rapporti economici e sociali (*).

Scriveva Marx al riguardo, in Per la critica dell’economia politica: «Una formazione sociale non perisce finché non si siano sviluppate tutte le forze produttive a cui può dare corso; nuovi e superiori rapporti di produzione non subentrano mai, prima che siano maturate in seno alla vecchia società le condizioni materiali della loro esistenza».

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Da questo lato, poco importa se i possessori delle condizioni di produzione siano singoli capitalisti, oppure se il controllo diretto di tali condizioni faccia capo a una gerarchia di burocrati statali il cui unico diritto poggi sulla menzogna ideologica che la proprietà appartiene al popolo, pur se questa bugia non era più creduta da nessuno.

La proprietà statale, al pari della proprietà privata, maschera il reale rapporto di dipendenza che viene costantemente rinnovato attraverso la compravendita di forza-lavoro. Pertanto, lo specifico rapporto di dipendenza e asservimento del lavoro, di proprietà su di esso, continua a manifestarsi come momento immanente del dominio di una classe, in questo caso di un apparato burocratico, sulle altre.

In tale quadro va visto anche il fallimento del tentativo di eguagliare l’abbondanza mercantile dell’occidente, laddove tale pretesa è ostacolata proprio dal fatto che una simile abbondanza ha come presupposto l’estesa libertà d’investimento. Che poi si tratti, sul piano sociale, di una libertà unilaterale, tuttavia essa rimane inconciliabile con l’ideologia burocratica del partito-Stato.

Scriveva Marx fin dall’Ideologia tedesca: « […] in tutte le rivoluzioni finora avvenute non è mai stato toccato il tipo dell’attività, e si è trattato soltanto di un’altra distribuzione di questa attività, di una nuova distribuzione del lavoro ad altre persone […] ».

Tutte le trasformazioni avvenute nei modi di produzione precedenti non hanno mutato sostanzialmente i rapporti di produzione, limitandosi a sostituire una forma di proprietà ad un’altra, una forma di sfruttamento con un’altra: dalla proprietà schiavista, alla proprietà feudale, alla proprietà borghese, alla proprietà di Stato; dallo sfruttamento degli schiavi, degli affittuari regi, dei coloni, allo sfruttamento dei servi della gleba, allo sfruttamento del lavoro salariato nelle forme della produzione moderna (**).

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I risultati raggiunti dello sviluppo della scienza e della tecnologia spalancano la possibilità di arrivare a una discontinuità qualitativa epocale, a cominciare dal processo di automazione integrale e autoregolato nell’ambito della produzione. Già oggi noi vediamo, nonostante le oggettive contraddizioni frapposte dai processi di valorizzazione capitalistici e dal monopolio, come sempre meno il lavoro vivo si presenti come incluso nel processo di produzione, e quanto piuttosto sia l’uomo a porsi in rapporto al processo di produzione come sorvegliante e regolatore.

Se le dinamiche in atto ci indicano un possibile desiderabile per l’umanità, tuttavia essa si trova sotto un’offensiva strategica dotata di strumenti pervasivi potentissimi per fiaccare ogni volontà di lotta e favorire invece la rassegnazione e la passività. Con una disoccupazione di massa non più assorbibile, l’insufficienza di misure e mezzi per affrontarla, e un conflitto sempre più aperto e aspro tra entità imperialistiche contrapposte, la borghesia non si farà alcuno scrupolo di alzare il livello dello scontro e la minaccia di ecatombe.

C’è un solo modo per contrastare il disegno criminale della borghesia e dei suoi servi, e ciò dipende ancora una volta e sempre più dall’attività sociale degli uomini, dalla lotta di classe, che però dev’essere aggiornata nelle forme e nei metodi, anche perché le nuove tecnologie aprono nuove possibilità sul piano della mobilitazione e delle pratiche antagoniste.

(*) La rivolta degli schiavi guidata da Spartaco ha fatto epoca, però non sarebbe sensato pensare che essa potesse realmente mutare i rapporti di produzione allora vigenti e prevalenti. Viceversa Abramo Lincon poté legiferare per l’abrogazione della schiavitù poiché il mantenimento di tale forma di sfruttamento non era più conveniente come un tempo e riguardava una dimensione marginale dell’economia, ancorché localmente importante.

Oggi viviamo in un periodo di transizione dove la tendenza allo sfacelo dei rapporti di produzione vigenti è ormai chiara e sotto gli occhi di tutti, e tuttavia nuovi rapporti stentano ad imporsi, e ciò è dovuto a diversi fattori. Uno di questi, a mio avviso, riguarda l’idea – per quanto le idee posseggano di per sé forza relativa – che il capitalismo costituisca la forma economica definitiva, mentre dovremmo piuttosto chiederci e rendere comprensibile perché, e fino a oggi, il capitalismo non sia stato ancora superato. Nel mio piccolo blog e con le mie – francamente – modeste forze ogni tanto ci provo, contando sulla pazienza dei lettori che sono arrivati a leggere questo post fino in fondo.

(**) La schiavitù si mantenne attiva nelle forme dell'antica fino alla fine del X secolo in Europa settentrionale, e fino al secolo XI in quella meridionale, senza contare la tratta degli schiavi slavi lungo tutto il Medioevo, e il massiccio impiego di schiavi sia da parte islamica che da parte europea fin dentro l'epoca moderna.

12 commenti:

  1. Riesco ad arrivare sempre alla fine di ogni post.
    Grazie per il tuo lavoro

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  2. Uno dei punti incontrovertibili di ogni futura (e speriamo prossima) lotta di classe è che essa o sarà internazionale o non sarà, giacché oltre a superare (rivoluzionare) il modo di produzione, occorre anche superare il concetto di nazione, sul quale fa tanto affidamento (e non a caso) l'ideologia borghese.

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  3. Cara Olympe,
    la domanda con cui chiudi questo post è inquietante.
    La storia umana per quel poco che ne so ,non è mai lineare.
    Per altri versi ,sembra "trapassare" da un mito all'altro, dove però ,ovviamente, la "funzione" rimane costante ,indirizzata dove serve.
    Leggevo infatti di Sorel che, deluso dal mito della classe, trasferì il tutto in quello della nazione con i risultati che ben si conoscono.
    Rimane quindi ,oggi, il dubbio di chi siano i "detentori" del potere di raccontarci "nuove storie" (racconti).
    Sappiamo delle Big-data che ci portano a quella che tu chiami discontinuità qualitativa epocale con la riduzione (direi esponenziale),del lavoro vivo.
    La loro "potenza" si materializza in sempre più sofisticati algoritmi che si nutrono di sempre più grandi masse di dati forniti da noi stessi.
    La fantascienza è alle porte, mi domando a volte se non sia il caso di studiarla.
    I temi che tu poni nel Blog e gli interventi che ne seguono, possono apparire a volte ,data l'assoluta disparità di forze, come forma di atarassia ,anche se permane sempre una operazione di debunking.
    Infine ,però ,resta sempre la curiosità di sapere come faranno a risolvere questa nuova Enorme e per certi versi inedita Contraddizione, la Tua ipotesi, mi pare condivisibile.
    E condivisibile mi pare pure un costante aggiornamento : proviamoci sempre !
    L'altro giorno , cercando un Concessionario di Auto, mi sono chiesto : ..se un giorno abolissero le indicazioni stradali come "obsolete", correrei il rischio di dovere per forza comprare un'auto dotata di navigatore (soluzione già perfino vecchiotta),sempre però più costosa.
    Ci fregano con gli accessori.

    un saluto

    caino

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  4. Mi unisco ai ringraziamenti e ai complimenti. La seguo in silenzio ormai da tempo e la ringrazio per condividere questi post.

    Marco

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  5. Volevo scrivere un semplice “grazie”, ma sono stato preceduto. :-)

    Hans

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  6. Grande post, come sempre.

    A mio avviso il capitalismo non è stato ancora superato perché ha studiato bene le lezioni del passato (non è fatto solo da cafoni arricchiti e ignoranti, ma contiene anche fini intelligenze) e ha individuato le falle dei sistemi precedenti, quelle che li hanno portati a scomparire. Disponendo di mezzi e capitali virtualmente infiniti e delle più recenti e sviluppate dottrine sul controllo delle masse, quelle falle le ha tappate. Bisogna vedere se e quando se ne apriranno di nuove e impreviste.

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    1. posso essere anche d'accordo, però cercherei di non soggettivizzare (perdona il termine) troppo il capitalismo.
      ciao e un abbraccio

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