giovedì 11 gennaio 2024

La verità della vita

 

Ascolto, leggo: il ricorso furioso ai luoghi comuni e le classificazioni con aria di giudizi definitivi sono diventati così frequenti che mi passa la voglia. Anche i miei luoghi comuni, sia chiaro. Gli apparatchik culturali: ogni periodo ha le sue tribù e ogni tribù ha le sue parole. Identitari e sdraiati, da qualunque parte provengano pretendono di imporre un ordine, il loro ovviamente. Abbuffarsi di polemiche e lamentarsi perché un governo insolente e di merda sta legittimando i fascisti, cioè lo zoccolo duro del suo elettorato.

Giornalisti che intervistano giornalisti che intervistano altri giornalisti, mantenuti dai maggiori sottoscrittori della politica e dei media. Attivisti che vogliono possedere certe qualità che credono essere specifiche, che li distinguono. Piccoli dettagli, incespichi verbali, li rivelano per quello che sono in realtà. Mi chiedo: avranno mai a che fare con una caldaia rotta, una tubatura che perde, una bolletta che non posso pagare, una casa da riordinare e pulire, vicini che rompono il cazzo, qualcosa che li riporti alla verità della nostra vita?

mercoledì 10 gennaio 2024

Il problema non è la destra

 

Hanno scoperto, quasi all’improvviso, che i fascisti sono fascisti. Tuttavia insistono con dei distinguo: non credo che quella o quello siamo fascisti, mentre quegli altri, pochi, sono dei cretini. Quindi la chiacchiera su definizioni puramente formali, l’inflazione terminologica del termine fascista: neofascismo, protofascismo, post-fascismo, eccetera.

Non il fascismo ideologizzato, che nelle sue concretizzazioni storiche non se n’è mai andato, bensì il fascismo di massa come semplice movimento politico reazionario. Relegato per decenni ai margini del dibattito politico a causa del suo apparente anacronismo, oggi il fascismo fa leva sul malcontento sociale e guadagna terreno e inaspettate forme di legittimazione.

Quello attuale non è dotato di un proprio corpo dottrinale, attinge al passato e per il resto s’arrangia alla giornata con posture e pulsioni ben rappresentate da un Salvini o un Lollobrigida, per dire. Agiscono tutti in un contesto sociale e ideologico omogeneo.

La crisi dell’ordine esistente, la crisi del liberalismo e del riformismo, l’inesorabile regressione dei partiti tradizionali. Il veder peggiorare la propria condizione, il crollo della fiducia e della speranza che qualcosa maturi in meglio. Ma non basta, bisogna essere chiari fino in fondo: l’inesistenza di una proposta per l’alternativa.

Poi, come dice Massimo Cacciari, viene il deficit culturale. Anche questo non casuale. Quando dicevo provocatoriamente che Bella ciao è solo una canzonetta innocua, qualcuno storse il naso. Tra un po’ la destra rivaluterà Gramsci, anzi pare che già ora da quelle parti vi sia qualche tentativo (non fu lui che elaborò un’alternativa alla crisi dello Stato liberale?). Non è arrischiato dire che potrebbero trovare qualche cosa di utile per loro spulciando perfino in Marx (vedere cosa accade in Germania con Sahra Wagenknecht).

Il problema non è la destra ma l’estinzione della sinistra.


martedì 9 gennaio 2024

Chi saprà approfittarne?

 

Durante le varie fasi della rivoluzione industriale, l’innovazione tecnologica, ossia le nuove macchine e tecniche che riducevano la quantità di lavoro necessaria per unità di prodotto, ebbe sicuramente un impatto sull’occupazione (vedi il celebre caso del luddismo), ma non quanto le crisi cicliche, spesso lunghe e gravi.

L’ultima grande crisi economica, per estensione, profondità e durata, va sotto il nome di Grande Depressione, che segnò drammaticamente gli anni Trenta del Novecento. Essa fu superata, seppure con difficoltà, dal massiccio intervento dello Stato nell’economia e, soprattutto, per i giganteschi investimenti nella produzione bellica.

Nel dopoguerra, la ricostruzione, le straordinarie performance dell’automotive e dei prodotti elettromeccanici, l’esplosione dei consumi di massa, garantirono trent’anni di grande sviluppo industriale, e quello tecnologico non ebbe effetti sull’occupazione, tanto che fu possibile assorbire decine di milioni di ex lavoratori delle campagne.

Già a partire dagli anni 1960 e ancor più degli anni 1970 si assiste a una nuova fase dello sviluppo tecnologico che va sotto il nome di “automazione”. Il sistema di fabbrica subì una profonda trasformazione, con un forte calo degli addetti L’impatto sull’occupazione della robotica e dell’informatica fu tuttavia mitigato dalla grande espansione del settore terziario e quaternario (*).

Ancora negli anni 1970 si potevano trovare figure lavorative archetipiche, come la dattilografa e il contabile, ma già nel decennio successivo quelle stesse figure rappresentavano un anacronismo. Dall’elettromeccanico tradizionale si è passati a tecnologie basate sulla microelettronica, la diffusione di sua maestà il computer, quindi il salto dall’analogico verso il digitale, poi dai floppy disk via via fino al cloud, dal gettone ai cellulari e ora agli smartphone, nell’insieme lo sviluppo di nuovi canali di comunicazione

Questa trasformazione tecnologica ha avuto un decisivo impatto sulla struttura dei posti di lavoro, dunque sull’occupazione, sulle condizioni di lavoro e sui rapporti salariali, ovviamente anche sugli incrementi di produttività e sull’orario di lavoro. Tuttavia altri fattori di segno opposto sono intervenuti in modo che la disoccupazione non è diventata, fino ad ora, un fenomeno di massa: l’emigrazione, questa volta non solo di braccia ma anche di teste; la precarizzazione del lavoro; il progressivo decremento demografico fino al crollo delle nascite attuale.

Tali fenomeni sociali, se in parte mitigavano gli effetti di una potenziale disoccupazione di massa indotta dalle nuove tecnologie, dall’altro creavano nuove situazioni problematiche: la carenza di figure professionali di alto livello; l’irrompere di nuove povertà; lo sbilanciamento del rapporto demografico tra giovani e anziani, con varie ricadute, anche sul fronte della spesa pubblica.

Siamo ora all’inizio di una nuova fase dello sviluppo tecnologico, l’ascesa vertiginosa della nuova tecnologia “intelligente” cambierà in modo significativo il panorama del mercato del lavoro. Le competenze che sono rilevanti oggi potrebbero non esserlo più già domani, e dunque ci aspettano decisive ricadute sul piano sociale. Questa volta l’impatto sull’occupazione non interesserà principalmente la forza-lavoro generica (tipo le cassiere dei supermercati), di media o bassa istruzione, ma anche, se non soprattutto, la forza-lavoro degli ambiti professionali più spiccatamente intellettuali e specializzati (si veda già cosa accade nelle banche). È probabile, per esempio, che non sentiremo più da parte di molti giornalisti parlare di “distruzione creativa”, perché ad essere distrutti, tra gli altri, saranno proprio i loro posti di lavoro (**).

Tra l’altro, già oggi i dividendi tecnologici (superprofitti) sono distribuiti in modo non uniforme (eufemismo) tra le aziende. I grandi gruppi monopolistici stanno sfruttando appieno le nuove tecnologie, a differenza di molte piccole e medie imprese che incontrano difficoltà per adattarsi alle costose nuove tecnologie.

Siamo solo agli inizi di una nuova fase storica, il vecchio operaio-massa, inteso quale soggetto interessato al radicale rovesciamento del sistema, appartiene al passato. Altre e diverse figure sociali, in bilico tra lo status attuale e la proletarizzazione, si presenteranno sul palcoscenico del dramma capitalistico. La loro ideologia è improntata alla conservazione e anche alla reazione, ma, sotto l’incalzare degli eventi potrebbero volgersi da tutt’altra parte. Dal punto di vista politico, chi saprà approfittarne?

(*) Il legame tra progresso tecnico e diminuzione della quota di lavoro necessario risponde alla legge fondamentale del modo di produzione capitalistico, scoperta da Marx, che riguarda il saggio del profitto (da non confondere con il saggio di plusvalore).

(**) La questione di quello che potrebbero fare le nuove macchine “intelligenti”, è mal posta. Una macchina, per quanto possa essere potente nei suoi processi di calcolo, resterà sempre una macchina. Il problema va visto da un altro punto di vista, e riguarda in genere la scienza e la tecnologia nel loro insieme: l’impiego e il controllo capitalistico e politico di tali potenti mezzi.

lunedì 8 gennaio 2024

Esterno giorno

 

Nonostante il fatto nella sua realtà storica si sia esaurito, ieri sera è stata aggiunta un’altra vagonata d’immondizia sul cosiddetto caso Moro. Pagliacci.

Non esistono segreti su via Fani o sul luogo di detenzione del prigioniero. Semplicemente non sta in tasca che un gruppo di proletari, motivati e determinati, abbia portato a termine un’operazione certamente complessa ma non impossibile.

Se segreti vi sono, essi riguardano la gestione della crisi da parte del potere, governo (Cossiga è Macbeth) e partiti politici (personaggi tanto lamentosi quanto sinistri, gerarchi della Democrazia Cristiana cinici e codardi che sfilano davanti alla moglie di Moro per essere perdonati in anticipo per il fatto che lo sacrificheranno sull’altare della strumentale “ragion di Stato”), quindi gli inossidabili e osceni stalinisti, mostri infantili di “nessuna trattativa, e poi ancora gli apparati e le solite organizzazioni collaterali a mischiare le carte.

Papa Paolo VI, per il quale il denaro è “l’escremento del diavolo”, è stato in quel frangente l’ultimo ladro che si rifiuta di dire le parole che potrebbero aiutare a salvare la vittima.

Non serve ricamare sui memoriali e le testimonianze di questo o quell’altro, se onestamente si ha di mira la verità e non le suggestioni e le fantasie. È necessario tenere sempre presente che la verità, come le forme che la portano, evolve nel tempo. Pertanto, il testimone più attendibile di quel momento è proprio l’onorevole Aldo Moro, l’artefice del “grande compromesso”; è sufficiente leggere attentamente le sue lettere, laddove l’uomo Moro parla, esprime il suo odio verso chi lo ha abbandonato.

Le Brigate Rosse hanno fatto il lavoro che molti si aspettavano da loro. Questo è stato il loro errore.

domenica 7 gennaio 2024

Bastasse quello ...

 

Un’occhiata alla top ten dei libri più venduti secondo il domenicale del Sole 24 ore: i primi nomi sono di Fabio Volo, Aldo Cazzullo, Marco Travaglio (che scrive di cose che non conosce abbastanza e quelle che sembra conoscere le travisa), quindi Gerry Scotti e, in risalita dei tombini, l’immarcescibile Vespa Bruno. Tutto perché ti passi la voglia di leggere, se non quello che è stato pubblicato molto tempo fa.

Sempre nell’inserto del Sole 24 ore, leggo che si vorrebbe ridare vita al teatro San Cassiano a Venezia. Un teatro importante, ci racconta Carla Moreni, poiché fu il primo teatro d’opera, nel 1637. Ovviamente non nella sede originaria, posto che ora è il giardino di un palazzo. Quindi nella sede dell’ex Provveditorato agli studi di Venezia, di proprietà della provincia, in vendita a 12,5 milioni di euro. Gran parte di quei soldi serviranno alla provincia a pagare stipendi. Ad ogni modo, sempre meglio che un altro brutto albergo. L’architetto designato è Jon Greenfield, lo stesso del “new Globe”, di Londra. La società incaricata della progettazione è la Hamson Barron Smith, specializzata in inquietanti casette britanniche e palazzetti osceni. Riusciranno i nostri eroi ad arricchire Venezia di un’altra merdata? Carla Moreni dice: “Ve lo racconteremo. Incrociamo le dita”. Bastasse quello ... .

Neanche il tempo di un pompino.