L’ho
già scritto più volte: l’anticapitalismo, di per sé, ha poco o nulla a che
vedere con il marxismo. Anche i simpatici nostalgici di CasaPound si
definiscono anticapitalisti. Anche i cosiddetti “rosso-bruni” lo sono. Attribuire
tutti i mali sociali al capitalismo, farne il responsabile ontologico, e per converso fare del comunismo una specie di teodicea, di
risoluzione definitiva di ogni contraddizione sociale e nequizia umana, sono
idee che nulla hanno a che fare con una concezione materialistica e dialettica
della storia.
Per
avere contezza di questo fatto è sufficiente leggere già uno dei primissimi
scritti di Marx ed Engels, un’opera divulgativa e propagandistica che non aveva
alcuna pretesa scientifica benché contenesse già alcune delle idee che i due
svilupparono più compiutamente in seguito:
si tratta del Manifesto del partito
comunista. In esso esprimono chiaramente il senso del movimento storico, e
mettevano in luce come il modo di produzione capitalistico, in quella fase,
avesse una funzione economicamente espansiva e politicamente progressiva:
La grande industria ha creato
quel mercato mondiale, ch’era stato preparato dalla scoperta dell'America. Il
mercato mondiale ha dato uno sviluppo immenso al commercio, alla navigazione,
alle comunicazioni per via di terra. Questo sviluppo ha reagito a sua volta
sull'espansione dell'industria, e nella stessa misura in cui si estendevano
industria, commercio, navigazione, ferrovie, si è sviluppata la borghesia, ha
accresciuto i suoi capitali e ha respinto nel retroscena tutte le classi
tramandate dal medioevo.
Vediamo dunque come la
borghesia moderna è essa stessa il prodotto d’un lungo processo di sviluppo,
d'una serie di rivolgimenti nei modi di produzione e di traffico. Ognuno di
questi stadi di sviluppo della borghesia era accompagnato da un corrispondente
progresso politico.
E
arrivavano a sostenere questa lapidaria tesi:
La borghesia ha avuto
nella storia una parte sommamente rivoluzionaria.
Marx ed Engels mettevano subito in chiaro come la borghesia, da ceto
oppresso sotto il dominio dei signori feudali, fosse pervenuta infine, dopo una
lunga lotta secolare e con la creazione della grande industria e del mercato
mondiale, “alla
conquistata del dominio politico esclusivo dello Stato rappresentativo moderno”.
E come il potere statale moderno “non sia che un comitato che amministra gli affari comuni
di tutta la classe borghese”.
Da rivoluzionaria la borghesia si è fatta conservatrice e al bisogno apertamente reazionaria.
Marx
non si ferma ovviamente a queste enunciazioni, ma nei suoi studi di economia
politica, nella sua critica della stessa, viene a porre in luce le
contraddizioni immanenti alle leggi di sviluppo del capitalismo, e trae la
conclusione che anche questo modo di produzione, così come quelli che l’hanno
preceduto, è transeunte. Mostra come il capitale, nel suo processo di
valorizzazione basato sull’estorsione del plusvalore, tenda a un certo grado del suo sviluppo a trovare un limite in se
stesso, e come la condizione dello sviluppo della ricchezza generale venga a
cessare e la produzione basata sul valore di scambio crolli (*).
Ed
è ciò a cui noi assistiamo ogni giorno, anche se non ce ne avvediamo fino in
fondo e imputiamo la crisi storica del capitalismo, i suoi picchi di crisi
sempre più ravvicinati, ai più vari fenomeni, bensì reali e altre volte solo
immaginari, e tuttavia in ogni caso non decisivi e non altrettanto fondamentali
quali la sempre più accentuata difficoltà di valorizzazione del capitale nella
sfera della produzione del valore.
E
tutto ciò, da un punto di vista della critica dell’economia politica, non ha
nulla a che fare con l’anticapitalismo, specie quello di maniera. In tal senso,
essere anticapitalisti è come essere antigravitazionali, contrari alla legge di gravità. Da un punto di
vista della prassi politica, invece, ha senso una posizione di classe, di
critica e di lotta, antiborghese. Laddove, per ripetere le citate parole di
Marx, la borghesia rappresenta la classe sfruttatrice che domina economicamente la società e
politicamente lo Stato nella sua finzione (finzione!) rappresentativa degli interessi
comuni.
(*)
Marx mostra tutto ciò da un punto di vista strettamente
scientifico, non filosofico. Nessun economista, nessun pubblicista, nessun
sociologo o cianciarone, nessun borghese che in vario modo pontifichi su “ciò
che ha detto Marx”, ha davvero interesse di occuparsi, e dunque di studiare di prima mano, le leggi di movimento
del capitale scoperte dal più grande studioso e critico dell’economia politica.
Costoro e coloro che gratis fanno da coro, hanno tutti interesse, per un
vero o per l’altro, o anche per tutti i versi, a difendere questo sistema che
da progressivo si è trasformato, a causa delle sue leggi intrinseche, in regressivo,
distruttivo e iniquo.