sabato 6 febbraio 2016

Se il pesce non abbocca, non è colpa del pesce


Quello che segue è un post tecnico adatto a tutti, compresa la terza elementare. Richiede cinque minuti circa per essere letto, e a taluno questa potrà sembrare una fatica incongrua, non meno di altre.

* * *

La domanda non riparte, i consumi sono deboli, la famosa crescita è una chimera e non solo in Italia, ma ovunque. Quella che negli anni scorsi è stata scambiata per una ripresa fu in realtà un breve sussulto, un rantolo. La stagnazione è la febbre, di cui solerti diagnosti raccontano di tutto con corredo di tabelle, grafici, “algoritmi”, e ogni altro ausilio di persuasione. Della malattia invece nada, sulla causa fondamentale della crisi siamo ancora, nella migliore delle specie, alla teoria del “morbo”.

Se le reali cause della crisi fossero legate semplicemente alla domanda, basterebbe favorirla. Come dava da intendere anche quel furbacchione di Keynes, il quale negò quanto avevano sostenuto Say e Ricardo, e cioè che l’offerta crea la domanda. È necessario un “modello” più aderente alla realtà, scrisse, che prenda atto dello squilibrio domanda-offerta. Ed è a questo punto che nasce la famosa “legge psicologica”, corroborata, come si conviene nei casi in cui la parola non basta, da una serie di: D1 + D2 = φ (N), dove φ è la funzione di offerta complessiva … e via di questo passo.

venerdì 5 febbraio 2016

La minaccia più grave e incombente


Il tema della pace e della guerra non coglie interesse. La politica estera è quanto di più lontano da noi. Non si tratta solo di provincialismo. Sull’altra sponda del Mediterraneo (mare nostrum, dissero) la presenza della guerra ha punteggiato tutta la nostra epoca, la sua recrudescenza ha raggiunto livelli di barbarie assoluta e tuttavia il nostro sostanziale interesse è nullo, destato solo quando ci lascia la pelle un qualche nostro connazionale o perché i profughi bussano alla porta. Allora per qualche giorno se ne parla tra una réclame e l’altra.

Normalmente tengono banco questioni ben più cruciali, come quelle culinarie. Salvo l’interesse per le quattro banche recentemente fallite, la cui vicenda ha toccato sul vivo migliaia di persone ignare di dove andassero a sotterrare i propri zecchini. In questo momento, mentre sto scrivendo, alla radio, incidentalmente (?), il discorso è scivolato sulla pasta. Eppure – e chiudo la parentesi – in questo paese ci si nutre sempre peggio anche se in genere con sovrabbondanza, assecondando anzitutto noti interessi commerciali e poi quello dei cosiddetti dietologi.

giovedì 4 febbraio 2016

Spartacus non era anticapitalista, ma anche la sua era lotta di classe


In margine a questo articolo.

L’ho già scritto più volte: l’anticapitalismo, di per sé, ha poco o nulla a che vedere con il marxismo. Anche i simpatici nostalgici di CasaPound si definiscono anticapitalisti. Anche i cosiddetti “rosso-bruni” lo sono. Attribuire tutti i mali sociali al capitalismo, farne il responsabile ontologico, e per converso fare del comunismo una specie di teodicea, di risoluzione definitiva di ogni contraddizione sociale e nequizia umana, sono idee che nulla hanno a che fare con una concezione materialistica e dialettica della storia.

Per avere contezza di questo fatto è sufficiente leggere già uno dei primissimi scritti di Marx ed Engels, un’opera divulgativa e propagandistica che non aveva alcuna pretesa scientifica benché contenesse già alcune delle idee che i due svilupparono più compiutamente in seguito: si tratta del Manifesto del partito comunista. In esso esprimono chiaramente il senso del movimento storico, e mettevano in luce come il modo di produzione capitalistico, in quella fase, avesse una funzione economicamente espansiva e politicamente progressiva:

La grande industria ha creato quel mercato mondiale, ch’era stato preparato dalla scoperta dell'America. Il mercato mondiale ha dato uno sviluppo immenso al commercio, alla navigazione, alle comunicazioni per via di terra. Questo sviluppo ha reagito a sua volta sull'espansione dell'industria, e nella stessa misura in cui si estendevano industria, commercio, navigazione, ferrovie, si è sviluppata la borghesia, ha accresciuto i suoi capitali e ha respinto nel retroscena tutte le classi tramandate dal medioevo.

Vediamo dunque come la borghesia moderna è essa stessa il prodotto d’un lungo processo di sviluppo, d'una serie di rivolgimenti nei modi di produzione e di traffico. Ognuno di questi stadi di sviluppo della borghesia era accompagnato da un corrispondente progresso politico.

E arrivavano a sostenere questa lapidaria tesi:

La borghesia ha avuto nella storia una parte sommamente rivoluzionaria.

Marx ed Engels mettevano subito in chiaro come la borghesia, da ceto oppresso sotto il dominio dei signori feudali, fosse pervenuta infine, dopo una lunga lotta secolare e con la creazione della grande industria e del mercato mondiale, “alla conquistata del dominio politico esclusivo dello Stato rappresentativo moderno”. E come il potere statale moderno “non sia che un comitato che amministra gli affari comuni di tutta la classe borghese”.

Da rivoluzionaria la borghesia si è fatta conservatrice e al bisogno apertamente reazionaria.

Marx non si ferma ovviamente a queste enunciazioni, ma nei suoi studi di economia politica, nella sua critica della stessa, viene a porre in luce le contraddizioni immanenti alle leggi di sviluppo del capitalismo, e trae la conclusione che anche questo modo di produzione, così come quelli che l’hanno preceduto, è transeunte. Mostra come il capitale, nel suo processo di valorizzazione basato sull’estorsione del plusvalore, tenda a un certo grado del suo sviluppo a trovare un limite in se stesso, e come la condizione dello sviluppo della ricchezza generale venga a cessare e la produzione basata sul valore di scambio crolli (*).

Ed è ciò a cui noi assistiamo ogni giorno, anche se non ce ne avvediamo fino in fondo e imputiamo la crisi storica del capitalismo, i suoi picchi di crisi sempre più ravvicinati, ai più vari fenomeni, bensì reali e altre volte solo immaginari, e tuttavia in ogni caso non decisivi e non altrettanto fondamentali quali la sempre più accentuata difficoltà di valorizzazione del capitale nella sfera della produzione del valore.

E tutto ciò, da un punto di vista della critica dell’economia politica, non ha nulla a che fare con l’anticapitalismo, specie quello di maniera. In tal senso, essere anticapitalisti è come essere antigravitazionali, contrari alla legge di gravità. Da un punto di vista della prassi politica, invece, ha senso una posizione di classe, di critica e di lotta, antiborghese. Laddove, per ripetere le citate parole di Marx, la borghesia rappresenta la classe sfruttatrice che domina economicamente la società e politicamente lo Stato nella sua finzione (finzione!) rappresentativa degli interessi comuni.


(*) Marx mostra tutto ciò da un punto di vista strettamente scientifico, non filosofico. Nessun economista, nessun pubblicista, nessun sociologo o cianciarone, nessun borghese che in vario modo pontifichi su “ciò che ha detto Marx”, ha davvero interesse di occuparsi, e dunque di studiare di prima mano, le leggi di movimento del capitale scoperte dal più grande studioso e critico dell’economia politica. Costoro e coloro che gratis fanno da coro, hanno tutti interesse, per un vero o per l’altro, o anche per tutti i versi, a difendere questo sistema che da progressivo si è trasformato, a causa delle sue leggi intrinseche, in regressivo, distruttivo e iniquo.

mercoledì 3 febbraio 2016

Quale livello?


La distribuzione della ricchezza dal basso verso l’alto, grazie alle politiche di riforma del capitalismo, procede alla grande, non solo in Italia, ma anche in Germania. Il 10 per cento delle famiglie tedesche nel 1998 possedeva 45,1 per cento del patrimonio netto. Nel 2013 (ultimo dato disponibile) tale percentuale era al 51,9 per cento. Un aumento di oltre il sei per cento. Quando quest’anno sarà pubblicato il V rapporto su povertà e ricchezza da parte del Bundesministerium für Arbeit und Soziales, non ci sarà da sorprendersi se tale percentuale di patrimonio sarà ancora maggiore.

Va ricordato che il patrimonio fino a un milione di euro, in Germania, è esentasse. Poi scatta un’inesorabile imposta del cinque per cento. Un’infamia per i risparmiatori tedeschi, certo.

Nel 1998 il 50 per cento delle famiglie tedesche più povere possedeva il 2,9 per cento del patrimonio netto. Nel 2013 si era arrivati all’1 per cento del patrimonio. Ciò significa, secondo i miei sofisticati calcoli statistici, che la loro percentuale di ricchezza si è ridotta di due terzi. Inoltre, ed è un dato che sospetto essere assai significativo dal punto di vista politico, circa il 47 per cento del patrimonio netto è appannaggio del 40 per cento di quella parte di popolazione che in termini sbrigativi possiamo inquadrare nella classe media. Si tratta dello zoccolo sociale (cui va aggiunto il 10 per cento dei ricchi) che consente al sistema politico e sociale tedesco di sentirsi al sicuro, nonostante la tendenza.

Fortuna e dieta


Nessuno, allora, avrebbe scommesso una lira già sul mio primo compleanno. Erano tutti rassegnati alle divine disposizioni. A conferma di quanto mi dissero in seguito, in un documento del Patriarcato risulta proprio questo: già due giorni dopo venne incaricato un prete di somministrarmi il viatico per il paradiso. Invece il buon Dio, che aveva atteso miliardi di anni tra il big bang e la nascita di questa stravagante creatura, pensò che poteva attendere ancora un po’ prima di annoverare un’anima irrequieta come la mia tra le voci bianche del suo coro.

Bisognerebbe avere il diritto di morire solo quando si ha una buona storia da raccontare, sennò anche nell’aldilà sarà noia.

*

Posso assicurare che il mondo, quando nacqui, non era molto diverso dall’attuale, salvo per alcuni dettagli. Per esempio il profumo del pane che nessun fornaio odierno riesce a imitare. E poi faceva un freddo boia e nevicava copiosamente. Il nome di Stalin era ancora venerato in patria e fuori. Che altro? L’ozio già allora non veniva più nobilitato dall’arte e l’arte stessa non esisteva più. Basta guardarsi in giro, il buon gusto è scomparso da tempo immemorabile. Laddove nella nostra epoca si fa con mezzi limitati e spirito di economia un tempo si faceva con mezzi quasi illimitati. Non penso vi sia altro di notevole da segnalare in questo passaggio d’epoca.

Si potrebbe obiettare che la penuria di un tempo non c’è (quasi) più, e tuttavia con altrettanta valida ragione si può osservare che le abitudini di spesa oggi poggiano sulla volgarizzazione sistematica dei consumi e di quello che un tempo era il lusso. Certo, questa volgarizzazione è preferibile alla miseria, e però mi pare si stia tornando indietro lasciando il meglio per tenersi il peggio. Sia le leggi che le nuove tecnologie hanno mutato forma alle cose, evviva, ma nella sostanza il mondo è rimasto uguale. Continuano ad esistere i cittadini padroni e i cittadini servi, i cittadini di palazzo Balbi e i cittadini gondolieri. Ah sì, ecco, oggi le gondole hanno la targa e i gondolieri non lasciano il remo per ciacolare ma per chattare.


Ad ogni modo godersi la vita non è solo questione di temperamento ma di fortuna e di dieta.