Quando Marx prefigura una società comunista nella quale ognuno darà secondo le sue capacità e riceverà secondo i propri bisogni (Critica al programma di Gotha, 1875), pone come premessa che ciò potrà avvenire solo “dopo che è scomparsa la subordinazione servile degli individui alla divisione del lavoro, e quindi anche il contrasto di lavoro intellettuale e manuale; dopo che il lavoro non è divenuto soltanto mezzo di vita, ma anche il primo bisogno della vita …”. Marx non sembra tener conto che vi sarà sempre chi da un lato esegue un lavoro e chi, dall’altro, lo organizza e coordina, e sembra lasciare in ombra, come evidenzia Simone Weil, “i principi generali del meccanismo mediante il quale una forma determinata di oppressione viene sostituita da un'altra”. La Weil avvertiva quindi un bisogno di assoluto che nella dialettica del sociale non può trovare realizzazione, ed infatti ella rivolgerà infine la sua attenzione alla fede religiosa.
lunedì 14 giugno 2010
domenica 13 giugno 2010
l'Alberto Sordi
«Penso che in molte cose sia davvero convinto di fare il bene del Paese. È talmente così fuori di testa che pensa di fare il bene del Paese. Non è un mascalzone, non è una carogna, è l'Alberto Sordi della politica. Ognuno di noi ha delle caratteristiche - ha spiegato l'editore - e gli italiani ne hanno diverse: sono un po' bugiardi, un po' gradassi, un po' mascalzoncelli. Lui ha preso tutte queste cose, le ha messe insieme e le ha elevate al cubo». Berlusconi «c'è riuscito mirabilmente, tanto è vero che gli italiani lo votano, gli danno il consenso: avranno una ragione». Sone le dichiarazioni al Corriere di Carlo De Benedetti, pubblicate in data 11 giugno.
Quindi, secondo l’ingegnere, non si tratta di un “mascalzone”, ma di uno “un po' mascalzoncello”, come del resto lo sarebbero gli italiani. Tale caratteristica, legata ad altre, Berlusconi l’avrebbe “elevata al cubo”.
Ciò che invece l’ingegnere non dice è che certi italiani, “un po' bugiardi, un po' gradassi, un po' mascalzoncelli”, hanno gli stessi interessi da difendere di cui Berlusconi è solo uno, attualmente il più vistoso, dei patrocinatori.
Quindi il discorso, dal piano generico e sociologicamente sbrigativo dei “caratteri” e degli atteggiamenti volitivi, andrebbe più correttamente posto in termini di convergenza degli interessi. In tal modo è data una possibile risposta seria all’affermazione circa la “ragione” per cui gli italiani “lo votano e gli danno il consenso”. E di ragioni, molti degli italiani che lo votano, ne hanno più d’una. Non diversamente da coloro che, “po' bugiardi, un po' gradassi, un po' mascalzoncelli”, lo applaudono convinti e clamorosi nei convegni.
Poi ci sono gli italiani, soprattutto giovani, che non hanno alcuna ragione (o credono di non averne) nel difendere la Costituzione di cui parla Calamandrei. E anche in questo caso andrebbe indagato, sia pure alla buona, il perché è venuta a determinarsi tale assenza d’interesse e individuate le responsabilità (che non sono minori di quelle in capo a Berlusconi).
Infine, se Carlo De Benedetti lo permette, ci sono gli italiani che non sono e non si sentono né bugiardi, né gradassi, né mascalzoncelli. Né tanto e nemmeno un poco, pur risiedendo in Italia.
venerdì 11 giugno 2010
Preoccupazioni
C’è grande preoccupazione per la BP. Non perché da oltre cinquanta giorni un suo giacimento continui ad inquinare il mare con la fuoriuscita incontrollata del greggio. Di questi aspetti si occupano già le anime belle. Giovedì l'altro era suonato il campanello d'allarme quando BP è sceso sotto il 40 per cento del suo valore “pre-spill” e il relativo costo della copertura assicurativa, in caso di default societario, è aumentato di conseguenza.
L’allarme non riguarda quindi la morte dei cormorani e simili, ma le “voci” circa la mancata distribuzione di dividendi per 10 miliardi di dollari. Per questo motivo la stampa finanziaria britannica ha lanciato un duro monito circa il dovere di BP di distribuire dividendi agli azionisti.
Ma c’è, inoltre, un altro timore, da parte britannica, e cioè che Wall Street e i giganti del petrolio degli Stati Uniti utilizzino il disastro per acquisire una quota maggiore del mercato e ottenere un vantaggio competitivo per la società con sede in Inghilterra. In effetti, sono già in atto piani per proteggere BP, le banche, e principali azionisti e obbligazionisti da potenziali risarcimenti miliardari per costi di pulizia e multe: manovre finanziarie che in ultima analisi dovrebbero scaricare questi costi sul pubblico.
Lo scenario di un eventuale fallimento di BP a causa dei costi di risarcimento per i danni arrecati e quindi la possibilità che la stessa BP possa essere acquisita da una ditta rivale, come la statunitense Exxon Mobil, è descritto in un recente articolo del New York Times finanziario a firma di Andrew Ross Sorkin.
Altro che cormorani e i mezzi di sussistenza dei pescatori locali. Comanda il capitale, che ha le sue regole e le vuole rispettate, quando c’è da incassare, fino all’ultimo centesimo.
giovedì 10 giugno 2010
Il fascismo non marcia più in orbace
La ex sinistra di lotta e di governo ha sposato, fin che morte non li separi, i principi del neo liberismo fallito: tagli alla spesa sociale, cuneo fiscale a favore delle imprese e incrementi demenziali per quella militare (post precedente). La sinistra vetero, invece, è ancora ferma allo statalismo cialtrone e inefficiente del secolo scorso e al programma “anche i ricchi piangono”. Poveri illusi. Nessuno che abbia uno straccio di proposta alternativa a questa palude, fosse pure un riformismo alla buona che tenesse conto che chi lavora non può pagare anche per chi vive di rendita e di sollazzo. Quello che Bersani dice oggi si guardò bene di dirlo solo tre anni or sono, da ministro.
Tutto il peso della crisi è sulle spalle di chi lavora e ha meno, rilevando, una volta di più, che non c’è nulla di democratico in questa politica economica. La classe dirigente sfrutta la crisi mondiale per arricchirsi, ancora una volta, oltre misura. Il fascismo non marcia più in orbace, ma con il passo felpato dei banchieri. La politica della mediazione sociale è finita da tempo, mentre nessun sviluppo di movimenti indipendenti è in atto e non sarà possibile finché non ci libereremo dalla morsa del parlamentarismo e del sindacalismo connivente, il quale, senza pudore, indice uno sciopero innocuo contro la politica economica del governo solo dopo un mese e per sole quattro ore. I partiti di centro-sinistra votano, in commissione, a favore dei provvedimenti economici del governo e poi, in parlamento, votano contro, quando sanno che il loro voto non conta più un cazzo.
Nel prossimo autunno-inverno ci saranno richiesti nuovi “sacrifici”, sempre in nome e per conto della solvibilità e stabilità di questo sistema fraudolento. Tirano la corda sapendo di poterlo fare impunemente.
Per chi avesse ancora residui dubbi
L'UNITÀ ANNUCIA I TAGLI DEL PD
IL PD SMENTISCEdi Tommaso Di Francesco, Manlio Dinucci (il manifesto, 9/6/2010)
La campagna del Pd contro le spese per armamenti è «pregiudiziale e demagogica»: così sul Corriere della Sera Arturo Parisi, già ministro della difesa nel governo Prodi e parlamentare Pd. Ce l'aveva con la copertina de l'Unità del giorno prima («Manovra di guerra») e con l'articolo («Tagliano gli stipendi e comprano armi»). Vi si annunciava che il Pd avrebbe chiesto al governo, con risoluzione in commissione difesa del Senato, di rivedere la spesa militare in base a una politica di «verifica, trasparenza e risparmio». Parisi attacca l'articolo per l'affermazione che i 71 programmi di armamento sottraggono miliardi al bilancio dello Stato.
Parisi rivendica ciò che l'Unità tace (non sapendo o fingendo di non sapere?): cioè che il Pd, soprattutto con l'ultimo governo Prodi, ha contribuito all'aumento della spesa militare. Come già ricordato sul Corriere dall'autorevole ex sottosegretario alla difesa Lorenzo Forcieri, «il governo Prodi, in due sole finanziarie di rigore e risanamento dei conti dello stato, è riuscito a invertire la caduta libera delle spese per la Difesa, che sono aumentate dei 17,2% nel biennio 2007-08». Fu il governo Prodi a istituire, in Finanziaria 2007, un «Fondo per la realizzazione di programmi di investimento pluriennale per esigenze di difesa nazionale, derivanti anche da accordi internazionali», con una dotazione di 1.700 milioni di euro per il 2007, 1.550 per il 2008 e 1.200 per il 2009. Un «tesoretto», aggiunto al bilancio della difesa, in eredità al governo Berlusconi. Grazie a questo impegno bipartisan, l'Italia si colloca al decimo posto mondiale come spesa militare, e al sesto come spesa procapite, con un ammontare annuo - per il Sipri - di 30 miliardi di euro.
Parisi rivendica ciò che l'Unità tace (non sapendo o fingendo di non sapere?): cioè che il Pd, soprattutto con l'ultimo governo Prodi, ha contribuito all'aumento della spesa militare. Come già ricordato sul Corriere dall'autorevole ex sottosegretario alla difesa Lorenzo Forcieri, «il governo Prodi, in due sole finanziarie di rigore e risanamento dei conti dello stato, è riuscito a invertire la caduta libera delle spese per la Difesa, che sono aumentate dei 17,2% nel biennio 2007-08». Fu il governo Prodi a istituire, in Finanziaria 2007, un «Fondo per la realizzazione di programmi di investimento pluriennale per esigenze di difesa nazionale, derivanti anche da accordi internazionali», con una dotazione di 1.700 milioni di euro per il 2007, 1.550 per il 2008 e 1.200 per il 2009. Un «tesoretto», aggiunto al bilancio della difesa, in eredità al governo Berlusconi. Grazie a questo impegno bipartisan, l'Italia si colloca al decimo posto mondiale come spesa militare, e al sesto come spesa procapite, con un ammontare annuo - per il Sipri - di 30 miliardi di euro.
Emblematica la storia della partecipazione italiana al programma del caccia F-35 della statunitense Lockheed, che solo ora l'Unità definisce giustamente «piano faraonico», ricordando che costerà all'Italia 15 miliardi di euro. Il primo memorandum d'intesa venne firmato al Pentagono, nel 1998, dal governo D'Alema; il secondo, nel 2002, dal governo Berlusconi; il terzo, nel 2007, dal governo Prodi. E nel 2009 è stato di nuovo un governo presieduto da Berlusconi a deliberare l'acquisto di 131 caccia, già deciso dal governo Prodi nel 2006. L'Italia partecipa al programma dell'F-35 contribuendo allo sviluppo e alla costruzione del caccia. Si capisce quindi perché, quando il governo Berlusconi ha annunciato l'acquisto di ben 131 F-35, l'«opposizione» (Pd e IdV) non si sia opposta. Eppure già si sapeva che il costo del caccia F-35 era lievitato da 50 a 113 milioni di dollari per aereo.
F-35 e altri armamenti «roba da guerra fredda», obsoleta per l'Unità, «oltretutto (per fortuna) inutili». E poi, perché gli F-35 «destinati a missioni d'attacco in lontani teatri bellici?». Ma Parisi critica chi nel Pd «denuncia pregiudizialmente e genericamente l'inutilità» delle spese per gli armamenti. Perché questi armamenti non sono purtroppo «inutili» e le 31 missioni dell'esercito italiano non sono tutte di «peacekeeping». È proprio una caratteristica, la capacità stealth dell'F-35 - colpire con «velocità e da lontano», certifica la Lockeed - a spiegare che l'aereo è destinato proprio a guerre d'aggressione, in Afghanistan e in quelle «nuove».
Dulcis in fundo, le argomentazioni de l'Unità il giorno dopo sono state ignorate - smentite - dalla senatrice Roberta Pinotti, membro della commissione difesa: ha detto di condividere l'impostazione di Parisi, assicurando che i dirigenti Pd sono «consapevoli che la Difesa è uno dei compiti fondamentali dello Stato». Altro che tagli agli armamenti.
Dulcis in fundo, le argomentazioni de l'Unità il giorno dopo sono state ignorate - smentite - dalla senatrice Roberta Pinotti, membro della commissione difesa: ha detto di condividere l'impostazione di Parisi, assicurando che i dirigenti Pd sono «consapevoli che la Difesa è uno dei compiti fondamentali dello Stato». Altro che tagli agli armamenti.
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