domenica 3 marzo 2024

Palestina: i sionisti giudaizzano anche l’acqua

 

La Guerra dei Sei Giorni fu un vero vantaggio per lo Stato ebraico, anche nel settore delle acque. L’occupazione del Golan aveva per Israele un duplice interesse idrostrategico: permetteva di controllare le sorgenti del Baniyas, che fornisce circa un quarto del corso dell’Alto Giordano, nonché il corso a valle dello Yarmouk, dove Israele pompava illegalmente circa cento milioni di m3. Inoltre, Israele bloccava tutti i progetti idraulici giordano-siriani (trasferimento dell’acqua dal Baniya allo Yarmouk, costruzione della già citata diga di Maqarrin, monitoraggio delle prese d’acqua giordane per alimentare il canale Ghor).

L’occupazione della Cisgiordania ha permesso ad Israele di controllare le falde acquifere di questa regione e di disporne a suo piacimento: dall’estate del 1967, con l’Ordine militare n. 92 del 15 agosto, l’acqua in Cisgiordania e a Gaza è stata posta sotto controllo militare. Nel dicembre 1968, l’Ordine militare n. 291 dichiarava che tutte le risorse idriche in Cisgiordania e Gaza erano “proprietà dello Stato”.

Successivamente, la gestione dell’acqua nei territori occupati venne affidata alla società Mekorot, poi le autorità militari occupanti cominciarono a mettere in atto severe norme che vietavano qualsiasi aumento del consumo di acqua (nel 1975, Israele installò contatori sui pozzi palestinesi e limitò il consumo di acqua per l’irrigazione). Per ragioni di sicurezza era vietato il pompaggio nel Giordano, condannando così l’agricoltura irrigua palestinese sulle rive del fiume, e si regolamentava in maniera draconiana la perforazione di nuovi pozzi (pochissimi i permessi concessi: solo 37 tra il 1967 e il 1996, di cui 34 domestici e 3 agricoli). D’altra parte, la profondità dei pozzi palestinesi è limitata a 300 metri mentre gli israeliani possono scavare fino a 1.500 metri.

Pertanto, indipendentemente dal fatto che la questione idrica sia stata o meno una causa fondamentale dello scoppio della Guerra dei Sei Giorni, essa ha consentito a Israele di attuare una vera e propria strategia idraulica articolata attorno a due assi essenziali: l’imposizione di una legislazione restrittiva che consente di limitare e controllare il consumo di acqua delle popolazioni dei territori palestinesi; l’occupazione dello spazio geografico da parte di basi e insediamenti militari.

Gli strumenti della strategia messa in atto da Israele sono riusciti a bloccare il consumo idrico in Cisgiordania a circa cento milioni di m3 l’anno per un quarto di secolo mentre la popolazione più che raddoppiava. Non è apartheid, dicono; si tratta di utilizzo oculato delle risorse e controllo del territorio. Chi dovesse ribellarsi diventa ipso facto un “terrorista”.

L’agricoltura è stata la prima vittima di queste restrizioni: nonostante un miglioramento delle tecniche e dei metodi di coltivazione che consentono una riduzione del consumo di acqua per ettaro, in Cisgiordania solo circa 10.000 ettari sono irrigati, mentre oltre 60.000 potrebbero esserlo, ma non lo sono, a causa della mancanza di acqua disponibile. Per i palestinesi la situazione diventa particolarmente grave nella Valle del Giordano dove, a causa del clima arido, l’agricoltura dipende totalmente dall’irrigazione.

Per gli occupanti israeliani non ci sono restrizioni, il loro consumo di acqua per l’irrigazione raddoppia negli anni ‘80, raggiungendo i 60 milioni di m3 nel 1990, ovvero due terzi del consumo totale! Paradossalmente gli israeliani – che hanno acqua illimitata – possono coltivare solo una parte della terra che controllano ... per mancanza di risorse, cioè soprattutto di braccia. Di conseguenza, alcune terre precedentemente sfruttate dai palestinesi, ma confiscate da Israele, sono tornate all’abbandono, in particolare nella Valle del Giordano. Questa politica idraulica mostra chiaramente che il razionamento imposto in Cisgiordania (e Gaza) risponde principalmente a una volontà politica: impedire lo sviluppo dell’agricoltura palestinese.

A questa limitazione dell'uso dell'acqua di pozzo si aggiungerà successivamente il tentativo di controllare l’acqua dalle sorgenti, in particolare nella Valle del Giordano. È così che la città di Gerico condivide l’acqua delle sue sorgenti con la colonia di Maale Adoumim. Ma il caso più eclatante è quello di Aujah, una decina di chilometri a nord di Gerico.

Prima del 1967, Al-Auja, con una popolazione di 8.000 abitanti, era una località giordana e uno dei principali produttori di limoni, banane e verdure della Cisgiordania. Dopo il 1967 il villaggio contava solo circa 2.000 persone, anche se si coltivavano ancora circa 1.000 ettari (a metà 2006 gli abitanti erano saliti a 4.000, il 24,7% di rifugiati). Sotto l’occupazione israeliana 30.147 dunam (3014,7) ettari sono stati classificati come “area chiusa” interdetta all’uso palestinese.

Le disgrazie del villaggio, che viene rifornito da una delle fonti più importanti della Cisgiordania (5 milioni di m3 l’anno), non finirono qui. Nel 1977, nelle immediate vicinanze della fonte, venivano perforati due “pozzi ebraici”, destinati in particolare a rifornire i vicini insediamenti illegale, tipo quello di Yitav (secondo l’Istituto di Ricerca Applicata di Gerusalemme, Israele ha confiscato 499 dunam, 49,9 ettari, di terra al villaggio palestinese di Al-Auja per costruire Yitav, di 296 abitanti).

A seguito di una siccità persistente nei due anni successivi, la portata della sorgente diminuì notevolmente, fino a prosciugarsi completamente nel 1979, cosa mai accaduta prima. Gli abitanti del villaggio hanno allora chiesto di acquistare l’acqua dai due pozzi israeliani, ricevendone un rifiuto. Rovinati, 1.500 abitanti del villaggio dovettero emigrare e alcuni di quelli rimasti dovettero cercare lavoro nei vicini insediamenti israeliani.

Il caso di Aujah è esemplare di una politica israeliana che cerca di spingere i contadini palestinesi a lasciare la loro terra, sia confiscandola e sia, più subdolamente, impedendo loro di coltivarla.

In un prossimo post l’evoluzione più recente del gigantesco furto d’acqua da parte di Israele.


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