giovedì 21 marzo 2024

Oligarchie ed elezioni presidenziali

 

Il numero di miliardari negli Stati Uniti è aumentato da 614 a 737 negli ultimi quattro anni. La loro ricchezza complessiva è quasi raddoppiata, in crescita dell’88% nello stesso periodo, da 2.947 trilioni di dollari a 5.529 trilioni di dollari.

Il patrimonio di Steve Ballmer (Microsoft) e Larry Page e Sergey Brin di Google è più che raddoppiato. Bezos di Amazon ha riconquistato il suo status di uomo più ricco del mondo. Avrebbe anche raddoppiato se non fosse stato per un accordo di divorzio da 40 miliardi di dollari con l’ex moglie Mackenzie Scott (disperata e sola).

La Fed ha deciso di non apportare modifiche ai tassi di interesse nella riunione di ieri, ma le proiezioni nel cosiddetto “dot plot”, in cui i membri indicano dove pensano che andranno i tassi, indicano che il tasso 4,6% entro la fine dell’anno dovrebbe attestarsi al 4,6%, in calo rispetto al livello attuale compreso tra il 5,25 e il 5,5%.

I tre principali indici – S&P 500, Dow e NASDAQ – sono a livelli record per la prima volta da novembre 2021.

A novembre prossimo ci saranno le elezioni presidenziali, ossia la farsa delle elezioni. In lizza vi saranno sostanzialmente e come sempre due candidati appoggiati da due fazioni dell’oligarchia del denaro statunitense. Per far vincere i loro candidati, i partiti dominanti utilizzano tutti i mezzi consueti e possibili negli Stati che controllano, essendo un’elezione presidenziale americana una raccolta di schede locali nei 50 stati e nella capitale, e non uno scrutinio organizzato a livello nazionale (*).

L’antiquato meccanismo elettorale produce delle situazioni a dir poco inconcepibili al giorno d’oggi: nel 2000, il repubblicano George W. Bush fu eletto con 500.000 voti in meno del suo avversario Al Gore; nel 2016, Donald Trump fu eletto anche se la sua avversaria Hillary Clinton aveva tre milioni di voti popolari in più.

Altra aberrazione è data dal numero di elettori assegnati a ciascuno Stato, che non è strettamente rappresentativo della popolazione. La California riceve, ad esempio, 55 voti elettorali per 40 milioni di abitanti (1 voto ogni 730mila ab.), quando al Wyoming ne sono assegnati tre per meno di 600.000 abitanti.

Altra assurdità è data dalla regola del vincitore prende tutto: in 48 Stati, il candidato che ha ottenuto più voti popolari vince tutti gli elettori. Solo Nebraska e Maine distribuiscono i loro elettori secondo base proporzionale. Con questa regola teoricamente un candidato può essere eletto solo con il 23% dei voti popolari. Va da sé che la regola del “chi vince prende tutto” impedisce l’emergere di altri gruppi politici, troppo piccoli per ottenere la maggioranza dei voti e quindi un seggio.

Al Senato ogni Stato ha lo stesso numero di senatori (due) indipendentemente dalla sua popolazione, cosicché i 25 meno popolati, che rappresentano matematicamente la metà dei seggi al Senato, rappresentano solo il 16% della popolazione americana, e la maggior parte di loro sono repubblicani. Questo sistema va quindi chiaramente a svantaggio dei democratici, semmai significasse qualcosa per un sistema dominato dall’oligarchia del denaro.

L’insoddisfazione dell’elettorato per questo sistema di voto la si può apprezzare nelle cosiddette elezioni di medio termine, quando il presidente incarica, pur beneficiando di un elevato indice di popolarità pompato dai media e di un contesto economico positivo favorito dallo stampaggio a go-go di dollari, dal 1830 il partito al governo ha sistematicamente perso seggi al Congresso, con tre eccezioni spesso legate a periodi di crisi nazionali (nel Novecento la Grande Depressione e la crisi dei missili di Cuba).

Chissà quali commenti scatenerebbe un’eventuale vittoria di Putin se fosse eletto con lo stesso meccanismo elettorale americano in Russia. Sia chiaro (lo dico per eventuali idioti filoatlantici, che mi stanno tanto a cuore) che gli avversari di Putin erano solo delle macchiette, e del resto per motivazioni storiche e per la funzione sociale Putin è sorto e agisce innanzitutto come difensore dei privilegi dell’oligarchia russa.

Torniamo negli Stati Uniti. Un sondaggio dopo l’altro mostra che la “democrazia” è un argomento prioritario per la stragrande maggioranza degli statunitensi. Secondo uno studio dell’Associated Press, è la loro più grande preoccupazione, seconda solo all’economia. Anche il Gallup Institute ritiene che le questioni legate alla democrazia siano il problema non economico più spesso menzionato dagli americani. Secondo l’Associated Press, solo il 10% degli americani ritiene che la propria democrazia funzioni bene.

Secondo Gallup, che ha osservato la tendenza al ribasso di questo indice dal 1979, ben prima dell’avvento dei social network o di Donald Trump, la fiducia degli americani nella presidenza, nel Congresso, nella Corte suprema, nella giustizia penale e nei cosiddetti media tradizionali (intesi come mezzi di stampa e canali di informazione televisiva) ha raggiunto il livello più basso nel 2022 e nel 2023.

(*) Ogni partito dominante agisce per contrastare la concorrenza interna, cioè i rivali di Biden o Trump alle primarie. Trump boicotta così i dibattiti televisivi tra i suoi rivali per la nomination repubblicana. Biden, come il suo predecessore nel 2020, rifiuta qualsiasi dibattito con gli altri candidati per la nomina del suo partito. Marianne Williamson, Dean Phillips e gli altri suoi concorrenti democratici sono addirittura esclusi dalle votazioni per le primarie in Florida, Tennessee, North Carolina e Massachusetts. Con l’aiuto dei notabili del partito, Biden ha cambiato l’ordine delle primarie ritardando quella dell’Iowa e minando l’importanza di quella del New Hampshire, due stati dove aveva subito amari fallimenti nel 2020. Biden ha inoltre autorizzato i Super Political Action Committees, strumenti opachi di influenza degli ambienti economici sulle elezioni, per finanziare le primarie, contro il parere di Bernie Sanders, dell’ala sinistra del partito. Eccetera.

8 commenti:

  1. Però in Italia il meccanismo delle primarie ha generato la sorpresa Schlein. Ma non mi sembra che cambi granché.
    Pietro

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    1. Un esempio concreto di idiozia. Il partito democratico si oppone al terzo mandato per i presidenti di regione. risultato: Zaia, pur con i suoi errori, è un personaggio tutt’altro che reazionario, e per certi aspetti non è nemmeno un conservatore; verrà sostituito da un missino.

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    2. Se uno prende il 70% qualcosa di buono deve aver fatto, almeno i treni in orario:-) Al sud però tendono a formarsi clientele e feudi. Sarebbe ideale differenziare tra regioni in questo caso
      Pietro

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  2. Eppure qualsiasi considerazione sulla effettiva democraticità degli USA provoca reazioni sdegnate o sguardi compassionevoli. Quella è la democrazia, la più antica fra quelle esistenti e la più perfetta. Fine di ogni discorso.

    Qualche considerazione si potrebbe fare anche sulla democraticità e rappresentatività della volontà popolare della Commissione Europea, magari sbaglio, ma mi risulta che il Parlamento Europeo non ha nemmeno reali possibilità di sfiduciarla.

    Nella mia personalissima opinione una vera democrazia rappresentativa (considerata l'unica possibile, ma non è così) dovrebbe essere rigorosamente proporzionale e garantire la possibilità di espressione di quante più opinioni possibile. Da questo punto di vista negli ultimi 30 anni la nostra si è impoverita tantissimo.

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    1. Sono d'accordo, ma la questione è altra specie di questi tempi. Quando il 25 % risponde "non so" alla domanda se Israele si debba ora fermare, viene da sperare nella guerra nucleare

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  3. C è differenza secondo lei, che vinca Biden o Trump? E in particolare in relazione alla guerra russo/ucraina. Trump dice che lui la farà smettere il giorno dopo che verrà eletto.

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