giovedì 2 febbraio 2017

L'omaggio di Napolitano



Avvertenza: la lettura del post richiede alcuni minuti di concentrazione. Infatti, malgrado il titolo del post, la trattazione non ha alcuna attinenza con i temi caldi del cazzeggio corrente.


Leggevo ieri, in un commento ad un post di Malvino (al quale dedico il mio), che il lavoro dell’economista inglese Pietro Sraffa sarebbe un “aggiornamento” del marxismo, segnatamente – soggiungo – di Marx.

Vi sono, a mio avviso, due aspetti da tenere presenti a riguardo della resistenza, soprattutto in Italia, del mito di Sraffa: uno di tipo propriamente politico, cioè oggettivo e strumentale, e l’altro di tipo soggettivo.


Sraffa è stato un esponente di rilevo, insieme a Joan Violet Robinson, della “scuola di Cambridge”, vale a dire quell’indirizzo di teoria economica borghese che si proponeva di conciliare Marx con Ricardo a partire dagli assunti (totalmente falsi!)  che la teoria del valore e dei profitti di Ricardo sia la base di quella di Marx, e che la differenza tra i due “economisti” consisterebbe unicamente nelle implicazioni sull’antagonismo tra capitale e lavoro salariato “completamente assenti in Ricardo”.

Per questa pretesa “continuità” tra Ricardo e Marx, gli economisti di Cambridge sono anche noti come “neo-ricardiani di sinistra”, ed è anche per questo che la loro “riflessione” finisce con l’incentrarsi sul problema dei prezzi. È bene precisare subito, tuttavia, che la critica di Sraffa, prodotta come risposta alla scuola marginalista, servì come base per un attacco all’analisi marxista delle leggi di movimento del capitale.

L’aver privilegiato la sfera della circolazione ha due implicazioni immediate. Da una parte, induce a sviluppare unilateralmente il valore di scambio, dimenticando che la produzione capitalistica è “produzione di valori di scambio per mezzo di valori d’uso”. Dall’altra, alimenta le rivendicazioni egualitarie e “progressiste” basate sull’abolizione dello sfruttamento capitalistico, vale a dire sulla richiesta che il plusvalore, attraverso un’equa distribuzione, possa ritornare alla classe operaia che l’ha prodotto.

Non si tratta quindi di abolire la produzione stessa del plusvalore, ma semplicemente di garantire, mantenendo inalterate le condizioni sociali di produzione, una più “giusta” ripartizione dei redditi. Quest’ultima preoccupazione spiega a sufficienza le ragioni del successo che gli economisti di Cambridge, e Sraffa in particolare, hanno ottenuto presso la “sinistra” variamente denominata. Non è casuale, tanto per citare, che Giorgio Napolitano, in un articolo comparso sul n. 31 di Rinascita del 4 agosto 1978, p. 21, dal titolo Omaggio a P. Sraffa, definisse l’economista come un “amico e maestro dei comunisti italiani”.

Ieri con Sraffa, oggi con Piketty, Stiglitz, Krugman, Latouche, e via delirando, la minestra del riformismo di sinistra ha sempre lo stesso gusto di rancido.

*

L’opera più nota di Sraffa (Produzione di merci a mezzo di merci, Einaudi) espone, in sostanza, le condizioni per la determinazione dei prezzi relativi delle merci in un sistema economico, astrattamente inteso, in grado di garantire una riproduzione allargata, attraverso una sequenza di calcoli matematici sofisticati e complessi.

Sraffa, per illustrare la sua teoria dei prezzi, parte dall’esempio più semplice, cioè da “una società primitiva che produce appena il necessario per continuare a sussistere. Le merci sono prodotte da industrie distinte e vengono scambiate l’una con l’altra al mercato che si tiene dopo il raccolto”. Ovvio che non si tratti di una società dove prevale il modo di produzione capitalistico, ma transeat. In tale società, scrive Sraffa, “nulla viene aggiunto dal processo di produzione a quanto la società possedeva nel suo insieme” (Produzione di merci …, p. 3).

Sraffa può quindi rappresentare tale società immaginaria con un sistema di equazioni, ognuna delle quali rappresenta un’industria (oppure un ramo produttivo). Sul lato sinistro dell’equazione sono indicate le quantità di merci che vengono usate indistintamente come mezzi di produzione o di sussistenza per produrre determinate quantità di merci (ogni industria ne produce solo una), quantità espresse al lato destro dell’equazione.

Per farla breve, la prima cosa che bisogna notare nella semplificazione dell’assunto sraffiano è che l’analisi dei prezzi delle merci è svolta senza ricorrere a nessuna teoria del valore. Per Sraffa il valore si identifica immediatamente con il valore di scambio, con il rapporto quantitativo col quale le merci si scambiano tra loro. Va appena ricordato che né i classici e né Marx hanno ridotto il valore al mero valore di scambio.

Per Marx “non è il rapporto in cui due merci si scambiano che determina il loro valore, ma è il loro valore che determina il rapporto in cui si scambiano”. Gli economisti classici, in special modo Ricardo, si spingono, anche se con una serie di contraddizioni, sino a riconoscere che il valore delle merci è dato dal lavoro in esso contenuto, ma non arrivano a definire in quale forma specifica il lavoro sia contenuto nel valore. Sraffa, viceversa, intende il valore esclusivamente come rapporto di scambio. In questo modo egli nega la necessità di ricorrere a principi più generali per comprendere i prezzi. Tutta la questione si riduce per lui a questo semplice problema: note le condizioni della produzione in un dato momento, è necessario determinare l’insieme dei prezzi relativi che permettono la riproduzione del sistema economico.

Dati questi presupposti assolutamente fittizi, il lavoro di Sraffa risulta privo di utilità pratica ed è stato, ironicamente ma giustamente, definito “produzione di formule a mezzo di formule”. E, del resto, si può facilmente immaginare come questa impostazione abbia avuto successo tra quegli economisti ed esponenti politici che non se la sentivano di abbracciare fino in fondo le teorie degli apologeti del sistema, sempre più incapace di spiegare i fenomeni economici, ma neppure di riferirsi al marxismo con la sua scomoda legge del valore carica di pericolosissimi significati politici.

Sraffa ebbe una certa fortuna negli anni 1960 in certi ambienti accademici e politici (e pure presso la jeunesse dorée di “sinistra”) poiché la sua opera principale è un tentativo, puramente teorico, di costruire un sistema matematico di calcolo dei prezzi. Nel clima politico di quegli anni (programmazione economica, riforme, centro-sinistra) poteva sembrare la soluzione – finalmente trovata – del problema della pianificazione in un’economia di mercato.

Di fatto, il libro di Sraffa fu ritenuto dai suoi discepoli e dai suoi esegeti (nonché da una schiera di pappagallini evergreens) un contributo alla “dimostrazione” dell’erroneità e dell’irrilevanza della teoria del valore marxiana, poiché le esercitazioni logico-matematiche del professore di Cambridge prescindono da essa e finiscono con lo spiegare i prezzi mediante … i prezzi!

Il modello di Sraffa, poiché depurato da qualsiasi riferimento alle leggi di movimento dei sistemi economici concreti, reali, si rivela come un tentativo di restituire alla teoria economica borghese, sempre più in crisi, una parvenza di solidità e di scientificità grazie all’uso “neutrale” ed “obiettivo” delle formule algebriche. Come se le contraddizioni reali ed oggettive del modo di produzione capitalistico si lasciassero esorcizzare dai numeri e dalle espressioni matematiche.

D’altra parte, non era stato Gramsci stesso a definire la formazione intellettuale dell’”amico” Sraffa “normativa e kantiana, non marxista e non dialettica”?

16 commenti:

  1. Grazie, mi serviva proprio capirne qualcosa. Infatti appare frequentemente nei discorsi economici con i suoi assiomi criptomatematici, con effetti, a me pare, utili soprattutto a sviare i discorsi.
    Ciao.g

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  2. Grazie, mi serviva proprio capirne qualcosa. Infatti appare frequentemente nei discorsi economici con i suoi assiomi cripto matematici, con effetti, a me pare, utili soprattutto a sviare i discorsi.
    Ciao.g

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  3. Grazie, mi serviva proprio capirne qualcosa. Infatti appare frequentemente nei discorsi economici con i suoi assiomi criptomatematici, con effetti, a me pare, utili soprattutto a sviare i discorsi.
    Ciao.g

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  4. Pensi che la lettura del suo (ottimo) articolo mi ha portato su una scala per cercare di recuperare, in cima alla libreria, là dove la polvere copre ogni memoria, un libro nel quale Gianfranco Pala critica Sraffa – e proprio a partire da Marx ...

    «Nel di lui [di Sraffa] significato, la parola “capitale” può essere considerata alla stregua di una merce semplice. (Perché il capitale è merce, anche se non è solo merce). Quindi quella parola viene inserita nella circolazione semplice corrispondente».

    GF Pala, “Pierino e il lupo. Per una critica a Sraffa dopo Marx”, 1985

    Icaro

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    1. voli alle mie quote. di Pala trovo che a suo tempo ho letto: L'ultima crisi e La storia e la rivoluzione. Pierino e il lupo credo di non averlo letto. Ora mi stuzzichi a leggerlo, se lo recupero. Nel 1985 ero alle prese con altre letture, in lineare B. ciao

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    2. Nulla di più facile ed economico
      http://www.webalice.it/gianfrancopala40/pierinorig.doc

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    3. grazie, ho letto. tutto sommato basta questa frase:

      "Per i Pierini, quello con il lupo è un abbraccio mortale. Sono troppo presi dalla contemplazione di loro stessi. Così si impongono di non sapere in che misura l’opera di Mohr sia enormemente più vasta e complessa di quanto vogliano credere e far credere, Essa è assolutamente incontenibile nelle rigide strettoie quantitative di distribuzióne e reddito. Una volta “separata” dal suo modo di produzione, questa sfera di per sé non può più dire nulla".

      Se poi si va al III delle Teorie sul plusvalore, laddove Marx critica Bailey (MEOC, pp: 138 e sgg) c'è già tutto.

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    4. Polemica datata, in stile datato. Un po' come procurarsi un'erezione con un filmato delle gemelle Kessler.

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    5. ti riesce meglio con la Meloni?

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    6. Sto parlando di Pierino e il Lupo. La polemica sottesa al tuo post non è in stile datato. Lo sarebbe, certo, una polemica odierna su Sraffa, ma il tuo post è pregevole in quanto fornisce elementi di storia del pensiero economico.
      (Non sono abituato, in ogni caso, a intromettermi in un blog negando legittimità a un argomento trattato).

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    7. benedeti fioi, ma volete spiegarvi in modo che noi che siamo con più di un piede nella fossa possiamo capirvi? se necessario aiutateci con un disegno o altro sostegno didattico equipollente. e poi, scusa, venire a parlare di sesso a me, che vivo di ricordi, ti sembra una cosa bella?

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    8. Per quel che ne so, potresti essere un'adolescente, oppure un adolescente.

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    9. a villa medici, a roma, mi hanno fatto lo sconto. i francesi sono gentili con la terza età

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  5. Io sapevo che ti avevano tagliato la testa.

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