martedì 25 ottobre 2016

Il clima sta cambiando, ma non abbastanza



Il movimento della materia è tutto, avevano ben compreso Marx ed Engels, e la conoscenza delle diverse forme di movimento della materia è il più alto prodotto del pensiero umano, il riflesso delle cose reali nel nostro cervello (*). Possiamo ricavare le leggi generali di questo movimento, tanto del mondo esterno, quanto del pensiero umano. Una serie di leggi identiche nella sostanza, differenti però nell’espressione, poiché il pensiero umano le può applicare in modo consapevole, mentre nella natura e sinora per molti aspetti anche nella storia umana esse giungono a farsi valere in modo incosciente (vedi p. es. nell’economia), nella forma della necessità esteriore, in mezzo a una serie infinita di apparenti casualità (**). Scrive Engels:

«Le forze socialmente attive agiscono in modo assolutamente uguale alle forze naturali: in maniera cieca, violenta, distruttiva, sino a quando non le riconosciamo e non facciamo i conti con esse. Ma una volta che le abbiamo riconosciute, che ne abbiamo compreso il modo di agire, la direzione e gli effetti, dipende solo da noi il sottometterle sempre più al nostro volere e per mezzo di esse raggiungere i nostri fini. E questo vale in modo tutto particolare per le odierne potenti forze produttive. Fino a quando ostinatamente ci rifiuteremo di intenderne la natura e il carattere, e a questa intelligenza si oppongono il modo di produzione capitalistico e i suoi sostenitori, queste forze agiranno malgrado noi e contro di noi, e ci domineranno».

Economisti e politici, al contrario, ogni giorno cercano di ingabbiare la realtà secondo un loro arbitrario disegno, tutto ideologico e pregno d’interessi particolari. Gli utopisti borghesi, quelli che hanno proclamato la fine della storia, non vogliono vedere nella crisi generale del modo di produzione capitalistico che ci sta sotto gli occhi (la ripresa! tra cinque anni, tra sette, tra venti, stagnazione secolare, causa la deflazione e altri deliri …), come abbia guadagnato in ampiezza e in profondità la contraddizione e il contrasto tra rapporti di produzione e le forze produttive, il conflitto in atto fra lo sviluppo materiale della produzione e la sua forma sociale. La contraddizione si è sviluppata sino a diventare il controsenso per cui il modo di produzione si ribella contro la forma dello scambio.


È altresì palese che la borghesia e dunque il suo personale economico e politico è incapace di far fronte alla crisi che colpisce la società in ogni suo aspetto e in profondità. Che prenda sempre più piede la coscienza che le istituzioni sociali vigenti sono irrazionali ed ingiuste, è segno del fatto che nel modo di produzione e nelle forme di scambio si sono verificati dei mutamenti che rendono palese come questo ordinamento sociale non regge più e in esso deflagra la contraddizione che produzione sociale e appropriazione privata non possono andare ancora insieme.

Che cosa c’è di più anacronistico e ipocrita nello stabilire che la grande maggioranza delle persone ha uguali diritti e però riceva solo lo stretto necessario per vivere, quando lo riceve, a fronte di una capacità produttiva e anzi di una sovrapproduzione di ogni tipo di merci? Non si rispetta dunque l’uguale diritto della maggioranza di tendere alla felicità più di quanto lo rispettassero la schiavitù o la servitù della gleba. E le cose non vanno meglio per quanto riguarda i mezzi spirituali della felicità, i mezzi dell’educazione intellettuale, posti sotto il dominio del profitto e le strategie del marketing.

Va da sé che più si divaricheranno le contraddizioni immanenti al modo stesso di produrre, distribuire e consumare, e maggiore diverrà il rischio di tragiche involuzioni e catastrofi.

*

Per contro, fin troppi hanno in mente le vecchie concezioni del socialismo, la cui immaturità corrispondeva all’immaturità della produzione capitalistica. Per dirla ancora con Engels, la soluzione delle questioni sociali restava ancora celata nelle condizioni economiche poco sviluppate e perciò doveva uscire dal cervello umano e non dalle condizioni oggettive della società:

«La società non offriva che inconvenienti: eliminarli era compito della ragione pensante. Si trattava di inventare un nuovo e più perfetto sistema di ordinamento sociale e di elargirlo alla società dall'esterno, con la propaganda e, dove fosse possibile, con l'esempio di esperimenti modello. Questi nuovi sistemi sociali erano, sin dal principio, condannati ad essere utopie: quanto più erano elaborati nei loro particolari, tanto più dovevano andare a finire nella pura fantasia

Oggi siamo arrivati al punto in cui non si può seriamente pensare di risolvere nessuno dei gravi problemi che affliggono le nostre società e il pianeta nel suo insieme senza affrontarli nella loro globalità. Si fa strada la coscienza di tale necessità, e tuttavia si tratta ancora di una coscienza confusa, rimasta delusa e anzi inorridita da ciò che è avvenuto nel corso del XX secolo e che ancora si prospetta cruentamente nel nuovo. Pensare ad una risposta pronta e definitiva in ordine a questi problemi di portata epocale significa illudersi e ingannare, soprattutto sui tempi di tale processo. Un fatto è comunque certo, l’umanità non può più permettersi di lasciare in mano il proprio destino a entità economiche e statuali che agiscono ognuna per proprio conto e ognuna come concorrente e/o avversaria dell’altra.

Tuttavia questo resta al momento solo un auspicio poiché vediamo la piega che stanno prendendo gli avvenimenti. Una delle cause di questa impasse sta nella nostra presa di distanza dal mondo, nella nostra pigrizia e nel ripiegamento delle nostre coscienze, esteti – quando va bene – dei nostri orticelli conclusi. In attesa di ciò che, rassegnati, consideriamo inevitabile. Disgustati dalle parole e dalla mediocrità, abbiamo rinunciato alla lotta, anzitutto e per ora a quella ideologica. Un’azione collettiva volta a produrre una consapevolezza degli scopi, un sapere del possibile, imprigionato negli attuali rapporti di produzione e riproduzione alienata della vita. Perché oggi come non mai non possiamo accontentarci di un’ennesima metamorfosi delle forme politiche del dominio dell’uomo sull’uomo.

(*) Così come il cervello umano, per quanto ne sappiamo, è il più alto prodotto della materia. La materia non agisce secondo uno scopo o secondo criteri di causa-effetto.

(**) È interessante notare che la dialettica materialistica, poiché di ciò si tratta, non venne scoperta solo da Marx ed Engels e prima ancora da Hegel, ma ancora una volta e indipendentemente, come riconobbero gli stessi Marx ed Engels, da un operaio tedesco, Joseph Dietzgen (1828-1888).


Scrive Engels nel suo Ludwig Feuerbach e il punto d’approdo della filosofia classica tedesca: «[…] si è sempre coscienti che ogni conoscenza acquisita è necessariamente limitata, è condizionata dalle circo­stanze in cui la si è acquistata; ugualmente non ci si lascia più imporre dalle vecchie antinomie di vero e di falso, di buono e di cattivo, di identico e di diverso, di necessario e di casuale, antinomie che la vecchia metafisica ancor sempre in voga non è in grado di superare; si sa che queste antinomie hanno soltanto un valore relativo, che ciò che oggi viene riconosciuto come vero ha il suo lato falso, oggi nascosto ma che verrà alla luce più tardi, così come ciò che oggi è riconosciuto come falso ha il suo lato vero, grazie al quale prima poteva essere considerato vero; che ciò che si dice essere necessario si compone di pure casualità, e che il cosiddetto elemento casuale è la forma dietro cui si nasconde la necessità, e così via.»

9 commenti:

  1. quant'è ricca la materia umana, molto più di tutte le spiritualità e materialità messe insieme

    è proprio la situazione di stallo (il punto morto) che il mondo borghese esprime, dall'economia alle arti, che suggerisce l'apertura a possibilità inusitate che non giungano più da fuori, nessuna destinazione-nessun volontarismo, ma dal processo storico in sè medesimo accelerato, per così dire, dai soggetti coscienti che al suo interno sono foggiati

    percorrendo questo senso, non c'è nessuna classe che possa rivendicare particolari missioni storiche ma al contrario è la classe che non vuole essere più tale ad avere in potenza la chiave per liberare tutti

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    1. la situazione attuale non è di equilibrio e stallo, ma di squilibri sempre più pronunciati che però servono a meglio controllare il tutto. Le politiche redistributive dispensano paure a seconda della propria posizione di classe. Tanto più proletario tanto più terrore. Tanto più borghese tanto più riformista. Chi ha meno da perdere deve avere molta più paura, e così oggi è... L'unica uscita dal terrore pare sia legarsi mani e piedi al riformismo. Il che corrisponde ad aumentare la naturalità del sistema. Assecondare la natura del capitalismo che non è solo mezzo di sfruttamento, ma pure di controllo sociale attraverso la composizione del conflitto. I parlamenti borghesi, in principio, servono a questo.
      I soggetti coscienti non hanno paura del terrore.
      ma non per motivi psicologici, bensì materiali.

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    2. stallo non è sinonimo di equilibrio, meno che mai lo è "punto morto". dopo la caduta del gigante sovietico hanno inverato l'aspettativa di un mercato veramente planetario ma le cose stanno andando avanti più per inerzia che per strategia, con tutta evidenza in campo economico e anche la politica non è da meno, come è giusto che sia.

      Inoltre, in questo diversamente da te, vedo tutta la civiltà borghese terrorizzata, in particolare nelle sue punte più evolute. Alcuni già riflettono su come ottenere gli effetti benefici di una grande guerra senza farla, tanto per dire. Dico questo senza dedurre che le cose precipitino già domani.

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    3. perché diversamente da me? cosa intendi per civiltà borghese? se mi parli di società borghese capisco, quanto al concetto di civiltà dobbiamo ben comprendere che la speranza sociale non può prescindere dai risultati raggiunti da questa civiltà. Dal nulla non si crea nulla, il rischio è di finire in un nuovo medioevo.

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    4. Cara, rispondo a ragionier

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    5. hai ragione, scusa, 'na botta di Alz

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    6. sono i borghesi che non sanno più che fare per il semplice fatto materiale che lavorano sempre meno e sempre peggio. Pieni di "risparmi" rubati allo stato, sentono la montagna cedere e allora svuotano l'invaso il più velocemente possibile accelerando così ulteriormente gli smottamenti del debito pubblico... Non è stallo né equilibrio ma proprio la necessità di accelerare connaturata a un sistema basato sulla rapina. Le sperequazioni sono semplicemente necessarie al loro modo di produzione. E per paradosso meno lavorano è più devono squilibrare il quadro.
      Io dico che a questo punto le paure non possono più essere le stesse per tutti. Fine della coesione sociale. La nave borghese (una fregata) va abbandonata.
      Pensare in termini riformistici è forse il modo più tranquillo di suicidarsi oggi. E troppi son "naturalmente" portati ad impiccarsi al profitto altrui. Tanto più nei paesi di antiche incrostazioni feudali come il nostro.
      Ma io continuo a presumere che sia compito storico (e modernissimo) del proletariato sopraffare la borghesia, nel senso di fare di più e meglio. Non suicidarsi.

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