lunedì 11 febbraio 2019

Una piccola tessera





È sempre interessante leggere ciò che dice Mario Seminerio sul Fatto quotidiano e altrove. S’interroga sulle cause del deterioramento della congiuntura economica. Non solo quella italiana, ma anche di quella tedesca, cui il nostro paese è legato a doppio filo. Sulla crisi tedesca scrive “che ormai da mesi impegna gli economisti, che non sanno decidere se si tratti di fenomeno transitorio o persistente”. La congiuntura italiana, oltre a risentire direttamente della negatività tedesca, denota “una radice del tutto endogena, riconducibile alla fortissima incertezza causata dall’azione dell’esecutivo”, scrive.

Che gli idioti attuali aggravino la situazione, non solo economica, nessuna persona di senno può negarlo. Si poteva attuare una politica d’impronta realmente espansiva, posto che il debito pubblico è destinato ad aumentare comunque (*). Tuttavia che un governo diverso dall’attuale possa fare molto di più che escogitare dei palliativi, dubito fortemente, non solo per la cronica fragilità del sistema politico ma perché siamo una piccola tessera di un enorme puzzle.


Veniamo al fenomeno più evidente e sostanziale della crisi: il divario tra offerta e domanda, ossia l’impossibilità di vendere tutto quello che viene prodotto con profitto. La causa? La pseudo-scienza economica borghese ha tentato di trovare una risposta, fino ad arrivare, negli anni Trenta, a quella che va sotto il nome di keynesismo, teoria che imputa la divergenza tra domanda e offerta a un fattore psicologico: la scarsa propensione al consumo! Quindi, il ricorso al famoso “moltiplicatore”, che ha funto, per un breve periodo, da effettivo volano della ripresa economica. Poi la guerra e la ricostruzione hanno fatto il resto.

Oggi questi escamotage ideologici sulla propensione al consumo e consimili risibili trovate non le prende più sul serio (quasi) nessuno, anche se possono ancora valere un Nobel. Mai come nella nostra epoca è possibile conoscere e censire ogni cosa, sapere se serve o no; pertanto non si tratta di un problema legato ai consumi, ossia alla circolazione, ma si tratta di contraddizioni che hanno il loro luogo d’origine nel modo di produzione.

E dunque anche le manovre di bilancio che si dimostrassero capaci di un qualche reale impatto espansivo, finirebbero per avere il fiato corto. La causa della crisi è sempre la stessa, effettiva nel processo produttivo e nel meccanismo stesso dell’accumulazione capitalistica.

(*) Invece di buttare soldi dall’elicottero, ossia mantenere a sbaffo i disoccupati, i quali rappresentano oggi ciò che sono stati i poveri nelle epoche precedenti. Chi pensa che questo sia cinismo vuol dire che non conosce le livide dinamiche economiche e sociali: la disuguaglianza sociale è la base su cui poggiano le società di classe.

4 commenti:

  1. per quanto riguarda l' italia borghese io credo che oggi non ci sia nulla da fare se non un lento lavoro di ricostruzione a lungo termine -almeno una generazione- che riparta dalle scuole con indirizzi realmente collegati al sistema produttivo, un lavoro che non riusciranno a fare presi come sono dal banchetto delle ultimissime risorse disponibili

    la germania è in crisi principalmente per la trade war ma paradossalmente anche per la politica monetaria che ha "consigliato" alla BCE: QE partito con 6 anni di ritardo, ora che lo devono chiudere -perchè l'hanno annunciato da un anno-si ritrovano a dover riaprire un TLTRO ma non si vorrebbero contraddire... Draghi è dovuto scendere a troppi compromessi con il suo board e oggi, quando pure i tedeschi avrebbero bisogno di comprare tempo per riflettere con calma, si ritrova con munizioni a salve

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    1. certo che c'entra la trade war e altre questioni legate agli scambi, e volendo per soprammercato ci mettiamo anche i cambiamenti climatici, tuttavia resta il fatto che la contraddizione fondamentale che sta alla base delle crisi è altra.

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    2. veramente seminerio non parla delle due colossali cause del rallentamento tedesco di cui parlo, tutt' altro che strettamente contingenti

      per quanto riguarda quel che dici tu, aggiungerei un determinante "con profitto" a " l’impossibilità di vendere tutto quello che viene prodotto"

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