lunedì 20 febbraio 2012

La favola delle api


Fin dal 1696 un certo John Bellers scriveva: «Se qualcuno avesse 100.000 acri e altrettante lire sterline di denaro e altrettanto bestiame, che cosa sarebbe l’uomo ricco senza il lavoratore se non egli stesso un lavoratore? E come i lavoratori arricchiscono la gente, allo stesso modo tanto più lavoratori, tanto più ricchi [...] Il lavoro del povero è la miniera del ricco».
Era ancora un’epoca genuina quella, non ancora alle prese con le menti oneste e chiarissime dei professori, dove si poteva ancora dire pane al pane. Oggi allo schiavo salariato il manager e il suo servo giornalista chiedendo di essere più competitivo, cioè che le condizioni della vendita della sua forza-lavoro siano sempre più favorevoli al capitale, lo stesso che ha creato le condizioni di un mercato mondiale senza regole e che impone alla politica comprata dal denaro di rivedere i costi del compromesso sociale.
Per chi avesse voglia di guardare ai numeri e non solo al proprio ombelico, scoprirebbe che Marx aveva ragione anche quando affermava che la proletarizzazione sarebbe aumentata e non diminuita sia in termini assoluti che relativi. Eppure si sono pubblicati mattoni di centinaia di pagine di “marxisti” che annunciavano che i salariati sono una classe in estinzione.
La popolazione mondiale ha raggiunto i 7mld, e tra questi i salariati sono 2mld. Se questi nel 1950 ammontavano a 300 milioni, nel 1990 erano più che triplicati (1mld) e dopo vent’anni raddoppiavano per arrivare, come detto, a 2mld. Questo non solo per effetto dell’aumento della popolazione (2,5mld nel 1950), ma in forza dei flussi dalla campagna verso i centri urbani, una trasformazione che è il risultato di un ciclo estensivo e intensivo dello sviluppo capitalistico.
Così Bernard de Mandeville ai primi del secolo XVIII:
«Là dove la proprietà è sufficientemente difesa, sarebbe più facile vivere senza denaro che senza poveri, giacché chi farebbe il lavoro? Allo stesso modo che i lavoratori devono essere protetti contro la morte per fame, essi non dovrebbero ricevere nulla che valga di essere risparmiato. Se qua e là qualcuno della classe infima si eleva, in virtù di un’assiduità straordinaria e di uno stringere la cintola, al di sopra delle condizioni in cui è cresciuto, nessuno deve ostacolarlo; anzi è innegabilmente il piano più saggio per ogni privato, per ogni famiglia singola della società, essere frugale; ma è interesse di tutte le nazioni ricche che la gran maggioranza dei poveri non sia mai inattiva e che purtuttavia spenda costantemente quello che intasca. Coloro che si guadagnano la vita con il loro lavoro quotidiano, non hanno nulla che li stimoli ad essere servizievoli se non i loro bisogni che è saggezza alleviare, ma sarebbe follia curare. L’unica cosa che possa rendere assiduo l’uomo che lavora è un salario moderato. [...] Da quanto è stato svolto sin qui consegue che in una nazione libera in cui non siano consentiti gli schiavi, la ricchezza più sicura consiste in una massa di poveri laboriosi. Prescindendo dal fatto che essi sono la fonte d’offerta mai esaurita per la flotta e per l’esercito, senza di essi non vi sarebbe godimento, e il prodotto di nessun paese sarebbe valorizzabile. Per rendere felice la società (composta naturalmente di coloro che non lavorano) e per render il popolo contento anche in condizioni povere, è necessario che la grande maggioranza rimanga sia ignorante che povera. Le cognizioni aumentano e moltiplicano i nostri desideri, e quanto meno un uomo desidera, tanto più facilmente i suoi bisogni potranno essere soddisfatti (The Fable of the Bees or Private Vices, Publick [sic!] Benefits, Londra 1728)».

La Favola delle api ebbe subito una scandalosa reputazione e l’autore fu condannato dal gran giurì di Middlesex perché l’opera rappresentava un’allegoria troppo sincera della società d’allora (e nostra), ma ciò non fece che confermare il suo successo, anche perché sosteneva che senza vizio e crapula non c'è progresso. L’opera è citata anche da Keynes (ne riporta alcune strofe) nelle Short Notes Suggested al capitolo 26° della The General Theory of Employment, Interest and Money. E dapprima da Marx, nel capitolo 23° del I Libro, dal quale ho tratto la traduzione del brano riportato. Le trad. it.: a cura di C. Valenziano-Parlato, Torino, Boringhieri, 1961; e a cura di T. Magri, Roma-Bari, Laterza, 1987. Ne esiste anche un’edizione americana del 1988 in due voll.. Chi volesse scaricare l'edizione originale da internet: QUI.

3 commenti:

  1. Accidenti! Chissà se mai l'uomo, un giorno, imparerà ad agire, superando il lamento che lo incatena a un simile sistema.
    Questo scritto è di una lucidità da brivido.Non basta semplicemente rifletterci sopra, ma inoltrarsi nel ragionamento con il bagaglio del proprio essere, per non essere colti da un senso di infinita sconfitta.

    Buona Giornata

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    1. Condivido la sue condensata analisi quanto mai realista. Se ci aggrapperemo alla speranza che l'Uomo cambi per cambiare le cose, forse continueremo a cibarci di vane speranze e illusioni. Forse qualcosa potremo cambiarla se quel piccolo impegno che potremmo profondere e che viene fuori dalla intima volontà intrinseca a qualcuno di noi, la mettessimo assieme per tentare di cambiare la Politica come Istituzione. Perché quello che è il Pensiero comune che permette di tenere schiava la maggioranza numerica delle persone e per renderla truffa di Democrazia, allora forse qualcosa riusciremo a farla. Sarebbe anche sbagliato, poi, pensare che il cambiamento dell'Uomo debba essere in termini totali e distruttivi del suo modo di essere pensiero; ma sarebbe sufficiente che imparasse l'uso della ragione in quello spazio intellettivo, che dovrebbe essere la Tolleranza e il rispetto del Diritto altrui. Il resto che sia che ognuno evolva semplicemente sé stesso per evitare che la vita sia monotona se non addirittura inesistente.

      http://www.facebook.com/profile.php?id=100004107377429&ref=tn_tnmn

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    2. non uso facebook e molto poco le maiuscole

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