La locuzione “economia politica classica” fu coniata da Karl Marx, il quale elaborò i concetti fondamentali della critica dell’economia politica nel periodo 1850-1863. È in questo periodo che Marx sviluppa in modo organico la sua teoria del valore e del plusvalore, nonché la sua teoria del profitto medio, prezzo di produzione, rendita fondiaria. Tutto ciò che Marx ha realizzato nel campo dell’economia politica prima di questo periodo, lo possiamo definire come la preistoria della sua teoria economica.
Applicando il materialismo dialettico alla conoscenza della società umana, Marx ed Engels ricavano la seguente tesi: ciò che è fondamentale sono i rapporti di produzione che si formano indipendentemente dalla volontà e dalla coscienza degli uomini, come rapporti determinanti e originari, in antitesi ai rapporti ideologici, che nascono passando attraverso la coscienza umana.
I rapporti di produzione sono, a loro volta, dialetticamente uniti alle forze produttive e determinati dal livello di sviluppo di queste ultime. Questo carattere oggettivo dei rapporti di produzione permette di considerare il movimento della formazione economica della società come un “processo storico naturale”, rigorosamente conforme a leggi. In tal modo, la scienza della società viene posta per la prima volta su un fondamento scientifico.
Tra la seconda metà del XVII e l’inizio del XIX secolo, l’economia politica divenne non solo una scienza in generale, ma una disciplina indipendente dalla filosofia e dal diritto, con un oggetto di studio specifico. Marx definì il criterio del rigore scientifico come la comprensione dell’origine del valore e del plusvalore (o delle sue manifestazioni di profitto e rendita fondiaria, nonché di altri derivati) nella produzione. Tale comprensione diventa possibile solo quando la produzione su base capitalistica ha raggiunto un certo livello di maturità e ampiezza e solleva corrispondenti questioni pratiche.
Già nello Schizzo sugli economisti Bastiat e Carey (rimasto incompiuto), Marx delineava esattamente per la prima volta i confini storici dell’economia politica inglese: fine sec. XVII (Petty e Boisguillebert), primo ventennio del sec. XIX (Ricardo e Sismondi). Nel III libro de Il Capitale (cap. 20), scriverà: «La vera scienza dell’economia moderna inizia solo quando la considerazione teorica si sposta dal processo di circolazione al processo di produzione» (*).
Prima della rivoluzione industriale, durante il periodo della cosiddetta accumulazione primitiva, ovvero l’era del monetarismo e del mercantilismo, non vi fu una produzione teorica adeguata perché l’analisi era incentrata sul fenomeno della circolazione. Era quello un capitalismo manifatturiero e agrario; dalla seconda metà del XVIII secolo in poi, con l’avvento dell’industria su ampia scala, la produzione divenne una produzione di merci capitalistica, il che significa che i beni venivano prodotti come merci da vendere utilizzando manodopera salariata.
La questione del valore e del prezzo di queste merci non era solo di rilevanza teorica, ma anche estremamente pratica. I lavoratori erano salariati e producevano plusvalore (il salario copre solo una parte del lavoro erogato). Il plusvalore assumeva la forma di profitto, o guadagno imprenditoriale, interessi e rendita fondiaria (la terra veniva per lo più affittata a affittuari capitalisti che impiegavano salariati), che si accumulavano nelle classi dei capitalisti (imprenditori e prestatori) e dei proprietari terrieri, cosicché si poneva la questione delle leggi che regolassero la distribuzione del valore appena creato.
L’emergere dell’economia borghese classica può dunque essere ricondotto allo sviluppo del capitalismo, che aveva superato le sue fasi iniziali e cominciava a delineare con crescente chiarezza le sue caratteristiche fondamentali.
Marx opera una netta distinzione tra l’economia politica classica, che indaga la coerenza interna dei rapporti di produzione borghesi, con l’economia politica volgare, che si limita ad illustrare l’apparente coerenza di tali rapporti di produzione. Infatti, definisce gli economisti successivi a Petty, Boisguillebert, Smith, Ricardo e Sismondi, come “epigoni o critici reazionari dei classici”.
Nella prefazione al Capitale, Marx scrive che i corifei dell’economia volgare si divisero in due schiere: «Gli uni, gente saggia, amante del guadagno, pratica, si schierarono sotto la bandiera del Bastiat, il più superficiale e quindi il meglio riuscito rappresentante dell’apologetica economica volgare; gli altri, fieri della dignità professorale della loro scienza, seguirono J. Stuart Mill nel tentativo di conciliare l’inconciliabile».
Marx formula un’importantissima tesi: i rapporti di produzione non sono, come sostengono gli economisti borghesi, rapporti tra cose, bensì rapporti tra uomini in relazione a cose. Il prodotto del lavoro concreto è inizialmente solo un prodotto concreto: un falegname ottiene un tavolo; chi pesca, un pesce. La domanda di Marx non era la banalità di stabilire se e come tavoli e pesci siano prodotti del lavoro, ma piuttosto: in che misura tavoli e pesci, espressi in termini monetari, possono costituire un bene privato? Il merito scientifico di Marx risiede proprio nel definire il valore come prodotto del lavoro umano astratto: questo è ciò che Marx chiama il fulcro di tutta l’economia politica. In ciò risiede infatti la comprensione di cosa sia realmente il valore: una relazione sociale e non un prodotto naturale.
Il fatto che tutta la ricchezza materiale abbia origine nella natura e nel lavoro umano, ma che solo il lavoro al servizio della proprietà privata crei la ricchezza astratta qui validata – ovvero il denaro – ha diverse conseguenze: tutti gli attori di questa economia della proprietà privata desiderano il denaro: alcuni lo possiedono già e vogliono accrescerlo, altri ne hanno costantemente bisogno perché devono spenderlo continuamente per sopravvivere.
Il denaro non è altro che proprietà privata nella sua forma astratta, spogliata di qualsiasi valore d’uso con cui un tempo è entrata nel mondo. Il denaro rappresenta una ricchezza socialmente riconosciuta, senza lo stigma di essere utile per altro se non precisamente per l’accumulazione.
Pertanto, la proprietà privata, nella sua forma astratta di denaro, diventa il potere dominante sul lavoro altrui. Tutta la ricchezza materiale che una società capitalista conosce, sotto forma di un’immane raccolta di merci, viene creata al servizio e sotto il controllo della proprietà privata. Il lavoro umano, inteso come processo con e in relazione alla natura, è e rimane, nelle varie fasi storiche del capitalismo così come in qualsiasi altra società pregressa, il fondamento di ogni ricchezza materiale.
Marx mostra come l’”economia” di Proudhon (tanto cara poi a gente come Craxi, Scalfari e ora anche a Canfora) rappresenti un passo indietro rispetto a Smith e Ricardo: «La teoria del valore di Ricardo è l’esposizione scientifica della vita economica presente: la teoria del valore del signor Proudhon è l’interpretazione utopistica della teoria di Ricardo» (Miseria della filosofia, 1847, cap. I. Un testo così dottamente citato ma la cui lettura è quanto mai trascurata).
Marx era ovviamente consapevole che il valore, inteso come ricchezza astratta, non ha origine nel lavoro concreto; sapeva anche che il denaro, in quanto espressione di valore, possiede un’indipendenza dal valore stesso e che, di conseguenza, persino cose prive di valore come la terra possono avere un prezzo. Pertanto, quando i critici della teoria del valore, indicando la terra, gli oggetti d’antiquariato o il capitale fittizio, affermano che il lavoro umano non è l’unica fonte di valore, dicono semplicemente una stronzata. Una delle tante del loro repertorio.
Per tacere di quei coglioni che con sofisticate formulette matematiche pretendono di dimostrare l’esistenza di un presunto problema di “trasformazione” dei valori in prezzi, ovvero la trasformazione del lavoro concreto in valori e quindi in prezzi. Significa non aver capito proprio un cazzo della teoria del valore marxiana.
Il fatto che i padroni e gli apologeti della proprietà privata si rifiutino di riconoscere la connessione tra lavoro umano e valore deriva dalla loro posizione di classe, ovvero dalla loro visione ideologica dell’economia che, anche a livello teorico, cerca di cancellare il fatto che gli schiavi salariati producono la ricchezza da cui sono separati.
Oggi come allora, l’economia borghese è quell’insieme eterogeneo ma ideologicamente normato di dottrine esistenti e dominanti che servono principalmente gli interessi dei capitalisti, i proprietari dei mezzi di produzione (per dirla in modo semplice: la borghesia), e difendono l’ordine economico capitalista.
I movimenti politici e i partiti riformisti hanno abbellito lo sfruttamento con lo slogan secondo cui i lavoratori possono essere orgogliosi di tutto ciò che producono, sottacendo quale sia il vero prodotto del loro lavoro in questa società: nient’altro che la ricchezza monetaria che sono tenuti ad accrescere e dalla quale sono esclusi per tutta la vita; ricchezza che, peraltro, si presenta loro come un dominio sul proprio lavoro.
(*) Tra i maggiori economisti classici, vanno citate figure come il famoso Adam Smith (1723- 1790), il fisiocratico (e medico personale di Madame de Pompadour) François Quesnay (1694-1774) e David Ricardo (1772-1823). Tra i fisiocratici vanno annoverati Pierre Samuel du Pont des Nemours (1739–1789), Jacques Turgot (1727–1781) e anche il marchese de Mirabeau (1715–1789). Altre figure di spicco includono: William Petty (1623–1687), considerato il fondatore della statistica economica; Pierre Le Pesant de Boisguilbert (1646– 1714), noto per la sua difesa dei socialmente svantaggiati e oppressi; John Locke (1623–1704), la cui teoria della proprietà ha influenzato il pensiero giuridico, filosofico ed economico fino ai giorni nostri; John Law (1671–1729), che sviluppò una teoria e una politica monetaria originali, ma che scatenò anche la prima grande crisi bancaria della storia nel 1720; Bernard de Mandeville (1670–1733), autore di una brillante satira economica con la sua Favola delle api e Simonde de Sismondi (1773–1842), che fornì una delle prime spiegazioni di una crisi. Personaggi come il rev. Thomas R. Malthus (“ciò che in A. Smith è geniale diventa nel Malthus una posizione reazionaria contro il punto di vista del Ricardo, cit. Marx, Teorie sul plusvalore, vol. I) e John Stuart Mill (1806–1873), nonché il francese Jean Baptiste Say (1767– 1832), Marx li esclude dai pensatori dell’economia classica perché le loro concezioni sull’origine del valore e della ricchezza sono caratterizzate da prospettive apologetiche e “volgari”, ovvero superficiali.
Riservo qui in nota qualche riga a Ricardo e poi all’opera principale di Quesnay, Tableau Économique. Ricardo viene spesso descritto come un economista pessimista. Ciò è dovuto alle sue inquietudini sul calo del saggio di profitto, che turbarono e turbano la borghesia. Ricardo non trasse conclusioni sul destino del capitalismo dalle sue inquietudini sul calo del saggio di profitto; riteneva che il progresso tecnologico avrebbe contrastato a sufficienza il calo del saggio di profitto. Marx, stimolato dalle riflessioni di Ricardo, iniziò ad esaminare in dettaglio il fenomeno del calo del saggio di profitto (saggio, non la massa del profitto!), ma spiegò questa tendenza in modo completamente diverso: il progresso tecnologico non arresta il calo del saggio di profitto, bensì lo provoca.
Ancora oggi, la teoria del commercio internazionale di Ricardo – la teoria del vantaggio comparato – rimane un pilastro dei manuali di economia. Egli utilizzò un esempio numerico per dimostrare che la divisione internazionale del lavoro e il libero scambio avvantaggiano anche i paesi meno sviluppati. Tuttavia, il suo modello è solo un esercizio accademico, facilmente smentito da qualsiasi accenno di realtà, che contraddice l’idea dei vantaggi incondizionati di un regime di mercato globale completamente libero e non regolamentato per tutti i paesi partecipanti. Oggi abbiamo l’esempio della Cina, e del resto basterebbe dare un’occhiata non solo a Marx, ma a Paul A. Samuelson.
Il Tableau Économique di Quesnay è un modello grafico del flusso circolare del reddito. Illustra come e in che misura i risultati della produzione di beni circolano e vengono distribuiti tra le tre classi della società (Quesnay, per quanto fosse favorevole alla monarchia assoluta, fu il primo a collegare le differenze tra le classi al loro ruolo economico nel processo di riproduzione: la classe produttiva, la classe dei proprietari e la classe sterile). Marx descrisse il modello come “un’idea ingegnosa, indiscutibilmente la più ingegnosa che l’economia politica abbia finora prodotto” (Teorie sul plusvalore, vol. I, cap. 5). Non solo ispirò il modello di riproduzione di Marx sotto forma di sistema di equazioni (Libro II), ma servì anche da modello per l’analisi input-output (noto anche come matrice Leontief)), sviluppata dal successivo premio Nobel per l’economia Wassily Leontief (1906-1999), che oggi rappresenta un importante strumento per lo studio empirico dei flussi di beni e denaro.




