mercoledì 5 agosto 2026

Sulla differenza tra classica e volgare

 

La locuzione “economia politica classica” fu coniata da Karl Marx, il quale elaborò i concetti fondamentali della critica dell’economia politica nel periodo 1850-1863. È in questo periodo che Marx sviluppa in modo organico la sua teoria del valore e del plusvalore, nonché la sua teoria del profitto medio, prezzo di produzione, rendita fondiaria. Tutto ciò che Marx ha realizzato nel campo dell’economia politica prima di questo periodo, lo possiamo definire come la preistoria della sua teoria economica.

Applicando il materialismo dialettico alla conoscenza della società umana, Marx ed Engels ricavano la seguente tesi: ciò che è fondamentale sono i rapporti di produzione che si formano indipendentemente dalla volontà e dalla coscienza degli uomini, come rapporti determinanti e originari, in antitesi ai rapporti ideologici, che nascono passando attraverso la coscienza umana.

I rapporti di produzione sono, a loro volta, dialetticamente uniti alle forze produttive e determinati dal livello di sviluppo di queste ultime. Questo carattere oggettivo dei rapporti di produzione permette di considerare il movimento della formazione economica della società come un “processo storico naturale”, rigorosamente conforme a leggi. In tal modo, la scienza della società viene posta per la prima volta su un fondamento scientifico.

Tra la seconda metà del XVII e l’inizio del XIX secolo, l’economia politica divenne non solo una scienza in generale, ma una disciplina indipendente dalla filosofia e dal diritto, con un oggetto di studio specifico. Marx definì il criterio del rigore scientifico come la comprensione dell’origine del valore e del plusvalore (o delle sue manifestazioni di profitto e rendita fondiaria, nonché di altri derivati) nella produzione. Tale comprensione diventa possibile solo quando la produzione su base capitalistica ha raggiunto un certo livello di maturità e ampiezza e solleva corrispondenti questioni pratiche.

Già nello Schizzo sugli economisti Bastiat e Carey (rimasto incompiuto), Marx delineava esattamente per la prima volta i confini storici dell’economia politica inglese: fine sec. XVII (Petty e Boisguillebert), primo ventennio del sec. XIX (Ricardo e Sismondi). Nel III libro de Il Capitale (cap. 20), scriverà: «La vera scienza dell’economia moderna inizia solo quando la considerazione teorica si sposta dal processo di circolazione al processo di produzione» (*).

Prima della rivoluzione industriale, durante il periodo della cosiddetta accumulazione primitiva, ovvero l’era del monetarismo e del mercantilismo, non vi fu una produzione teorica adeguata perché l’analisi era incentrata sul fenomeno della circolazione. Era quello un capitalismo manifatturiero e agrario; dalla seconda metà del XVIII secolo in poi, con l’avvento dell’industria su ampia scala, la produzione divenne una produzione di merci capitalistica, il che significa che i beni venivano prodotti come merci da vendere utilizzando manodopera salariata.

La questione del valore e del prezzo di queste merci non era solo di rilevanza teorica, ma anche estremamente pratica. I lavoratori erano salariati e producevano plusvalore (il salario copre solo una parte del lavoro erogato). Il plusvalore assumeva la forma di profitto, o guadagno imprenditoriale, interessi e rendita fondiaria (la terra veniva per lo più affittata a affittuari capitalisti che impiegavano salariati), che si accumulavano nelle classi dei capitalisti (imprenditori e prestatori) e dei proprietari terrieri, cosicché si poneva la questione delle leggi che regolassero la distribuzione del valore appena creato.

L’emergere dell’economia borghese classica può dunque essere ricondotto allo sviluppo del capitalismo, che aveva superato le sue fasi iniziali e cominciava a delineare con crescente chiarezza le sue caratteristiche fondamentali.

Marx opera una netta distinzione tra l’economia politica classica, che indaga la coerenza interna dei rapporti di produzione borghesi, con l’economia politica volgare, che si limita ad illustrare l’apparente coerenza di tali rapporti di produzione. Infatti, definisce gli economisti successivi a Petty, Boisguillebert, Smith, Ricardo e Sismondi, come “epigoni o critici reazionari dei classici”.

Nella prefazione al Capitale, Marx scrive che i corifei dell’economia volgare si divisero in due schiere: «Gli uni, gente saggia, amante del guadagno, pratica, si schierarono sotto la bandiera del Bastiat, il più superficiale e quindi il meglio riuscito rappresentante dell’apologetica economica volgare; gli altri, fieri della dignità professorale della loro scienza, seguirono J. Stuart Mill nel tentativo di conciliare l’inconciliabile».

Marx formula un’importantissima tesi: i rapporti di produzione non sono, come sostengono gli economisti borghesi, rapporti tra cose, bensì rapporti tra uomini in relazione a cose. Il prodotto del lavoro concreto è inizialmente solo un prodotto concreto: un falegname ottiene un tavolo; chi pesca, un pesce. La domanda di Marx non era la banalità di stabilire se e come tavoli e pesci siano prodotti del lavoro, ma piuttosto: in che misura tavoli e pesci, espressi in termini monetari, possono costituire un bene privato? Il merito scientifico di Marx risiede proprio nel definire il valore come prodotto del lavoro umano astratto: questo è ciò che Marx chiama il fulcro di tutta l’economia politica. In ciò risiede infatti la comprensione di cosa sia realmente il valore: una relazione sociale e non un prodotto naturale.

Il fatto che tutta la ricchezza materiale abbia origine nella natura e nel lavoro umano, ma che solo il lavoro al servizio della proprietà privata crei la ricchezza astratta qui validata – ovvero il denaro – ha diverse conseguenze: tutti gli attori di questa economia della proprietà privata desiderano il denaro: alcuni lo possiedono già e vogliono accrescerlo, altri ne hanno costantemente bisogno perché devono spenderlo continuamente per sopravvivere.

Il denaro non è altro che proprietà privata nella sua forma astratta, spogliata di qualsiasi valore d’uso con cui un tempo è entrata nel mondo. Il denaro rappresenta una ricchezza socialmente riconosciuta, senza lo stigma di essere utile per altro se non precisamente per l’accumulazione.

Pertanto, la proprietà privata, nella sua forma astratta di denaro, diventa il potere dominante sul lavoro altrui. Tutta la ricchezza materiale che una società capitalista conosce, sotto forma di un’immane raccolta di merci, viene creata al servizio e sotto il controllo della proprietà privata. Il lavoro umano, inteso come processo con e in relazione alla natura, è e rimane, nelle varie fasi storiche del capitalismo così come in qualsiasi altra società pregressa, il fondamento di ogni ricchezza materiale.

Marx mostra come l’”economia” di Proudhon (tanto cara poi a gente come Craxi, Scalfari e ora anche a Canfora) rappresenti un passo indietro rispetto a Smith e Ricardo: «La teoria del valore di Ricardo è l’esposizione scientifica della vita economica presente: la teoria del valore del signor Proudhon è l’interpretazione utopistica della teoria di Ricardo» (Miseria della filosofia, 1847, cap. I. Un testo così dottamente citato ma la cui lettura è quanto mai trascurata).

Marx era ovviamente consapevole che il valore, inteso come ricchezza astratta, non ha origine nel lavoro concreto; sapeva anche che il denaro, in quanto espressione di valore, possiede un’indipendenza dal valore stesso e che, di conseguenza, persino cose prive di valore come la terra possono avere un prezzo. Pertanto, quando i critici della teoria del valore, indicando la terra, gli oggetti d’antiquariato o il capitale fittizio, affermano che il lavoro umano non è l’unica fonte di valore, dicono semplicemente una stronzata. Una delle tante del loro repertorio.

Per tacere di quei coglioni che con sofisticate formulette matematiche pretendono di dimostrare l’esistenza di un presunto problema di “trasformazione” dei valori in prezzi, ovvero la trasformazione del lavoro concreto in valori e quindi in prezzi. Significa non aver capito proprio un cazzo della teoria del valore marxiana.

Il fatto che i padroni e gli apologeti della proprietà privata si rifiutino di riconoscere la connessione tra lavoro umano e valore deriva dalla loro posizione di classe, ovvero dalla loro visione ideologica dell’economia che, anche a livello teorico, cerca di cancellare il fatto che gli schiavi salariati producono la ricchezza da cui sono separati.

Oggi come allora, l’economia borghese è quell’insieme eterogeneo ma ideologicamente normato di dottrine esistenti e dominanti che servono principalmente gli interessi dei capitalisti, i proprietari dei mezzi di produzione (per dirla in modo semplice: la borghesia), e difendono l’ordine economico capitalista.

I movimenti politici e i partiti riformisti hanno abbellito lo sfruttamento con lo slogan secondo cui i lavoratori possono essere orgogliosi di tutto ciò che producono, sottacendo quale sia il vero prodotto del loro lavoro in questa società: nient’altro che la ricchezza monetaria che sono tenuti ad accrescere e dalla quale sono esclusi per tutta la vita; ricchezza che, peraltro, si presenta loro come un dominio sul proprio lavoro.

(*) Tra i maggiori economisti classici, vanno citate figure come il famoso Adam Smith (1723- 1790), il fisiocratico (e medico personale di Madame de Pompadour) François Quesnay (1694-1774) e David Ricardo (1772-1823). Tra i fisiocratici vanno annoverati Pierre Samuel du Pont des Nemours (1739–1789), Jacques Turgot (1727–1781) e anche il marchese de Mirabeau (1715–1789). Altre figure di spicco includono: William Petty (1623–1687), considerato il fondatore della statistica economica; Pierre Le Pesant de Boisguilbert (1646– 1714), noto per la sua difesa dei socialmente svantaggiati e oppressi; John Locke (1623–1704), la cui teoria della proprietà ha influenzato il pensiero giuridico, filosofico ed economico fino ai giorni nostri; John Law (1671–1729), che sviluppò una teoria e una politica monetaria originali, ma che scatenò anche la prima grande crisi bancaria della storia nel 1720; Bernard de Mandeville (1670–1733), autore di una brillante satira economica con la sua Favola delle api e Simonde de Sismondi (1773–1842), che fornì una delle prime spiegazioni di una crisi. Personaggi come il rev. Thomas R. Malthus (“ciò che in A. Smith è geniale diventa nel Malthus una posizione reazionaria contro il punto di vista del Ricardo, cit. Marx, Teorie sul plusvalore, vol. I) e John Stuart Mill (1806–1873), nonché il francese Jean Baptiste Say (1767– 1832), Marx li esclude dai pensatori dell’economia classica perché le loro concezioni sull’origine del valore e della ricchezza sono caratterizzate da prospettive apologetiche e “volgari”, ovvero superficiali.

Riservo qui in nota qualche riga a Ricardo e poi all’opera principale di Quesnay, Tableau Économique. Ricardo viene spesso descritto come un economista pessimista. Ciò è dovuto alle sue inquietudini sul calo del saggio di profitto, che turbarono e turbano la borghesia. Ricardo non trasse conclusioni sul destino del capitalismo dalle sue inquietudini sul calo del saggio di profitto; riteneva che il progresso tecnologico avrebbe contrastato a sufficienza il calo del saggio di profitto. Marx, stimolato dalle riflessioni di Ricardo, iniziò ad esaminare in dettaglio il fenomeno del calo del saggio di profitto (saggio, non la massa del profitto!), ma spiegò questa tendenza in modo completamente diverso: il progresso tecnologico non arresta il calo del saggio di profitto, bensì lo provoca.

Ancora oggi, la teoria del commercio internazionale di Ricardo – la teoria del vantaggio comparato – rimane un pilastro dei manuali di economia. Egli utilizzò un esempio numerico per dimostrare che la divisione internazionale del lavoro e il libero scambio avvantaggiano anche i paesi meno sviluppati. Tuttavia, il suo modello è solo un esercizio accademico, facilmente smentito da qualsiasi accenno di realtà, che contraddice l’idea dei vantaggi incondizionati di un regime di mercato globale completamente libero e non regolamentato per tutti i paesi partecipanti. Oggi abbiamo l’esempio della Cina, e del resto basterebbe dare un’occhiata non solo a Marx, ma a Paul A. Samuelson.

Il Tableau Économique di Quesnay è un modello grafico del flusso circolare del reddito. Illustra come e in che misura i risultati della produzione di beni circolano e vengono distribuiti tra le tre classi della società (Quesnay, per quanto fosse favorevole alla monarchia assoluta, fu il primo a collegare le differenze tra le classi al loro ruolo economico nel processo di riproduzione: la classe produttiva, la classe dei proprietari e la classe sterile). Marx descrisse il modello come “un’idea ingegnosa, indiscutibilmente la più ingegnosa che l’economia politica abbia finora prodotto” (Teorie sul plusvalore, vol. I, cap. 5). Non solo ispirò il modello di riproduzione di Marx sotto forma di sistema di equazioni (Libro II), ma servì anche da modello per l’analisi input-output (noto anche come matrice Leontief)), sviluppata dal successivo premio Nobel per l’economia Wassily Leontief (1906-1999), che oggi rappresenta un importante strumento per lo studio empirico dei flussi di beni e denaro.

martedì 4 agosto 2026

Dimorfismo stagionale

 

Avevo intenzione di regalare ai lettori del blog un post, ovviamente lungo, sulla storia dell’economia politica. Principalmente perché l’idea che solo il lavoro crei valore è considerata da tempo superata, e chiunque invochi la “teorie del valore” è visto come irrimediabilmente obsoleto. Dunque, volevo offrire una ricostruzione storica di una banalità tutt’altro che insignificante.

Poi ho pensato: in agosto, con questo caldo, in procinto per partire o già partiti per il ferragosto? Meglio parlare di abbronzatura, o qualcosa che gli somigli. E dunque dirò qualcosa a proposito dell’abbronzatura dell’ornitorinco, un animale che ci somiglia fisiologicamente più di quanto non si creda comunemente: è un mammifero semi-acquatico, ha pelo, zampe palmate, una coda simile a quella di un castoro, un becco simile a quello di un uccello e, pur essendo un mammifero, depone le uova.

Nel caso non ve ne foste accorti, la maggior parte degli umani hanno la coda, spesso una coda lunga-lunga. E quanto alle uova, le deponiamo in frigo fino al momento di romperle. Quanto al becco, non ci sono dubbi. Infatti, spesso viene usata la locuzione “chiudi il becco”. Oppure: “non ha aperto becco”. Quanto al pelo, c’è un sacco di umani che hanno il pelo lungo, specie sullo stomaco. A volte anche un cuore peloso, donde deriva l’espressione “carità pelosa”. Insomma, genere Homo e Ornithorhynchus anatinus, anche se dicono di non essere parenti stretti, abitano entrambi nello stesso stagno.

Vengo al punto: la natura degli organelli che producono il pigmento nel pelo dell’ornitorinco: i melanosomi. Sono rotondi e almeno parzialmente cavi, una caratteristica precedentemente nota solo negli uccelli. In tutti gli altri mammiferi studiati fino ad oggi, sono solidi. Ecco dunque una caratteristica peculiare che ci distingue da quest’animaletto simpatico e fricchettone.

Esistono due forme predominanti del pigmento melanina: l’eumelanina, che produce tonalità scure e si trova principalmente nei melanosomi allungati, e la feomelanina, che produce tonalità rossastre, brunastre e arancioni e si forma nei melanosomi arrotondati. Sebbene i melanosomi arrotondati siano ora predominanti negli ornitorinchi, questi animali hanno una pelliccia marrone scuro.

Si sospetta che i melanosomi cavi abbiano facilitato l’adattamento degli animali alla vita acquatica. Perciò, date un’occhiata ai vostri melanosomi prima di fare il bagnetto in mare. Se i vostri melanosomi non sono cavi ma solidi, dunque se non siete mutati in anatinus, suggerisco di non allontanarvi troppo dalla riva.

Caro carburanti: il ritorno sarà così.

lunedì 3 agosto 2026

Il solito odore

 

Così chiude il suo post Massimo Mantellini a riguardo delle dichiarazioni fasciste di quello che attualmente è il presidente del senato. Sostiene Mantellini che i commentatori fascisti vanno da un’altra parte a imbrattare, non più sui social network dei principali esponenti dell’attuale governo. E dove vanno? Non lo so perché non frequento, ma di sicuro molti commentatori fascisti sono sulle prime pagine dei giornali e in televisione. E sono così ben camuffati (vorrebbero esserlo) che sembrano persone normali. Ascoltati per una manciata di secondi e capisci trattarsi della solita merda che ha cambiato colore ma ha mantenuto sempre lo stesso odore.

domenica 2 agosto 2026

La corsa agli armamenti pubblicitari

 

Questa mattina, poco dopo aver scorso le pagine del mio solito giornale domenicale, mi è venuta in mente una frase attribuita ad Andreotti.

Le case di produzione e distribuzione cinematografica, soprattutto statunitensi, investono somme considerevoli nella promozione dei film, spesso paragonabili o superiori al budget di produzione stesso.

La maggior parte dei film è in deficit rispetto ai meri incassi nei cinema, per cui ci si è spinti ben oltre il vintage pseudo-subliminale delle sigarette Muratti e del whisky J&B. Più recente è la marchetta promozionale a favore di certe località, dove vedi Roma o la Provenza con gli occhi degli specialisti della seduzione turistica, seguendo le tracce di tutti i luoghi mitici e immaginari della “cultura” di massa.

Per Odissea (The Odyssey) di Christopher Nolan, il regista pluripremiato (anche per colossali polpettoni come Interstellar, Tenet, Oppenheimer ...), l’investimento nella promozione e nel marketing si aggira intorno al 50% del budget di produzione, ovvero circa 125 milioni di dollari.

Promuovere un film simultaneamente in decine di paesi richiede campagne locali costosissime. Ma perché un buon film avrebbe bisogno di tali campagne promozionali? Si sostiene che il successo di un film ora dipende dai suoi primi tre giorni nelle sale. Bisognerebbe chiedersi il perché, e in tal caso il discorso si farebbe lungo e afoso.

Perciò torno col discorso all’inizio: dove investono tanti quattrini? Acquisto di spazi pubblicitari: televisione, cartelloni pubblicitari, trailer, quindi “collaborazioni” con influencer, interviste (standardizzate), pubblicità mirata su TikTok, Instagram e YouTube. E ovviamente promozione con pubblicità palese e con i cosiddetti “redazionali” sui giornali.

Insomma e in sintesi, si tratta di un’unica narrazione che marginalizza l’analisi indipendente a favore dei contenuti promozionali, ossia spiccia le faccende della strumentalizzazione delle opinioni, con un approccio più incentrato sul clamore e sulla raccomandazione che sul (presunto?) distacco critico.

Questa domenica, l’inserto del Sole 24ore è tutto speciale, ossia dedicato completamente a Ulisse. E ovviamente, fin dalla prima pagina, si parla del film di Nolan, ora nelle sale cinematografiche. Ma l’inserto ha un suo stile, che non è quello della smaccata marchetta. È una fellatio vellutata, consona a un pubblico non triviale come invece potrebbe essere quello di altri più dozzinali quotidiani. E soprattutto lo fa senza avere in cambio alcuna dichiarata mercede. Esclusiva offerta di riflessione, cultura e diletto orgasmico ai propri lettori. Insomma, un pompino “a gratis” e per la mera soddisfazione di un dovere compiuto.

L'aneddoto di Most

 

Nel dicembre del 1984, la Fondazione Marx-Engels di Wuppertal ricevette in dono da un libraio antiquario di Düsseldorf un vecchio libretto senza retrocopertina. Si scoprì che si trattava della copia personale di Marx, a lungo ritenuta perduta, della seconda edizione di una riduzione de Il Capitale redatta da un certo Johann Most nel 1873 (*).

La prima edizione di quell’opuscolo di Most, pubblicata a Chemnitz, aveva per titolo Capitale e lavoro. Compendio popolare del Capitale di Karl Marx. La seconda edizione conteneva diverse correzioni, che l’Istituto per il Marxismo-Leninismo di Berlino, consultato per un’analisi, confermò essere autografe di Marx, il quale aveva consentito a Most di ripubblicare il suo riassunto a condizione che il suo nome non comparisse, ciò a dimostrare della scarsa considerazione che Marx attribuiva al compendio di Most e la possibilità di correggerne solo gli errori più gravi.

Come si era arrivati a questa seconda edizione della riduzione de Il Capitale da parte di Most e con le correzioni di Marx? Nell’estate del 1875, Wilhelm Liebknecht e Julius Vahlteich, in qualità di rappresentanti del Partito operaio socialdemocratico, si rivolsero a Marx chiedendogli di rivedere l’opuscolo di Most per una nuova edizione.

Marx acconsentì e si mise subito al lavoro, nonostante la sua salute cagionevole. Quasi un anno dopo, nell’aprile del 1876, il pamphlet fu stampato e Marx ne ricevette diverse copie che, come su sua richiesta, non recavano il suo nome.

Marx si mostrò subito poco entusiasta (eufemismo) dell’opuscolo. Nella lettera a Adolpf Sorge, del 27 settembre 1877, lo descrisse come “pieno dei peggiori refusi” di stampa. Dolendosi del comportamento di Liebknecht e Vahlteich per come era stata condotta la faccenda, denunciava “le molte asinate commesse da Most”, descrivendolo come “un ragazzo futile, sempre pronto a utilizzare subito come materiale per uno stampato qualunque cosa legga”. Chiosava Marx: “infine l’opuscolo uscì brulicante di refusi che ne travisano il senso!” (Marx-Engels, Lettere 1874-1879, ediz. Lotta comunista – vol. XLV non edito della MEOC –, p. 225).

La divulgazione, ovvero la semplificazione di un testo scientifico, è possibile solo se questo è stato realmente compreso. In questo caso, Most si trovò in difficoltà, tanto che, invece di limitarsi a rivedere il vecchio testo, Marx ne scrisse in gran parte uno nuovo. Si sentì costretto a riscriverlo a causa di due principali debolezze nell’opera di Most: la mancata comprensione del concetto di valore e la mancanza di comprensione delle forme di valore. Vale a dire i pilastri dell’economia politica e della analisi critica compiuta da Marx.

Solo un esempio: Most tratta il nucleo della teoria del valore in modo molto conciso e confuso (15 righe!), mentre Marx vi dedica oltre venti pagine ne Il Capitale. Sebbene Marx nelle sue revisioni testuali non mettesse in discussione il principio di divulgazione di Most, ovvero l’uso delle sole categorie indispensabili, resta il fatto che Most non arrivò nemmeno a comprendere chiaramente l’importanza della contraddizione intrinseca e divaricantesi tra valore e valore d’uso all’interno della merce.

Come nel caso della forma di valore, la debolezza di Most nella comprensione dei concetti qualitativi ebbe un impatto negativo anche sulla sua concezione dei salari. Così come non riuscì a cogliere il denaro come forma necessaria di valore, trascurando il fatto che il valore o il prezzo del lavoro, sebbene invertito, sono comunque espressioni reali del valore o del prezzo della forza-lavoro.

Most sa che i salariati vengono pagati solo per la loro forza-lavoro erogata, che permette l’estorsione di plusvalore. Tuttavia, non riesce a spiegare perché la realtà sia diversa, per cui i salari sembrerebbero remunerare non solo la forza-lavoro, ma tutto il lavoro erogato, un’illusione diffusa anche nel Partito socialdemocratico.

Ad ogni modo, Marx mantiene la struttura dell’estratto, diviso in 13 sezioni, perché segue la struttura de Il Capitale. Tuttavia, non lasciò una sola pagina invariata, apportando quasi trecento modifiche stilistiche o terminologiche. In ogni sezione opera delle riformulazioni, perlopiù chiarimenti concettuali. In totale, i nuovi testi, ciascuno composto da almeno una frase completa, costituiscono oltre il venti percento dell’intero testo.

Marx commentò la sua revisione nella lettera del 14 giugno del 1876, quando inviò una copia della seconda edizione del Most a Sorge a New York: “... non mi sono citato, perché altrimenti avrei dovuto cambiarvi ancora di più (la parte sul valore, denaro, salario lavorativo e qualche altra cosa l’ho dovuta cancellare dal tutto e introdurre al suo posto roba mia)” (**).

Most, possiamo immaginare, non devessere stato molto contento delle corpose correzioni di Marx. Tuttavia, non deve essere stato questo il motivo per il quale il giovanotto futile abbracciò sempre di più l’anarchismo, compresa la dottrina dell’incitamento delle masse alla rivoluzione attraverso atti di violenza spettacolari. Nel 1885 pubblicò la Scienza rivoluzionaria della guerra; un manuale di istruzioni “sull’uso e la fabbricazione di nitroglicerina, dinamite, cotone fulminante, fulminato di mercurio, bombe, ordigni incendiari, veleni, ecc.”. Sarebbe piuttosto divertente da leggere oggi, ma nondimeno una tragica testimonianza della parabola di un modesto talento politico.

Il 18 aprile 1883, Engels, in una lettera a Philip Van Patten a New York, a proposito del suo rapporto con Most e con Marx, scrisse che lo avevano incontrato a Londra “non più di una volta, al massimo due”, da quando “le sue nuove elucubrazioni anarchiche sono apparse sul giornale”. “Avevamo per il suo anarchismo e per la sua tattica anarchica lo stesso disprezzo che avevamo per coloro da cui egli aveva appreso tutt’e due le cose”.

Engels proseguiva nella lettera: “Quando era ancora in Germania, Most pubblicò un compendio “popolare” de Il Capitale. Fu richiesto a Marx di rivederlo per una seconda edizione. Feci questo lavoro insieme con Marx. Trovammo che era impossibile fare qualcosa di più che togliere le peggiori cantonate di Most se non volevamo riscrivere tutto il lavoro da cima a fondo. (Ibidem, vol. 47, p. 11)

(*) Chi volesse leggerlo in rete, qui.
Il testo della seconda edizione di quell’estratto divulgativo apparve successivamente ristampato nella DDR nel 1967 e poi nella RFT a cura di H.M. Enzensberger nel 1972. La Fondazione di Wuppertal ne curò una ristampa anastatica nel 1985 (edita da Marxistische Blätter, Francoforte sul Meno). Nel 2025 una nuova ristampa, pubblicata a Berlino dalll’editore Henricus (noto anche come Hofenberg). L’originale annotato da Marx è custodito presso la Karl-Marx-Haus a Treviri.

(**) La traduzione inglese apparve a puntate a New York dal 30 dicembre 1877 al 10 marzo 1878 sul settimanale socialista The Labor Standard. Nell’aprile del 1878, F.A. Sorge pubblicò la serie in un opuscolo intitolato Estratti dal Capitale di Karl Marx (Marx non fu accreditato come autore, né lo fu Most). Il traduttore fu Otto Weydemeyer, che, come Sorge, era attivo nella Prima Internazionale e figura di spicco del Partito dei Lavoratori degli Stati Uniti (1876-1878). Ancor prima della stampa, Marx accettò di correggere le bozze della traduzione per eventuali errori, qualora fosse stata pubblicata una ristampa (ristampa che non si concretizzò mai). Per l’Inghilterra, Marx propose un’edizione emendata, “ma in modo tale che io scriva alcune parole di prefazione, mentre l’opera stessa appaia a nome di Weydemeyer”.

Questo il modo in cui il “pappagallo stocastico” interpreta quello che definisce “aneddoto”, prendendo fischi per fiaschi: il Manifesto del Partito comunista per l’opuscolo di Most.