Ancora qualche giorno e saremo al dramma. In certe zone vicine a noi qualche piovasco c’è stato, ma qui è da un mese che non cade una goccia d’acqua e sono mesi che non piove per più di mezz’ora. I terreni hanno perso consistenza e compattezza a causa del vento caldo, gli strati superficiali sono diventati polvere. Il mais sta diventado popcorn.
Come in Furore di Steinbeck. Negli Anni Trenta, la combinazione di pratiche agricole intensive ed eventi climatici estremi trasformò i campi coltivati delle grandi pianure degli Stati Uniti in deserti di polvere impraticabili. Nessuno parlò di “cambiamento climatico”, poiché l’evento venne percepito principalmente come una calamità naturale passeggera.
Non si trattò solo di una calamità naturale. I coloni avevano dissodato milioni di ettari di prateria originaria per le coltivazioni intensive, eliminando l’erba autoctona dalle radici profonde che tratteneva l’umidità e proteggeva il terreno. L’introduzione dei trattori e della meccanizzazione pesante polverizzò lo strato superficiale del suolo. Quando arrivò il ciclo naturale di siccità, non ci fu più nulla a trattenere la terra, e i forti venti della regione sollevarono le celebri e distruttive tempeste di polvere (black blizzards).
Anche quella attuale e globale non si può definire una calamità naturale passeggera. Il cambiamento climatico è un fatto scientifico. Sarebbe però sbagliato collocarlo temporalmente solo negli ultimi decenni. Dapprima gradualmente, in modo anche apparentemente contraddittorio, e poi con una sempre maggiore accelerazione, il clima è cambiato e probabilmente cambierà ancora (per dirla in breve: nel senso che farà sempre più caldo). È stato stabilito che la causa principale è antropica (produzione di CO2), ma vi sono indiscutibilmente anche cause geofisiche (indebolimento globale del campo geomagnetico, ecc.).
Limitare le emissioni di gas-serra sicuramente non farà del male al clima. Su come ottenere e dosare questa limitazione, su quali effetti sociali essa produca, è un altro paio di maniche, posto che in sostanza ogni Paese fa alla sua maniera e di per sé non potrebbe fare diversamente. Qualunque politica in tal senso deve tener conto di quelli che vengono chiamati ostinatamente e ostentatamente “crescita” e “competizione”. Inoltre, in generale, qualunque misura di politica ecologica dev’essere compatibile con le esigenze del processo di accumulazione del capitale. Ogni discorso contrario è privo di senso reale.
Pertanto, le uniche certezze misurabili riguardano la crescita spontanea delle forze produttive e il rapido degrado delle condizioni stesse della sopravvivenza, nel senso più generale e più triviale del termine. Solo degli imbecilli possono far notare con gravità seriosa che l’insieme della popolazione mangia meglio. Il problema del degrado della totalità dell’ambiente sia naturale che umano ha già completamente cessato di porsi sul piano della pretesa vecchia qualità, è diventato radicalmente il problema stesso della possibilità materiale di esistenza del mondo che prosegue in tale movimento.
I due opposti schieramenti, sia scientifici che di opinione, sono tra loro speculari. È attraverso di essi che si manifestano le contraddizioni, e la loro spettacolarizzazione, di un processo che ha raggiunto il proprio limite storico, ossia l’impossibilità della continuazione del funzionamento del capitalismo. Anche sotto quest’aspetto si gira in tondo facendo finta che infine la tecnologia risolverà tutto. Visto come vanno le cose, ossia gli inconciliabili interessi in gioco, non è escluso che il dramma includa anche la scomparsa della civiltà umana per come l’abbiamo conosciuta.

La tecnologia potrebbe risolvere tutto ma non per tutti. Per i pochi triliardari sopravvissuti nei loro satelliti artificiali però sarebbe come essere morti, forse pure peggio. Fine della storia, in tutte le accezioni.
RispondiEliminaPietro
il terrore dell’uomo padano non è che si estingua la civiltà ma che il valore dei propri immobili crolli in quanto ubicati in area mefitica
RispondiEliminasu questo non ci piove
EliminaPER questo non ci piove
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