martedì 7 aprile 2026

Marionette

 

Doveva essere il 24 ottobre 1962, un mercoledì. A Washington, nonostante la temperatura fosse ancora gradevole, il camino dell’ambasciata sovietica fumava ininterrottamente giorno e notte. Si bruciavano documenti, cifrari, l’intero archivio. Nel Veneto, in uno di quei giorni nebbiosi di fine ottobre, il nostro insegnante ci salutò al termine delle lezioni con un breve discorso che si concluse più o meno con le parole: “Domani a quest’ora potremmo essere tutti morti”. Pare incredibile raccontarlo oggi, ma è ciò che accadde allora in una seconda elementare. La paura della “bomba”, di una guerra nucleare, era qualcosa che percepivano tutti come un evento possibile, imminente. I telegiornali di quei giorni rassicuravano: la terza guerra mondiale forse si poteva ancora evitare.

Iniziò una “quarantena” ordinata dal presidente degli Stati Uniti John F. Kennedy, un blocco navale di Cuba, a seguito del dispiegamento di missili sull’isola da parte dell’Unione Sovietica. Le navi sovietiche sarebbero state costrette a sottoporsi a una “ispezione” entro una zona di 500 miglia. Ciò violava chiaramente il diritto internazionale. Seguirono ore di ansia, ma tutte le navi sovietiche tornarono indietro prima di raggiungere la zona di blocco. Nei giorni e nelle settimane successive, si negoziò una soluzione secondo l’antico principio diplomatico del “do ut des”.

C’è una differenza, non solo climatica, tra l’autunno del 1962 e la primavera del 2026. Alla Casa Bianca c’è Trump e non Kennedy. L’attuale presidente è uno dei più pericolosi criminali in circolazione, quasi alla pari con Netanyahu e la sua cricca. Più pericoloso dei suoi predecessori che bombardarono il Vietnam, l’Iraq, l’Afghanistan e tanto altro. Ha più volte minacciato di distruggere l’Iran, di riportarlo all’età della pietra. Questa sera scade il suo ultimatum.

Questo vecchio strafottente, vanesio e ignorante, ha convinto il mondo intero che solo la forza, e nient’altro che la forza, decide ogni cosa. Non si rende conto che le persone di solito si arruolano nell’esercito “professionale” non per difendere la patria o per l’avventura, ma unicamente per i soldi. Di conseguenza, la stragrande maggioranza dei soldati americani non desiderano affatto diventare dei cadaveri, sebbene la professione militare implichi in alcuni casi l’eventualità di essere uccisi.

La quantità di armamento ed equipaggiamento a disposizione dell’esercito statunitense sembra quasi infinita, ma anche questa è un’illusione. Gli americani si sono da tempo convinti di dover affrontare solo guerre di massacro contro avversari di gran lunga più deboli, con perdite minime (quasi simboliche) e persino con un consumo di munizioni molto limitato. Non sarà così con l’Iran.

Per creare nella regione mediorientale una forza di terra più o meno adeguata, ci vorranno almeno due mesi. Dopodiché, anche nello scenario migliore per gli americani, queste truppe subiranno perdite molte volte superiori a quelle in Iraq e Afghanistan messe insieme. In alternativa che deciderà di fare Trump per piegare Teheran?

Per gli ebrei sionisti la questione si presenta in termini diversi, basti ricordare che il sabato 28 febbraio in cui hanno iniziato i bombardamenti sull’Iran corrispondeva allo shabbat di Zaccaria, il giorno in cui la pratica religiosa impone la cancellazione di Amalek, una tribù nomade a cui la Torah comanda il massacro persino di neonati e bestiame. 

Questo accadeva quarantotto ore prima di Purim, la festività che celebra la vittoria degli ebrei su Haman, un visir dell’antica Persia. Benjamin Netanyahu, la mattina degli attacchi, diffuse un video preregistrato in cui si rivolgeva ai suoi concittadini in ebraico, riprendendo la metafora della regina Ester e promettendo all’Iran la stessa tragica sorte di Haman. Ma vigeva un rigoroso divieto di diffondere a livello internazionale queste immagini bibliche: l’ufficio stampa modificò pesantemente il discorso.

Insomma, nulla di nuovo per chi come Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich ha nella propria agenda teologica l’imperativo di radere al suolo il Monte del Tempio, ricostruire il Terzo Tempio e imporre la venuta del Messia.

Da un punto di vista profetico, siamo perfettamente in linea con i tempi. Questa ingegneria dell’Apocalisse ha ora i suoi portavoce ufficiali ai più alti livelli anche nell’amministrazione statunitense. L’ambasciatore americano in Israele, il pastore battista Mike Huckabee, ha spiegato con calma in televisione, una settimana prima dei bombardamenti, che non avrebbe visto alcun problema nell’annessione da parte dell’alleato di tutti i territori che si estendono dal Nilo all’Eufrate, precisamente i confini richiesti dalla profezia.

Non va meglio con la controparte. Nella teologia sciita, il Mahdi è il dodicesimo Imam, ufficialmente nascosto dall’874. Ma dal 2009, l’ayatollah Mesbah-Yazdi ha trasformato questa figura mistica in un manifesto militare radicale, che è diventato il principale strumento di indottrinamento delle Guardie Rivoluzionarie. Il dogma è semplice: il Mahdi deve tornare sulla Terra per scatenare la guerra apocalittica definitiva e cancellare Israele dalla mappa. Tuttavia, questo ritorno è soggetto a una condizione rigorosa: affinché il dodicesimo imam si degni di uscire dal suo nascondiglio millenario, esige prima che il mondo precipiti nel caos totale, intriso di sangue e distruzione.

Aver scatenato una guerra di tali proporzioni in un’area di produzione e smercio di materie prime essenziali, ha come risultato quello di aver divelto un ordine regionale delicatissimo, mettendo a soqquadro l’economia dell’intero pianeta. Trump ha già perso più volte la faccia e la perderà ancora. Perderà anche la guerra. È diventato la marionetta di Netanyahu, così come l’Europa è diventata la marionetta di Kiev. Quanto ai macellai di Teheran, nel sangue dei civili inermi ci sguazzano.

lunedì 6 aprile 2026

Tremare davanti al futuro

A pagina XI dell’inserto culturale domenicale del Sole 24 ore, si può leggere un articolo di Francesco Maria Colombo, che, direttore d’orchestra e buon fotografo, sa usare anche la penna. Recensisce la biografia dedicata a un amico, forse il più intimo, di Marcel Proust, tale Lucien Daudet (Éditions Le Charmoiset). Per questo caro amico, Marcel sfidò a duello Jean Lorrain, una iena del giornalismo scandalistico che aveva svelato la tenera amicizia.

Di spalla a questo articolo, si può leggere la recensione di Giacomo Cardinali che riguarda Gustav Flaubert, la polemica con il Consiglio municipale della sua Rouen a riguardo di un monumento in memoria del suo compagno di scuola, Louis Bouilhet, bibliotecario comunale e poeta dimenticato. Una sottoscrizione pubblica aveva già raccolto ben oltre la somma necessaria, ma ciò non fu sufficiente per il frapporsi del solito ostacolo: la politica.

Vale la pena che riporti qualche passo della recensione e anche delle parole scritte da Flaubert stesso in quell’occasione. Esse ci offrono un ritratto di quella politica, sia nazionale e sia locale, di ieri, di oggi, di sempre.

«[...] quale ostacolo poteva mai frapporsi a una così nobile iniziativa, specie in una città di provincia dalle mai sopite smanie letterarie? La politica. Quella contro la quale, nella sua versione grandiosa e perfida avrebbe ruggito Zola da uno dei principali quotidiani parigini, e che Flaubert incontrava nella variante locale del Consiglio municipale di Rouen.

«Più piccola nel formato [di quella nazionale], mediocre nei personaggi e sconosciuta nei nomi, ma esattamente identica quanto a opacità, miopia, meschinità e proterva ignoranza. [...] la presentazione del “Museo dei progetti aggiornati” di ogni giunta cittadina attinge l’essenza sovratemporale del potere pubblico». Da qui prosegue Flaubert: «La chiave è lasciata da ogni amministrazione che termina il proprio mandato a quella che gli [le] succede, tanto si ha paura di compromettersi, tanto si teme di agire! La circospezione passa per una tale virtù che l’iniziativa diviene un crimine. Essere mediocre non ha conseguenze nocive; ma soprattutto bisogna guardarsi bene dal prendere l’iniziativa. Quando il pubblico ha ben protestato, o piuttosto mormorato, ci si mette a posto, nominando una commissione; e da quel momento si può non far nulla, assolutamente niente. ”C’è una commissione”. Argomento invincibile, panacea contro tutte le impazienze».

Dunque, Flaubert si rivolgeva a quelli il cui unico e scarso “sforzo intellettuale consiste nel tremare davanti al futuro”. Quanti ne conosciamo in prima persona!

Conservateur qui ne conservez rien, Allia, € 6,50 (email: allia@editions-allia.com). 

sabato 4 aprile 2026

Grazie a Dio (e al suo figliuolo)

 

Donnie il rosso (dai capelli rossi) e alcuni suoi alunni.

Che il modello di democrazia occidentale sia in profonda crisi non è più una notizia. Prevale un senso di rassegnazione e di catastrofe. Invece di energia a prezzi accessibili e servizi funzionanti, i cosiddetti leader europei si sono concentrati sulla militarizzazione della società e sulla “guerra infinita”. Un inferno di fondamentalismi intrecciati sullo sfondo di criminalità e denaro.

In Francia e in Gran Bretagna, nove cittadini su dieci non tollerano più i propri leader. Secondo i sondaggi, Macron e Keir Starmer sono odiati quasi quanto Friedrich Merz. Ursula Albrecht non la possono più soffrire nemmeno i suoi figli. Il marito, Heiko von der Leyen, l’ha diffidata dall’usare ancora il suo cognome.

Meloni resiste, ma ancora per poco. Al primo distributore chiuso per esaurimento carburante, gli stessi che l’hanno votata e adorata se la fumano, quelli di CasaPound al canto di Bella ciao.

Scrivevo otto giorni fa: “Gente dell’ovest dovrà viaggiare verso est, inginocchiarsi sotto la scrivania di Putin e darsi daffare”. Come scorrono veloci gli avvenimenti di questi tempi. Spiace per quelli con la bandierina giallo-blu, ma la notizia è che le forniture di GNL russo all’Unione Europea a marzo 2026 hanno raggiunto un record mensile, con stime che indicano circa 2,46-3,04 miliardi di metri cubi, segnando una forte crescita rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (+38%). Aumento nel primo trimestre 2026: nel complesso, le esportazioni di GNL dalla Russia verso l’Europa sono aumentate del 17% nel primo trimestre del 2026 (rispetto al Q1 2025), raggiungendo circa 4,8 milioni di tonnellate.

Sta andando com’era facile prevedere, Donnie il rosso annunciava di avere già stravinto, e invece siamo passati dalla guerra all’Iran al telepass iraniano sullo Stretto, pagato in stablecoin. Con i proventi del pedaggio la borghesia iraniana va a sciare nel comprensorio sciistico di Tochal. Ah, cosa non darebbe Donnie il rosso per conoscere le coordinate di quel paradiso. E invece tocca bombardare scuole e ospedali.

Il signor Robert Francis Prevost, durante una sua passeggiata seguita in mondovisione, ha detto sostanzialmente due cose: 1) chi fa la guerra è brutto e cattivo; 2) il figlio di Dio è morto quasi 2000 anni fa affinché oggi le persone, compresi gli atei, possano godersi un fine settimana più lungo.

venerdì 3 aprile 2026

Il sistema solare come campo di battaglia

 

Il rover Perseverance è ancora in attesa di Elon Musk. Lo attenderà ancora a lungo. Non è da escludere che in un giorno ancora lontano un umano metterà piede su Marte, ma si tratterà di un caso isolato e di un suicida.

Intanto, a bordo di Orion, lanciata dal razzo Space Launch System, sono in viaggio verso la Luna quattro astronauti. La missione Artemis II di 10 giorni non prevede l’allunaggio, ma funge da volo di prova per un allunaggio previsto dalla missione Artemis IV, attualmente programmata per il 2028. Nel frattempo, si prepara la missione Artemis III, che ha in programma di testare le manovre di rendezvous e attracco con la Starship HLS di SpaceX e la Blue Moon di Blue Origin, entrambe ancora in fase di sviluppo, e la nuova tuta spaziale Axiom.

Non c’è nulla di tecnicamente rivoluzionario nello Space Launch System. Si tratta di un Saturn V in scala ridotta con razzi ausiliari a propellente solido e motori RS-25 recuperati da Space Shuttle dismessi. La capsula Orion è una versione ingrandita del Modulo di Comando Apollo. L'intera architettura della missione, inclusa una traiettoria di rientro libero sulla Luna, seguita da futuri allunaggi con equipaggio utilizzando un modulo separato, replica fedelmente il programma Apollo.

Ciò riflette il carattere burocratico e orientato al profitto del programma, non le esigenze di una vera esplorazione scientifica. Ma il motivo principale è un altro: è la risposta all’espansione del programma cinese di esplorazione lunare e spaziale, che comprende la stazione spaziale Tiangong, le sonde lunari e il rover marziano. Ma c’entra anche la Russia: i progetti Nivelir e Numizmat, il sistema ASAT coorbitale Burevestnik e il laser Kalina, la futura Stazione Orbitale Russa e quella al polo sud della Luna, in cooperazione con la Cina. Inoltre, gli sviluppi nel settore missilistico sono principalmente finalizzati all’ammodernamento delle capacità di lancio nucleare degli Stati Uniti. Nella prossima grande guerra anche il sistema solare sarà un campo di battaglia.

Fatta la tara a queste bagatelle della contesa terrestre tra imperi concorrenti, il ritorno dell’umanità all’esplorazione spaziale è un anacronismo. Una fantasia morta una prima volta dopo l’ultima missione Apollo nel 1972, e una seconda volta con il successo di Hubble, una terza con James Webb Space, il quale ha incontrato dei veri piccoli alieni, sotto forma di puntini rossi (vedi, tra l’altro, l’ultimo numero di Le scienze).

Prima del decollo, i tre americani e il canadese selezionati per la missione Artemis II si sottoposero a centinaia di test fisici. Sputarono in decine di provette e urinarono in centinaia di becher. Nessun mal di stomaco. Nessun problema. Quattordici giorni prima del lancio, furono messi in quarantena. Un modo per garantire che, al momento di dirigersi verso l’orbita lunare, sarebbero stati completamente intoccabili.

Tuttavia, con questa gita intorno alla Luna, gli astronauti (tre dei quattro sono veterani della ISS) comprometteranno irreversibilmente il proprio stato di salute. Anche se la NASA e organizzazioni simili selezionano i più forti tra noi per mandarli in orbita a 27.600 km/h, gli esseri umani rimangono fragili e gli effetti dello spazio sulla salute sono ancora poco conosciuti.

Dapprima sintomi fastidiosi ma tutto sommato modesti. Nel 1968, a bordo dell’Apollo 8 si verificò un’epidemia di diarrea. Poi più seri: nel 1970, sull’Apollo 13 si manifestò un’infezione delle vie urinarie, poi trasformatasi in un’infezione renale. Per chi raggiunse la superficie lunare un nuovo disturbo: “febbre da fieno lunare”. Senza il fieno, ma con la polvere lunare. Si manifesta più come un ammasso di fazzoletti appiccicosi, qualche raffreddore e, per i più sfortunati, una persistente irritazione respiratoria.

Diciassette missioni lunari tra il 1967 e il 1972, dodici paia di piedi sulla Luna e, senza dubbio, le migliori cavie nella storia della salute in assenza di gravità. Ora sappiamo che gli astronauti Apollo hanno un tasso di mortalità cardiovascolare significativamente più elevato rispetto alla media degli abitanti della Terra e degli astronauti rimasti in orbita terrestre bassa, con una differenza di oltre il trenta percento.

Intense radiazioni cosmiche. E qui che entriamo nel regno della fantascienza. Perché, una volta lasciata la magnetosfera – la regione di spazio attraversata dal campo magnetico terrestre – le cellule del sangue degli astronauti sono esposte a raggi galattici e particelle solari. Questi fattori favoriscono le ostruzioni arteriose, aumentando il rischio di malattie cardiovascolari, per tacere del rischio oncologico.

Sei anni fa, nel gennaio 2020, a bordo della ISS, un astronauta che partecipava a uno studio su come i fluidi biologici reagiscono in assenza di gravità ha scoperto un coagulo di sangue durante un’ecografia. Una massa di sangue si era incastrata nella sua vena giugulare. A bordo, l’equipaggio ha impiegato più di tre mesi per trattarla e prevenire un’embolia polmonare. La microgravità ridistribuisce il sangue verso la parte superiore del corpo, e ciò può persino alterare i meccanismi di coagulazione, in particolare nelle astronaute.

Il 7 gennaio scorso, a 408 chilometri di distanza sulla Stazione Spaziale Internazionale (ISS), Mike Fincke, 59 anni e con 548 giorni di volo cumulativo, non è riuscito a pronunciare una parola, per venti minuti ha avuto un attacco afasico. È successo all’improvviso, mentre stava consumando il suo pasto liofilizzato. Non se ne conoscono ancora le cause.

Ah, prima di chiudere questo post, una raccomandazione: ricordiamoci di mettere da parte qualche tanica di benzina per i nostri rendezvous estivi. 


giovedì 2 aprile 2026

Come le patate di Pasqua

 

Prendiamo atto che più importanti delle stragi e degli assassinii premeditati sono i prezzi della borsa, quelli del carburante, il contraccolpo sulla produzione a causa della guerra, le ultime dichiarazioni di Trump sul futuro della NATO o il blocco da parte di un giudice della costruzione della sua sala da ballo alla Casa Bianca.

Che Benjamin Netanyahu stia applicando in Libano lo stesso principio della guerra di Gaza, rendendo il Paese inabitabile senza curarsi delle conseguenze, o che venga sancita la pena di morte per legge esclusivamente per i palestinesi, sono tutte cose che non interessano a molti degli eroi da scrivania europei. Tipo Chiaberge, per esempio. Rispondono: e Putin allora?

Sono come quei vegani che per Pasqua dipingono le patate e non le uova. Dunque non solo esponenti del blocco nazional-clericale e i partiti di estrema destra, storicamente i Comitati civici di Gedda, l’atlantismo della DC e del MSI, poi l’area di CL, organizzazioni del neofascismo come Europa Civiltà, ma fluiscono nella stessa cloaca, provenienti da uno scolo diverso, anche i liberali alla Calenda, che rappresentano una parte della classe dirigente (?) che non ha imparato nulla dalla storia ma vuole radicare la russofobia nella popolazione.

Ecco dunque, da ultimo, un autocrate machiavellico che, da Mosca, sogna di indebolire la libertà e la democrazia occidentali; servizi segreti onnipotenti che ordiscono sinistre macchinazioni ed estendono i loro tentacoli in tutto il mondo; un paese asiatico e barbaro, gente tendente all’intrigo, che rappresenta una minaccia per la civiltà occidentale.

Del resto, quella patacca dei Protocolli dei savi di Sion non viene comunemente attribuita all’Okrana, la polizia segreta zarista? Alla fine delle guerre napoleoniche il generale britannico Robert Wilson, nel suo A Sketch of the Military and Political Power of Russia, riproponeva un documento falsificato: “Il testamento di Pietro il Grande”. Conteneva un piano dettagliato per la conquista russa dell’Europa e del mondo, in particolare attraverso l’espansione verso l’India e il Medio Oriente.

Di questa robaccia qua si nutrono i russofobi. “La russofobia è uno stato d’animo, non un complotto”, scriveva tempo fa un giornalista svizzero; ma è anche razzismo: affermazione della superiorità occidentale (la nostra democrazia, ovviamente) e ricorso a delle griglie interpretative stereotipate.