lunedì 9 marzo 2026

La mappa

Una concezione novecentesca del conflitto armato.

Ci hanno raccontato un sacco di balle dopo la famosa caduta del Muro. Quasi quarant’anni dopo il crollo, il mondo non è diventato più pacifico. Al contrario: i conflitti e il pericolo di una terza guerra mondiale sono in costante aumento.

Viviamo in una dittatura politica dell’opinione, ma basta leggere tra le righe: ogni guerra è la nostra guerra. È una resa volontaria: aderiamo tutti a un capitalismo di grande fascino, certo, ma anche di grande spietatezza.

Sabato, quando un giornalista ha chiesto a Donald Trump se la “mappa dell’Iran” avrebbe avuto lo stesso aspetto “quando tutto questo sarà finito”, la risposta è stata: “Non posso dirtelo. Probabilmente no”.

Aerei ed elicotteri militari, portaerei, fregate, cacciatorpediniere, sistemi di difesa aerea: l’elenco delle armi che i principali Stati europei della NATO stanno inviando in Medio Oriente è lungo. E anche se la maggior parte di questi mezzi e armi non viene schierata direttamente nel Golfo Persico, ma solo nel Mediterraneo orientale e a Cipro, l’Europa occidentale è da tempo coinvolta, in un modo o nell’altro, nella guerra di aggressione di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. E prima ancora contro i palestinesi (il famoso “lavoro sporco”). Tutti, tranne la Spagna, stanno concedendo agli Stati Uniti l’accesso al loro spazio aereo per operazioni di dispiegamento e attacco.

Le “forze influenti” europee sono consapevoli dei rischi che corrono sostenendo la guerra. Non si tratta solo del fatto che un gran numero di rifugiati sarebbe nuovamente costretto a fuggire in Europa se scoppiasse una guerra civile in Iran o se il Paese venisse bombardato e riportato all’età della pietra nei prossimi giorni. L’impennata dei prezzi del petrolio e del gas minaccia l’economia e non sarà qualche centesimo in più o in meno di accise a cambiare la situazione. Una guerra prolungata contro l’Iran provocherebbe gravi danni collaterali, anche in Europa. Eppure, allo stesso tempo, questa offre loro opportunità in termini di politica di potenza. Se l’Iran verrà sconfitto, il dominio occidentale sull’intero Medio Oriente sarà assicurato.

Non così per gli Stati arabi del Golfo. Cresce la rabbia per essere stati trascinati contro la loro volontà in una guerra dal loro principale alleato militare, gli Stati Uniti. Una guerra che sta costando miliardi alle loro economie e che danneggia gravemente le loro prospettive future. Non hanno, al momento, alternative alla cooperazione militare con gli Stati Uniti.

Ad ogni modo, perché cambi realmente la mappa del Medio Oriente, sarà necessario che le truppe americane mettano piede a Teheran. Cosa che ritengo assai improbabile. Più probabile qualche coda ai distributori di carburante.

domenica 8 marzo 2026

Anniversari


Ogni epoca ha circostanze peculiari, la storia si ripete, ma mai allo stesso modo. Una farsa è qualcosa di diverso da una tragedia. Per esempio, stiamo assistendo alla disintegrazione dello Stato-nazione, guidata dalla destra statunitense e dagli oligarchi della tecnologia. Tuttavia non è difficile riconoscere certi elementi strutturali del passato che ricorrono regolarmente, stante anche il fatto che la sostanza dei rapporti sociali non muta e gli interessi economici restano chiaramente la forza trainante del processo storico.

L’antifascismo non riguarda solo il passato, ma ancor di più il presente e il futuro. L’Europa è il luogo più importante in gioco: i reazionari useranno l’Europa per realizzare il loro disegno; è qui che si raccontano le bugie più grandi; è in l’Europa che vogliono verificare se sono in grado di vincere.

Le elezioni presidenziali tedesche del 1932 si tennero in due turni: il 13 marzo e il 10 aprile. Inizialmente si presentarono cinque candidati, tra cui il presidente in carica Paul von Hindenburg, Adolf Hitler (NSDAP) e il comunista Ernst Thälmann (KPD). La SPD invocò l’elezione di Hindenburg con lo slogan “Battete Hitler!”, mentre Thälmann fece campagna elettorale con lo slogan “Chi vota per Hindenburg vota per Hitler, chi vota per Hitler vota per la guerra”. Il 25 febbraio Hitler aveva ricevuta la cittadinanza tedesca.

Al secondo turno, rimasero in lizza solo i tre candidati sopra menzionati. Il vincitore fu ... Alle elezioni del novembre 1932, i socialdemocratici (SPD) ottennero 121 seggi e i comunisti (KPD) 100. Hitler, pur perdendo quasi due milioni di voti rispetto alle elezioni precedenti, ottenne 196 seggi. La differenza in termini di seggi la fecero i partiti del blocco cattolico e reazionario: cattolici (70 + 20) e nazionalisti (50). Nel gennaio 1933, Hindenburg nominò Hitler cancelliere.

Le prossime elezioni politiche in Germania sono previste al più tardi per il marzo 2029. Ne sortirà una coalizione di estrema destra e centro conservatore cattolico. In Francia, il prossimo anno sarà eletto un presidente della Repubblica ancora più a destra di Macron. In Italia, chiunque vinca le elezioni politiche del prossimo anno, non cambierà nulla. A prevalere saranno comunque gli interessi della lobby industriale-bancaria, della speculazione finanziaria e immobiliare, quelli delle mafie e delle cliniche, quelli delle caste. 

sabato 7 marzo 2026

Chi sta aiutando la Russia


La notizia, se vera, ha del paradossale: Washington chiede aiuto a Kiev per la produzione di alcuni sistemi d’arma, posto che le scorte statunitensi si stanno esaurendo. Difficile sapere davvero cosa ci sia di vero. Si tratta di startup che intraprendono attività di ricerca e sviluppo, ad esempio nella produzione di droni o nella guerra elettronica. Si tratta di un modello che ha adottato la Russia.

È difficile ottenere dati affidabili sull’economia e gli armamenti in tempo di guerra. Molto è segreto e molto di ciò che viene pubblicato viene abbellito. I dati sono deliberatamente presentati in modo da rendere difficili i confronti: il passaggio da dati assoluti a dati relativi è una delle tattiche più comuni.

Alla fine di febbraio, il portale russo Svobodnaya Pressa ha pubblicato un articolo (L’industria della difesa russa è impoverita dagli appalti statali, nonostante lavori su tre turni. Cosa c’è che non va?) sulla situazione apparentemente paradossale del più grande produttore russo di motori aeronautici, l’Ufa Engine Manufacturing Association (ODK-UMPO).

L’azienda, con circa 25.000 dipendenti, produce motori per tutti i caccia russi della famiglia Sukhoi, nonché pezzi di ricambio. L’impianto opera a piena capacità su tre turni, eppure alla fine del 2025 ha registrato una perdita di 14 miliardi di rubli. Al tasso di cambio attuale di circa 90 a uno, ciò equivale a circa 150 milioni di euro. Nel 2024, l’azienda aveva comunque registrato un utile di 8,4 miliardi di rubli (90 milioni di euro). L’autore dell’articolo si chiedeva che cosa fosse successo di così disastroso.

L’azienda è infilata nella classica trappola dei costi: i prezzi dei prodotti sono fissati dal governo a lungo termine e congelati a un livello dall’inizio del 2024. I produttori hanno probabilmente poco margine di negoziazione quando si tratta di “aiutare le linee del fronte”. Gli aumenti di prezzo si sono rivelati impossibili da attuare e allo stesso tempo l’industria della difesa si lamenta privatamente delle pratiche di pagamento lassiste del Ministero della Difesa, che assegna i contratti. Tutto il mondo è paese.

I costi di produzione pagabili sul mercato sono aumentati drasticamente. Le forniture sono diventate significativamente più costose. Dietro a ciò si cela un aspetto che fa gongolare i soliti idioti dalle nostre parti: l’aumento dei costi imposti all’industria bellica russa e all’industria in generale dalle sanzioni occidentali.

Uno studio pubblicato all’inizio di quest’anno sulla rivista dell’Istituto di Geopolitica della business school francese ESCP elenca con entusiasmo (ormai il livello scientifico è questo) i problemi più significativi: sebbene non sia stato possibile escludere completamente la Russia dalle importazioni di tecnologia, le importazioni indirette attraverso paesi terzi non sanzionati continuano. Tuttavia, maggiore è il numero di intermediari coinvolti, maggiori sono i ovviamente anche i costi.

Tuttavia, la Russia sta riducendo la propria dipendenza da componenti elettronici stranieri in parte grazie alla nascita del cosiddetto “settore popolare degli armamenti”, come detto ad imitazione del modello adottato dall’Ucraina.

La leadership russa è ben consapevole degli oneri economici che impone all’industria della difesa: da un lato, i contratti vengono assegnati in base a criteri di valore d’uso come il volume di produzione, mentre dall’altro ci si aspetta che le aziende operino secondo principi capitalistici. Una palese contraddizione, che però trova un parziale correttivo.

La perdita di 14 miliardi di rubli subita dall’impianto di motori aeronautici di Ufa difficilmente ne porterà alla chiusura, almeno nel breve termine. Questo perché, già nel 2019, la Promsvyazbank, di proprietà statale, è diventata la camera di compensazione centrale per i crediti in sofferenza delle aziende della difesa. Prima che questi prestiti possano gravare sui bilanci delle banche commerciali che erogano direttamente i prestiti, la Promsvyazbank se ne fa carico.

Il governo russo a quanto pare non sta valutando per quanto tempo questo andirivieni di crediti inesigibili possa continuare, o sta semplicemente rimandando la soluzione, insieme ai crediti inesigibili delle banche. Per fortuna di Mosca, ora Trump sta dando una mano alle esportazioni di idrocarburi russi che fluiscono copiosamente verso l’Asia. 

venerdì 6 marzo 2026

Sonni tranquilli


Nuclear football non è un sito russo di partite di calcio in chiaro. È il nome con cui viene colloquialmente chiamata una valigetta nera che accompagna il presidente in ogni spostamento dalla Casa Bianca. Attualmente quell’uomo risponde al nome di Donald Trump. Ha un’antenna satellitare (la valigetta, non si sa se ce l’abbia innestata anche Trump) e permette al presidente di innescare - non di lanciare - un missile nucleare in qualsiasi momento. Il numero uno degli Stati Uniti eredita anche il “biscotto”, una scheda che contiene i codici necessari per lanciare l’attacco. L’ex speaker della Camera, Nancy Pelosi, ha chiesto che a Trump fosse impedito di usarla.

Contiene il “libro nero”, composto da 75 pagine nere con testo bianco in formato A4, in cui le opzioni di risposta ad un attacco nucleare sono scritte in rosso. Dentro c’è anche un altro libro, scritto in bianco su nero e delle stesse dimensioni, che contiene una lista dei luoghi sicuri per il trasferimento del presidente, e una cartella di 8 o 10 pagine con la descrizione delle procedure per l’impiego del sistema radiotelevisivo d’emergenza.

Troppa roba da leggere per un puttaniere analfabeta come Trump, dunque possiamo dormire sonno tranquilli.

Sciuscià

 

Storicamente l’Europa di oggi è un retaggio dell’Europa di ieri. Del fascismo, che fu il prodotto della crisi europea del 1914-‘18, della scriteriata conferenza di Versailles del 1919, della grande depressione degli anni Trenta, della spartizione di Jalta. Il grande balzo del dopoguerra ci ha illusi. Lo strapotere di Washington, di Wall Street e di Hollywood ha fatto dell’Europa una colonia nel senso tecnico della parola.

Un nuovo player mondiale minaccia l’impero americano. Un nuovo imperialismo con una popolazione di un miliardo e mezzo di cinesi. L’Europa è stretta in questa tenaglia. Con l’unico alleato possibile, la Russia, siamo in guerra. Dopo 20 pacchetti di sanzioni, con una Russia che dovrebbe essere allo stremo, Mosca ha deciso di tagliarci anche quel poco di gas che ancora ci giungeva. Le bugie hanno le gambe corte, anche se non cortissime.

Quanto allo Stato terrorista con la svastica israeliana, sta occupando il Libano e non si fermerà lì. Meno di 10 milioni di ebrei, supportati da decine di milioni di sionisti sparsi in tutto il mondo, hanno come obiettivo di costituire la grande Israele, che non è circoscritta solo alla Palestina. Per raggiungere questo obiettivo non bastano le armi e la tecnologia, pur indispensabili, ma serve il supporto della poderosa forza finanziaria controllata dai sionisti annidati ovunque. È una realtà verificabile da chiunque.

Il Ministero della Difesa britannico ha confermato che il drone che ha colpito la base di Cipro non è stato lanciato dal territorio iraniano. Le autorità cipriote sospettano il Libano come punto di origine. Si ipotizza che il Mossad sia dietro le operazioni si attacco alle infrastrutture di Arabia Saudita e Oman da siti in territorio iraniano per coinvolgere gli stati del Golfo nella guerra, secondo Middle East Eye. Agenti del Mossad che avrebbero pianificato attacchi dinamitardi sarebbero stati arrestati in Qatar e Arabia Saudita, almeno secondo fonti saudite che parlano ad Al-Arabiya.

Fantasie? Può darsi, ma quando si ha che fare con il sionismo nessuna ipotesi è troppo azzardata. L’intervento degli stati del Golfo o della Gran Bretagna farebbe il gioco degli aggressori. Stati Uniti e Israele sono sotto pressione, i loro sistemi di difesa missilistica potrebbero non essere preparati a uno scontro prolungato: le loro riserve di missili intercettori sono già così scarse che gli Stati Uniti sembrano ricorrere a versioni obsolete del loro sistema Patriot.

Di fronte a una carenza imminente di munizioni, Stati Uniti e Israele stanno cercando di distruggere i lanciatori trasportatori-erettori (TEL) delle forze armate iraniane prima che possano indebolirne le difese. In alternativa, potrebbero tentare di mettere in ginocchio la società iraniana attraverso bombardamenti prolungati, prendendo di mira stazioni di polizia e di soccorso, strutture pubbliche, edifici residenziali e scuole.

Dall’inizio della guerra, l’Iran ha lanciato circa 600-700 missili balistici, più di quanti la Russia ne abbia lanciati contro l’Ucraina in un anno intero. L’intensità iniziale – 165 missili contro gli Emirati Arabi Uniti solo nei primi due giorni – è stata successivamente ridotta. Questo non è necessariamente un segno di debolezza: potrebbe semplicemente essere un passaggio da una strategia iniziale di sopraffazione del nemico a una pressione calcolata e prolungata. Una campagna progettata per logorare i sistemi di difesa senza esaurire le proprie riserve. Come riportato dal Financial Times, il Pentagono è ora in trattative con l’industria della difesa ucraina per acquisire sistemi intercettori di produzione locale per la guerra contro l’Iran.

Le prossime due settimane ci diranno se effettivamente Trump e Netanyahu hanno pestato un merdone, di sicuro però si stanno pulendo le scarpe qui da noi. Sono sicuri che ancora una volta gliele lucideremo. Presto, molto presto, gli effetti di questa guerra si faranno sentire su salari, stipendi, pensioni. Soprattutto sui redditi più bassi. Chi ne avrà la possibilità aumenterà i prezzi, speculerà. Sta già succedendo per gli idrocarburi, domani sulle altre merci e sui servizi.