martedì 7 luglio 2026

Dio li ha creati, le armi hanno fatto il resto

 

Ben prima della fine della Guerra Civile nel 1865, la vittoria degli Stati del Nord era prevedibile. Il governo di Washington con l’Homestead Act del 1862 permise la colonizzazione dei territori non ancora occupati dell’Ovest, aprendo così al contempo prospettive future per i soldati dell’Unione (governo concedeva 160 acri, circa 65 ettari, di terra a partire dal 1° gennaio 1863; l’unico vincolo: coltivarla per cinque anni).

La vita del contadino medio su quelle terre spesso aride era tutt’altro che idilliaca. Risultò quindi ancora più allettante l’opportunità di ridurre il periodo di affitto di cinque anni a sei mesi per 1,25 dollari per acro (circa 4.047 metri quadrati), per un totale di 200 dollari. Questa decisione, manco a dirlo, aprì la strada alla speculazione fondiaria. Tra il 1862 e il 1900, meno della metà dei terreni disponibili furono assegnati a 400.000 famiglie di agricoltori.

Nello stesso 1862, venne istituito il Dipartimento dell’Agricoltura e approvato il Pacific Railroad Act, che promosse l’espansione della rete ferroviaria. Le compagnie ferroviarie avevano ricevuto concessioni di terreni fin dagli anni ‘50 dell’Ottocento, ma con il Pacific Railroad Act vi fu la vera festa. All’inizio degli anni 1870, le compagnie ferroviarie avevano acquisito 71 milioni di ettari. Per avere un confronto, si tratta di un’estensione di territorio maggiore di due volte l’Italia intera.

Per compensare le perdite dovute alla forte concorrenza – tre compagnie furono coinvolte nella costruzione della prima ferrovia transcontinentale, la Pacific Railroad – vendettero i loro terreni a cinque dollari per acro, più del triplo del prezzo stabilito dall’Homestead Act. La situazione competitiva ebbe un impatto negativo anche sulla costruzione stessa delle ferrovie. La velocità a discapito della qualità divenne il motto.

Nel maggio del 1869, le due sezioni della Pacific Railroad, iniziate a ovest e a est, si unirono nello stato dello Utah. Prima di allora, tuttavia, le compagnie ferroviarie costruirono diligentemente linee parallele tra loro per assicurarsi maggiori sussidi governativi per miglio. Tutto ciò avveniva sfruttando manodopera a basso costo, tra cui molti cinesi fuggiti dal leader della setta Hong Xiuquan, autoproclamatosi Fratello di Gesù, e dalla sua Ribellione dei Taiping. I decessi di manodopera cinese nella costruzione delle linee ferroviarie si stimano in decine di migliaia.

Anche altre compagnie trassero profitto dall’espansione delle ferrovie e dalle terre ricche di risorse che riuscirono ad appropriarsi. La rete ferroviaria, che nel 1860 contava 50.000 chilometri, crebbe fino a raggiungere i 386.242 chilometri in 50 anni. La gestione di questa vasta rete e il coordinamento dei treni richiedevano un apparato amministrativo ben sviluppato. Gli operatori ferroviari furono le prime aziende moderne e diedero origine alla figura del manager come nuova figura sociale. Da queste grandi imprese speculative ebbero origine le grandi fortune miliardarie statunitensi.

La nascita della Borsa di New York fu una conseguenza di questa espansione verso ovest. Dalla fine della Guerra Civile fino al censimento del 1890, che di fatto chiuse la frontiera, la Borsa servì principalmente a finanziare le compagnie ferroviarie, le cui azioni rappresentavano ancora oltre il 60% dei titoli quotati in borsa nel 1898.

Contemporaneamente all’espansione delle ferrovie, si sviluppò anche la rete telegrafica, seguita in seguito dalle linee telefoniche e dal servizio postale. Questo segnò l’inizio dell’età d’oro delle aziende di vendita per corrispondenza negli anni ‘70 e ‘80 dell’Ottocento. Andrew Carnegie, che in seguito sviluppò gli standard per la scomposizione dei processi lavorativi nella produzione dell’acciaio, iniziò la sua carriera come dirigente nel settore ferroviario, la cui costruzione facilitò in modo significativo lo sviluppo della moderna produzione di massa e della catena di montaggio negli Stati Uniti.

Il Messico del presidente messicano Porfirio Díaz (in carica dal 1876 al 1911) aprì i suoi mercati all’industria statunitense, consegnando l’economia del paese agli investitori stranieri: Morgan, Rockefeller, Cargill, Astor, Guggenheim, eccetera. In soli 50 anni, la produzione di petrolio, le ferrovie, i servizi pubblici, l’allevamento del bestiame, l’agricoltura e i porti erano quasi interamente nelle mani di aziende statunitensi. Quasi tutte le esportazioni messicane erano dirette verso gli Stati Uniti e una grande parte dei beni manifatturieri prodotti negli Stati Uniti veniva esportata in Messico.

Grazie alla rete ferroviaria e telegrafica, il capitalismo penetrò in tutto il territorio conquistato dalle tredici colonie originarie. Alla fine del XIX secolo, i cowboy non erano più gli avventurieri del mito letterario e del successivo mito cinematografico, ma perlopiù uomini impoveriti che conducevano le mandrie di bovini dal Sud fino agli snodi ferroviari delle Grandi Pianure, per poi trasportarle verso est. Anche i minatori, soprattutto dopo la corsa all’oro del 1865, e gli agricoltori trovarono mercati nell’Est grazie alla rete ferroviaria transcontinentale.

La concorrenza tra gli allevatori aumentò con l’avvicinarsi delle ferrovie, e con essa arrivò una nuova frontiera: invece di lasciare che le loro mandrie pascolassero liberamente in spazi aperti come prima, ora dovevano essere nettamente separate dalle mandrie vicine. Nel 1874, Joseph Glidden ottenne un brevetto per il filo spinato, e seguirono modelli concorrenti e la produzione di massa. Anche l’afflusso di nuovi coloni rappresentò una spina nel fianco per gli allevatori. I terreni delle Grandi Pianure erano solo moderatamente fertili e le terre adatte agli allevatori e agli agricoltori erano scarse. Le compagnie si erano da tempo accaparrate i terreni con i suoli migliori, intensificando la competizione tra coltivatori e allevatori di bestiame.

Coloro che si sentivano disillusi da tutto ciò e rimpiangevano il romanticismo dei tempi passati potevano rivolgersi alla narrativa pulp come surrogato. Questo prodotto di massa dell’industria culturale divenne un successo alla fine del XIX secolo: le avventure e i crimini del dopoguerra della banda guidata dal guerrigliero sudista Jesse James e dai fratelli Younger divennero l’equivalente americano di Robin Hood e dei suoi allegri compagni. Anche altre leggende di fuorilegge godettero di grandi vendite. Chi preferiva qualcosa di più convenzionale e patriottico si rivolgeva alle storie di Allan Pinkerton. La sua agenzia investigativa privata era a volte più grande dell’esercito americano e i suoi dipendenti erano ben lieti di agire come crumiri.

Un altro esempio di successo del capitalismo risale a un brevetto rilasciato a Samuel Colt nel 1836 (la relativa saga è trasmessa da Rai Storia): come avrebbe potuto lo spirito americano risollevarsi alla frontiera senza il famoso revolver? Il celebre Winchester sarebbe arrivato 30 anni dopo. Il Colt era un bene di consumo economico che non aveva alcuna utilità pratica per la caccia. Lo slogan pubblicitario dell’epoca era già: “Dio ha creato gli uomini, il colonnello Colt li ha resi uguali”.

lunedì 6 luglio 2026

Albania in rivolta

Questa foto ritrae la manifestazione di sabato scorso a Tirana. I media italiani hanno ricevuto l’ordine di trattare sottotono la notizia. Eppure queste manifestazioni vanno avanti da un mese e non sono più solo contro un resort di lusso che la famiglia del presidente degli Stati Uniti intende costruire, ma contro il duopolio dei partiti socialista e democratico che governa da tre decenni.

Tutto è iniziato lontano da Tirana, sulla costa meridionale dell’Adriatico. Il 23 maggio, residenti locali e ambientalisti si sono riuniti nel villaggio di Zvërnec dopo che una parte della laguna protetta di Vjosa Narta era stata recintata con filo spinato. Sull’isola disabitata di Sazan e sul tratto di costa adiacente è prevista la costruzione di un resort di lusso, per un costo di circa 1,4 miliardi di euro: un progetto di Affinity Partners, la società di Jared Kushner, genero e inviato speciale del fascista americano Donald Trump.

Il progetto è stato reso possibile dalla Legge n. 21/2024, un emendamento alla Legge sulla tutela della natura del 2017. Dal febbraio 2024, tale legge ha consentito la costruzione di resort a cinque stelle superior, anche nelle zone centrali delle aree protette. La legge non è stata introdotta dal governo, bensì da un gruppo di parlamentari, una manovra che ha aggirato la necessaria valutazione d’impatto e l’udienza pubblica. Il governo ha inoltre concesso al resort lo status di “investimento strategico”, sulla base di una legge del 2015 che prevede permessi accelerati e agevolazioni fiscali.

L’operazione immobiliare avviene per mezzo di una struttura fiduciaria olandese dietro la quale si celano proprietari anonimi; le controversie sulla proprietà dei terreni nell’area del progetto sono in corso da anni; nel frattempo, le spiagge che prima erano accessibili a tutti vengono chiuse. La laguna ospita il fenicottero rosa, da cui il nome dato al movimento dai media albanesi: Rivoluzioni dei Fenicotteri.

A seguito delle proteste di massa, il 1° giugno la procura anticorruzione ha avviato un’indagine sull’acquisizione dei terreni e sullo status di tutela, e il 17 giugno il Parlamento europeo ha chiesto una moratoria e il ritiro dell’emendamento. Tuttavia la rivolta è andata oltre la vicenda immobiliare che ha per oggetto la laguna. Gli striscioni rivelano il vero obiettivo: il rovesciamento del duopolio tra il Partito Socialista di Rama e il Partito Democratico di Berisha, che si sono alternati al potere per oltre trent’anni.

Rama ha smantellato lo stato sociale, limitato diritti e tutele dei lavoratori, ignorato la povertà e spinto decine di migliaia di giovani albanesi all’emigrazione: il Paese è infatti il più povero dell’Europa occidentale e l’esodo, soprattutto giovanile, ha spopolato intere regioni. Berisha, a sua volta, si limita a sfruttare il malcontento per reinventarsi, vuole prendersi il merito del movimento, pur essendo lui stesso parte del sistema.

Rama sta portando avanti a ritmo serrato privatizzazioni e le cosiddette “riforme di mercato” per raggiungere l’obiettivo dell’adesione all’UE entro il 2030. Si è autodefinito un “fanatico dell’UE”. Se Rama si dimettesse e Berisha prendesse il suo posto, non cambierebbe nulla. Contro l’oligarchia c’è una sola opzione: scendere in piazza ogni sera e sabotare il sistema. La prima azione efficace di resistenza e non collaborazione è quella di ritirare in massa tutti i propri soldi dalle banche. Se le banche pongono resistenza, occuparne le sedi centrali e la borsa. Questo è un modo concreto per svelare il vero volto della democrazia capitalista.

domenica 5 luglio 2026

La Magna Carta degli “Indiani”


Scrive oggi Sergio Fabbrini sul Sole 24 ore a riguardo della Dichiarazione del 1776: «Certamente, per Thomas Jefferson, l’estensore della Dichiarazione, quei diritti riguardavano i bianchi e non già i neri o i nativi, i maschi e non già le donne». Insomma, cose da niente, per cui, anche dopo l’abolizione formale della schiavitù, avvenuta quasi un secolo dopo la Dichiarazione, fiorì un diffuso apartheid che rimase sostanzialmente intonso almeno fino agli anni 1960.

Ciò che in questi giorni di celebrazione del 250° della Dichiarazione, con abbuffate dei soliti morti di fame presso l’ambasciata degli Stati Uniti a Roma, non viene rievocato, è proprio uno dei motivi principali che portarono alla rivolta contro Londra. Le tasse introdotte dal Parlamento britannico per far fronte alle spese di mantenimento delle truppe nella colonia americana, tutte poi revocate ad eccezione di quella sul tè, furono un motivo molto più pretestuoso che reale della rivolta.

La molla principale che fece scattare la ribellione dei coloni americani poco c’entrava con la tassazione, né col desiderio di indipendenza e nemmeno con quello di libertà. Più prosaicamente riguardava i territori posti oltre i Monti Appalachi (2 500 km di rilievi con direzione da SO a NE), interdetti da Londra per legge e con la presenza di truppe (*). Oltre quei monti s’estendeva un vastissimo territorio fertile e ricco di risorse, che però aveva il difetto di appartenere alle popolazioni autoctone, ossia a quelli che erano chiamati “pellerossa” o “indiani”. I coloni americani vedevano queste tutele come un ostacolo al loro “diritto” di espansione.

La storia della colonizzazione americana affonda le sue radici nell’espropriazione e dello sfruttamento dei territori abitati da diverse popolazioni native americane che avevano le proprie storie, culture, sistemi politici e rivendicazioni territoriali. Tale processo fu dominato dalla violenza, dalle malattie (vaiolo, morbillo, influenza e tifo uccidevano tra la metà e il novanta percento delle popolazioni colpite) e dall’incessante pressione di popolazioni coloniali in espansione e avide di terra.

Sotto tale aspetto, va tenuto conto del fattore demografico: la popolazione dell’America settentrionale britannica crebbe vertiginosamente durante il periodo coloniale, passando da circa 23.000 coloni inglesi nel 1625 a circa 2,5 milioni di ogni provenienza alla vigilia della Rivoluzione nel 1775.

La prosperità economica di cui godettero i coloni inglesi, in particolare nelle colonie meridionali, si basò in larga misura sul lavoro forzato degli africani ridotti in schiavitù, la cui migrazione forzata dall’Africa rappresentò una delle più grandi tragedie umane della storia.

Allo stesso modo, l’indipendenza degli Stati Uniti ha la sua origine nel disconoscimento del diritto all’autodeterminazione e alla libertà delle popolazioni native e conseguentemente in una lunga serie di usurpazioni, inganni legali e di crimini.

Qualsiasi resoconto sulla storia dell’America settentrionale britannica e sulla formazione degli Stati Uniti che non affronti seriamente queste realtà – genocidio dei nativi, usurpazione delle terre, sviluppo della schiavitù africana come sistema di lavoro dominante (in particolare nelle colonie meridionali, una forza lavoro africana permanentemente schiavizzata era una fonte di manodopera più sicura e gestibile rispetto a un flusso costante di servitori inglesi liberati con ambizioni frustrate), segregazione razziale, gerarchia sociale (i servi liberati che non riuscivano a ottenere terre), sviluppo economico e identità culturale - è incompleto e ha lo scopo di falsare la storia.

(*) Alla conclusione della guerra franco-indiana (1754-1763), nome con cui viene spesso chiamato il teatro nordamericano della Guerra dei Sette Anni, le potenze belligeranti firmarono il Trattato di Parigi del 1763. Le firme nel trattato di pace erano ancora fresche quando un flusso costante di coloni americani iniziò a penetrare nelle terre recentemente conquistate, tra i monti Appalachi e il Mississippi. Non ci misero molto a scontrarsi con le popolazioni native residenti in quei territori.

Dopo che le rivendicazioni dei nativi americani avevano scatenato la Guerra di Pontiac (1763-64), le autorità britanniche decisero di sedare le rivalità e gli abusi coloniali affrontando i problemi dei nativi americani nel loro complesso. A tal fine, si decise di dispiegare un’armata di 10.000 truppe regolari britanniche che aveva l’ordine di mantenere la pace in Nord America. Il Parlamento britannico ritenne che non poteva permettersi, dato che era alle prese con montagne di debiti di guerra, la spesa per il mantenimento di quelle truppe. Occorreva trovare una nuova fonte di entrate economiche e, dato che il denaro era utilizzato per la difesa delle colonie americane, il Parlamento decise sarebbe stato giusto che fossero gli stessi coloni a coprire parte dei costi.

Con il Proclama di Giorgio III del 1763, furono istituiti nuovi territori britannici in America – le province del Quebec, della Florida orientale e occidentale e di Grenada (nelle Isole Sopravento) – e una vasta riserva per i nativi americani amministrata dai britannici a ovest degli Appalachi, da sud della Baia di Hudson a nord delle Florida. Il commercio con le popolazioni native fu rigidamente regolamentato e reso accessibile solo tramite licenze reali. Il Proclama vietò l’insediamento nei territori dei nativi americani, ordinò ai coloni già presenti di ritirarsi e limitò rigorosamente i futuri insediamenti. Per la prima volta nella storia della colonizzazione europea del Nuovo Mondo, il proclama formalizzò il concetto di titoli fondiari dei nativi americani, vietando il rilascio di brevetti per qualsiasi terra rivendicata da una tribù a meno che il titolo nativo americano non fosse stato prima estinto tramite acquisto o trattato. 

Solita muffa

 

«Un popolo di 250 mila fan arrivati a Roma da tutta Italia, diverse generazioni unite da una sola fede: “La sua voce ci dà speranza”.»

Non me ne faccio un vanto, ma davvero non conosco questo Ultimo, pseudonimo di Niccolò Moriconi, nome che mi ricorda quello di Nando Moriconi, lo svalvolato interpretato da Sordi.

Ho letto la biografia di Niccolò Moriconi e il testo di alcune sue canzoni di successo: Il ballo delle incertezze, I tuoi particolari, Colpa delle favole e Questa insensata voglia di te. Che dire? Roba da terza media o da seminaristi sotto la doccia: “Se solamente Dio inventasse delle nuove parole/Potrei scrivere per te nuove canzoni d’amore”.

In un’intervista ha dichiarato: “non amo la religione che avanza, mentre indietreggia, non amo chi fa la predica e nella testa bestemmia”. La solita muffa furba.

E però lui fa 250.000 e invece il mio blog, troppo concettoso, quando va bene fa 100. La gente ha bisogno di “fede” e “speranza”. Ha ragione lui: “Perché mi illudo che la gente sia di più di quel che è ...”.

sabato 4 luglio 2026

Presenze aliene

 






Queste singolari costruzioni, datate dai paleontologi al periodo paleolitico superiore, sono di origine ancora non certa. Piero Angela, a suo tempo, le classificò come manufatti concettuali moderni, in ciò confermato dal compianto Philippe Daverio. Altri, sostengono che tali rappresentazioni, in colleganza con fenomeni astronomici, alludono ad ancestrali contatti tra le popolazioni locali e inquietanti sorvoli alieni.

La presenza di questi strani animali sembrerebbe confermare l’ipotesi aliena. Se ne sta occupando anche Steven Spielberg.