La nostra attenzione è attratta mediaticamente dalle vicende dalla geopolitica, segnata dalla
lotta tra imperialismi per la supremazia mondiale, nonché dal conflitto aperto e per
interposizione di potenze minori. Alla base della contesa imperialistica e dei conflitti di
schieramento vi è il modo di produzione capitalistico, punteggiato dalle crisi. Quella che
stiamo vivendo non è semplicemente una crisi di ciclo, una tra le tante, ma più in generale
si tratta della crisi storica del modo di produzione capitalistico, che ha un carattere oggettivo
nel fatto ormai evidente che le forze produttive materiali della società sono entrate in
contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà (che
ne sono soltanto l’espressione giuridica).
Di seguito tratteggio quello che probabilmente, anzi sicuramente, sarà il panorama
economico che ci attende nel prossimo futuro stante la congiunzione di diversi fattori di
crisi: quella finanziaria, che si sta profilando da diversi mesi a questa parte, e la crisi degli
idrocarburi, fabbricata di sana pianta da un potere politico fuori controllo. Queste due crisi
si tradurranno inevitabilmente in una combinazione particolarmente violenta di recessione
globale e di inflazione, che impatterà come una terza crisi ad esse sovrapposta.
L’illiquidità è il veleno della finanza, di quella regolamentata, di quella deregolamentata e
di quella “ombra”, che non sono percentualmente una frazione trascurabile della prima. Nei
momenti di crisi, la corsa al contante non si arresta quando incontra un muro; la ricerca
frenetica di liquidità è destinata a spostarsi verso altre classi di attivi, altri luoghi in cui
ritiene di poter trovare condizioni di disinvestimento più favorevoli.
I crediti cartolarizzati dell’immobiliare commerciale e quelli legati all’indebitamento privato
– prestiti auto, debiti studenteschi, carte di credito – stanno registrando tassi di insolvenza
(delinquency: certe cose si possono dire solo in inglese o in latino) che sono l’anticamera di
default veri e propri, facilmente paragonabili ai livelli storici della crisi dei mutui subprime
del 2007.
Per quanto riguarda il credito privato (private credit), spesso nascosto nella cosiddetta
finanza ombra, non è altro che un prestito diretto diverso sia dal credito bancario che dalle
obbligazioni emesse dal mercato. Il fatto che alcune imprese scelgano di indebitarsi tramite
il credito privato anziché rivolgersi alle banche o all’emissione di obbligazioni indica che si
tratta probabilmente di aziende di medie dimensioni spesso in condizioni finanziarie
tutt’altro che floride.
Il vantaggio, specie in quest’ultimo caso, è che tali imprese pagano interessi fortemente
gravati da premi di rischio. Sempre nel gergo inglese, si tratta di loan-sharking, strozzinaggio.
Va da sé che il gonfiarsi di una bolla di profitti favolosi attira i capitali di pesci privati golosi
e accuratamente selezionati, che vengono raccolti da fondi specializzati (gli squali).
Il vantaggio di alti tassi d’interesse, ossia di profitto, ha una sua contropartita, come succede
sempre in simili casi. La contropartita si chiama illiquidità, nel senso che gli investitori
creditori e i fondi che agiscono per loro conto sono bloccati fino alla scadenza dei prestiti, in
genere dai cinque ai sette anni. È vero che possono riscattare una parte del loro capitale, ma
solo una quota pari al 5% delle loro posizioni per trimestre, ossia un 20% annuo.