martedì 30 giugno 2026

Preparare e servire uno spriz marxista

 

In Europa, ma specialmente in Italia, pare scarseggi una merce in particolare, che è anche la merce particolare per eccellenza. Si chiama “forza-lavoro”. Strano che ciò accada in un Paese di quasi 60 milioni di abitanti e un discreto livello di sviluppo tecnologico (leggi automazione e digitalizzazione).

Non solo carenza di forza-lavoro, ma di competenze specifiche. Questo perché l’automazione, la digitalizzazione e insomma le tendenze alla razionalizzazione sono intrinseche al processo di accumulazione capitalistica, che tende alla riduzione della quota di capitale variabile e ciò mette sempre più alla prova la capacità sociale di riproduzione.

La natura bifronte del processo di accumulazione e con esso la natura della tecnologia, che da un lato aumenta l’”efficienza” e dall’altro crea una “nuova complessità”. Le tecnologie, soprattutto se si considerano gli ultimi sviluppi applicativi di uso comune, consentono una serie di scopi che prima non ci sarebbero mai venuti in mente. Ciò modifica anche i nostri obiettivi, il che significa che i nuovi mezzi danno origine anche a nuovi scopi e bisogni (che illusoriamente pensiamo decisi o scelti in gran parte di nostra sponte).

Ma attenzione: la decisione su come utilizzare la tecnologia, non sta in capo alle persone comuni, e soprattutto non riguarda la riduzione del lavoro di routine e la fatica per tutti. La molla che spinge il singolo capitalista nel distinguersi dalla concorrenza sul mercato e di sviluppare offerte di consumo quanto più uniche e personalizzate possibile (industria 4.0 e altre menate), ossia la molla del profitto, agisce come una cinghia di trasmissione nei processi produttivi, perché, sebbene costoso, ora è anche possibile lanciare sul mercato una gamma di prodotti altamente differenziata.

Nella produzione capitalistica, può quindi essere vero che la conquista di nuovi mercati attraverso la produzione individualizzata è resa possibile solo da artefatti tecnici che consentono qualcosa di diverso da un mercato di beni prodotti in serie (come il famoso modello Ford, che poteva essere consegnato in qualsiasi colore, purché “il colore desiderato fosse nero”). Tuttavia, nulla del potenziale tecnologico per rendere il lavoro più facile e meno gravoso rimane quando le macchine vengono utilizzate in un’ottica capitalistica.

Se l’obiettivo è conquistare un mercato attraverso la produzione individualizzata, allora la nuova tecnologia viene utilizzata in modo tale che la “possibilità” di ridurre la complessità si rivela impossibile in funzione di questo obiettivo capitalistico. C’è un aspetto “rimbalzo”: per esempio, le automobili sempre più sofisticate, grandi e pesanti. Più lamiera, ma non solo lamiera. Una gamma di prodotti più individualizzata, in cui ogni prodotto è, o vorrebbe essere, “su misura” per le esigenze del cliente. Auto che sembrano astronavi. Questo enorme aumento di complessità rende necessari nuovi processi lavorativi e profili professionali.

La formazione di forza-lavoro per le nuove tecnologie e l’implementazione di essa, contrasta con l’obiettivo di ridurre il lavoro attraverso questo sviluppo (anche se non ne annulla la tendenza). I processi, non solo per quanto riguarda il capitalismo, sono sempre contraddittori e vanno visti sotto tale riguardo.

Come dicevo, questa rivoluzione tecnologica non riguarda la riduzione del lavoro di routine e la fatica per tutti. Al momento, un essere umano è ancora necessario per preparare e servire uno spriz.

Con quello che al giorno d’oggi viene a costare per il cliente uno spriz, tale incombenza potrebbe ben essere svolta da un laureato in lettere antiche con un minimo di addestramento specifico (cosa che in qualche caso avviene, ma per salari da fame). Se non fosse che i padroni dei bar, pur non avendo studiato alla Bocconi, sanno benissimo che cos’è l’utilità marginale in senso propriamente marxista.

lunedì 29 giugno 2026

Tre fronti

 

Su quanti fronti si può condurre una guerra simultaneamente? E una guerra economica? Questa è una domanda da rivolgere a quei geni di Bruxelles che stanno conducendo una guerra contro la Russia senza alcun controllo; finora, ciò ha comportato principalmente la perdita dell’accesso al gas naturale a basso costo. Quindi la guerra economica con gli Stati Uniti voluta da Trump. E poi c’è la guerra economica contro la Cina, che per ora è più in fase latente che apertamente in corso.

La Germania, un paese di 80 milioni di abitanti, ha esportato 3,2 milioni di auto nel 2025. È stato un segno che l’industria automobilistica tedesca, nonostante tutti i suoi problemi, possedeva ancora un certo potere di mercato. Quando la Repubblica Popolare Cinese, con i suoi 1,4 miliardi di abitanti, è riuscita a vendere circa quattro milioni di auto all’estero nei primi cinque mesi del 2026, si tratta di una palese sovrapproduzione.

L’UE lotta per gli interessi della sua borghesia e, naturalmente, sta valutando misure contro le esportazioni cinesi. Tuttavia, chiunque intraprenda una guerra economica deve essere certo di vincerla. Al momento, ci sono pochi elementi che possano suggerire una sconfitta della Cina ad opera della UE.

Tutto consiglia di respirare profondamente, di tornare alla calma e di trovare un equilibrio attraverso negoziati per affrontare la nuova situazione creatasi con l’ascesa della Cina. Dopotutto, anche le guerre economiche possono essere perse, soprattutto quelle su tre fronti.

Sexten

 


Come location, niente da dire ...


Spiccata vocazione agricola.
Anche il tennis, ovviamente.


Eh sì, coltivano un po' di tutto ...


La chiesa, sempre tra le ... cime.


Preso in parola: bianco a mezzodì, rosso la sera.
Armocromia perfetta.

domenica 28 giugno 2026

I nazi vinceranno

 

Oggi compie 100 anni.

L’amministratore delegato di Volkswagen, Oliver Blume, prevede di tagliare 100.000 posti di lavoro di qui al 2030 e chiudere quattro stabilimenti (Zwickau, Hannover ed Emden, oltre allo stabilimento Audi di Neckarsulm). Circa il 15% dei posti di lavoro totali dell’azienda a livello globale. La produzione del gruppo ristagna a nove milioni di veicoli l’anno. Il marchio VW, secondo Manager Magazin, verrà scorporato per ridurre l’influenza del sindacato e del consiglio di fabbrica. Il “consiglio di sorveglianza”, secondo Reuters, è già stato informato.

I titoli della stampa non debbono trarre in inganno: la cifra di 100.000 non è menzionata esplicitamente in nessun documento del consiglio di amministrazione. VW aveva già tagliato 50.000 posti di lavoro in diversi anni. Da allora 28.000 lavoratori hanno accettato pacchetti di buonuscita. Oliver Blume ora intende intensificare i tagli al personale con ulteriori 50.000 licenziamenti. Che comunque non sono poca cosa. La notizia però ne contiene anche un’altra.

La struttura del gruppo è soggetta alla Legge VW, che concede allo stato della Bassa Sassonia una minoranza di blocco. L’obiettivo è quello di sottrarre il marchio alla Legge VW e quindi ridurre drasticamente l’influenza dei dipendenti Volkswagen. In tal modo, il presidente del consiglio di sorveglianza del marchio scorporato, insieme ai rappresentanti degli azionisti, avrebbe la facoltà di scavalcare i rappresentanti dei dipendenti. Manager Magazin cita fonti interne che hanno fornito informazioni su una riunione del consiglio di amministrazione tenutasi mercoledì scorso.

Il presidente del Consiglio della CDU della Sassonia, Michael Kretschmer, ha dichiarato che la chiusura della fabbrica a Zwickau “non deve essere permessa”. Di rincalzo, il presidente del Consiglio della SPD, Olaf Lies, ha minacciato indirettamente di usare la sua minoranza di blocco nel consiglio di sorveglianza. La portavoce della Die Linke per le politiche automobilistiche al Bundestag, Agnes Conrad, ritiene che lo Stato della Bassa Sassonia abbia la responsabilità di non “rimanere in silenzio di fronte a questo attacco contro i lavoratori e gli stabilimenti”.

Buffonate. Questa notizia ci racconta soprattutto una cosa: a comandare è il grande capitale, la politica esegue, al massimo proponendo rimedi omeopatici. Quanto alle organizzazioni sindacali, al momento non vi è motivo di credere che porteranno masse di persone in piazza per settimane intere il prossimo autunno. Del resto, anche a riguardo della riforma pensionistica, il presidente della Federazione delle industrie tedesche ha espresso soddisfazione per la proposta di riforma e il tono dei principali quotidiani è, manco a dirlo, eccezionalmente favorevole.

Governo e sindacati tedeschi

I meccanismi del capitalismo e le dinamiche sociali tendono a riproporsi ovunque. In Germania i nazi vinceranno a man bassa le prossime elezioni e ancor di più quelle successive.

sabato 27 giugno 2026