Quasi alla fine della campagna elettorale (però non si sa ancora quando si celebrerà il rito elettorale), ai titoli di coda, il cosiddetto campo largo troverà un accordo per far sparire l’elefante nella stanza. Non resta altro da fare che prepararsi (non con dei popcorn, per carità) e attendere il momento in cui con un gioco di prestigio ciò avverrà.
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L’introduzione del suffragio universale tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo – un compromesso necessario più per accontentare dei piccoli borghesi engagé che contro la ribellione della classe operaia – ha perpetuato l’illusione che la giustizia e la prosperità generale possono essere raggiunte solo attraverso un sistema parlamentare rappresentativo di stampo borghese (*).
Da quali categorie professionali è composto il Parlamento (non solo il nostro)? Basterebbe riflettere su questo dato per far comprendere che il sistema parlamentare rappresentativo in effetti rappresenta solo categorie e gruppi sociali che nulla hanno a che spartire con chi suda la giornata di lavoro per ricevere il becchime con cui campare. La stessa composizione si riscontra facilmente nella magistratura e nei vertici apicali della pubblica amministrazione.
Dovrebbe apparire dunque chiaro quali interessi prevalenti siano tutelati all’interno del sistema parlamentare. Per non parlare poi delle lobby che, come falene attratte dalla luce, gravitano attorno al parlamento europeo così come attorno a quelli nazionali. Del resto, i candidati sono scelti dalle segreterie dei partiti. E questa mi pare una prova empirica dell’esistenza di una contraddizione fondamentale tra le aspirazioni costituzionali e la realtà costituzionale. E non voglio aggiungere altro.
(*) Vorrei precisare, anche se mi pare di averlo già fatto in passato, che quando impiego la parola “borghese” non mi riferisco genericamente e semplicemente alla gente con gli schei. Più in generale, va osservato che gli individui si trovano predestinati nelle loro condizioni di vita, hanno assegnata dalla propria classe la loro posizione nella società e con essa il loro sviluppo personale, e sono sussunti sotto la propria classe.
Posso assicurare che le élite sono fortemente endogame: uno dei miei passatempi – grazie a internet – riguarda gli incroci matrimoniali dei grandi nomi dell’aristocrazia industriale e finanziaria, nonché i percorsi di carriera eccezionali (per meriti, ovviamente). Per quanto riguarda il famigerato ascensore sociale, ci fu un tempo in cui funzionava in forza di una espansione scolastica e apertura dell’istruzione superiore, combinata con la crescita economica che favoriva le promozioni interne alle aziende; oggi tutti i dati e le conoscenze personali ci dicono che l’ascensore è guasto, bloccato in cantina e puzza di piscio.
Pertanto, la definizione di borghese o di proletariato è sempre in relazione al capitale inteso come rapporto sociale. Ciò nonostante, non tutti i proletari e non tutti i borghesi stanno in una identica relazione rispetto al capitale sociale. Per cogliere identità e differenza è necessario attenersi alla molteplicità dei fenomeni sociali e alle loro articolazioni (anche a livello di singolo individuo: non è che il borgataro che vince alla lotteria diventa ipso facto un “borghese”).
Stante l’integrazione internazionale del capitale, non è più possibile capire la struttura di una composizione di classe a livello nazionale o locale senza partire dalle modificazioni che la cosiddetta globalizzazione comporta a livello mondiale. Inoltre, l’accesso ai consumi di massa nasconde, tra le altre determinazioni, la pauperizzazione crescente della popolazione in rapporto all’imponente creazione di ricchezza socialmente prodotta.
Visto che ci sono, vorrei precisare brevemente, fuori dalla sputacchiera ideologica corrente, anche sui concetti di “giustizia” e di “libertà”. La “giustizia” non potrà mai essere qualcosa di diverso, di più elevato e di equanime, di quanto sia dato dai rapporti sociali in essere, fissati e sanzionati, appunto, dalle leggi. Insomma, la “giustizia” non potrà mai essere neutrale in relazione alla violenza delle contraddizioni che percorrono il sistema sociale di riferimento (lo dico per i riformisti in jersey). Ciò vale per qualsiasi epoca e formazione sociale (lo dico per gli “anticapitalisti” sans phrases).
Quanto alla “libertà”, essa è un prerequisito moderno – non indispensabile ma positivo senz’altro – affinché il proletario sia libero di vendersi come si vende qualunque altra merce, di modo che l’estorsione del plusvalore possa avvenire con i minori intoppi possibili. Infatti, la forma “salario” non avrebbe senso nel modo di produzione capitalistico se non celasse il segreto di tutta la produzione capitalistica: la produzione di plusvalore e la sua estorsione. È proprio quando il “libero” lavoratore cerca una propria “autonomia” contestando lo sfruttamento che interviene, deus ex machina, l’Uomo che rimette le cose a posto.
In ciò hanno ovviamente un ruolo importante gli intellettuali: non sono affatto lavoratori (come essi invece credono), essi sono una categoria sociale; come i preti, sono una vera casta, sono i produttori e gli spacciatori di oppio al servizio dei padroni e dello Stato.
Se si fa proprio il concetto che il lavoro sociale e l’appropriazione privata del prodotto del lavoro si contrappongono direttamente come classi sociali, tutto le altre determinazioni della sfera borghese divengono chiare da sé stesse.
Scrive il Grande Vecchio: «L’epoca nostra, l’epoca della borghesia, si distingue tuttavia perché ha semplificato i contrasti fra classi. La società intiera si va sempre più scindendo in due grandi campi nemici, in due grandi classi direttamente opposte l’una all’altra: borghesia e proletariato». Soggiungo una postilla: oggi solo la borghesia ne è pienamente consapevole e agisce conseguentemente.








