Un calo dei profitti aziendali è spesso un argomento sufficiente anche per i rappresentanti sindacali per affermare che, purtroppo, i tagli al personale sono inevitabili. Quando va bene, il sindacato assume un tono combattivo, “in lotta con gli operai per il loro lavoro e il loro futuro”. La verità è, e tutti lo sanno in fondo, che i lavoratori e i dipendenti non possono davvero lottare per il loro posto di lavoro, o meglio, lo fanno, ma la loro lotta è fin troppo spesso vana. Perché il loro unico strumento efficace, il rifiuto di lavorare, è inefficace quando non sono più necessari. E coloro che sono ancora necessari, in tali condizioni, sono difficili da convincere a mettere a repentaglio il proprio posto di lavoro con uno sciopero.
Infatti, chiunque sa bene che nel sistema capitalista i posti di lavoro esistono solo finché sono redditizi, ovvero finché i profitti sono adeguati. Il loro livello determina la sopravvivenza dell’azienda e a decidere se i profitti sono adeguati non sono certo i lavoratori. Gli azionisti di maggioranza possono decidere di delocalizzare la produzione all’estero se intravedono una possibilità di maggiori profitti. Vista così sembrerebbe una cosa logica e che non ha bisogno di molte spiegazioni, poiché, prescindendo da che cosa produce una azienda, cannoni o burro, ciò che vale è la redditività dell’investimento.
Invece è proprio questo il vero nodo della questione: che cosa si produce e perché. Cannoni o burro non sono la stessa cosa, come ognuno sa. E ciò non è, o non dovrebbe essere, indifferente nella scelta di che cosa produrre e che cosa no. I lavoratori stessi non criticano queste scelte, produrre bombe o caffettiere per quasi tutti loro è indifferente. Essi si riferiscono in modo positivo a questo rapporto di dipendenza con l’azienda, come a qualcosa di cui i lavoratori hanno a cuore l’interesse.
Questa questione ne richiama un’altra, subito adiacente. Sulla pagina di questo blog, in esergo, si trova una citazione di Marx. Non è scelta a caso, essa racchiude, in prospettiva, la situazione che sta vivendo nella nostra epoca la classe sfruttata: «Non basta che le condizioni di lavoro si presentino come capitale a un polo e che dall’altro polo si presentino uomini che non hanno altro da vendere che la propria forza-lavoro. E non basta neppure costringere questi uomini a vendersi volontariamente. Man mano che la produzione capitalistica procede, si sviluppa una classe operaia che per educazione, tradizione, abitudine, riconosce come leggi naturali ovvie le esigenze di quel modo di produzione». (I, 7-3).
Secondo questa logica, non è l’azienda in sé a infliggere costantemente precarietà lavorativa ai dipendenti, bensì la sua cattiva gestione. Secondo questa accusa, i “datori di lavoro” non adempiono alle proprie responsabilità, a differenza dei lavoratori diligenti che adempiono sempre al loro dovere. È in quest’ottica che anche la critica sindacale, come quella politica e dunque la critica laterale e riformistica, interpreta il rapporto tra capitale e forza-lavoro.
Anche gli slogan che richiamano l’attenzione su “prima il lavoro e poi il profitto”, si riferiscono al fatto che le aziende non considerano il bene comune, a differenza del sindacato, sempre consapevole della propria responsabilità nazionale. Pertanto, il successo del capitale è anche nell’interesse della nazione, motivo per cui il sindacato esorta le aziende a rispettare le proprie responsabilità nazionali.
Questa rappresentazione dipinge un quadro della vita economica secondo cui posti di lavoro sicuri e salari “decenti” (sic!) sono garantiti solo quando l’azienda ha successo. E con ciò si riconoscono implicitamente come leggi naturali ovvie le esigenze di quel modo di produzione.
Il sindacato si presenta attivamente come una forza utile e orientata al bene nazionale, perciò il suo insistito richiamo agli investimenti e all’innovazione. Non importa molto se gli investimenti riguardano burro o cannoni. Salvo poi scoprire che questi investimenti si traducono, in ultima analisi, in licenziamenti tramite modernizzazione e innovazione. La speranza di non essere colpiti perché la propria azienda ha successo e i posti di lavoro vengono tagliati altrove è sostanzialmente data per scontata dagli stessi membri del sindacato.
La richiesta del sindacato di investimenti si basa quindi sull’aspettativa che l’Italia prevalga nella competizione internazionale e diventi più indipendente dagli altri Paesi, e dunque si presenta come una forza che sostiene un nazionalismo in materia economica, e che viene promosso apertamente dai partiti politici, specie alcuni. Al pari di questi partiti, nulla è più aborrito dal sindacato che turbare la pace sociale nel paese. Sarebbe invece necessario opporsi a questo principio se non si vuole diventare una pedina nel gioco di potere. So be it.
Si dirà che il sindacato non ha come obiettivo la lotta politica, il superamento del sistema, ma semplicemente gli interessi e la tutela della forza-lavoro. Dunque fa da mediatore tra la frusta degli azionisti e la schiena dello schiavo salariato? Risposta: non permetteremo che gli interessi del profitto prevalgano sulla vita umana! E ci mancherebbe, ma dire che il lavoro (la forza-lavoro!) “non è una merce”, significa non aver presente il rapporto reale tra capitale e forza-lavoro, il rapporto tra la classe degli sfruttatori e quella degli sfruttati. Non tener conto che così come qualsiasi altra voce relativa ai costi di produzione, l’acquisto e l’impiego della forza-lavoro figura come un costo nel bilancio delle società.
Se i sindacati (qui mi riferisco prevalentemente alla CGIL poiché per il resto ...) fossero davvero seri in questo, avrebbero molto da fare e dovrebbero prendere posizione contro la politica economica e l’ordine economico su numerosi fronti. Innanzitutto revisionando il proprio vocabolario. Ma questi rappresentanti dei lavoratori distinguono tra “profitti”, ai quali non si oppongono e al cui successo contribuiscono attivamente, ed “extraprofitti” che servono solo ad arricchire pochi. Dove si trovi questa distinzione, tuttavia, rimane un mistero.
La lotta ideologica è la lotta più importante! Così diceva l’uomo che nacque nella stessa cittadina di Aleksandr Protopopov e di Aleksandr Kerenskij, ma che non fu loro amico. Oggi i lavoratori, in generale, non vogliono avere nulla a che fare con la formazione storica, la profondità scientifica e una comprensione approfondita dei problemi attuali. Rimangono volgarmente superficiali e sono quindi destinati a rimanere irrilevanti. Tendono a seguire la corrente del liberalismo, che è comoda perché non richiede loro nulla, men che meno un pensiero indipendente. Pertanto, sono strumenti compiacenti di una pseudo-élite liberale sempre più disinibita e altrettanto ignorante. L’aveva già ben chiaro Marx più di 150 anni fa, figuriamoci nella situazione odierna.





