«Quando le differenze di classe saranno scomparse nel corso dell’evoluzione, e tutta la produzione sarà concentrata in mano agli individui associati, il pubblico potere perderà il suo carattere politico. In senso proprio, il potere politico è il potere di una classe organizzato per opprimerne un’altra. Il proletariato, unendosi di necessità in classe nella lotta contro la borghesia, facendosi classe dominante attraverso una rivoluzione, ed abolendo con la forza, come classe dominante, gli antichi rapporti di produzione, abolisce insieme a quei rapporti di produzione le condizioni di esistenza dell’antagonismo di classe, cioè abolisce le condizioni d’esistenza delle classi in genere, e così anche il suo proprio dominio in quanto classe.
«Alla vecchia società borghese con le sue classi e i suoi antagonismi fra le classi subentra una associazione in cui il libero sviluppo di ciascuno è condizione del libero sviluppo di tutti.»
Questo pronostico si trova alla fine del II capitole del Manifesto. Un pamphlet divulgativo e propagandistico (“destinato alla pubblicità”) che troppo spesso e a sproposito viene indicato e agitato come la summa dottrinale del duo Marx-Engels, e dunque del “comunismo”.
Spesso si trascura il contesto storico in cui venne scritto (all’inizio del 1848), quando gli autori non erano ancora trentenni. A distanza di un quarto di secolo (1872), Marx ed Engels dichiararono che “i principi generali svolti conservano anche oggi, nelle grandi linee, tutta la loro giustezza”. Resta da intendere a quali principi essi si riferissero.
Luciano Canfora, all’inizio dell’ottavo capitolo (p. 116) del libro Comunismo, un’altra storia, rileva come siano presenti all’interno del testo del Manifesto diverse contraddizioni dovute alla sua “composizione rilassatamente in progress dell’opuscolo” da parte di Marx. Esse, sostiene, «ben si comprendono con il mutamento di obiettivo, e perciò di “tattica”, intervenuto nel frattempo», ossia non solo nel corso della stesura del testo, ma anche probabilmente per la stessa «composizione tipografica andata avanti in progress» (p. 119). Pertanto, «si dovrebbe forse aggiungere che il più vasto cambiamento consiste nel passaggio da una prospettiva essenzialmente di “principi” a una, sempre più stringente, operativa (p. 116).»
Infatti, scrive: “Non si potevano eliminare le parti già composte, in attesa di altre, e più congruenti. La spiegazione più ragionevole di questo stato di cose è che il testo sia stato inviato, da Bruxelles, a Londra a tappe e via via composto. Le parti scritte in un secondo momento sotto l’incalzare degli eventi riflettevano una rapida evoluzione politica in atto. Non vi era tempo per smontare la composizione già fatta, riscrivere e rimontare (p. 119).»
Insomma, secondo il professore barese, tali principi programmatici non eran scolpiti nel marmo, ma mutavano man mano che procedeva il lavoro di redazione e di stampa, in conseguenza delle necessità “tattiche” del momento. Pertanto, osservo, fare del Manifesto un monumento dottrinario è del tutto fuori luogo, salvo che alcuni “principi” generali in esso espressi non hanno perso nel tempo la loro validità.
Il Manifesto è un lavoro giovanile, redatto in fretta e nell’incalzare degli avvenimenti del 1848, «quando – scrive ancora Canfora a p. 127 – di rivoluzioni tedesche all’orizzonte potevano forse parlare soltanto dei “giovani hegeliani” convintesi per via filosofica dell’attualità del comunismo.» Nondimeno, i due “giovani hegeliani” erano pervenuti già a partire dal 1845 a una concezione materialista e dialettica della storia che li smarcava dal precedente materialismo unilaterale, volgare e meccanico, incapace di concepire il mondo come un processo, come una sostanza soggetta a una evoluzione storica.
Ed è proprio tale approdo a una nuova concezione della storia, del rapporto tra natura e uomo, tra pensiero ed essere, che libera Marx ed Engels sia dai vecchi impacci idealistici hegeliani e sia da quelli del materialismo feuerbachiano (“Le epoche del genere umano si distinguono soltanto per dei mutamenti religiosi”). L’uomo è un prodotto degli uomini, della cultura, della storia. E ciò segnava una tappa ben più importante raggiunta, non solo da Marx ed Engels, dal pensiero umano in generale, che non la teorizzazione secondo la quale l’umanità, almeno per il momento, si muove complessivamente in una direzione progressiva che sfocerà in una società senza classi (*).
I materialisti francesi nutrivano questa convinzione progressiva in modo quasi fanatico, non meno dei deisti Voltaire e Rousseau. Sia Marx che Engels troveranno modo, nella maturità, di precisare le loro idee sulla questione (in modo più strutturato e scientifico), partendo dall’assunto che il mondo non deve essere concepito come un complesso di cose compiute, ma come un complesso di processi, che ciò che si dice essere necessario si compone di pure casualità, e che il cosiddetto elemento casuale è la forma dietro cui si nasconde la necessità, e così via.
Ma essi già ponevano nel Manifesto il tema che nella società borghese, nella produzione capitalistica, si ha cura che la grande maggioranza delle persone uguali in diritto riceva solo lo stretto necessario per vivere (che varia secondo le epoche e le situazioni), e che dunque da tale lato la società borghese non rispetta il diritto della maggioranza di tendere all’uguaglianza più di quanto lo rispettassero la schiavitù o la servitù della gleba. Non va meglio, soggiungo, con la cazzimma dei preti, i quali pongono la sola condizione che si sfrutti e si speculi con rettitudine.
Alla fine del libro, Canfora nega che la storia possa avere una conclusione e che il conflitto, in primis quello sociale, si estingua. A supporto di questa tesi richiama “una memorabile discussione” tra Benedetto Croce e Concetto Marchesi avvenuta all’indomani del secondo conflitto mondiale. Croce – scrive Canfora – condusse Marchesi a “convenire sull’inestinguibilità del conflitto sociale, discostandosi dall’utopistica conclusione dell’Ur-Manifesto (finale del capitolo II)”.
Soggiunge Canfora: «Le forme in cui i conflitti si riapriranno non sono prevedibili con buona pace dei cultori di vecchie e nuove “filosofie della storia”.»
Nel 1848, nel pieno degli avvenimenti di quel torno di tempo, in un pamphlet divulgativo, nella prima formulazione teorica di un programma comunista, peraltro non firmato e commissionato da un’associazione segreta, essi adombravano una società senza classi sociali. E del resto, che altro avrebbero dovuto prospettare agli operai miserie e sfruttati se non l’abolizione delle distinzioni di classe e con esse la scomparsa di tutte le disuguaglianze sociali e politiche che ne derivano?
Leggiamo cosa dicevano al riguardo delle loro giovanili “profezie” gli Autori del Manifesto nella prefazione all’edizione tedesca del 1872:
«L’applicazione pratica di questi principi, come dichiara il Manifesto stesso, dipenderà sempre e dovunque dalle circostanze storiche del movimento; quindi non si dà alcuna importanza particolare alle misure rivoluzionarie proposte alla fine della sezione seconda. Questo passo suonerebbe oggi diversamente sotto molti rapporti. Di fronte all’immenso progresso della grande industria negli ultimi venticinque anni e all’organizzazione in partito della classe operaia che con quella è progredita, di fronte alle esperienze pratiche della rivoluzione di febbraio prima, e poi ancora molto più della Comune di Parigi, nella quale il proletariato ha tenuto per la prima volta il potere politico, per due mesi, questo programma è oggi invecchiato in vari punti».
Qui ci si riferisce ai punti programmatici elencati nel II capitolo e perciò non propriamente alla prospettiva storica “utopica” (come la definisce Canfora) che chiude il capitolo del Manifesto. La prefazione del 1872 chiude così: «Tuttavia, il Manifesto è un documento storico, al quale non ci riconosciamo più il diritto di apporre modifiche. Un’ulteriore edizione uscirà forse accompagnata da un’introduzione che colmi il distacco fra il 1847 e oggi; ma la presente ristampa ci è giunta troppo inaspettata per lasciarcene il tempo.»
È qui necessario citare per esteso quanto scriveva Engels nel 1886 (pubblicato 1888) nel quale precisa: «[...] la filosofia della storia, del diritto, della religione, ecc. consisteva nel sostituire al nesso reale da dimostrarsi nei fatti un nesso creato nella testa del filosofo, consisteva nel concepire la storia, tanto in generale come nelle sue singole parti, come la realizzazione graduale di idee, e naturalmente sempre soltanto delle idee preferite dal filosofo. La storia lavorava quindi incoscientemente, ma necessariamente alla realizzazione di un certo ideale precedentemente stabilito [...]. Anche qui dunque, come nel campo della natura, era necessario eliminare questi nessi costruiti artificialmente scoprendo i nessi reali; compito che si riduce, in sostanza, a scoprire le leggi generali del movimento, che si impongono come leggi dominanti nella storia della società umana.»
Ed è appunto delle leggi dominanti nella storia della società umana che per il resto della sua vita si occuperà Marx. Qui non mi pare il caso di riprenderle e ripeterle tutte, ma farlo passare per un profeta, e per di più smentito, ce ne passa. Basti ricordare che secondo Marx a nulla servirebbe modificare i rapporti giuridici di proprietà dei mezzi di produzione se non quale condizione per il superamento della forma merce, per il superamento del processo del lavoro dalla sua sottomissione reale alla produzione di plusvalore. E tale superamento è già contenuto come forma inconsapevole nella stessa dinamica dello sviluppo e del processo di accumulazione del capitale. E dunque tale superamento della sottomissione reale alla produzione di plusvalore a cosa allude e prelude?
E dai Grundrisse si legge: «Il furto del tempo di lavoro altrui, su cui poggia la ricchezza odierna, si presenta come una base miserabile rispetto a questa nuova base che si è sviluppata nel frattempo e che è stata creata dalla grande industria stessa. Non appena il lavoro in forma immediata ha cessato di essere la grande fonte della ricchezza, il tempo di lavoro cessa e deve cessare di essere la sua misura, e quindi il valore di scambio deve cessare di essere la misura del valore d’uso. Il pluslavoro della massa ha cessato di essere la condizione dello sviluppo della ricchezza generale, così come il non-lavoro dei pochi ha cessato di essere condizione dello sviluppo delle forze generali della mente umana. Con ciò la produzione basata sul valore di scambio crolla, e il processo di produzione materiale immediato viene a perdere anche la forma della miseria e dell’antagonismo.
« [Subentra] il libero sviluppo delle individualità, e dunque non la riduzione del tempo di lavoro necessario per creare pluslavoro, ma in generale la riduzione del lavoro necessario della società ad un minimo, a cui corrisponde poi la formazione e lo sviluppo artistico, scientifico ecc. degli individui grazie al tempo divenuto libero e ai mezzi creati per tutti loro.»
Questa è la conclusione a cui Marx perviene dopo una dettagliata analisi economica del processo di produzione capitalistico e delle sue contraddizioni in sviluppo, non dunque “profezie” frutto di fumisterie filosofiche (**).
Il fatto che Croce, tra una cofana di pasta e l’altra preparatagli dalla contessa Elena Carandini, abbia potuto convincere Marchesi che il conflitto sociale, quale noi lo conosciamo storicamente, non possa essere superato, è un classico della fanfara liberale e democratica, un assunto indimostrabile quanto il suo contrario. Infatti, assumendo il suo contrario non significa negare la possibilità che i conflitti in futuro non possano riproporsi in altre forme e motivi.
Per esempio, nella lettera a August Bebel del marzo 1875, Engels scriveva: «sussisterà sempre una certa disuguaglianza di condizioni di esistenza, che si potrà ridurre a un minimo, ma non si potrà mai sopprimere del tutto. Gli abitanti delle Alpi avranno sempre condizioni di vita diverse da quelle degli abitanti della pianura. La rappresentazione della società socialista come regno dell’uguaglianza è una rappresentazione francese unilaterale, derivante dal vecchio “libertà, uguaglianza, fratellanza”. È una rappresentazione che era giustificata a suo tempo e a suo luogo come una determinata tappa dello sviluppo; ma che oggi dovrebbe essere superata come tutte le unilateralità delle vecchie scuole socialiste, perché esse creano soltanto confusione e perché si sono trovate forme più precise di esposizione della questione».
Altra cosa, è vedere nella democrazia volgare, nella repubblica democratica, il regno millenario, il perpetuarsi della società capitalistica, non “immaginando nemmeno che appunto in questa ultima forma statale della società borghese si deve decidere definitivamente con le armi la lotta di classe” (Marx, Critica del Programma di Gotha, 1875).
Penso vada la pena ricordare che il sistema del lavoro salariato, che è un sistema di schiavitù, e di una schiavitù che diventa sempre più dura nella misura in cui si sviluppano le forze produttive sociali del lavoro (detto ai sinistrati attuali: tanto se l’operaio è pagato meglio, quanto se è pagato peggio), non è di per sé solo un orpello del sistema capitalistico. Eccetera.
Andiamo sul concreto: quale significato può avere, ancor oggi e dopo le vicende novecentesche, la parola comunismo? Non credo che si possa definire il comunismo nel fatto che ogni persona debba possedere questo o quell’altro bene; non si fa molta strada con le definizioni tecnico-economiche, che sono tutte soltanto relative, anche perché i bisogni e i desideri mutano di generazione in generazione e secondo i luoghi, le culture e le tradizioni.
Con le minute definizioni della ricchezza materiale non si potrà mai definire il comunismo, le cui premesse essenziali sono anzitutto nel fatto che non possono esistere persone o ceti privilegiati, considerando il lusso degli sfruttatori come un risibile gravame sociale. Ovviamente è necessario che non vi sia un comunismo del bisogno e della miseria mascherato da qualsiasi pretesto. La ricchezza socialmente prodotta deve essere impiegata per i bisogni collettivi e dei singoli, senza distinzioni di stato o altro.
La vita di ognuno deve essere assicurata per la nutrizione, l’abitazione, il sonno e riposo, l’istruzione e la cura della salute. Nessuno delle persone deve cadere nello stato di bisogno, e anche a causa di malattia non deve soffrire più di quello che non debba soffrire per la malattia in sé. Dunque deve esserci una completa sicurezza sociale per ogni individuo, per ogni membro della società. Con i mezzi economici e sociali attuali, con il livello tecnologico e della produttività del lavoro raggiunti, tutto ciò è largamente possibile e realizzabile. Chi lo nega è semplicemente un farabutto che persegue altri scopi.
I singoli individui devono essere liberi nelle loro decisioni, come quella di recarsi e abitare dove vogliono, di scegliere gli oggetti del loro interesse secondo il loro gusto e loro desideri, senza essere pressati da interessi commerciali o diretti da una qualsiasi istanza più alta, più potente, che li costringe a qualcosa che non vogliono. Esiste potenzialmente un’immensa ricchezza culturale verso cui destare l’interesse; la formazione culturale, sviluppata liberamente, deve diventare la funzione di punta di una società comunista, in modo che già i più giovani possano sviluppare tutte le loro grandi capacità e gli anziani trovarvi ancora curiosità, interesse e svago.
Per realizzare tutto ciò sono necessarie, inoltre, nuove forme di aggregazione politica e rappresentativa, nuovi organismi nazionali e sovranazionali diversi dagli attuali. Penso che l’elaborazione di una siffatta utopia comunista, delineando e sviluppando nuove finalità e prospettive, sia un compito collettivo importante ed essenziale dei nostri tempi. Questa meta è naturalmente fantastica e grandiosa e appunto utopica, ma è un’utopia concreta che rientra nel novero delle possibilità reali, ed è l’unica che ci consente di rappresentare il superamento di tutte le cose inumane per le quali oggi dobbiamo soffrire.
L’utopia comunista reca l’impronta dell’infelicità della nostra vita presente. Sulla via verso questa meta si presentano terribili pericoli perché naturalmente i potenti di questo mondo, i padroni di esso, non abbandoneranno le loro posizioni di potere volontariamente. Essi sono disposti a commettere la follia, per mezzo delle armi di distruzione di massa, di mettere in forse la vita di tutta l’umanità, solo perché la loro via, l’unica giusta – così pensano –, possa essere proseguita.
È la follia del capitalismo, che non può esistere, per sua legge interna, se non con una crescita illimitata, a prescindere dai costi sociali, dal saccheggio e dall’alterazione degli equilibri naturali. Tutto ciò non può durare senza portarci a una catastrofe irreversibile. Tutta l’umanità vive questa spaventosa condizione della più completa incertezza sulle decisioni di poche persone, molto limitate e non di rado instabili. In tutto il passato non c’è stata una situazione simile, nella quale gli abitanti di questo pianeta si siano preparati in modo così perfetto per darsi essi stessi il colpo di grazia definitivo.
Questo è già un buon motivo per il quale non possiamo non dirci comunisti.
(*) «Mi si conceda qui una spiegazione personale. Si è accennato più volte, recentemente, alla parte che io ho preso alla elaborazione di questa teoria, e perciò non posso dispensarmi dal dire qui le poche parole necessarie a metter a posto le cose. Non posso negare che prima e durante la mia collaborazione di quarant'anni con Marx io ebbi pure una certa qual parte indipendente tanto alla fondazione come alla elaborazione della teoria. Ma la maggior parte delle idee direttrici fondamentali, particolarmente nel campo economico e storico, e specialmente la loro netta formulazione definitiva, appartengono a Marx. Il contributo che io ho dato, - eccezion fatta per un paio di scienze speciali, - avrebbe potuto essere apportato da Marx anche senza di me. Ciò che Marx ha fatto invece, io non sarei stato in grado di farlo. Marx stava più in alto, vedeva più lontano, aveva una visione più larga e più rapida di tutti noi altri. Marx era un genio, noi tutt’al più dei talenti. Senza di lui la teoria sarebbe ben lungi dall’essere ciò che è. A ragione, perciò, essa porta il suo nome (nota di Engels in Ludwig Feuerbach und der Ausgang der klassischen deutschen Philosophie, è tradotto spesso in italiano con: Ludwig Feuerbach e il punto d’approdo della filosofia classica tedesca).»
(**) Ancora Engels a precisare: «La storia della evoluzione della società si rivela però in un punto come essenzialmente differente da quella della natura. Nella natura, – sino a che non prendiamo in considerazione la reazione degli uomini sopra di essa, – agiscono gli uni sugli altri dei fattori assolutamente ciechi e incoscienti e la legge generale si realizza nella loro azione reciproca. Nulla di ciò che accade, – né degli innumerevoli fatti apparentemente accidentali che appaiono alla superficie, né dei risultati definitivi, che in mezzo a questi fatti accidentali affermano la conformità ad una legge, - si pro duce come fine consapevole, voluto. Invece nella storia della società gli elementi attivi sono esclusivamente degli uomini, dotati di coscienza, di capacità di riflessione e di passioni, e che perseguono scopi determinati. Nulla accade, in questo campo, senza intenzione cosciente, senza uno scopo voluto. Ma questa differenza, pur essendo così importante per l’indagine storica, specialmente di epoche e di avvenimenti determinati, non può cambiare nulla al fatto che il corso della storia è retto da determinate leggi interiori. Perché anche qui, malgrado gli scopi coscientemente voluti dai singoli, regna alla superficie, in apparenza e all’ingrosso, il caso. [...] Gli avvenimenti storici sembrano dunque, nel loro complesso, dominati essi pure dal caso. Ma laddove alla superficie regna il caso, ivi il caso stesso è retto sempre da intime leggi nascoste, e non si tratta che di scoprire queste leggi (Ludwig Feuerbach, cit.).»


