mercoledì 7 ottobre 2026

Noi contro di loro

 

Non è un caso che il termine “propaganda” derivi dalla Propaganda Fide (formalmente Sacra Congregatio de Propaganda Fide) del 1622, ovvero la fede che il papato desiderava diffondere. Il papato e gli imperatori disponevano di un vasto ed efficace apparato mediatico per la loro propaganda.

Sermoni in chiese gremite, simboli anti-islamici nella numismatica e nell’araldica, teatro, poesia, la moltitudine di opuscoli, le arti performative: ovunque, nel corso dei secoli, le argomentazioni venivano deliberatamente presentate come anti-islamiche e anti-turche.

L’islam, con la sua tradizione quasi priva di immagini e con la diffusione del Corano solo in forma calligrafica, non aveva nulla per contrastare questo apparato mediatico, sorto anche grazie alla nuova stampa.

Il papato tardo medievale fece di tutto per mantenere il proprio potere, che considerava minacciato dalla diffusione della “setta dell’islam”. Oltre alla sua influenza ideologica, alimentava la “minaccia turca” servendosi anche della riscossione della “decima turca” per finanziare gli eserciti delle “guerre turche”.

Gli stessi slogan maligni, ripetuti più volte, un intero arsenale di contenuti stereotipati: i turchi sono crudeli, rapiscono i bambini cristiani e li impalano sulle recinzioni dei giardini, violentano le donne, sono barbari, assetati di sangue, lussuriosi, bestiali.

Il catalizzatore di tutto ciò fu la conquista di Costantinopoli da parte dei Turchi nel 1453. Naturalmente, la perdita della seconda Roma, fu una ferita dolorosa per i cristiani del continente europeo. Fu una sconfitta in guerra. E questa perdita dovette essere compensata da una campagna di propaganda il cui veleno aleggia ancora oggi.

Con il rafforzamento dell’impero e la sua manifestazione nel Sacro Romano Impero Germanico, e in particolare con l’impegno degli Asburgo nell’unificare gran parte dell’Europa sotto la loro guida, vennero reclutati eserciti congiunti sotto il comando asburgico.

Emersero anche forme di resistenza. La nobiltà e i ceti sociali emergenti bloccarono o ritardarono la riscossione delle tasse per proteggere i propri interessi finanziari. la Francia e la Repubblica di Venezia, ad esempio, mantennero per un certo periodo lucrosi scambi commerciali con l’Impero Ottomano, e anzi in accesa concorrenza tra loro.

Emersero gli Stati nazionali, che perseguivano i propri interessi e stringevano alleanze di convenienza. Anche le guerre di religione cristiane nel tempo persero forza e mordente. L’idea di un Occidente cristiano unificato, costretto a difendersi dall’”altro”, si dissolse.

L’Europa non fu mai una patria comune; non si sviluppò organicamente. Piuttosto, sorse e si sviluppò come potenza militare, plasmata da un senso di superiorità civile, alimentato dal rapido sviluppo borghese-capitalista e rafforzato da perenni menzogne propagandistiche.

Insomma un amalgama egemonico, fatto di espansione predatoria, colonialismo e opera missionaria cristiana. Un amalgama che oggi viene rimpianto. E dunque voce alla propaganda: la “minaccia russa”. Il nemico supremo è ancora una volta a Est. La Russia è barbara, dispotica e guerrafondaia. Sta minando i valori europei e distruggendo l’ordine democratico.

È quindi giunto il momento di alimentare nuovamente la paura e, soprattutto, di armarci per un presunto attacco imminente (che persino le agenzie di intelligence statunitensi negano). Vladimir Putin è il “sanguinario Vlad” in persona. Volodymyr Zelensky adotta il collaudato schema di disumanizzazione del nemico: “Putin riconosce la debolezza come un animale, perché è un animale”. Quando sente odore di sangue, Putin diventa forte “E divorerà tutti per cena, insieme alla vostra UE, alla NATO, alla libertà e alla democrazia”.

Esiste una stretta connessione storica tra la propaganda crociata medievale, la denuncia dei turchi all’inizio dell’età moderna e la russofobia odierna: noi contro di loro. La civiltà contro la barbarie. Noi, i giusti, contro voi, i falsi. L’Ucraina “europea” deve essere difesa dalla Russia “asiatica”.

Kiev, la città ai confini più remoti dell’Europa, non deve cadere nelle mani dei barbari come accadde a Costantinopoli. Le nostre sanzioni rovineranno la Russia. L’Europa è un giardino, il resto del mondo una giungla. Ormai l’unico collante politico che ancora tiene unita l’UE è la “minaccia russa”.

Non è una coincidenza che esista un innegabile parallelismo tra la disumanizzazione del nemico e il genocidio israeliano contro i palestinesi. Il ministro della guerra Yoaw Gallant, dopo gli attacchi terroristici di Hamas del 7 ottobre 2023, dichiarò: “Stiamo combattendo contro degli animali umani e ci comportiamo di conseguenza”. Pertanto, anche Ursula von der Leyen può affermare senza mezzi termini: “Russia e Hamas sono molto simili”.

È la guerra contro i “putinisti” (che si collocano subdolamente sia a destra che a sinistra), insieme alla vecchia spinta verso Est, a legittimare il riarmo. Proprio come faceva il III Reich, oggi la Germania funge da centro e forza trainante del movimento. Il Premio Nobel per la Pace assegnato all’UE nel 2012 è stato, e rimane, un premio fraudolento.

martedì 6 ottobre 2026

La forza della mobilitazione nel presente

 

In questo nostro Occidente, che si ammanta di essere paladino dei diritti umani, non si fa per nulla caso al fatto che anche il diritto a un tetto rientra nel novero dei diritti umani. È una questione fondamentale che riguarda la dignità delle persone.

La proprietà non è una legge di natura, dunque perché chi produce pane, guida un tram, lavora negli ospedali, in fabbrica o in ufficio non deve aver diritto a un alloggio? L’edilizia popolare è precisamente una prima risposta politica a tale diritto.

È un diritto che non sovverte gli attuali rapporti sociali, dunque un diritto che dovrebbe essere esplicitamente riconosciuto e sancito per legge anche negli ordinamenti borghesi. Ciò non accade perché gli attori giuridici e politici agiscono come intermediari a vantaggio della grande proprietà.

Il tema della proprietà è stato da molto tempo totalmente abbandono da parte delle organizzazioni politiche di sinistra, come se la questione non fosse dirimente in quanto sinonimo di espropriazione e anche di alienazione.

Abbandonata la questione della proprietà, le organizzazioni politiche cosiddette di sinistra sono diventate l’espressione degli interessi di classe globalisti, nell’idea che la tesi del conflitto sociale, dunque della lotta di classe, sia stata superata.

La prospettiva del superamento del capitalismo è stata sostituita dall’appello a una mera riorganizzazione della sua gestione capitalistica e dal desiderio di amplificare le sue credute tendenze positive intrinseche.

Si è persa quindi la chiave di comprensione della realtà capitalistica, laddove i rapporti di proprietà sono lo strumento e la forma del dominio di classe, qualcosa di completamente diverso anche da una eventuale, auspicata e semplicistica distribuzione della ricchezza.

Perciò è tanto più urgente un ritorno a Marx, il quale giunse a concepire la trasformazione dei rapporti di proprietà non come l’orizzonte lontano di una collettivizzazione compiuta, bensì come la forza motrice di una mobilitazione nel presente.

Oggi riprenderanno le proteste anche in Francia. È normale che i concetti qui espressi sulla proprietà privata non risulteranno chiarissimi, e però chi protesta intuisce che sono in qualche modo connessi anche alla lotta su obiettivi apparentemente più limitati.

Nel maturare della loro coscienza comprenderanno che il mondo non ha altra scelta che il comunismo. Inteso non tanto come un’organizzazione sociale consolidata e ben definita, quanto piuttosto come un intervento in divenire all’interno del capitalismo stesso.

Solo da questa prospettiva sulla proprietà può derivare una dimensione politica e strategica centrale del comunismo, come costruzione attiva della mobilitazione che attinge ai bisogni sociali che il capitalismo al contempo genera, distorce e nega.

Il comunismo, dunque, non è un progetto distante e astratto, ma piuttosto ciò che caratterizza nel presente un certo tipo di intervento politico e di mobilitazione collettiva, che non ha nulla a che vedere con la trasformazione automatica e immanente del capitalismo.

lunedì 5 ottobre 2026

Masochismo


In Italia, il centrosinistra si sta autodistruggendo in modo molto efficace. E non potrebbe essere altrimenti. I grandi media, alla ricerca delle cause, stanno improvvisamente scoprendo il vuoto. Del resto ci sono voluti solo trent’anni per approdare a tale consapevolezza, proprio perché in molti hanno dimenticato da tempo cosa dovrebbe rappresentare la sinistra, sia pure moderatissima e sedicente riformista.

Le politiche economiche e sociali perseguite con i governi di centrosinistra sono state, anche solo vagamente, progressiste e di sinistra? C’è uno stato sociale che garantisce buoni salari, posti di lavoro decenti e previene la disoccupazione? Quale classe sociale ha goduto i maggiori favori dai governi europei e dalla UE?

Tanto per dire, il riarmo europeo l’ha intrapreso la destra o la sinistra? I diversi sistemi fiscali per favorire i grandi capitali e i patrimoni sono un’idea di chi? Precariato e sottoccupazione sono frutto delle politiche di chi? Le periferie metropolitane afflitte da povertà e carenza di servizi sono un lascito di governi di destra e di sinistra? E i tagli alla spesa sociale e la privatizzazione dei servizi? Uguale.

Per quanto ci riguarda direttamente, il massimo che possa rivendicare la sinistra parlamentare negli ultimi trent’anni sono le “lenzuolate” di Bersani (ma le banche continuano a macinare decine di miliardi di utili netti ogni anno) e gli 80 (ottanta) euri di Braccobaldo Show. E ora criticano gli sconti sui carburanti, ma nessuno propone un tetto massimo ai prezzi.

Insomma, in che cosa si differenziano destra e sinistra? Nessuno realmente lo sa. Se proprio vogliono parlare di riforme, esse devono raggiungere i luoghi in cui le persone le vivono concretamente: nella vita di tutti i giorni, sul lavoro e nei servizi sociali.

Invece si procede con mance, condoni ed esenzioni. In tal modo, con qualsiasi governo, l’Italia si colloca stabilmente ai vertici dell’Unione Europea per volume assoluto di evasione fiscale. Padroni, professionisti e i componenti delle categorie di lavoro autonomo possono versare le imposte di propria sponte, e dunque decidere se e quanto dichiarare, mentre i salariati sono munti alla fonte. Questo meccanismo, da quasi tutti ritenuto ovvio, produce la prima e più marcata disparità di classe, l’ineguaglianza sostanziale che contraddice la presunta pari dignità sociale.

Che gli elettori votino per i fascisti e i nazisti non scuote questi presunti democratici più di tanto. Con Berlusconi hanno pure appoggiato il governo Monti, perché serviva a salvare l’Italia dal default. Così ci hanno mentito tutti concordi. Le elezioni non hanno mai conferito un mandato per un cambiamento radicale, tantomeno in Italia, un Paese solo formalmente sovrano. Pertanto, pensare che le cose possano cambiare andando al voto è non solo illusione ma anche masochismo.

Possibile che questo Paese non sia ancora stanco di questo sistema tutto sommato a partito unico, composto da snob borghesi e presuntuosi imbecilli che ci rifilano delle frottole? 

Cartoline lagunari

 

Ieri mattina, arrivando in stazione a Venezia, la prima cosa che ho fatto è stato cercare un cestino dei rifiuti. Per liberarmi dell’inserto de Il sole 24ore. Dedicato integralmente a Francesco d’Assisi. Già ogni domenica sull’inserto vi defeca le sue larve Gianfranco Ravasi, ma francamente dedicare l’intera foliazione a un santo cattolico mi è sembrata un’esagerazione. Evviva la presunta laicità liberale.

Mi si potrà obiettare (ma chi obietta?) che Francesco d’Assisi è stato questo e quello, ma in tal caso mando cordialmente a cagare. Sì, a cagare, perché certa gentaglia non merita altro.

Il resto della giornata è proseguito molto bene. Appena fuori la stazione, sulla destra, imbarcadero D, si prende il vaporetto della linea 5.2 per Fondamenta Nuove. Da lì, imbarcadero A, ci si imbarca sul vaporetto della linea 12. Superata l’isola cimitero di San Michele, quindi il faro di Murano, l’imbarcazione si dirige verso l’isola di Mazzorbo, di discrete dimensioni e frontale a quella di Torcello.

Adoro questo periodo indeciso tra estate e autunno. Giornata soleggiata, celo terso, leggera brezza, silenzio assoluto. Non ti viene voglia di nient’altro. Si può percorrere il perimetro dell’isola camminando su ottimi viali, a tratti ombreggiati da piante d’altro fusto. Una passeggiata distensiva tra natura, cielo e la luce riflessa della laguna. Già Mazzorbo vale il viaggio.

L’isola è collegata a Burano da un ponte in legno (qualche decina di metri). A Burano trovi ciò che non c’è a Mazzorbo: centinaia e centinaia di turisti vengono vomitati da grandi scafi privati tutti insieme, così come si sbarcava ad Omaha Beach. Altre decine arrivano col vaporetto pubblico (Burano è, ovviamente, la fermata successiva a quella di Mazzorbo (dove non scende quasi nessuno). Burano viene in tal modo invasa da sciami di ebeti dal selfie compulsivo, ai quali è stato venduto un voucher per l’isola dei merletti e dei pescatori.


Mazzorbo

Un abitante di Burano ci ha raccontato, a tale riguardo, una scenetta che a vederla dev’essere stata esilarante. Aveva lasciato socchiusa la finestra del suo bagno. Un turista asiatico si era arrampicato sul davanzale per ritrarre chissà quale immortale scorcio. Sennonché l’acrobata s’era spinto troppo oltre e la finestra socchiusa non aveva retto la spinta. Il demente è caduto all’interno del bagno sopra la lavatrice. In seguito, la padrona di casa ci ha confermato il racconto del marito con altri nipponici dettagli.

Come ho ritrovato Burano? Beh, devo dire che rispetto a una trentina d’anni or sono mi pare vi siano meno abitanti e diverse abitazioni chiuse e in vendita (non tra le migliori, comunque). Non è facile, specie per i giovani, vivere in una realtà così isolata dal resto del mondo. In un locale ci hanno detto che non potevano servire il caffè perché la macchina era guasta e nessuno voleva fare il lungo viaggio per venirla a riparare.

Per il resto, il posto è come lo descriverebbe una lady inglese col suo inconfondibile ombrellino e accento da crema calda: pittoresco. Allego al post qualche immagine, spero non troppo sfacciatamente turistica.

Come si mangia nei locali dell’isola? Presumo come dappertutto: benissimo. Branzino ed orata coltivati in Croazia o in Albania, frittura congelata alla quale s’aggiunge una sardina per farla sembrare più “nostrana”. Attenzione, in certi locali a Venezia e dintorni non fatevi fregare con la cosiddetta granceola: di questo crostaceo nel piatto troverete solo il carapace riciclato, il resto è polpa di fantasia. Suggerisco di stare lontani anche dal pasticcio di pesce, cautela che dovrebbe suggerirsi da sé.

Gli antipasti di gamberi argentini, capesante atlantiche e, al posto dei moscardini, altre amenità sottozero. Abbandonate anche l’idea dei cicchetti, erano tutt’altra cosa e contesto. Le cozze: il granchio blu e soprattutto il gran caldo quelle nostrane le ha sterminate tutte, perciò datevi una regolata. Dunque, che si mangia allora? Portatevi della frutta, un cracker, per il resto godetevi la quiete, il sole o l’ombra di una panchina lontani dalla ressa di lingua anglo- asiatica.

Mazzorbo, il parco.

Altrimenti, non aspettatevi una frittura o un risotto con i go (ghiozzo), ma spaghetti alle vongole (non certo le telline), le stesse di ogni buco dalle Alpi ai Peloritani. La pasta non è certo Setaro, Cavalieri o simili, ma quella colla indigeribile che vendono al supermercato a due euro scarsi il kilo. Paradossalmente la maggior parte degli italiani non ha una vera cultura della pasta. Soprattutto qui nel profondo Nord. Eccetera.

Queste sono settimane di moeche, ma nei menù non le troverete. Per varie ragioni, non ultima quella che le moeche non si coltivano e costano, quando si trovano al mercato, ormai più di 100 euri al kilo. Il comune turista non capirebbe il prezzo (mentre il ristoratore è un cinico adepto del marginalismo), così come in genere non sa che quel mondo di merlettaie e di pescatori professionisti (salvo eccezioni) non esiste più. È solo cartolina.

Il campanile di Burano è alto 64 metri ed è inclinato di 1,85. Sei mesi fa è stato ultimanto il restauro, gli sono stati apposti dei tiranti. Da vicino, l’inclinazione è davvero impressionante.



San Michele

domenica 4 ottobre 2026

La banca con la svastica

 

Nel 1929, il mercato rialzista americano era in piena espansione, le quotazioni azionarie continuavano a salire: il valore delle azioni della Radio Corporation of America (RCA) crebbe di quasi il 50 per cento in un solo mese. In agosto, una società di intermediazione annunciò un nuovo servizio per i viaggiatori diretti in Europa sui transatlantici: la possibilità di negoziare titoli a bordo durante la traversata, che durava una settimana.

Un giorno d’estate di quell’anno, nell’ufficio del direttore di The Economist squilla il telefono. Walter Layton alzò la cornetta. Lo stava chiamando Montagu Collet Norman, governatore della Banca d’Inghilterra. Secondo il Wall Street Journal, Norman veniva definito “il dittatore monetario d’Europa”.

Durante il suo mandato come governatore, dal 1920 al 1944, Norman fu uno degli uomini più influenti al mondo, un pilastro apparentemente incrollabile del sistema finanziario globale. Quando fu riconfermato governatore nel 1932, il New York Times scrisse che egli presiedeva “l’impero invisibile della ricchezza” britannico. “I regimi aurei possono andare e venire”, osservava l’articolo, “ma Montagu Norman resta”.

Le sue dichiarazioni enigmatiche venivano analizzate a fondo alla ricerca di un significato. Il suo potere era tale che una sua dichiarazione poteva far muovere i mercati. A una cena tra banchieri a Londra dichiarò con tono cupo che il disordine economico mondiale sfuggiva al controllo di qualsiasi uomo, governo o paese. Il giorno dopo, le azioni, le obbligazioni e il dollaro subirono un rapido e brusco calo a New York.

Norman chiese con fervore a Layton di recarsi nel suo ufficio alla Banca il prima possibile per discutere di una questione della massima importanza. Il direttore di The Economist non si stupì dell’agitazione di Norman. Il governatore era l’erede di un’antica dinastia bancaria, ma lui era un banchiere molto atipico: si presentava a cena senza calzini e andava al lavoro in metropolitana, cosa molto insolita per quei tempi.

Il banchiere più potente del mondo detestava la pubblicità, l’essere riconosciuto o la vita sociale, ed era soggetto a svenimenti. Conduceva una vita molto austera, detestava i cocktail party e scoraggiava qualsiasi segno di ostentazione. Sebbene viaggiasse sotto falso nome per attraversare l’Atlantico, al momento dello sbarco a New York ad attenderlo c’erano comunque schiere di giornalisti e fotografi.

Il suo stato psicologico era un segreto di Pulcinella tra gli addetti ai lavori della finanza. Norman era una figura imprevedibile, un maniaco-depressivo, noto negli ambienti finanziari per i suoi sbalzi d’umore. Timido e ipersensibile, Norman era introverso fino al punto di rasentare la nevrosi. Anni prima, Norman si era rivolto a Carl Jung per discutere un possibile trattamento, ma senza successo. Jung aveva lasciato intendere che Norman fosse intrattabile, il che non aveva certo migliorato la situazione.

Rispondendo alla convocazione di Norman, Layton si recò rapidamente alla sede centrale della banca in Threadneedle Street, il noto quartiere finanziario di Londra, cuore pulsante della City. Circondata da un alto muro, la sede della banca era progettata per impressionare, per incutere timore. Oltre l’imponente portone in bronzo si celava un complesso di uffici e sale operative brulicanti di funzionari e subalterni che facevano la spola lungo i corridoi. Persino la terminologia era di stampo regale: la banca non era governata da un consiglio di amministrazione, bensì da una “Corte”.

Norman sedeva a un tavolo di mogano al centro della stanza rivestita di pannelli in legno. Voleva discutere di una nuova banca, da chiamare Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI). La BRI stava nascendo in relazione al Piano Young, l’ultimo e, si sperava, definitivo programma per l’attuazione dei pagamenti delle riparazioni di guerra tedesche.

Nell’aprile del 1921, la Commissione per le riparazioni annunciò che la Germania avrebbe pagato un totale di 132 miliardi di marchi-oro (31,5 miliardi di dollari), con rate annuali da 2 miliardi. La Germania era ancora sotto shock per la sconfitta: l’iperinflazione dilagava mentre il governo stampava denaro per mantenere in moto l’economia. La società stava collassando e nelle strade si scontravano le opposte fazioni politiche. Venivano presi ostaggi, occupate fabbriche e i prigionieri schierati contro i muri e fucilati.

Dove avrebbe trovato la Germania il denaro per pagare? Con quali meccanismi avrebbe effettuato i pagamenti? Chi avrebbe supervisionato e regolamentato tali versamenti? Queste complesse discussioni determinarono il ruolo, la struttura e lo status giuridico privilegiato della BRI.

L’Europa poteva e doveva essere ricostruita, ma il suo futuro dipendeva dal commercio e dalla cooperazione finanziaria. L’obiettivo non era ridurre la Germania in miseria, bensì aiutarla a risanare l’economia e a riprendere gli scambi commerciali il prima possibile.

Per porre freno al caos inflazionistico, nel 1923 si decise di introdurre un nuovo tipo di marco al posto di quello ormai in rovina e alle numerose valute private emesse da varie imprese industriali. Si sarebbe chiamato rentenmark, marco in affitto, e sarebbe stato teoricamente appoggiato dal valore di tutti i terreni tedeschi, che poco per volta sarebbero stati ipotecati in base alla restante fornitura d’oro della Germania. L’idea era nata dal ministro delle Finanze Rudolf Hilferding, che noi oggi ricordiamo per essere l’autore de Il capitale finanziario, pubblicato nel 1910. (*)

Era una soluzione assai aleatoria poiché nessuno poteva calcolare il vero valore di tutti i possedimenti pubblici della Germania, ma costituiva comunque un primo passo verso la stabilizzazione della moneta. In pratica dietro al rentenmark non c’era nulla, ancor meno degli “assegnati” durante la rivoluzione francese, basati sui beni ecclesiastici confiscati. Da poche centinaia di milioni previsti, gli assegnati francesi furono emessi per decine di miliardi, fino a diventare carta per accendere il fuoco.

Il 13 novembre, quattro giorni dopo il mancato colpo di Stato di Hitler-Ludendorff, Hjalmar Horace Greeley Schacht fu convocato dal ministro della Finanze per assumere l’incarico di sovrintendente alla valuta nazionale. Schacht sapeva che l’unica soluzione definitiva sarebbe stata quella di garantire al marco un valore in oro, ma si rendeva anche conto dell’urgente bisogno di una soluzione temporanea come il rentenmark. Schacht chiese e ottenne dei poteri illimitati.

Il 15 novembre 1923, le macchine da stampa si fermarono nella stampa del vecchio marco e incominciarono quella dei nuovi rentenmark, che sarebbero stati emessi dalla nuova Rentenbanck. L’emissione era previsto fosse rigorosamente limitata, l’obiettivo, affermò Schacht, era quello di “rendere la valuta tedesca scarsa e preziosa”. Fu stabilito un cambio a un tasso fisso rispetto al dollaro (valeva 4,2 Rentenmark, un ritorno al tasso di cambio precedente la Prima Guerra Mondiale), contro la vecchia moneta svalutata. Tutti i crediti sarebbero stati interrotti per porre fine alla speculazione. Un rentenmark sarebbe stato cambiato con mille miliardi di vecchi marchi. Finalmente si potevano acquistare merci che costavano due o tre marchi. Schacht stava per dimostrare che spesso il credito è psicologico e non necessariamente razionale. Oggi quasi tutta l’economia finanziaria è basata su tale tipo di credito.

La necessità di assicurare un solido appoggio al rentenmarck valutandolo col sistema aureo, impose a Schacht, sovraintendente alla valuta ma anche nuovo presidente della Reichbank, di chiedere un incontro col governatore della Banca d’Inghilterra, ossia con Montagu Norman. Con grande sorpresa di Schacht, alle otto di sera della vigilia di Capodanno, ad accoglierlo alla banchina del porto inglese c’era Norman in persona, il quale era impaziente di dare inizio a una stretta relazione d’affari con Schacht, che poi si trasformò anche in amicizia personale, tanto che Norman fece da padrino di battesimo a uno dei nipoti di Schacht.

Durante la Conferenza dell’Aia e i negoziati sul Piano Young del 1929 (volti a ristrutturare i pesanti debiti di riparazione imposti alla Germania dopo la sua sconfitta), Schacht presentò una proposta formale insieme ad altri banchieri per istituire un organismo di regolamento finanziario. Insieme al Governatore della Banca d’Inghilterra, Montagu Norman, concepì la BRI con un duplice scopo: gestire i flussi finanziari delle riparazioni di guerra tedesche e fornire una rete di salvataggio (prestatore di ultima istanza) alla stessa banca centrale tedesca nel caso in cui il marco si fosse indebolito, garantendo al contempo un forum permanente per la cooperazione tra banche centrali.

Norman nutriva vaste ambizioni: la BRI sarebbe stata la prima istituzione finanziaria internazionale al mondo e avrebbe costituito un punto di incontro per i banchieri centrali. Lontani dalle pressioni dei politici e dagli sguardi indiscreti dei giornalisti ficcanaso, i banchieri avrebbero potuto portare ordine e coordinamento nel sistema finanziario globale.

Affinché la BRI potesse avere successo e potesse esprimere appieno il proprio potenziale, spiegò Norman, aveva bisogno dell’aiuto di Layton. Di lì a poco, una sottocommissione si sarebbe riunita a Baden-Baden, in Germania, per redigere lo statuto della banca. Il direttore dell’Economist, disse Norman, era proprio la persona adatta per stendere l’atto costitutivo della BRI, un documento che doveva, innanzitutto, garantire l’indipendenza della banca dalla politica.

Layton, allora quarantacinquenne, aveva un curriculum di tutto rispetto. Aveva studiato alla King’s College School, alla Westminster City School, all’University College di Londra e al Trinity College di Cambridge, del quale nel 1908, a soli 24 anni, divenne docente di economia. Economista di spicco, Layton lavorò per il ministero delle Munizioni durante la Prima Guerra Mondiale, poi presso la nascente Organizzazione Economica e Finanziaria della Società delle Nazioni. Nel 1928, fu membro del comitato del Partito Liberale che elaborò il documento Britain’s Industrial Future, altrimenti noto come Libro Giallo Liberale.

Insomma, Montagu Norman stava affidando l’incarico a una persona molto competente. Si pensi che Layton durante la IIGM fu a capo dello Stato Maggiore Congiunto per la Produzione Bellica dal 1942 al 1943, e sarà vicepresidente dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa dal 1949 al 1957.

Nell’ottobre 1929, il consiglio d’amministrazione della nuova Banca dei Regolamenti, la nuova Banca di Schacht e Norman, si riunì per la prima volta nella vecchia stazione termale tedesca di Baden-Baden. Il 29 ottobre, pochi giorni dopo l’inizio delle riunioni, la borsa di New York crollò.

Come governatore della banca centrale di una delle nazioni fondatrici, Schacht ottenne automaticamente un seggio nel Consiglio di Amministrazione della BRI. Sfruttò l’istituto di Basilea come canale finanziario privilegiato per mantenere i contatti con l’alta finanza internazionale, legame che continuò anche dopo l’ascesa del regime nazista, quando fu riconfermato alla guida della Reichsbank (1933–1939) e nominato Ministro dell’Economia di Hitler, incarico che mantenne fino al 1939, quando tra i due avvenne la definitiva rottura sul finanziamento del riarmo tedesco.

Tuttavia, non va dimenticato che Schacht, il 19 novembre 1932, promosse la “Petizione degli industriali” (Industrielleneingabe), con la quale il Presidente del Reich, Hindenburg, veniva invitato ad affidare al Partito Nazista e al suo leader il compito di formare un governo. La petizione dimostrò il forte appoggio di una parte del capitalismo tedesco al movimento nazista, aprendo la strada alla nomina definitiva di Hitler avvenuta il 30 gennaio 1933 (**).

Sulla scia della gestione Schacht, il consiglio di amministrazione della BRI continuò a ospitare alti funzionari del Terzo Reich (come Walter Funk ed Emil Puhl), portando l’istituto a subire dure accuse nel dopoguerra per aver agevolato le transazioni finanziarie e d’oro della Germania nazista. Infatti, la BRI svolgerà un ruolo di fondamentale complicità, agendo come la principale camera di compensazione e “lavanderia” finanziaria del Terzo Reich durante la Seconda Guerra Mondiale.

In un post che farà seguito (ma non subito), darò conto della fittissima rete di complicità, alleanze e, si direbbe oggi, joint-ventures, che si andò formando progressivamente negli anni 1930 tra parte del grande capitale finanziario e industriale statunitense e quello tedesco, strettamente collegato con i nazisti. Il gotha economico e finanziario dell’epoca, che vide tra i suoi protagonisti, paradossalmente, anche influenti esponenti dell’ebraismo perfino a conflitto mondiale in corso.

(*) Geminello Alvi, nel 1993, ha pubblicato un libro, Dell’estremo Occidente. Il Secolo Americano in Europa, che alterna fatti verificabili e descrizioni sconclusionate e assolutamente inattendibili, peraltro scritto in uno stile “flamboyant”, con ridondanti e irritanti solecismi. Alle pp. 238-39 si legge la seguente sciocchezza (delle sue è tutt’altro la più madornale): «Nel 1910 Rudolf Hilferding puntale aveva tradotto in un raro frasario marxista [sic!] col titolo Das Finanzkapital, un libro scritto anni prima da Otto Jeidels, efficiente banchiere a Berlino della Handles-Gesellschaft.»

In realtà Jeidels è l’autore di Das Verhältnis der deutschen Großbanken zur Industrie mit besonderer Berücksichtigung der Eisenindustrie (Il rapporto tra le grandi banche tedesche e l’industria con particolare riferimento all’industria siderurgica, Lipsia, 1905. Hilferding, nel suo libro, Il capitale finanziario, cita Jeides sei volte a piè di pagina. Anche Lenin cita Jeides nel suo quaderno “β”, brogliaccio che servirà alla stesura de L’imperialismo, fase suprema del capitalismo (dove, a riguardo di statistiche, citerà Jeides nei capp. 1, 2 e 6).

Alvi si occupa di Hilferding anche a p. 484, in una nota. Scrive che Il capitale finanziario fu pubblicato un anno prima della crisi di Agadir (1911) e sostiene che Hilferding della crisi di Agadir “non comprese l’essenziale”. Transeat. Facciamoci spiegare l’essenziale da Alvi: «L’invio di panzer ad Agadir non provocò all’inizio che un controllato nervosismo, non comparabile al panico che nel maggio del 1911 aveva attraversato la borsa di Berlino». La nave cannoniera Panther, inviata da Berlino nel porto marocchino di Agadir, per Alvi diventa l’invio di panzer (tra l’altro nel 1911!). Ripeto: sono quisquilie a fronte di altre pretenziosità che a raccontarle ci vorrebbero pagine e pagine di puro esilarante divertimento.

(**) Nel 1931, nelle grandi società per azioni, l’11% dei membri del consiglio di amministrazione e quasi un quarto di tutti i membri del consiglio di sorveglianza erano ebrei. Entro un anno e mezzo dall’ascesa al potere dei nazisti, gli ebrei avevano perso metà delle loro posizioni. Nel 1938, il loro numero si era ridotto all’8% (consiglio di amministrazione) e al 17% (consiglio di sorveglianza) rispetto ai livelli del 1933. Nelle più grandi banche per azioni, dove nel 1927 un quarto dei dirigenti era ebreo, a metà del 1934 il loro numero era sceso al 6,5%, nel 1938 all’1% (Martin Münzel, Die jüdischen Mitglieder der deutschen Wirtschaftselite 1927–1955: Verdrängung – Emigration – Rückkehr, Zürich, Ferdinand Schöningh, 2006, tavola 34a, 441). Otto Jeidels, citato qui nel post nella nota precedente, nonostante fosse ebreo, rimase nei consigli di amministrazione di 17 società per azioni tedesche fino all’inizio del 1938, quando le aziende di tutta la Germania furono minacciate di nazionalizzazione se non fossero riuscite a ottenere la certificazione ariana, liberandosi quantomeno dei dirigenti non ariani rimasti.