martedì 4 agosto 2026

Dimorfismo stagionale

 

Avevo intenzione di regalare ai lettori del blog un post, ovviamente lungo, sulla storia dell’economia politica. Principalmente perché l’idea che solo il lavoro crei valore è considerata da tempo superata, e chiunque invochi la “teorie del valore” è visto come irrimediabilmente obsoleto. Dunque, volevo offrire una ricostruzione storica di una banalità tutt’altro che insignificante.

Poi ho pensato: in agosto, con questo caldo, in procinto per partire o già partiti per il ferragosto? Meglio parlare di abbronzatura, o qualcosa che gli somigli. E dunque dirò qualcosa a proposito dell’abbronzatura dell’ornitorinco, un animale che ci somiglia fisiologicamente più di quanto non si creda comunemente: è un mammifero semi-acquatico, ha pelo, zampe palmate, una coda simile a quella di un castoro, un becco simile a quello di un uccello e, pur essendo un mammifero, depone le uova.

Nel caso non ve ne foste accorti, la maggior parte degli umani hanno la coda, spesso una coda lunga-lunga. E quanto alle uova, le deponiamo in frigo fino al momento di romperle. Quanto al becco, non ci sono dubbi. Infatti, spesso viene usata la locuzione “chiudi il becco”. Oppure: “non ha aperto becco”. Quanto al pelo, c’è un sacco di umani che hanno il pelo lungo, specie sullo stomaco. A volte anche un cuore peloso, donde deriva l’espressione “carità pelosa”. Insomma, genere Homo e Ornithorhynchus anatinus, anche se dicono di non essere parenti stretti, abitano entrambi nello stesso stagno.

Vengo al punto: la natura degli organelli che producono il pigmento nel pelo dell’ornitorinco: i melanosomi. Sono rotondi e almeno parzialmente cavi, una caratteristica precedentemente nota solo negli uccelli. In tutti gli altri mammiferi studiati fino ad oggi, sono solidi. Ecco dunque una caratteristica peculiare che ci distingue da quest’animaletto simpatico e fricchettone.

Esistono due forme predominanti del pigmento melanina: l’eumelanina, che produce tonalità scure e si trova principalmente nei melanosomi allungati, e la feomelanina, che produce tonalità rossastre, brunastre e arancioni e si forma nei melanosomi arrotondati. Sebbene i melanosomi arrotondati siano ora predominanti negli ornitorinchi, questi animali hanno una pelliccia marrone scuro.

Si sospetta che i melanosomi cavi abbiano facilitato l’adattamento degli animali alla vita acquatica. Perciò, date un’occhiata ai vostri melanosomi prima di fare il bagnetto in mare. Se i vostri melanosomi non sono cavi ma solidi, dunque se non siete mutati in anatinus, suggerisco di non allontanarvi troppo dalla riva.

Caro carburanti: il ritorno sarà così.

lunedì 3 agosto 2026

Il solito odore

 

Così chiude il suo post Massimo Mantellini a riguardo delle dichiarazioni fasciste di quello che attualmente è il presidente del senato. Sostiene Mantellini che i commentatori fascisti vanno da un’altra parte a imbrattare, non più sui social network dei principali esponenti dell’attuale governo. E dove vanno? Non lo so perché non frequento, ma di sicuro molti commentatori fascisti sono sulle prime pagine dei giornali e in televisione. E sono così ben camuffati (vorrebbero esserlo) che sembrano persone normali. Ascoltati per una manciata di secondi e capisci trattarsi della solita merda che ha cambiato colore ma ha mantenuto sempre lo stesso odore.

domenica 2 agosto 2026

La corsa agli armamenti pubblicitari

 

Questa mattina, poco dopo aver scorso le pagine del mio solito giornale domenicale, mi è venuta in mente una frase attribuita ad Andreotti.

Le case di produzione e distribuzione cinematografica, soprattutto statunitensi, investono somme considerevoli nella promozione dei film, spesso paragonabili o superiori al budget di produzione stesso.

La maggior parte dei film è in deficit rispetto ai meri incassi nei cinema, per cui ci si è spinti ben oltre il vintage pseudo-subliminale delle sigarette Muratti e del whisky J&B. Più recente è la marchetta promozionale a favore di certe località, dove vedi Roma o la Provenza con gli occhi degli specialisti della seduzione turistica, seguendo le tracce di tutti i luoghi mitici e immaginari della “cultura” di massa.

Per Odissea (The Odyssey) di Christopher Nolan, il regista pluripremiato (anche per colossali polpettoni come Interstellar, Tenet, Oppenheimer ...), l’investimento nella promozione e nel marketing si aggira intorno al 50% del budget di produzione, ovvero circa 125 milioni di dollari.

Promuovere un film simultaneamente in decine di paesi richiede campagne locali costosissime. Ma perché un buon film avrebbe bisogno di tali campagne promozionali? Si sostiene che il successo di un film ora dipende dai suoi primi tre giorni nelle sale. Bisognerebbe chiedersi il perché, e in tal caso il discorso si farebbe lungo e afoso.

Perciò torno col discorso all’inizio: dove investono tanti quattrini? Acquisto di spazi pubblicitari: televisione, cartelloni pubblicitari, trailer, quindi “collaborazioni” con influencer, interviste (standardizzate), pubblicità mirata su TikTok, Instagram e YouTube. E ovviamente promozione con pubblicità palese e con i cosiddetti “redazionali” sui giornali.

Insomma e in sintesi, si tratta di un’unica narrazione che marginalizza l’analisi indipendente a favore dei contenuti promozionali, ossia spiccia le faccende della strumentalizzazione delle opinioni, con un approccio più incentrato sul clamore e sulla raccomandazione che sul (presunto?) distacco critico.

Questa domenica, l’inserto del Sole 24ore è tutto speciale, ossia dedicato completamente a Ulisse. E ovviamente, fin dalla prima pagina, si parla del film di Nolan, ora nelle sale cinematografiche. Ma l’inserto ha un suo stile, che non è quello della smaccata marchetta. È una fellatio vellutata, consona a un pubblico non triviale come invece potrebbe essere quello di altri più dozzinali quotidiani. E soprattutto lo fa senza avere in cambio alcuna dichiarata mercede. Esclusiva offerta di riflessione, cultura e diletto orgasmico ai propri lettori. Insomma, un pompino “a gratis” e per la mera soddisfazione di un dovere compiuto.

L'aneddoto di Most

 

Nel dicembre del 1984, la Fondazione Marx-Engels di Wuppertal ricevette in dono da un libraio antiquario di Düsseldorf un vecchio libretto senza retrocopertina. Si scoprì che si trattava della copia personale di Marx, a lungo ritenuta perduta, della seconda edizione di una riduzione de Il Capitale redatta da un certo Johann Most nel 1873 (*).

La prima edizione di quell’opuscolo di Most, pubblicata a Chemnitz, aveva per titolo Capitale e lavoro. Compendio popolare del Capitale di Karl Marx. La seconda edizione conteneva diverse correzioni, che l’Istituto per il Marxismo-Leninismo di Berlino, consultato per un’analisi, confermò essere autografe di Marx, il quale aveva consentito a Most di ripubblicare il suo riassunto a condizione che il suo nome non comparisse, ciò a dimostrare della scarsa considerazione che Marx attribuiva al compendio di Most e la possibilità di correggerne solo gli errori più gravi.

Come si era arrivati a questa seconda edizione della riduzione de Il Capitale da parte di Most e con le correzioni di Marx? Nell’estate del 1875, Wilhelm Liebknecht e Julius Vahlteich, in qualità di rappresentanti del Partito operaio socialdemocratico, si rivolsero a Marx chiedendogli di rivedere l’opuscolo di Most per una nuova edizione.

Marx acconsentì e si mise subito al lavoro, nonostante la sua salute cagionevole. Quasi un anno dopo, nell’aprile del 1876, il pamphlet fu stampato e Marx ne ricevette diverse copie che, come su sua richiesta, non recavano il suo nome.

Marx si mostrò subito poco entusiasta (eufemismo) dell’opuscolo. Nella lettera a Adolpf Sorge, del 27 settembre 1877, lo descrisse come “pieno dei peggiori refusi” di stampa. Dolendosi del comportamento di Liebknecht e Vahlteich per come era stata condotta la faccenda, denunciava “le molte asinate commesse da Most”, descrivendolo come “un ragazzo futile, sempre pronto a utilizzare subito come materiale per uno stampato qualunque cosa legga”. Chiosava Marx: “infine l’opuscolo uscì brulicante di refusi che ne travisano il senso!” (Marx-Engels, Lettere 1874-1879, ediz. Lotta comunista – vol. XLV non edito della MEOC –, p. 225).

La divulgazione, ovvero la semplificazione di un testo scientifico, è possibile solo se questo è stato realmente compreso. In questo caso, Most si trovò in difficoltà, tanto che, invece di limitarsi a rivedere il vecchio testo, Marx ne scrisse in gran parte uno nuovo. Si sentì costretto a riscriverlo a causa di due principali debolezze nell’opera di Most: la mancata comprensione del concetto di valore e la mancanza di comprensione delle forme di valore. Vale a dire i pilastri dell’economia politica e della analisi critica compiuta da Marx.

Solo un esempio: Most tratta il nucleo della teoria del valore in modo molto conciso e confuso (15 righe!), mentre Marx vi dedica oltre venti pagine ne Il Capitale. Sebbene Marx nelle sue revisioni testuali non mettesse in discussione il principio di divulgazione di Most, ovvero l’uso delle sole categorie indispensabili, resta il fatto che Most non arrivò nemmeno a comprendere chiaramente l’importanza della contraddizione intrinseca e divaricantesi tra valore e valore d’uso all’interno della merce.

Come nel caso della forma di valore, la debolezza di Most nella comprensione dei concetti qualitativi ebbe un impatto negativo anche sulla sua concezione dei salari. Così come non riuscì a cogliere il denaro come forma necessaria di valore, trascurando il fatto che il valore o il prezzo del lavoro, sebbene invertito, sono comunque espressioni reali del valore o del prezzo della forza-lavoro.

Most sa che i salariati vengono pagati solo per la loro forza-lavoro erogata, che permette l’estorsione di plusvalore. Tuttavia, non riesce a spiegare perché la realtà sia diversa, per cui i salari sembrerebbero remunerare non solo la forza-lavoro, ma tutto il lavoro erogato, un’illusione diffusa anche nel Partito socialdemocratico.

Ad ogni modo, Marx mantiene la struttura dell’estratto, diviso in 13 sezioni, perché segue la struttura de Il Capitale. Tuttavia, non lasciò una sola pagina invariata, apportando quasi trecento modifiche stilistiche o terminologiche. In ogni sezione opera delle riformulazioni, perlopiù chiarimenti concettuali. In totale, i nuovi testi, ciascuno composto da almeno una frase completa, costituiscono oltre il venti percento dell’intero testo.

Marx commentò la sua revisione nella lettera del 14 giugno del 1876, quando inviò una copia della seconda edizione del Most a Sorge a New York: “... non mi sono citato, perché altrimenti avrei dovuto cambiarvi ancora di più (la parte sul valore, denaro, salario lavorativo e qualche altra cosa l’ho dovuta cancellare dal tutto e introdurre al suo posto roba mia)” (**).

Most, possiamo immaginare, non devessere stato molto contento delle corpose correzioni di Marx. Tuttavia, non deve essere stato questo il motivo per il quale il giovanotto futile abbracciò sempre di più l’anarchismo, compresa la dottrina dell’incitamento delle masse alla rivoluzione attraverso atti di violenza spettacolari. Nel 1885 pubblicò la Scienza rivoluzionaria della guerra; un manuale di istruzioni “sull’uso e la fabbricazione di nitroglicerina, dinamite, cotone fulminante, fulminato di mercurio, bombe, ordigni incendiari, veleni, ecc.”. Sarebbe piuttosto divertente da leggere oggi, ma nondimeno una tragica testimonianza della parabola di un modesto talento politico.

Il 18 aprile 1883, Engels, in una lettera a Philip Van Patten a New York, a proposito del suo rapporto con Most e con Marx, scrisse che lo avevano incontrato a Londra “non più di una volta, al massimo due”, da quando “le sue nuove elucubrazioni anarchiche sono apparse sul giornale”. “Avevamo per il suo anarchismo e per la sua tattica anarchica lo stesso disprezzo che avevamo per coloro da cui egli aveva appreso tutt’e due le cose”.

Engels proseguiva nella lettera: “Quando era ancora in Germania, Most pubblicò un compendio “popolare” de Il Capitale. Fu richiesto a Marx di rivederlo per una seconda edizione. Feci questo lavoro insieme con Marx. Trovammo che era impossibile fare qualcosa di più che togliere le peggiori cantonate di Most se non volevamo riscrivere tutto il lavoro da cima a fondo. (Ibidem, vol. 47, p. 11)

(*) Chi volesse leggerlo in rete, qui.
Il testo della seconda edizione di quell’estratto divulgativo apparve successivamente ristampato nella DDR nel 1967 e poi nella RFT a cura di H.M. Enzensberger nel 1972. La Fondazione di Wuppertal ne curò una ristampa anastatica nel 1985 (edita da Marxistische Blätter, Francoforte sul Meno). Nel 2025 una nuova ristampa, pubblicata a Berlino dalll’editore Henricus (noto anche come Hofenberg). L’originale annotato da Marx è custodito presso la Karl-Marx-Haus a Treviri.

(**) La traduzione inglese apparve a puntate a New York dal 30 dicembre 1877 al 10 marzo 1878 sul settimanale socialista The Labor Standard. Nell’aprile del 1878, F.A. Sorge pubblicò la serie in un opuscolo intitolato Estratti dal Capitale di Karl Marx (Marx non fu accreditato come autore, né lo fu Most). Il traduttore fu Otto Weydemeyer, che, come Sorge, era attivo nella Prima Internazionale e figura di spicco del Partito dei Lavoratori degli Stati Uniti (1876-1878). Ancor prima della stampa, Marx accettò di correggere le bozze della traduzione per eventuali errori, qualora fosse stata pubblicata una ristampa (ristampa che non si concretizzò mai). Per l’Inghilterra, Marx propose un’edizione emendata, “ma in modo tale che io scriva alcune parole di prefazione, mentre l’opera stessa appaia a nome di Weydemeyer”.

Questo il modo in cui il “pappagallo stocastico” interpreta quello che definisce “aneddoto”, prendendo fischi per fiaschi: il Manifesto del Partito comunista per l’opuscolo di Most.

venerdì 31 luglio 2026

Morale estiva

 

Oggi si registra la giornata più torrida del mese di luglio. Ciò mi riporta alla memoria un altro 31 luglio, di un’epoca meno volgare del presente. Fu quella la giornata più calda dell’estate. Più che per la calura, quel giorno è rimasto indelebile (non solo a me) per ciò che ci fu preparato per pranzo.

In spiaggia c’era troppa luce, troppa esposizione, tutto era abbagliante. Fuggimmo quella luce violenta ben prima del solito orario di rientro. La padrona di casa era già sui fornelli esibendosi come cuoca nel solo piatto della cucina italiana di cui potesse andare fiera: alcuni tagli di carne, tratti dal cadavere di un bue, bollivano nel relativo brodo. Quello era precisamente il nostro pranzo per quel giorno.

Sono quelle situazioni di disperazione nelle quali ti chiedi perché la nave dell’esistenza ti abbia condotto su quegli scogli. Ci fu risparmiata la pornografia: la carne lessata cosparsa di yogurt fatto in casa o con salse barocche.

Tra sospiri e gocciolamento di sudore (allora non c’erano i condizionatori) riuscimmo a inghiottire il brodo caldo al limite dell’ustione. Trangugiammo anche una fetta di carne e la scorta di giardiniera sottaceto (che così mi venne in odio). Quando discorro di autoritarismo parlo con cognizione di causa.

Dunque, la morale di questo breve scritto è questa: non lamentiamoci del caldo eccessivo, potrebbe capitarci anche di peggio.