martedì 21 aprile 2026

Strumenti compiacenti

 

Un calo dei profitti aziendali è spesso un argomento sufficiente anche per i rappresentanti sindacali per affermare che, purtroppo, i tagli al personale sono inevitabili. Quando va bene, il sindacato assume un tono combattivo, “in lotta con gli operai per il loro lavoro e il loro futuro”. La verità è, e tutti lo sanno in fondo, che i lavoratori e i dipendenti non possono davvero lottare per il loro posto di lavoro, o meglio, lo fanno, ma la loro lotta è fin troppo spesso vana. Perché il loro unico strumento efficace, il rifiuto di lavorare, è inefficace quando non sono più necessari. E coloro che sono ancora necessari, in tali condizioni, sono difficili da convincere a mettere a repentaglio il proprio posto di lavoro con uno sciopero.

Infatti, chiunque sa bene che nel sistema capitalista i posti di lavoro esistono solo finché sono redditizi, ovvero finché i profitti sono adeguati. Il loro livello determina la sopravvivenza dell’azienda e a decidere se i profitti sono adeguati non sono certo i lavoratori. Gli azionisti di maggioranza possono decidere di delocalizzare la produzione all’estero se intravedono una possibilità di maggiori profitti. Vista così sembrerebbe una cosa logica e che non ha bisogno di molte spiegazioni, poiché, prescindendo da che cosa produce una azienda, cannoni o burro, ciò che vale è la redditività dell’investimento.

Invece è proprio questo il vero nodo della questione: che cosa si produce e perché. Cannoni o burro non sono la stessa cosa, come ognuno sa. E ciò non è, o non dovrebbe essere, indifferente nella scelta di che cosa produrre e che cosa no. I lavoratori stessi non criticano queste scelte, produrre bombe o caffettiere per quasi tutti loro è indifferente. Essi si riferiscono in modo positivo a questo rapporto di dipendenza con l’azienda, come a qualcosa di cui i lavoratori hanno a cuore l’interesse.

Questa questione ne richiama un’altra, subito adiacente. Sulla pagina di questo blog, in esergo, si trova una citazione di Marx. Non è scelta a caso, essa racchiude, in prospettiva, la situazione che sta vivendo nella nostra epoca la classe sfruttata: «Non basta che le condizioni di lavoro si presentino come capitale a un polo e che dall’altro polo si presentino uomini che non hanno altro da vendere che la propria forza-lavoro. E non basta neppure costringere questi uomini a vendersi volontariamente. Man mano che la produzione capitalistica procede, si sviluppa una classe operaia che per educazione, tradizione, abitudine, riconosce come leggi naturali ovvie le esigenze di quel modo di produzione». (I, 7-3).

Secondo questa logica, non è l’azienda in sé a infliggere costantemente precarietà lavorativa ai dipendenti, bensì la sua cattiva gestione. Secondo questa accusa, i “datori di lavoro” non adempiono alle proprie responsabilità, a differenza dei lavoratori diligenti che adempiono sempre al loro dovere. È in quest’ottica che anche la critica sindacale, come quella politica e dunque la critica laterale e riformistica, interpreta il rapporto tra capitale e forza-lavoro.

Anche gli slogan che richiamano l’attenzione su “prima il lavoro e poi il profitto”, si riferiscono al fatto che le aziende non considerano il bene comune, a differenza del sindacato, sempre consapevole della propria responsabilità nazionale. Pertanto, il successo del capitale è anche nell’interesse della nazione, motivo per cui il sindacato esorta le aziende a rispettare le proprie responsabilità nazionali.

Questa rappresentazione dipinge un quadro della vita economica secondo cui posti di lavoro sicuri e salari “decenti” (sic!) sono garantiti solo quando l’azienda ha successo. E con ciò si riconoscono implicitamente come leggi naturali ovvie le esigenze di quel modo di produzione.

Il sindacato si presenta attivamente come una forza utile e orientata al bene nazionale, perciò il suo insistito richiamo agli investimenti e all’innovazione. Non importa molto se gli investimenti riguardano burro o cannoni. Salvo poi scoprire che questi investimenti si traducono, in ultima analisi, in licenziamenti tramite modernizzazione e innovazione. La speranza di non essere colpiti perché la propria azienda ha successo e i posti di lavoro vengono tagliati altrove è sostanzialmente data per scontata dagli stessi membri del sindacato.

La richiesta del sindacato di investimenti si basa quindi sull’aspettativa che l’Italia prevalga nella competizione internazionale e diventi più indipendente dagli altri Paesi, e dunque si presenta come una forza che sostiene un nazionalismo in materia economica, e che viene promosso apertamente dai partiti politici, specie alcuni. Al pari di questi partiti, nulla è più aborrito dal sindacato che turbare la pace sociale nel paese. Sarebbe invece necessario opporsi a questo principio se non si vuole diventare una pedina nel gioco di potere. So be it.

Si dirà che il sindacato non ha come obiettivo la lotta politica, il superamento del sistema, ma semplicemente gli interessi e la tutela della forza-lavoro. Dunque fa da mediatore tra la frusta degli azionisti e la schiena dello schiavo salariato? Risposta: non permetteremo che gli interessi del profitto prevalgano sulla vita umana! E ci mancherebbe, ma dire che il lavoro (la forza-lavoro!) “non è una merce”, significa non aver presente il rapporto reale tra capitale e forza-lavoro, il rapporto tra la classe degli sfruttatori e quella degli sfruttati. Non tener conto che così come qualsiasi altra voce relativa ai costi di produzione, l’acquisto e l’impiego della forza-lavoro figura come un costo nel bilancio delle società.

Se i sindacati (qui mi riferisco prevalentemente alla CGIL poiché per il resto ...) fossero davvero seri in questo, avrebbero molto da fare e dovrebbero prendere posizione contro la politica economica e l’ordine economico su numerosi fronti. Innanzitutto revisionando il proprio vocabolario. Ma questi rappresentanti dei lavoratori distinguono tra “profitti”, ai quali non si oppongono e al cui successo contribuiscono attivamente, ed “extraprofitti” che servono solo ad arricchire pochi. Dove si trovi questa distinzione, tuttavia, rimane un mistero.

La lotta ideologica è la lotta più importante! Così diceva l’uomo che nacque nella stessa cittadina di Aleksandr Protopopov e di Aleksandr Kerenskij, ma che non fu loro amico. Oggi i lavoratori, in generale, non vogliono avere nulla a che fare con la formazione storica, la profondità scientifica e una comprensione approfondita dei problemi attuali. Rimangono volgarmente superficiali e sono quindi destinati a rimanere irrilevanti. Tendono a seguire la corrente del liberalismo, che è comoda perché non richiede loro nulla, men che meno un pensiero indipendente. Pertanto, sono strumenti compiacenti di una pseudo-élite liberale sempre più disinibita e altrettanto ignorante. L’aveva già ben chiaro Marx più di 150 anni fa, figuriamoci nella situazione odierna.


lunedì 20 aprile 2026

Dove vanno i Crepet quando non li caghiamo?

A scanso di pregiudizi metafisici, a me accade quasi tutti i giorni di sentire la voce di Karl Marx e Friedrich Engels, certe volte anche quella di Vladimir Ilich, col suo celebre rotacismo. Tutti e tre mi dicono di lasciar stare, che non è il caso che mi affanni, ormai è fatta e non si può tornare indietro.

Del resto, mi sussurra un’altra voce, ci sono più cose in cielo e in terra di quante ne sogni il formalismo quantistico con i suoi trucchi matematici. Dunque, spazio anche agli angeli. Può essere che essi esistano solo quando vi si crede, così come la Luna esiste solo quando la si guarda. Il problema semmai è: dove cazzo vanno le anatre di Central Park quando Holden Caulfield non le guarda? È il nostro modo di guardare le cose che genera la realtà. Così ci viene detto, e solo Dio sa quanto sia necessario credere in qualche cosa che plachi le nostre ansie e quelle della fisica teorica contemporanea.

Se non è più valido il principio di causalità, l’idea della connessione generale e necessaria dei fenomeni fisici, valido anche per quei fenomeni dei quali non si siano ancora scoperte le cause determinanti, allora prendiamo in considerazione la casualità. Non serve conoscere il presente in ogni elemento, la posizione e il moto reale di una singola particella quantistica, la cui determinazione è affidata al caso e dunque a tutti gli stati possibili. Prendiamo invece in considerazione l’insieme, legato alla necessità.

In ogni fenomeno fisico in cui osserviamo una regolarità intervengono miliardi di atomi e di molecole; l’effetto osservato è determinato dall’azione reciproca di ogni singolo atomo con migliaia di altri. Così come accade per noi esseri umani, il cui singolo comportamento è assolutamente imprevedibile, ma nell’insieme l’umanità segue le leggi della necessità. La regolarità osservata del comportamento collettivo si dissolve completamente nei valori medi (i soli a noi accessibili, che presentano la loro conformità a una legge puramente statistica) di milioni di comportamenti singoli. Poi, che il comportamento di ogni singolo essere (di ogni singola particella) sia deciso col gioco dei dadi o della roulette, a noi non interessa.

A giorni a Bassano, ho già acquistato il biglietto e prenotato i popcorni.

Fare la guerra per fare soldi (tanti)

 

C’è un modo molto rapido per fare soldi: venerdì scorso, alle 14,47 ora locale, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha annunciato sulla piattaforma social X la completa riapertura dello Stretto di Hormuz, dichiarato chiuso all’inizio di marzo a causa della guerra di aggressione tra Stati Uniti e Israele. I prezzi del petrolio sono crollati quasi immediatamente di oltre dieci dollari al barile. Poco prima, intorno alle 14:25, erano stati venduti in pochi minuti contratti futures per un valore totale di circa 760 milioni di dollari.

Una posizione ribassista di dimensioni insolitamente elevate per essere costruita in pochi minuti, ed è la terza volta che accade in un mese pochi minuti prima di comunicazioni politiche in grado di invertire l’andamento dei prezzi. In altre parole, gli speculatori in possesso di informazioni privilegiate precise avevano “scommesso” con successo sul fatto che i prezzi del petrolio, spinti al rialzo dai premi di rischio, sarebbero crollati non appena fosse sembrata imminente una de-escalation del conflitto.

Meno di 24 ore dopo, alle 10:25 di sabato, la Repubblica islamica ha deciso che lo Stretto resterà chiuso alla navigazione, giustificando la decisione affermando che la riapertura di venerdì era stata condizionata. Il mantenimento del blocco statunitense dei porti iraniani nel Golfo Persico e la continuazione degli attacchi israeliani in Libano violavano il cessate il fuoco di due settimane entrato in vigore l’8 aprile. Questa spiegazione appare plausibile. Del resto, il comportamento di Stati Uniti e Israele non può essere considerato una vera sorpresa.

A tutte le navi mercantili e petroliere ancorate o in navigazione nel Golfo Persico, in attesa di un’opportunità per attraversare lo stretto, è stato ordinato di rimanere ferme. Ciò non ha ancora avuto un impatto immediato sui prezzi del petrolio perché le borse erano chiuse per il fine settimana.

Nel sito di Borsa italiana, in riferimento a un analogo episodio accaduto a marzo, si legge: «Ma chi c’è dietro questo movimento? Non è noto chi si sia nascosto dietro quegli scambi sospetti e neanche se siano stati posti in essere da un solo soggetto o da più persone. Una cosa è certa: chi ha effettuato quelle operazioni “sapeva” e l’intera operazione ha una precisa configurazione di reato, l’insider trading» (*).

Tradotto: ci sono dei teppisti di Stato che fanno filtrare delle importanti decisioni politiche a degli speculatori poco prima che queste notizie diventino pubbliche. Insomma, lo stop and go sulla guerra fa guadagnare somme ingenti a gente che sicuramente è in contatto diretto o indiretto con i decisori politici. Ciò, oltretutto, rende ancora più difficile prevedere l’evoluzione del conflitto, anche se ormai appare chiaro che la Casa Bianca è un circo dominato da dei pericolosi pagliacci.

Secondo Le Monde le società di trading che hanno tratto maggior profitto hanno sede elvetica. Solo a Ginevra ci sono 900 società di trading sulle materie prime. Il Wall Street Journal ha riportato che la società svizzera di trading di materie prime Gunvor ha dichiarato di aver già guadagnato nel primo trimestre di quest’anno quanto avrebbe guadagnato in tutto il 2025, anno in cui aveva registrato un utile di 1,6 miliardi di dollari. Secondo il Financial Times, in un report pubblicato alla fine di marzo, la società di trading Totsa (del gruppo francese TotalEnergies), sempre operando dalla Svizzera, sarebbe riuscita a guadagnare un miliardo di dollari, grazie a operazioni effettuate proprio prima dell’inizio dei bombardamenti in Iran.

La speculazione sui profitti e sui prezzi si estende a tutta l’economia statunitense in un contesto in cui, secondo un recente articolo del New York Times, i profitti delle aziende “hanno raggiunto una quota record dell’economia statunitense”. È ovvio che le multinazionali americane (e non solo loro) intendono mantenere questa situazione.

(*) I futures sono contratti che permettono di fissare oggi il prezzo di vendita di una materia prima che verrà poi fisicamente consegnata successivamente. Sono utilizzati da trader che non arriveranno mai alla consegna del “sottostante”. In altre parole, nessuno di questi operatori elvetici riceverà mai i barili: venderà piuttosto i contratti futures quando il prezzo del petrolio sarà a un livello sufficiente da permettere di centrare un guadagno.

domenica 19 aprile 2026

Comprese le guerre

 

Leggendo un libro, un saggio storico o un diario, incontro ad ogni pagina personaggi che non conosco o che conosco poco, quelli per così dire non “famosi”, o non celebrati oggi. La prima cosa che faccio, e che mi rallenta di molto la lettura ma chi se ne importa, è quella di occuparmi di loro, delle loro vite, in dettaglio. E, nel fare ciò, la prima cosa che guardo è quanti anni sono vissuti. Poi mi dico: alla mia età erano a un passo dalla fine, oppure erano già morti. Mi prende un misto di tristezza e di consolazione: la prima perché riflette la consapevolezza di una sorte comune e ineluttabile; la seconda perché in fondo io sono ancora qui e respiro abbastanza bene. Un atteggiamento un po’ sciocco, ma è anche vero che non diamo il meglio di noi stessi continuativamente ventiquattr’ore il giorno, anzi.

Un’altra riflessione riguarda gli avvenimenti vissuti da quelle persone, in genere tra la fine del XIX secolo e la prima metà di quello successivo. Ma come, mi chiedo, possibile non vedessero il baratro che stava davanti ai loro occhi, laddove le premesse del loro destino erano già tutte evidenti, dispiegate per benino? La prima guerra mondiale, la rivoluzione russa, la miopia della conferenza di Parigi, poi i fascismi e la nuova guerra. Facile col senno di poi, si potrebbe dire. E invece no, basterebbe leggere Barbara Tuchman, per vedere inanellati tutti quei fatti che preconizzavano con chiarezza quasi aritmetica, un passo dopo l’altro, il nuovo baratro che si apriva. Anche Keynes, dopo la conferenza di Parigi, lo vide. E molti altri, malgrado il foxtrot e i ruggenti anni Venti.

Poi venne la crisi, la grande depressione, che scoccò improvvisa, per chi non seppe prevederla. Come potevano i corsi azionari battere uno dopo l’altro nuovi record con disuguaglianze sociali così marcate? Anche i ricchi e i benestanti in genere non mangiano più di tre volte il giorno. Non si producevano solo troppe merci in rapporto ai consumi, si produceva anche troppo capitale. E con la crisi venne anche il resto. Com’è più o meno noto.

Hjalmar Schacht fu l’artefice dello schema finanziario che permise la ripresa tedesca e il riarmo, aggirando di fatto, con un artificio contabile, i limiti e le imposizioni del Trattato di Versailles del 1919. Lo schema, ideato nel 1934 dal ministro, prevedeva l’emissione di speciali obbligazioni a nome della Me.Fo GmbH, Metallurgische Forschungsgesellschaft m.b.H (Società per la ricerca in campo metallurgico), una società fittizia, inesistente nella realtà.

Già, la realtà. Che cosa sappiamo esattamente oggi di questa fantomatica realtà, cui siamo convinti di averla in pugno? Nella stessa misura di quanto le anime comuni ne sapevano allora! Ecco la realtà: grazie all’emissione di tali cambiali, a guisa di titoli di Stato (i cosiddetti Mefo-Wechsel), il Tesoro poteva rastrellare liquidità da impiegare per favorire la ripresa e lo sviluppo economico della Germania, oltre che la produzione di armamenti per soddisfare i suoi piani di riarmo. Emissione di pezzi di carta senza alcun valore in cambio di ricchezza altrui.

Tutto molto semplice, in definitiva. Uno schema Ponzi o Madoff, molto più in grande. Che rappresenta poi essenzialmente la natura stessa del sistema creditizio e finanziario. Chi di noi potrebbe dire di essere effettivamente padrone dei propri soldi depositati in banca come contante o nel portafoglio titoli? Basterebbe un blackout elettrico prolungato per rivelarci la realtà della nostra condizione.

MEFO era dunque l’acronimo riferito a una scatola vuota, a nome della quale si emisero obbligazioni senza gravare sul bilancio pubblico e senza creare inflazione, in quanto tali cambiali erano “spendibili” esattamente come il denaro entro i confini nazionali. John Maynard Keynes, riprendendo un’osservazione fatta da Hubert Douglas Henderson, così si era espresso nel 1941 riguardo al sistema ideato da Schacht: «il fatto che tale metodo sia stato usato a servizio del male, non deve impedirci di vedere il vantaggio tecnico che offrirebbe al servizio di una buona causa».

La realtà finanziaria, così come tutto il resto, si fa beffe della morale, del bene e del male. Solo quando si ha a disposizione una moneta propria, vera o fittizia che essa sia, si possono fare certe cose. Comprese le guerre.

sabato 18 aprile 2026

Un motivo per fare la guerra

 

L’11 aprile scrivevo: «Non è casuale che il governo iraniano rischi una nuova ondata di guerra contro il proprio paese insistendo su negoziati con gli Stati Uniti solo a condizione che il Libano sia incluso nell’attuale cessate il fuoco, come originariamente concordato. È in Libano che si gioca la partita, per opposti interessi; lo Stretto di Hormuz è solo uno strumento di guerra, di ricatto».

Il Libano funge per l’Iran come avamposto contro Israele, ma c’è almeno un altro motivo importante per il quale Israele vuole occupare il Libano meridionale. Il Libano rappresenta un’eccezione in una regione dove l’acqua scarseggia e lo rende davvero oggetto di desiderio. È attraversato da oltre trenta fiumi, di cui tre sono i principali: il fiume Litani e il Wazzani, affluente dell’Hasbani, il quale a sua volta alimenta il fiume Giordano, che è il principale immissario del lago di Tiberiade, unica grande risorsa d’acqua dolce in superficie della Palestina. Il Litani scorre interamente in territorio libanese, i fiumi Wazzani e Hasbani si trovano in gran parte in territorio libanese a monte del fiume Giordano (*).

Sebbene la desalinizzazione fornisca una parte dell’acqua potabile necessaria a Israele, questi fiumi rappresentano importanti risorse strategiche ambite da Israele a causa della cronica carenza idrica del Paese. Nel marzo del 2024 avevo già trattato ampiamente la questione (clicca qui).

La fascia di sicurezza a nord della Linea Blu, presidiata dall’UNIFIL, si estende fino al fiume Litani. Nell’ambito dei recenti conflitti (ottobre 2024 - marzo 2026), tutto è stato distrutto: pozzi, stazioni di pompaggio, serbatoi e reti idriche. Quando l’acqua diventa un bersaglio, la vita in quei luoghi diventa impossibile, così come il ritorno degli abitanti.

Inoltre sono stati distrutti dai raid israeliani i ponti strategici sul fiume Litani per interrompere i collegamenti tra il sud del Libano e l’interno, interrompendo le linee di rifornimento di Hezbollah.

L’acqua è un’arma di guerra e un motivo per fare la guerra: Israele ha sempre cercato di ottenere il controllo delle risorse idriche in Palestina, così come in Libano e nel sud della Siria. Israele estrae attualmente l’85% di tutta l'acqua dalla falda acquifera montana, la principale fonte idrica della Cisgiordania, per il proprio consumo. Oggi, oltre 700.000 coloni israeliani che vivono in insediamenti illegali in Cisgiordania consumano sei volte più acqua dei tre milioni di palestinesi che vi risiedono.

L’esercito israeliano sta applicando la stessa strategia nella Siria meridionale, sulle alture del Golan, una regione occupata dal 1967. Ha continuato a guadagnare territorio dalla caduta del regime di Bashar al-Assad nel 2024. Israele ha preso il controllo di vaste aree del Jabal el-Sheikh (o Monte Hermon, da cui nasce il fiume Hasbani), un punto geografico cruciale dove si trova la maggior parte delle risorse idriche della Siria meridionale. Ad esempio, Israele ora controlla la diga di Al-Mantara, che rappresenta una vera e propria ancora di salvezza per molti villaggi intorno al Monte Hermon, dove l’agricoltura rimane tuttora l’unico settore economico vitale.

I sionisti non sono gli unici a praticare questa strategia. Nella Siria nord-orientale la Turchia e le sue milizie manipolano i flussi idrici per controllare la popolazione. L’acqua è sempre stata sia un’arma che un obiettivo nelle aree siccitose e povere di fonti idriche. Nei Paesi del Golfo, la desalinizzazione fornisce fino al 90% dell’acqua in Kuwait e il 42% negli Emirati Arabi Uniti. L’Iran è meno dipendente dalla desalinizzazione, ma sono già quattro anni che soffre una grave siccità.

Il fabbisogno idrico di Israele è insostenibile e le sue falde acquifere si stanno gradualmente esaurendo. Si stima che il sovraconsumo israeliano rispetto alle risorse disponibili sia del 15-20%. L’agricoltura è la principale responsabile di questa situazione. Nonostante l’implementazione di tecniche d’irrigazione come l’irrigazione a goccia, e l’abbandono di colture a basso valore come i cereali, il settore agricolo israeliano rappresenta ancora il 65% del consumo idrico dello Stato di Israele, ma contribuisce solo per il 6% del Pil.

È importante sottolineare il ruolo politico simbolico dell’agricoltura israeliana, che rappresenta il controllo del territorio dello Stato ebraico: un ruolo politico ben più significativo del suo marginale contributo economico. Al contrario, il settore agricolo nel decennio scorso costituiva quasi il 25% del Pil dei territori palestinesi, e rappresentava il 62% del loro consumo idrico. Tanto per sfatare un mito sionista.

(*) Le Monde scrive che “Il fiume Litani rappresenta anche una questione strategica di primaria importanza per Israele, il cui confine corre in parte lungo il corso inferiore del fiume”. Questo non è vero. Il Litani scorre interamente in Libano e, nel suo corso più meridionale, dista una trentina di chilometri dal confine israeliano.

I monti del Libano e dell’Anti-Libano, bloccando le masse d’aria umida provenienti dal Mediterraneo, causano precipitazioni significative sui versanti occidentali, dando origine a numerosi fiumi che attraversano il paese. Oltre ai tre principali fiumi citati qui nel post, si contano numerosi piccoli fiumi costieri alimentati da queste piogge ricorrenti, quali il Kebir a nord, che segna parte del confine con la Siria, e l’Oronte nella valle della Bekaa, che scorre verso nord in direzione della Siria. Il bacino del Giordano si estende tra Israele, Libano, Giordania e Siria.