giovedì 15 gennaio 2026

Vieni, che ti racconto un po' di Iran

 

Dal mio pertugio osservo quel manicomio a cielo aperto che è diventato il mondo e mi pongo alcune domande, tra le quali questa: perché coloro che non hanno mai dedicato una sola riga alla vita e alla morte di libanesi, siriani, curdi, yemeniti, drusi, alawiti e palestinesi scoprano improvvisamente un’urgente compassione per gli abitanti dell’Iran?

Ancora: l’Iran odierno e il suo attuale governo sono nati da una rivoluzione che mirava a rovesciare la dittatura dello Scià, instaurata dagli Stati Uniti su istigazione della Gran Bretagna. Nell’attuale regime dei mullah, l’Occidente si trova a dover affrontare il risultato delle proprie violazioni del diritto internazionale, delle sue interferenze illegali, delle brutali operazioni di cambio di regime e dei colpi di stato. Perchè i filosofi della democrazia di cui sopra non ne parlano?

Basterebbe ricordare anche sommariamente la storia recente, quella della seconda metà del Novecento e della quale non c’è traccia né a scuola e nemmeno nei mass-media, specie quegli stessi media che hanno sempre sostenuto l’uso dell’hijab qui nella civile e tollerante Europa e che però si oppongano con veemenza sia reso obbligatorio in Iran.

Nel 1921, gli inglesi insediarono come primo ministro Reza Khan, ex comandante della Brigata Cosacca Persiana, garantendo così alla British Anglo-Persian Oil Company l’accesso alle riserve petrolifere locali. Nel 1951, quando il primo ministro eletto (democraticamente!), Mohammad Mossadegh, decise di nazionalizzare le riserve petrolifere iraniane e di strappare il controllo della redditizia Anglo-Iranian Oil Company agli inglesi attraverso la nazionalizzazione, passò, dalla sera alla mattina, dall’essere il celebre “Uomo dell’Anno” della rivista Time (che aveva battuto Churchill ed Eisenhower) a pericoloso dittatore.

Dopo l’elezione di Eisenhower, il vanaglorioso ma impotente servizio segreto britannico, che non aveva la sicurezza di portare a termine il colpo di Stato con i propri mezzi, riuscì a convincere la CIA a prendervi parte. Nell’Operazione Ajax, guidata da Kermit Roosevelt jr., Mossadegh fu rovesciato nel 1953 e sostituito dal padre dell’attuale ex-principe clone ereditario: Reza Shah Pahlavi, che usò la famigerata polizia segreta SAVAK, prigioni di tortura, repressione (e gli applausi della borghesia persiana) per assicurarsi il potere e disporre il petrolio iraniano per i golpisti e profittatori anglofoni.

Dunque, il Venezuela non è stato il primo e non sarà l’ultimo caso del genere. Insomma, si tratta di quei media che per un paio di giorni hanno citato il nome di un ex-principe clone iraniano per guidare quello che sarebbe diventato un regime fantoccio pseudo-monarchico e pseudo-democratico in Iran. Il fantoccio avrebbe potuto provenire dalla stirpe politica di Franco, Pinochet o Mussolini, e sarebbe andato bene comunque. È però venuto l’altolà di Trump per sue ragioni, non già lo stop degli iraniani perché l’ipotesi fosse scartata.

mercoledì 14 gennaio 2026

Un boccone alla volta

Von der Leyen: “Groenlandia è del suo popolo e della Nato”. Ma ci rendiamo conto della follia nella quale siamo precipitati? Ursula Albrecht provi a dire: “Germania è del suo popolo e della Nato”; oppure: “Francia è del suo popolo e della Nato”. Per vedere l’effetto che produce ‘sta sparata a Berlino e Parigi.

Gli fa eco quell’altro: “Il presidente Usa invita l’Alleanza a fare da apripista per ottenerla”. Il quale aggiunge che: “È vitale per gli Usa”. E le isole Svalbard, le terre abitate più a nord del pianeta? Piano, un boccone alla volta. Prima bisogna che qualcuno spieghi a Trump dove si trova l’arcipelago delle Svalbard, la cui posizione strategica è importante quanto la contesa per la Groenlandia (che gli si potrebbe regalare se solo riuscisse a individuarla in una mappa muta del mondo).

In tempi di crisi, i sottomarini balistici della Flotta del Nord russa, stanziati nella penisola di Kola, dovrebbero navigare attraverso i tratti di mare che separano il Mare di Norvegia dall’Oceano Atlantico, cioè tra la Norvegia stessa, l’Islanda e la Groenlandia, ossia attraverso stretti passaggi fortemente monitorati. L’arcipelago delle Svalbard, compresa l’Isola degli Orsi nella sua punta più meridionale, offre una posizione ancora più vantaggiosa per monitorare le rotte di accesso russe all’Atlantico.

Ecco perché anche l’arcipelago, che ha una superfice come Lombardia e Triveneto insieme ed è situato a metà strada tra il Polo Nord e la Norvegia continentale (a circa 1.000 chilometri dalla sua città più settentrionale, Tromsø), diventerà vitale per gli interessi di Washington, magari col pretesto che lo Svalbard Global Seed Vault, la banca mondiale dei semi, è un deposito sotterraneo con più di 1,5 milioni di campioni, creato per preservare la biodiversità mondiale in scenari di crisi.

Anche Mosca ha sempre mostrato le sue ambizioni per le Svalbard. In passato, i crescenti interessi economici, caccia alle balene e giacimenti carboniferi, hanno dato vita a dispute territoriali tra Norvegia, Svezia e Russia, risolte sole nel 1920 con il Trattato delle Svalbard (originariamente Trattato delle Spitsbergen), che garantiva la sovranità alla Norvegia a condizioni rigorose: l’arcipelago sarebbe rimasto una zona demilitarizzata, senza alcuna presenza militare permanente consentita.

Dal 1932 fino a oggi, solo aziende sovietiche prima, russe poi, e norvegesi hanno continuato le attività di estrazione carbonifera nelle Svalbard. I sovietici, che avevano acquistato i diritti minerari dagli olandesi della Dutch Spitsbergen Company, hanno contribuito alla costruzione e allo sviluppo di tre cittadine minerarie autosufficienti, con circa 2.500 cittadini sovietici e circa un migliaio di norvegesi, due delle quali oggi sono abbandonate. Uno dei due insediamenti abbandonati, Pyramiden, appartenente ancora alla Russia, nell’altro, Barentsburg, è ancora attiva una comunità di minatori russi.

Oggi, la popolazione delle Svalbard è di poco inferiore alle 3.000 unità, all’incirca pari al numero stimato di orsi polari nella regione. Sebbene i norvegesi costituiscano una leggera maggioranza, la comunità eterogenea comprende anche residenti provenienti da circa 50 paesi. Come osservò qualcuno di recente, lassù fa un freddo boia, più che a Roccaraso.

Nel 2022, la tensione tra i Russia e Norvegia è cresciuta quando Oslo, in ottemperanza alle sanzioni economiche rivolte contro Mosca che vietano l’ingresso di automezzi pesanti russi in Norvegia (che non è membro dell’UE), ha iniziato a bloccare le navi cargo con i rifornimenti diretti a Barentsburg (si trova a una latitudine prossima agli 80 gradi), l’insediamento russo sull’isola di Spitsbergen, la più grande dell’arcipelago.

Le 20 tonnellate di beni tra rifornimenti alimentari e pezzi di ricambio sono state trasbordate su mezzi norvegesi che le hanno consegnate alle famiglie dei minatori russi. Attualmente non ho notizia di come avvengano gli approvvigionamenti, né del resto m’interessa molto. Ciò che conta, con gli attuali chiari di luna, è altro.

La Russia è preoccupata che la NATO possa prendere in considerazione la militarizzazione delle Svalbard (in violazione del Trattato), il che potrebbe portare all’utilizzo delle sue strutture portuali come hub logistico per le navi da guerra. Inoltre, la pista di Longyearbyen – un piccolo insediamento sull’isola di Spitsbergen – potrebbe essere utilizzata per gli aerei d’attacco dell’Alleanza e per gli aerei da pattugliamento a lungo raggio per rafforzare il monitoraggio del Mare di Barents e dell’arcipelago russo della Novaja Zemlja, vitale anche per i test sulle armi strategiche russe.

C’è chi ipotizza che potrebbe anche esserci un accordo tacito tra Washington e Mosca, in base al quale gli Stati Uniti otterranno la Groenlandia e la Russia le Svalbard. Questa ipotesi mi sembra piuttosto fantasiosa, ma in questo mondo di follia e stando alla Dottrina Trump, che consiste nel non avere una dottrina, non si può dare per scontato o escludere nulla.

L’inchiesta del rabbino

 

Quasi il 2% della popolazione israeliana ha lasciato il Paese dal 2022. Israele sta vivendo un esodo di massa. Ciò è dovuto, ovviamente, alla guerra a Gaza, ma anche al costo della vita e degli immobili, con salari insufficienti per la classe media e affitti proibitivi, quindi l’insicurezza e le politiche di Netanyahu. Ciò ha provocato una profonda crisi d’identità tra un certo numero di israeliani, indubbiamente la popolazione migliore, che non tollera più questa coalizione di fanatici ultrareligiosi e l’estrema destra.

Circa 192.000 israeliani hanno lasciato il Paese tra il 2022 e il 2024. “Uno tsunami “, ha scritto la Knesset, il parlamento israeliano, che ha dedicato un rapporto a questo esodo senza precedenti. “Molti israeliani scelgono di costruire il loro futuro fuori dallo Stato di Israele, e sempre meno decidono di tornare”. A dirlo è un rabbino, l’avvocato e deputato centrista Gilad Kariv, che ha presieduto l’inchiesta parlamentare sull’esodo di massa.

Tra coloro che se ne vanno, molti vogliono anche sfuggire ai lunghi mesi di servizio militare. Molti, dal 7 ottobre, hanno perso le loro attività o hanno dovuto lasciare le loro case. Inoltre e per esempio, non deve essere facile per una donna partorire in un rifugio mentre suona la sirena di un allarme. Il tema dell’andarsene è diventato molto comune. Per i più giovani, i più istruiti, partire diventa inevitabile. Pensano prima a sé stessi e non allo Stato d’Israele. Ed è l’esatto opposto del sionismo.

Del resto su che cosa si basa l’identità israeliana? Sulla religione ebraica, che magari non viene praticata. Due popoli, ebrei e palestinesi, che vantano entrambi Abramo e altre favole, avrebbero potuto vivere in pace. Ci si è messo di mezzo il sionismo e il nazionalismo arabo per dirci che degli ashkenaziti, istruiti e intraprendenti, e dei levatini, considerati tribali e sedentari, non potevano andare d’accordo.

(*) Secondo un sito del governo israeliano, che cita il CBS (Ufficio Centrale di Statistica), dal 2022 si è registrato un aumento del numero di persone che lasciano Israele per un periodo prolungato: nel 2022 se ne sono andati 55.300 israeliani (con un aumento del 46% rispetto all’anno precedente), e nel 2023 se ne sono andati 82.700 (con un aumento del 50% rispetto all’anno precedente). Nel 2025, circa 69,3 mila israeliani sono partiti mentre circa 19 mila sono tornati, lasciando un saldo negativo di circa 50,3 mila israeliani.


martedì 13 gennaio 2026

Un sistema marcio in radice

 

Prendo atto che l’agenda internazionale non presenta né grande e nemmeno modesto interesse presso i gentili lettori di questo resiliente (si dice cosi?) blog, e perciò passo a un tema che ci vede tutti o quasi superdotati d’idee in merito: il calcio.

È dei giorni scorsi la notizia che vede l’Agcom – con sede a Napoli e un bilancio di un centinaio di milioni, spesi bene: oltre 300mila lo stipendio del presidente e 240mila per i commissari – sanzionare con 14 milioni di ammenda la multinazionale web CloudFlare con l’accusa di non combattere la pirateria internet legata alle partite della seria A.

L’amministratore delegato della società, Matthew Prince (da non confondere con l’omonimo giornalista della BBC), ha commentato il provvedimento, dettato, a suo dire, da “un’oscura cabala di élite mediatiche europee” (*).

La Lega calcio serie A ha risposto che quelle di Matthew Prince “sono un cumulo di mistificazioni, minacce e falsità”. E che CloudFlare rappresenta “la prima e più comune scelta fatta dalle associazioni criminali per gestire i propri servizi illeciti proprio per questa determinazione a consentire atti di pirateria” (**).

Non entro nel merito della questione, anche perché non ne ho la specifica competenza. Mi limito a delle considerazioni di carattere generale e a proporre una soluzione, che per una volta ritengo semplice e sicuramente funzionale.

Il calcio è lo sport più popolare, partecipato e seguito in Italia e in Europa. Dunque è uno sport con una chiara e indiscutibile valenza sociale. Per connettersi con la trasmissione delle partite di calcio (serie A, B e C, oltre alle partite di altri campionati e quelle delle competizioni europee) è necessario abbonarsi a delle piattaforme, specialmente a DAZN, controllata da Access Industries, multinazionale statunitense con sede principale a New York, fondata nel 1986 da Len Blavatnik, uomo d’affari britannico-americano, ebreo di origine ucraina.

L’abbonamento (gli abbonamenti) richiedono un esborso pecuniario non indifferente per chi ha un reddito medio basso, ossia la maggioranza di coloro che sono o sarebbero interessati alla visione delle partite. Dunque c’è già in origine una discriminazione che un tempo avremmo definito classista, ma non fateci caso è questa una mia deformazione ideologica congenita.

Questo sistema legale di taglieggiamento del pubblico va a vantaggio innanzitutto dei padroni delle piattaforme e dei gestori del calcio, a tutti i livelli (per tacere del sistema delle scommesse). E mi fermo qui a scanso di eventuali querele e lese maestà.

Basterebbe un pizzico di sana eguaglianza, di economia delle risorse e di ... “socialismo”: la rimozione del tetto del mercato pubblicitario per la televisione pubblica (un bene pubblico da riformare radicalmente, non da privatizzare), cosa che consentirebbe, con i maggiori introiti pubblicitari, di trasmettere tutte le partite e gli sport in chiaro e di distribuire i dovuti compensi alle società interessate. Salvo che per i farabutti che hanno sempre in bocca la parola “mercato”, la soluzione è, come ho anticipato, semplice e sicuramente funzionale, se non fosse che questo sistema (non il gioco del calcio, ma chi lo padroneggia vessandolo) è marcio in radice.

(*) Ieri un organo quasi giudiziario in Italia ha multato @Cloudflare per 17 milioni di dollari per non aver aderito al loro piano di censura di Internet. Il piano, che persino l’UE ha definito preoccupante, ci ha imposto, entro soli 30 minuti dalla notifica, di censurare completamente da Internet qualsiasi sito che un’oscura cabala di élite mediatiche europee ritenesse contrario ai propri interessi. Nessuna supervisione giudiziaria. Nessun giusto processo. Nessun appello. Nessuna trasparenza. Ci ha imposto non solo di rimuovere i clienti, ma anche di censurare il nostro resolver DNS 1.1.1.1, il che ha rischiato di oscurare qualsiasi sito su Internet. E ci ha imposto di censurare i contenuti non solo in Italia, ma a livello globale. In altre parole, l’Italia insiste sul fatto che un'oscura cabala mediatica europea dovrebbe essere in grado di dettare cosa è consentito e cosa non è consentito online. Questo, ovviamente, è DISGUSTOSO e anche prima della multa di ieri avevamo diverse azioni legali pendenti contro il piano sottostante. Noi, ovviamente, ora combatteremo contro questa multa ingiusta. Non solo perché è sbagliata per noi, ma perché è sbagliata per i valori democratici. Stiamo inoltre valutando le seguenti azioni: 1) interrompere i milioni di dollari di servizi di sicurezza informatica pro bono che stiamo fornendo per le prossime Olimpiadi di Milano-Cortina; 2) interrompere i servizi di sicurezza informatica gratuiti di Cloudflare per tutti gli utenti residenti in Italia; 3) rimuovere tutti i server dalle città italiane; e 4) interrompere tutti i piani per la costruzione di una sede Cloudflare in Italia o per qualsiasi investimento nel Paese. Giocate a giochi stupidi, vincete premi stupidi. Anche se ci sono cose che gestirei diversamente dall'attuale amministrazione statunitense, apprezzo... @JDVance Assumere un ruolo di leadership nel riconoscere che questo tipo di regolamentazione è una questione fondamentale di commercio sleale che minaccia anche i valori democratici. E in questo caso @ElonMusk ha ragione: la #LibertàDiParola è critica e sotto attacco da parte di una cricca di politici europei fuori dal mondo, molto disturbati. Sarò a Washington la prossima settimana per discutere di questo con i funzionari dell'amministrazione statunitense e incontrerò il CIO a Losanna poco dopo per delineare il rischio per i Giochi Olimpici se @Cloudflare ritira la nostra protezione per la sicurezza informatica. Nel frattempo, restiamo lieti di discutere di questo con i funzionari del governo italiano che, finora, non si sono mostrati disposti a impegnarsi oltre l’emissione di sanzioni. Crediamo che l’Italia, come tutti i Paesi, abbia il diritto di regolamentare i contenuti sulle reti all’interno dei suoi confini. Ma deve farlo nel rispetto dello Stato di Diritto e dei principi del giusto processo. E l’Italia non ha certamente il diritto di regolamentare ciò che è e non è consentito su Internet negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Canada, in Cina, in Brasile, in India o in qualsiasi altro luogo al di fuori dei suoi confini. QUESTA È UNA LOTTA IMPORTANTE E VINCEREMO!!!

(**) Le affermazioni del CEO di Cloudflare, Matthew Prince, sono un cumulo di mistificazioni, minacce e falsità che lascia sbalorditi e che danneggia la stessa azienda americana. La sanzione comminata da AGCOM, perfettamente motivata, non ha nulla a che vedere con la censura di Internet, ma concerne esclusivamente la sacrosanta protezione dei diritti d’autore, sul live sportivo, come sui prodotti audiovisivi cinematografici e televisivi. Cloudflare è stata sanzionata perché è l’unica grande azienda che, per scelta del suo CEO, rifiuta qualsiasi collaborazione con le autorità, con le forze dell’ordine, con i titolari dei diritti e persino con i giudici e rappresenta per questo la prima e più comune scelta fatta dalle associazioni criminali per gestire i propri servizi illeciti proprio per questa determinazione a consentire atti di pirateria. Ciò accade non solo in Italia ma in tutto il mondo, come comprovato dalle numerosissime decisioni giudiziarie intervenute contro Cloudflare, ad esempio in Francia, Spagna, Belgio, oltre che appunto in Italia. È falso che l’Unione europea abbia manifestato preoccupazione nei confronti del sistema italiano di protezione dei contenuti che, tutto al contrario, è stato formalmente giudicato dalla Commissione europea perfettamente coerente con la normativa europea. Le gravi affermazioni e le reiterate minacce espresse dal CEO di Cloudflare verranno portate all’attenzione delle autorità competenti e evidenziano l’arroganza di un certo tipo di aziende tech che pensano di poter operare al di fuori dei propri confini nazionali in spregio di qualsivoglia tutela dei diritti di proprietà intellettuale dei dati personali, dei contenuti premium di cinema, serie TV e sport. L’auspicio è che Prince sia costretto a dimettersi e che un’azienda importante come Cloudflare la smetta immediatamente di raccontare menzogne e soprattutto di proteggere i criminali.

Iran: quale cambiamento?

 

Chi è contrario alle rivolte popolari iraniane? Domanda capziosa. È mettere sullo stesso piano le rivolte popolari contro un regime infame e l’ingerenza dell’imperialismo statunitense, sostenitore e mandante del terrorismo israeliano.

Esempio: il Jerusalem Post ha riportato il 29 dicembre che il Mossad, tramite il suo account X, ha lanciato un appello alla popolazione iraniana: “Siamo con voi. Non solo da lontano e verbalmente. Siamo sul campo con voi”. In questo contesto, il quotidiano ha scritto che “centinaia di agenti del Mossad” avevano partecipato alla guerra dei dodici giorni in Iran lo scorso giugno. Dopo la guerra, il capo del servizio di intelligence, David Barnea, ha annunciato pubblicamente che Israele “continuerà a rimanere lì, come ci è già stato in passato”.

Mi pare normale che il governo di Teheran si difenda dagli agenti israeliani che “continuano a rimanere lì, come già in passato” e respinga le esplicite minacce di guerra di Trump. Altro discorso riguarda le manifestazioni popolari contro il regime. L’accumularsi di crisi economiche, sociali, politiche e ambientali, la repressione sistematica, la corruzione, i furti dilaganti, la brutale oppressione, la persecuzione etnica hanno portato la società a un punto in cui un ritorno alla normalità è impossibile.

Vanno inoltre tenute in conto le rivolte delle minoranze curde e lauriane (curdi e luri) che sono al centro dei “disordini”. Ieri, sette partiti politici curdo-iraniani si sono incontrati e hanno concordato di intensificare il “dialogo” e di “sviluppare una tabella di marcia per il rafforzamento dei movimenti politici e nazionali curdi in Iran”. Sette partiti mi sembrano troppi per non sospettare infiltrazioni e strumentalizzazioni allogene.

La notte che ha preceduto lunedì è stata, a quanto pare, tranquilla in tutto il paese rispetto ai giorni precedenti. Durante il giorno, migliaia di persone sono scese in piazza, principalmente coloro che sostengono il governo o che si oppongono ai recenti episodi di violenza. Dunque una situazione molto confusa e anche contraddittoria.

Che a Teheran si vada a un cambio di regime è quanto meno auspicabile, resta da vedere con chi e con che cosa si vuole cambiare. Non è la stessa cosa che a guidare il cambiamento siano i terroristi sionisti e i farabutti di Washington. Dunque, la domanda fondamentale non è se si è favorevoli al cambiamento e se questo avverrà, ma piuttosto come, con quali forze e a beneficio di chi questo cambiamento avverrà.

Per i “democratici” a senso unico e a qualsiasi costo (altrui): libertà, democrazia e una vita dignitosa sono possibili solo attraverso l’azione autonoma dei popoli. Qualsiasi intervento militare da parte degli Stati Uniti o di Israele sarebbe dannoso e pericoloso. Le esperienze dei popoli in Medio Oriente negli ultimi trent’anni, dall’Iraq e dall’Afghanistan alla Libia e alla Siria, hanno chiaramente dimostrato che gli interventi militari imperialisti non solo non riescono a portare libertà, democrazia e sicurezza, ma portano guerra, morte e distruzione.