venerdì 28 novembre 2025

Sonnambuli

Non c’è uno di noi che non abbia avuto almeno un nonno antifascista e partigiano. Sembra che nell’Italia di allora esistessero solo antifascisti e partigiani. Mio nonno non è stato partigiano, perché non se lo poteva permettere. Nel senso che doveva provvedere a una famiglia numerosa della quale era l’unica fonte di sostentamento. E però, come altri, non se ne stette proprio inerte, per cui l’hanno rinchiuso nel carcere di Santa Maria Maggiore, a Venezia. Nonostante le suppliche di mia nonna, i tedeschi lo spedirono in villeggiatura all’estero, dalla quale tornò minato irrimediabilmente nella sua salute. Fu lui la prima persona, quando avevo cinque o sei anni, a parlarmi dei fascisti. Io non capivo chi fossero, e tantomeno capivo chi fossero i partigiani, che nella mia ingenuità infantile identificavo nei “giapponesi”, senza avere anche in tal caso la minima idea di chi fossero questi ultimi. La cosa che più mi stupiva del suo racconto, era il fatto che secondo lui i fascisti esistevano ancora e invece partigiani non più. Non comprendevo come ciò fosse avvenuto, perché erano scomparsi i partigiani? Il nonno tagliava corto e mi diceva che i partigiani erano scomparsi perché credevano di aver vinto contro i fascisti. Non riuscivo a venire a capo di tale enigma e mi ci volle qualche anno prima che la faccenda mi diventasse chiara. Da allora non ho più avuto dubbi sul perché i fascisti ci sono ancora e perché i partigiani sono scomparsi. Perché i fascisti hanno vinto.

giovedì 27 novembre 2025

Questa sinistra vittoriosa

 

Ciò che allontana le persone è semplicemente ciò che pensano e ciò in cui credono. E da dove viene questa roba? Dal sistema economico e finanziario che ha promosso le industrie della comunicazione sostenendo la proliferazione e la mobilità delle reti, creando una società dell’intrattenimento, nella quale siamo trascinati in una spirale di stupidità, inseguendo come criceti che corrono su una ruota una quantità astronomica di “notizie” di scarsa qualità (eufemismo).

Se controlli la comunicazione, direttamente o con l’intimidazione, è chiaro che controlli il processo politico e il consenso. Si dirà che giornali e tv hanno perso rilevanza, che è roba di fascia geriatrica. Non è così. La maggior parte delle notizie veicolate e amplificate dai social ha come base ciò che viene pubblicato dalla stampa e trasmesso dalle tv.

Per una analisi più soggettiva, va rilevato che non c’è nessuno, o quasi, che nella stampa o in tv abbia il coraggio di dire le cose per come sono, di chiamarle con il loro nome. Nessuno, per esempio, afferma che il riarmo e la guerra sono mezzi per sfuggire alla cronica crisi economica dell’Occidente. La coalizione pragmatica ed elettorale tra Partito Democratico e Movimento Cinque Stelle, ha forse una posizione chiara e univoca sulla questione della guerra e della pace?

Oppure, nel rispondere a una domanda su questo o quel personaggio politico non c’è nessuno che evochi la parola “fascista”. Pierluigi Bersani arriva a dire che questi nostalgici vengono “da quella roba là”. A quale legame storico allude? Oltre non va, non s’azzarda a dare del fascista a gente che siede nei più alti scranni della repubblica e però esibisce con orgoglio il busto di Mussolini. Come se questi non fosse stato il maggior alleato di un certo Adolf Hitler!

Mai una parola sulle forze sociali ed economiche che spingono verso questa deriva populista, autoritaria e fascista. Quali interessi economici e finanziari sono coinvolti in questa situazione di crisi ormai avanzata? E anche quando si fa menzione della disuguaglianza sociale o della crescita dell’oligarchia miliardaria, sembra si parli degli omini verdi di Marte.

Negli ultimi due decenni, i governi che si sono succeduti hanno fatto sì che i salari in Italia fossero tra i più bassi d’Europa e, nonostante l’inflazione, in termini di potere d’acquisto siano inferiori a quelli di 20 anni fa. Lo dice la CGIL, che però ha ripreso le sue vecchie pratiche, ovvero negozia contratti quadriennali pessimi per i lavoratori che prevedono aumenti salariali irrisori.

La sinistra liberale e democristiana rimane intrappolata nel sistema esistente, non ne mette in discussione la logica. Nulla da dire sulla trasformazione tecnologica capitalista e la reale sottomissione della forza-lavoro attraverso la disoccupazione e il precariato strutturale, la competizione permanente tra i lavoratori (immigrazione e delocalizzazione, dequalificazione), eccetera. Il campo largo, per farne cosa?

Presentano il mercato, ossia il capitalismo, come un ordine naturale della società, intriso di coerenza ontologica (la catallassi di Hayek!). Ci parlano di democrazia, che è una parola vuota quando la stragrande maggioranza della popolazione non conta nulla. Di libertà, che è una parola falsa quando si è obbligati a lavorare per la sopravvivenza arricchendo chi a suo capriccio ti sfrutta o ti licenzia. Questa è violenza consolidata.

Questa sinistra, non meno della destra, è contraria ad ogni forma di azione collettiva che sollevi interrogativi sul sistema. È contro qualsiasi sfida politica al capitalismo, contro ogni progetto di trasformazione basato sul superamento dell’impresa capitalista e il suo mercato. Riconosce come sacre le ragioni dell’accumulazione privata (salvo una più equa distribuzione: sono dei pagliacci), ed è consustanziale al potere del neocapitalismo globalizzato, alla guerra economica e sociale condotta dalle élite dominanti negli ultimi decenni, che ha distrutto e liquefatto l’ordine che un tempo tollerava le conquiste dello Stato sociale.

mercoledì 26 novembre 2025

[...]

 

Dopo aver riflettuto, ho deciso di non usare la trascrizione della mia cartella clinica nel post che sto scrivendo. Nonostante si tratti di trascrivere un’anamnesi breve, sincera e schietta, non penso interessino le mie patologie, che spaziano dalle notti insonni a certe giornate di noia.

Il mio medico era all’antica, scriveva le ricette con una penna a sfera finché non glielo hanno impedito. Negli ultimi anni, prima della pensione, fu costretto a dotarsi di computer e stampante, e ciò solo, mi diceva, per scrivere delle ricette. Lo faceva ribollire dentro.

Passavamo un’oretta assieme nel suo ambulatorio. Fuori, ad aspettare, quasi mai c’era qualcuno la sera tardi. Mi raccontava qualche sua storiella, vera o verosimile che fosse. Il suo modo di narrare mi intrigava. La prendeva alla lontana e, quando sembrava che si fosse perso nel discorso, in un lampo arrivava alla diagnosi: il mondo è sempre più di merda.

Mi raccontava anche cose più amene, di quando era stato in marina. I marinai, mi diceva, non soffrivano mai di mal di gola. E spiegava il perché di questo insolito fenomeno constatato in due anni di ferma come sottotenente medico.

A me non interessava fosse un bravo clinico, solo che non facesse difficoltà nel prescrivermi ciò di cui ho bisogno per affrontare la vita, dunque assai poco e sempre la solita mercanzia. Anche per i farmaci è tutta una questione di valore aggiunto.

È morto l’estate scorsa per un infarto all’età di 68 anni, poco dopo la pensione. Ricordo la cupa processione dei partecipanti al funerale, quasi tutte persone dalla settantina in su. La figlia, dietro la bara, era seguita da un flusso laminare di Opium di Chanel, di modo che l’incenso tardava ad attecchire.

Il medico che lo ha sostituito, con la faccia immersa nel suo computer, ha l’elocuzione pontificante di un prete nel suo confessionale. Cos’è questa nuova voce che si gonfia nel parlarmi? È consapevole del posto al vertice della gerarchia stabilita tra medico e paziente. Ha sempre una diagnosi pronta, vuole dimostrarmi rapidamente il suo sapere e potere. A trent’anni crede perfino di conoscere che cos’è il mal di vivere.

martedì 25 novembre 2025

Un fronte di resistenza

 

Il liberalismo ha assorbito i suoi avversari, dimostrando che altre forme politiche e sociali non possono sostituire quella della democrazia rappresentativa di mercato. Una diagnosi che sembrava inoppugnabile. Ci sono voluti circa vent’anni perché la concezione liberal- liberista del mondo (condivisa dalla corrente social-liberale) iniziasse a mostrare le corde. La violenza del processo di globalizzazione ha esacerbato le insopportabili contraddizioni tra sfruttatori e sfruttati nei paesi capitalistici centrali, e tra questi e le periferie.

Questa situazione si riverbera inevitabilmente nella “crisi della democrazia”, laddove il sistema rappresentativo non regge più laddove almeno la metà dell’elettorato non va al seggio. Non cambia nulla e “loro” fanno finta di niente. Il principio democratico è salvo. Tuttavia si crea nella società un fronte di resistenza passiva, che man mano diventa maggioritario. Anche così, però, non cambia nulla. E allora cosa si fa, chi osa mettere a rischio la propria libertà e incolumità personale? Ci vuole una motivazione forte per farlo.

Una motivazione ideologica, per esempio. Ma dove scovarla di questi tempi in cui tutti gli dèi e gli ideali sono nel fango degli altari e della storia? Benedetto Croce, nella sua Storia dell’Europa del XIX secolo, ci disse che l’era delle rivoluzioni politiche è finita e appare come una parentesi sanguinosa e inutile nella storia umana, una sospensione ingiustificabile del normale corso degli eventi, che implica solo una rivoluzione tecnologica permanente nel quadro del mercato globale e delle sue strutture giuridiche e politiche (*).

Un primo grosso ostacolo alla formazione di un movimento rivoluzionario di massa è certamente da ricercare nel passato immediato, ed è il fallimento della rivoluzione comunista nella sua forma sovietica, che non può essere facilmente o rapidamente dimenticato, tanto pesante è stato il prezzo pagato in errori e orrori. Un terrore strutturale che portò il regime alla feticizzazione di un’organizzazione militarizzata e gerarchica che sostituì l’iniziativa popolare, con l’eliminazione fisica dei suoi avversari reali o immaginari.

Se oggi una motivazione ideologica non c’è, allora sono necessarie condizioni individuali estreme, che, sommandosi, diventino motivazioni di massa. Loro, i manipolatori, lo sanno. Hanno dalla loro parte la statistica e altri strumenti per una sorveglianza capillare, che li allerta quando il vaso di Pandora sta per traboccare. Intervengono con misure mirate perché il malcontento sociale non trabocchi in disperazione e dunque in azione aperta e violenta.

Se la democrazia elettorale è un bluff, se lo stato sociale è diventato troppo costoso per le classi dirigenti (la dottrina dello stato minimo), se il compromesso tra le classi è in bilico, non resta che predisporre misure preventive, politiche e no, tantopiù che il ticchettio della bomba sociale è in sincrono con la bolla finanziaria.

Lo Stato è allineato a funzioni di controllo politico sulle popolazioni, modifica le regole della legalità perché non si vuole lasciare spazio a fermenti sociali “pericolosi”. La fobia per la sicurezza è all’ordine del giorno, ben alimentata dai media. È una operazione psicologica che viene sostenuta nella concreta tolleranza di azioni criminogene diffuse da parte di bande di grassatori e di spostati (per contro sono vietati i raduni giovanili).

Si raccomanda alle plebi di tenere scorte di denaro e di cibo, si alimenta il panico per un’imminente invasione russa, e così le ultime manovre della NATO si sono concentrate sulla guerriglia urbana in “ambienti ostili”. Per tacere di ciò che sta avvenendo nelle metropoli statunitensi.

Dunque, per concludere, è vero che capitalismo ha cancellato non solo il feudalesimo, ma anche il comunismo sovietico e tutte le forme immaginate di socialismo. È però si sta facendo strada, anche se lentamente, una rottura ontologica nel nostro rapporto con la realtà del capitalismo, il quale, com’è noto, riconosce solo la legge del suo spietato dinamismo strutturale, che non rispetta nulla e nessuno, se non la sua stessa legge, che si manifesta nella ricerca senza fine del più alto tasso di profitto. Un disincanto che svaluta ogni valore sociale ed umano che pretende di essere sacro, e ciò fa intravvedere la possibilità e anche la necessità del cambiamento.

(*) Non è casuale che la sinistra parlamentare italiana sia stata sempre crociana (se non nelle parole, certamente nei fatti) o stalinista, ma non marxiana. Per dirla con Rossana Rossanda: «Eravamo sempre là, al crocianesimo di ritorno nella formazione del gruppo dirigente comunista». E del resto, scriveva sempre Rossanda, Marx «nessuno lo leggeva”» (La ragazza del secolo scorso, p. 301).

L’assalto al quartier generale

 

Per un paio di giorni ci terranno occupati con altro, tuttavia l’esito del conflitto in corso in Ucraina ci riguarda da vicino fin troppo. Non ne sembriamo consapevoli e sbucciamo piselli come nulla fosse.

A seguito dei colloqui tra i rappresentanti di Stati Uniti, Ucraina e alcuni Stati membri dell’UE a Ginevra, sono state apportate modifiche a dir poco significative al piano di Donald Trump per porre fine alla guerra in Ucraina.

Questo piano attualmente esiste solo sulla carta, e senza l’accordo della Russia sul nuovo piano, il piano rivisto di Trump non è altro che aria fritta. La nuova bozza non include più gli obiettivi politici centrali della Russia, come l’esclusione dalla NATO, la limitazione delle dimensioni delle forze armate ucraine e la messa al bando dei gruppi fascisti in Ucraina. Il nuovo piano omette inoltre qualsiasi garanzia sullo status della lingua russa in Ucraina.

Quanto poi alla questione dei territori, siamo lontani anni luce da un accordo. Dunque sembra dubbio (eufemismo) che la Russia sia disposta ad accettare questa base negoziale dato l’attuale stato del conflitto. E allora a che cosa serve tutta questa manfrina? È solo propaganda, per addossare la responsabilità del rifiuto del piano alla Russia. Bisogna essere dei disonesti per non ammetterlo.

Inoltre, e questo ci riguarda da vicino, l’esito di Ginevra potrebbe rappresentare un successo per l’UE nella sua lotta con gli Stati Uniti per il riconoscimento come forza politica, soprattutto perché Trump l’aveva già designata come il più importante contributore finanziario.

Il vantaggio della bozza originale, quella di Trump, era che affrontava i principali obiettivi politici della Russia: dalla rinuncia all’espansione della NATO alla creazione di una nuova architettura di sicurezza europea e all’estensione dei più importanti accordi sul controllo degli armamenti. Il punto debole, molto debole, era dato dal fatto che rinviava sine die la questione territoriale. La nuova bozza su questo punto è addirittura peggiorativa e inaccettabile per la Russia.

Si potrebbe persino parlare di sabotaggio della pace. Ma una cosa è chiara: Volodymyr Zelensky può vivere tranquillamente con il “piano di pace” rivisto. Prolungherà la guerra e non dovrà più affrontare la minaccia di nuove elezioni, che molto probabilmente perderebbe. Il ritorno della pace in Ucraina è impossibile se gli ucraini non daranno l’assalto al proprio quartier generale.