Le guerre di logoramento del passato, seguivano questa logica: uomini e materiali venivano
consumati per anni nella speranza di indebolire in qualche modo il nemico. La differenza,
oggi, sta nella velocità del feedback: sensori, satelliti e droni forniscono dati sugli effetti di
ogni attacco quasi in tempo reale. La guerra diventa quindi un processo di controllo
cibernetico in cui l’efficienza nell’impiego delle risorse diventa più cruciale del semplice
numero di effettivi.
La guerra dell’Iran segue questo schema. Il valore dei contrattacchi iraniani non si misura
con la distruzione di tutti gli obiettivi presi di mira, bensì con la pressione costante e
sistematica che esercita.
Dall’inizio della guerra, Teheran ha utilizzato questa strategia per colpire simultaneamente
alcuni punti di pressione, il cui effetto combinato pone un problema strategico che per gli
Usa e i suoi alleati rimane irrisolto.
L’Iran non dirige i suoi attacchi principalmente contro gli aggressori stessi, ma contro i loro
alleati regionali. Gli attacchi contro le infrastrutture energetiche iraniane vengono
contrastati con attacchi contro le infrastrutture energetiche degli stati del Golfo: una risposta
simmetrica a una scelta asimmetrica di obiettivi. Questo mina il modello economico della
regione: la stabilità come fondamento dei centri finanziari, del turismo e del mercato
immobiliare. Le immagini di grattacieli in fiamme e aeroporti attaccati minano proprio
questa promessa. Allo stesso tempo, l’Iran può mantenere questo stato di cose a lungo
termine con attacchi isolati e relativamente economici.
In secondo luogo, le installazioni militari statunitensi in Bahrein, Kuwait, Qatar, Giordania
e Arabia Saudita sono state costantemente oggetto del fuoco iraniano. Numerose basi sono
state colpite nelle primissime ore del conflitto. I danni alle infrastrutture, alle comunicazioni
satellitari e ai sistemi radar sono particolarmente ingenti. Le conseguenze operative si fanno
già sentire: aerei cisterna e da ricognizione vengono riposizionati e le basi europee si stanno
affermando come alternative, mentre le capacità regionali vengono ridotte.
Le basi statunitensi nella regione del Golfo hanno in gran parte cessato di funzionare come
piattaforme operative affidabili, con notevoli conseguenze logistiche per le forze armate
statunitensi. E ora, l’Iran ci prova anche con Diego Garcia, la grande base aereo-navale
statunitense nell’Oceano Indiano.
Un’altra leva strategica trasforma il conflitto regionale in una ricaduta economica globale:
circa il 20% del commercio mondiale di petrolio e gas naturale liquefatto transita attraverso
lo Stretto di Hormuz. La sola minaccia di attaccare le navi o di minare il canale è sufficiente
a bloccare di fatto lo stretto, con conseguenze per l’economia globale ancora impossibili da
prevedere. L’Iran controlla di fatto lo Stretto di Hormuz e la Marina statunitense non sarà
in grado di garantire il passaggio sicuro.
Inoltre, Israele, in quanto belligerante, viene attaccato quotidianamente con droni e missili.
Il Paese è una zona di guerra, ma non la priorità delle forze armate iraniane. La distribuzione
degli attacchi mostra che gli Emirati Arabi Uniti subiscono il peso maggiore con la metà
degli attacchi, seguiti da Kuwait con quasi un quinto, a seguire l’Arabia Saudita, il Bahrein e Qatar. Israele, con circa 830 attacchi, è stato colpito con una frequenza significativamente
inferiore rispetto ai soli Emirati Arabi Uniti. La logica è la seguente: Israele è, per il
momento, un obiettivo secondario; l’Iran prende di mira il sistema che supporta il nemico,
non il nemico stesso.