martedì 25 aprile 2017

Il carattere di classe del processo lavorativo (e distributivo)


Il percorso dell’avventura umana non è per nulla ineluttabile, lo sappiamo bene. Se 66 milioni di anni or sono non fosse piovuto dal cielo un certo sassolino, a dominare in questo pianeta sarebbero probabilmente ancora dei rettili giganteschi. E chissà quanti altri analoghi petardi ci hanno mancato per un colpo di vento divino. Del resto era già tutto scritto, altrimenti Gesù e Maometto non sarebbero mai nati. Se poi siamo passati dalle palafitte ai grattaceli, dalle lucerne ad olio alle lampade a Led, da Michelangelo Buonarroti a Michelangelo Pistoletto, qualcosa vorrà pur dire.

Anche se forse non ce ne rendiamo ancora ben conto, stiamo incominciando a vivere tempi molto interessanti. Almeno noi che non viviamo sotto i cieli intensi di Siria e Afghanistan. Per molti aspetti è in atto non solo una cesura col Novecento ma con gran parte della nostra storia precedente. Nonostante miliardi d’individui stentino a campare, si fa sempre più leggibile la possibilità di separare l’economia dalla vita, dal nonsenso dell’impero del valore di scambio, dalla funzione che aliena il lavoratore, dalla curva variabile dei mercati che decide a distanza il destino dell’umanità.

Il capitalismo esibisce la sua verità e la sua menzogna e mette in scena il proprio fallimento con la stessa dedizione con la quale aveva messo in piedi lo spettacolo del benessere per tutti e senza fine. Ormai sono degli organismi privati che si sostituiscono allo Stato borghese vacillante, gestiscono tutto, dalle carceri alla miseria, dalla previdenza sociale al gioco d’azzardo, dall’acqua a ogni tipo d’inquinamento. Ciò segnala l’imminenza del diluvio e la necessità di costruirci un’arca dove trovare posto. È già ciò che hanno fatto, mentre molti di noi s’attardano con elezioni e sondaggi, i ricchi nei loro rifugi esclusivi e sorvegliati.

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lunedì 24 aprile 2017

"Attaccare gente sconosciuta, molto lontana da qualsiasi gioco politico"


Le elezioni presidenziali francesi confermano che a regnare è l’ipocrisia, il grande inganno e la paura alimentata ad arte.

L’ipocrisia. La classe dirigente è ben consapevole delle tensioni di classe esplosive in ​​Francia e in tutta Europa. Due terzi dei francesi dicono che la lotta di classe è una realtà quotidiana della vita. Allo stesso tempo, gli elettori dicono che la loro principale preoccupazione non è il terrorismo, ma i posti di lavoro, i salari e le condizioni sociali.

L’inganno. Karim Cheurfi, cittadino francese con una specchiata carriera criminale con quattro condanne, una delle quali per aver sparato a due poliziotti, e un lungo periodo passato in cella, da cui era uscito nell’ottobre 2015, simpatizzante del sedicente Stato islamico, era stato arrestato nel mese di febbraio dopo aver cercato di procurarsi delle armi e affermando che voleva uccidere dei poliziotti. Nonostante severe leggi sul controllo delle armi, Cheurfi era in qualche modo riuscito a procurarsi un fucile automatico, un fucile da caccia e diversi coltelli, che ha portato con lui durante l'attacco.

La paura. Vincenzo Vinciguerra, un terrorista di estrema destra legato a Gladio e che sta attualmente scontando una condanna all’ergastolo per l’autobomba che uccise tre carabinieri, ha dichiarato durante la testimonianza giurata su Gladio nel marzo del 2001:

“Dovevi attaccare i civili, la gente, donne, bambini, persone innocenti, gente sconosciuta molto lontana da qualsiasi gioco politico. Il motivo era piuttosto semplice. Si pensava di costringere questa gente, il pubblico italiano, a rivolgersi allo Stato per chiedere maggiore sicurezza. Questa è la logica politica che è all'origine di tutti i massacri e gli attentati che restano impuniti, perché lo Stato non può dichiararsi colpevole o responsabile di ciò che è avvenuto”.

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sabato 22 aprile 2017

Sua maestà il caso

Augustinerkirche - Monumento funebre di Maria Cristina
Ad esso si ispirarono gli allievi del Canova
per realizzare quello della Chiesa dei Frari

Domenica sera stavamo in un ristorante di Grinzig. Subito dopo di noi entrava una comitiva di italiani. Un po’ di trambusto per l’assegnazione dei posti. Al tavolo fianco il nostro viene a sedersi una coppia che parla veneto. Da decodificazione fonetica localizzo la provincia. Lui, il marito, si reca alla toilette. Attacco bottone con la signora: veneti di dove? Dopo poche battute scopriamo che io e la signora abbiamo frequentato le elementari nella stessa scuola, anzi, eravamo nella medesima classe. Quando mi ha detto il suo cognome m’è venuto un tuffo al cuore. Grande è stata la sorpresa, e la commozione, dopo tanto tempo, di ritrovarci in un luogo così lontano e impensato.

venerdì 21 aprile 2017

Bene, benissimo



Sentivo alla radio stamane descrivere il programma del Movimento cinque stelle. In esso è contenuta la proposta di ridurre la giornata e la settimana lavorativa in modo da allargare l’offerta di lavoro a parità di salario. Molto bene, anzi, benissimo. Solo un paio di domande: pensano davvero che la cosa sia fattibile senza che vi sia un accordo quantomeno a livello europeo? Credono davvero che tale riduzione della giornata e la settimana lavorativa che non sia mera finzione possa avvenire tramite provvedimenti legislativi, ossia laddove la politica è legata mani e piedi al debito pubblico, ai ricatti del grande capitale e ai dettami della concorrenza internazionale? Se lo credono veramente sono a dir poco degli ingenui. Se invece, come penso, si tratta solo di propaganda elettorale, allora il giudizio cambia.

Scrivevo ieri: “se da un lato è necessario ridurre la giornata lavorativa normale e la settimana lavorativa, per dar modo di lavorare a tutti, dall’altro lato ciò non è ancora sufficiente, poiché deve entrare in discussione non solo una nuova distribuzione del lavoro, ma devono mutare le condizioni materiali e giuridiche stesse in cui avviene il lavoro”.

Per ottenere questo risultato non bastano i parlamenti, tantomeno quello italiano, ma serve una ri-vo-lu-zio-ne! Parolona, vero? Eppure si vedrà che il programma della rivoluzione sociale ritornerà prepotentemente all’ordine del giorno. Sempre che prima qualche Stranamore non ci arrostisca tutti.


giovedì 20 aprile 2017

Salario di cittadinanza e sistema Ponzi



Massimo Cacciari, a riguardo del cosiddetto “salario di cittadinanza”, sostiene che:

«Il capitalismo funziona a riduzione del tempo di lavoro necessario. Il lavoro necessario si va riducendo. Quelli che non producono ricchezza in una forma o nell’altra, vanno eliminati, licenziati, e poi assistiti? No. Vivono, e devono vivere decentemente. C’è un problema che è molto di più che distributivo. Non siamo più nell’epoca dell’etica del lavoro.»

In questo ragionamento si colgono delle verità (a mezzo), delle reticenze e delle contraddizioni. In tutti questi bei discorsi si tace un fatto essenziale, ossia le condizioni sociali nelle quali avviene il lavoro. Si tace, ad esempio, il fatto che questa è, al pari delle precedenti, una società di classe in cui prevalgono le pretese delle diverse specie di proprietà privata, poiché le diverse specie di proprietà privata sono le basi della società. Se non si parte da questo presupposto si fanno solo chiacchiere sul lavoro e sulla società.

mercoledì 19 aprile 2017

Perché perdere giorni preziosi?



Dopo alcuni giorni di astinenza dai clamori dei media si prova un notevole disagio nel dover rientrare nel gioco delle chiacchiere, sui ponti che crollano, sulla discarica di Malagrotta, sui medici che litigano e intanto muore un bimbo, sulla incredibile querelle sui vaccini, sull’inesausta polemica sulle pensioni,  sulla magistratura che intercetta qui e là, sulla totale confusione in cui versa il paese e la sua povertà anzitutto etica, eccetera.

Giorni tranquilli, sereni, quelli della festività pasquale? Abbastanza. Avrebbero potuto essere ancora più spensierati tra una cattedrale gotica e l'altra se, poche ore dopo la nostra partenza, non avesse suonato alla porta di casa, ovviamente due volte, il postino. Una notifica della Procura della repubblica presso il tribunale di …, che sarà possibile ritirare solo al mio ritorno, come m’informa telefonicamente un mio familiare. Che cazzo vuole la Procura, non ha null'altro di cui occuparsi che della mia modesta persona? Tutto è possibile in questo meraviglioso paese, specie alla vigilia di natale (come già mi successe) e alla vigilia di pasqua.

Allora vi racconto un po’ di atti miei. Nel marzo del 2015 ho querelato un tizio che per strada, in presenza di altre persone, senza alcun altro motivo, salvo l’accusa fondamentale di essere “comunista di merda”, rilasciava ad alta voce al mio indirizzo una serie di contumelie non riferibili in questa sede, se non altro per il fastidio di doverle ripetere.

Sennonché un Vice procuratore onorario in data 10 gennaio 2017 firma una “Richiesta di archiviazione parziale”, poiché, a seguito dell’entrata in vigore del decreto legislativo n. 7/2016, l’art. 594 c.p. è stato abrogato, e dunque anche il reato è stato depenalizzato. E questo già lo sapevo da me. Tale richiesta è stata poi vistata il successivo 23 gennaio dal Sostituto procuratore, poi, il 17 marzo, con tutto comodo, è stata tratta copia conforme all’originale dal funzionario giudiziario, e infine, in data 14 aprile 2017, l’ufficiale giudiziario ha inviato per posta la copia conforme.

Il querelato, nel frattempo, esattamente il 10 ottobre 2015, è crepato. Forse a causa delle mie maledizioni, ma su ciò la procura non indagherà per mancanza d’intercettazioni in tal senso. Del decesso del querelato la procura non ha mai avuto notizia. Comico è che nella Richiesta di archiviazione parziale trovi scritto: “tenuto conto altresì del pregiudizio che l’ulteriore corso del procedimento potrebbe arrecare alle esigenze di lavoro, di studio, di famiglia o di salute della persona sottoposta ad indagini”. Tutto questo riguardoso rispetto per quanto concerne il querelato, ma per il querelante se ne fottono e gli spediscono l’atto giudiziario la vigilia di pasqua. Del resto, perché lasciare al vento altri giorni preziosi?

giovedì 13 aprile 2017

Un paese fallito


4.453.400.000.000.000. È la cifra, espressa in lire, del debito pubblico italiano. Senza contare i derivati sottoscritti e le cosiddette sofferenze delle banche italiane, le quali per altro detengono i titoli che rappresentano buona parte del debito pubblico. Davanti a queste cifre mostruose ogni chiacchiera su euro sì o euro no è priva di senso.

Il debito era di lire 3.096.047.323.000.000 nel 2007. È poi salito a 3.674.935.000.000.000 di lire a fine 2011, con un aumento di oltre 100.000.000.000.000 per anno. Nei successivi cinque anni il debito è aumentato, mediamente, di circa 145.220.000.000 di lire l’anno. Ciò significa che in nove anni il debito in termini assoluti è aumentato complessivamente di circa 1.350.000.000.000.000, vale a dire mediamente di 150.000.000.000 l’anno. In buona sostanza la tendenza, nonostante riforme pensionistiche, tagli alla spesa sociale, le vantate privatizzazioni e razionalizzazioni, non solo non è mutata ma anzi aggravata, e nulla (ma proprio nulla) lascia presagire che possa cambiare.

Anche se si riuscisse a non fare nuovo debito – ipotesi irrealistica – e anzi a ridurlo anno per anno di 100.000.000.000.000 di lire – ipotesi assolutamente fantastica –, ci vorrebbero vent’anni solo per vederlo ridotto del 40 per cento circa. Pertanto si tratta di un debito che non solo non si riuscirà mai a ripagare, nemmeno in parte, ma che continuerà a crescere, qualunque esito potranno sortire le elezioni politiche e quale che sia il programma e l’azione dei prossimi governi.

Buona pasqua.



mercoledì 12 aprile 2017

La buona scuola (americana)



Una carta revolving più che una carta di credito è una carta di debito. È nata per favorire le spese a debito, rateizzabili, e permettere alle banche di lucrare sui relativi interessi. Dal Sole 24ore si apprende che nei soli Stati Uniti d’America il debito privato accumulato con questo tipo di carte ha raggiunto la stratosferica cifra di 1.000 miliardi di dollari, vale a dire circa 3.000 dollari di debito per ogni abitante. Solo con questo tipo di carte. L’indebitamento medio delle famiglie, anche se in calo, è al 72% del Pil. Gli Usa sono indebitati complessivamente tra debito pubblico e privato per 2,7 volte il Pil.

Un recente rapporto mostra come il costo per frequentare i college americani stia diventando sempre più insostenibile. Lo stesso rapporto mostra come l'80 per cento dei college americani sono troppo costosi per la maggior parte degli studenti americani. Su più di 2.000 scuole, quasi la metà (48 per cento) sono accessibili solo a studenti con un reddito familiare superiore a 160.000 $ e più di un terzo (35 per cento) sono accessibili solo per studenti con un reddito familiare superiore a 100.000 $. Di qui il ricorso ai prestiti e il relativo indebitamento.

L’indebitamento per i prestiti agli studenti (uno dei tanti Leit-motiv della leggenda americana che si vorrebbe introdurre anche qui da noi) ha oltrepassato i 1.300 miliardi, riguarda 42.400.000 americani, ed è praticamente raddoppiato in otto anni. Ciò che il Sole 24ore non dice riguarda l'aumento del 17 per cento, dal 2013, degli studenti mutuatari di prestito insolventi. Sono ora 1.100.000. Un mutuatario è considerato in default quando nessun pagamento è effettuato per più di 270 giorni. Qui da noi si vuole far diventare mutuatari delle banche anche i pensionati!

La soglia dei 1.000 miliardi di debito è già stata superata anche per gli acquisti di auto. Scrive il quotidiano italiano che “secondo alcune statistiche circa un terzo dei prestiti auto di Capital One Financial, uno dei big del settore, sarebbe destinato alla categoria subprime”. E ciò ci porta al discorso delle bolle finanziarie.

A muoversi all’insù è anche il debito pubblico mondiale, oggi pari a 215mila miliardi (il 325% del Pil globale), di cui 70 (quindi un terzo) accumulato negli ultimi 10 anni. A tale riguardo ci dicono di stare tranquilli, “non sembra che ci siano le premesse per avere paura”. Il sistema regge e reggerà, ma non all’infinito.

martedì 11 aprile 2017

Tira una brutta aria



Il mondo non è né bianco né nero, anche se tendono a prevalere le tinte forti. Lo sappiamo da sempre. Tuttavia chi afferma di non essere né di destra né di sinistra, sicuramente è di destra. Tanto più se a dirlo sono dei milionari, o dei politicanti con salivazione abbondante.

Nel gennaio 2013, il signor Beppe Grillo dichiarava: “La triplice sindacale è responsabile esattamente come i partiti della situazione economica attuale”. Esattamente come i partiti forse no, ma la cosiddetta triplice ha le sue non lievi responsabilità. Grillo proponeva di mantenere attivi solo i “sindacati minori, sono gli unici che si possono salvare”. A scegliere e decidere, ancora una volta sarebbe Lui.  La richiesta di eliminare i sindacati e di mantenerne solo alcuni è vecchia, più del signor Grillo. Il quale, nell’occasione soggiungeva: “Le aziende, le fabbriche devono appartenere in parte a chi ci lavora.”. Quanta quota parte in percentuale andrebbe al capitale e quanta ai lavoratori? Sarebbe interessante sentirlo dire dalla sua roca e stentorea voce.

Ora, sempre sul blog di Grillo, tali Claudio Cominardi, Tiziana Ciprini e Nunzia Catalfo, scrivono:

“La presenza e l’incidenza del lavoratore nella governance della propria impresa, per il movimento 5 stelle, va disintermediata”. Chiediamoci anzitutto che cosa essi intendano per “governance della propria impresa”. Pare di capire che a governare l’impresa ci sarebbero, insieme, i lavoratori e, naturalmente, la proprietà dell’impresa stessa. Nei consigli di amministrazione siederanno anche i lavoratori? In rappresentanza anche degli altri lavoratori, si suppone, però si parla di “disintermediazione”. Nel caso, siederanno e basta o avranno anche diritto di voto? E in quanta parte? E se i consigli di amministrazione e gestione delle imprese hanno sede all'estero, per esempio in Cina?

Suggerisco all’uopo e di seguito alcune norme generali, basterà, con qualche ritocchino, ricopiarle nella futura Costituzione così come sarà modificata ad opera di questi signori che non sono né di destra né di sinistra.

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Non abbiamo bisogno di un nuovo Marx, ci teniamo il nostro



Porto all’attenzione questo articolo di Valentino Parlato. Per i più giovani dirò che è stato esponente del PCI e anche membro del Comitato centrale, poi nel 1969 espulso dal partito con gli altri fondatori de Il manifesto. Uno che scriveva, tanto per capirci, l’introduzione a L’imperialismo, fase suprema del capitalismo di un certo Lenin.

Accenna nel suo articolo alla crisi della sinistra, della politica, della cultura, della scuola. Scrive poi che bisogna “affrontare in modo nuovo la globalizzazione”, e si chiede come “i lavoratori super sfruttati del terzo mondo debbono entrare in campo, come possiamo coinvolgerli nella lotta comune”. Infine, come se si destasse solo ora da un lungo sonno: “Dobbiamo capire che siamo a un passaggio d’epoca, direi un po’ come ai tempi di Marx quando il capitalismo diventava realtà e cambiava non solo i modi di produzione, ma anche i modi di vivere degli esseri umani”.

Ciò che ha destato in me una certa e solo momentanea sorpresa è quando Valentino scrive, in chiusura dell’articolo: “Non possiamo non tener conto di quel che sta cambiando: dobbiamo studiarlo e sforzarci di capire, sarà un lungo lavoro e non mancheranno gli errori, ma alla fine un qualche Carlo Marx arriverà”.

Un altro Marx, non vi è bastato l’ubriacone di Treviri? Così potrebbe sentenziare con facile sarcasmo qualche povero di spirito e di comprendonio. Infatti, non abbiamo bisogno di un nuovo Marx, poiché nelle sue opere scientifiche c’è già tutto ciò che c’è da conoscere e capire per quanto riguarda il modo di produzione capitalistico.

Se per caso qualcuno crede ancora che Marx parlasse del capitalismo dell’Inghilterra dell’800, si sbaglia di grosso. Marx ha scoperto le leggi di movimento del modo di produzione capitalistico; dunque non semplicemente le leggi di ieri, del neo capitalismo, bensì le leggi immanenti, quelle di sempre.

Per esempio: la dinamica divaricantesi tra valore d’uso e valore, valeva allora come vale oggi e varrà anche nel futuro del capitalismo. Cambia la dimensione e l’estensione della contraddizione ma non la sua essenza. Perciò insisto nel dire che dalle classiche crisi di ciclo si è passati alla crisi generale-storica del capitalismo nella sua totalità. E ciò avviene quanto più aumentano, da un lato, le difficoltà di valorizzazione e vengono meno, dall’altro, le forze che si oppongono a tale tendenza.

Non abbiamo bisogno di un nuovo Marx nemmeno per capire i motivi, di fondo e no, del “super sfruttamento dei lavoratori del terzo mondo”, né dell’ordinario o straordinario sfruttamento dei lavoratori di tutto il mondo.

lunedì 10 aprile 2017

Moriranno alchimisti



Leggo dal Fatto quotidiano il resoconto della kermesse organizzata da Casaleggio jr. in quel di Ivrea:

Il futuro, dicono tutti, è tecnologia. Applicabile a ogni aspetto della società.

Questa è storia vecchia come il cucco (*). Da sempre l’innovazione tecnologica e tecnica rappresentano il Leit-motiv del capitalismo: per ridurre il tempo di lavoro, ossia la componente variabile (salariale) del capitale. È uno dei mezzi per aumentare la produttività del lavoro e frenare la caduta del saggio del profitto. Nessun capitalista innova per amore del progresso, bensì costrettovi dalle dinamiche della valorizzazione. Pertanto l’innovazione tecnologica segue tali dinamiche, quelle del capitale, e non quelle dei bisogni effettivi della società. Che le dinamiche del capitale e i bisogni della società possano essere fatti coincidere è tutt’altro paio di maniche.


domenica 9 aprile 2017

Escalation pericolosa che sfuggirà di mano



Abbiamo a che fare con lo Scalfari filosofo del “caos” questa domenica delle palme:

Molti e spesso acuti osservatori della situazione politica internazionale hanno scritto — come primo approccio all’intervento di Donald Trump nella guerra siriana — che il caos è fortemente aumentato e ne hanno esaminato le cause cercando anche di capirne le motivazioni […].

A mia volta voglio anch'io farne una: il mondo è strutturalmente caotico, è il caos che lo domina, non soltanto oggi ma da sempre. Il caos è la legge dell'universo e del nostro pianeta dove c'è vita in particolare. La vita e la sua storia in particolare. Perfino le particelle elementari nascono dal caos che Einstein cercò di spiegare con la teoria della relatività.

Quando le cose sfuggono a una qualsiasi razionalità, com’è nel caso del capitalismo per esempio, allora si tira in ballo sua maestà il caos. Assolutizzare questo concetto equivale a dire che la nostra conoscenza della realtà è indeterminata, significa trasferire “i dati di fatto” nella sfera della soggettività.



venerdì 7 aprile 2017

[...]




Grande giornalismo quando le torture sono derubricate a torti. E quanto ai torturatori? Il pedigree del direttore di Repubblica è una garanzia a 360°.

La più bella del Novecento


      Ciao papà.
      Ciao figliolo. Com’è andata a scuola?
      Molto bene papà. A ricreazione mi hanno raccontato una barzelletta fantastica.
      Sentiamo.
      In un’auto c’è un prete e un ministro, come si chiama … un rabbino …
      Stop! Con la religione non si scherza. Si comincia con stupide barzellette ateistiche e si finisce con bestemmiare il sacro, dire volgarità sulla famiglia e disprezzare l'autorità e la proprietà.
      Ma papà è davvero bella la barzelletta …
      Basta così, non parliamone più.
      Scusa papà.
    Scuse accettate, figliolo. Ah, questa sera dormirai con tua madre. Tocca a me dormire con tua sorella.

*

giovedì 6 aprile 2017

Il pappagallo


C’è nell’aria bulimia di potere, tanta voglia di elezioni anticipate. Non di questo scriverò stamane. Ieri, in un’azienda che fa la felicità del nostro export, sentivo una testa di birillo dire, in riferimento alla pausa caffè dei dipendenti: “Questi qua invece di prendere il caffè e chiacchierare dovrebbero andare a lavorare che sono in ritardo con le consegne”. Nulla di che, sia chiaro.

Non solo si sopporta con fastidio la pausa caffè o per il cesso, ma anche per quanto riguarda l’attività lavorativa, in questa come in altre aziende si cerca di ridurre al minimo il contatto dei lavoratori tra di loro. Il tipo di organizzazione del lavoro tende a ridurre sempre più lo scambio diretto, di tipo verbale, quando non è espressamente vietato. Tutto viene rigidamente predeterminato, i lavoratori sono trasformati in appendici di catene invisibili. L’organizzazione capitalistica del lavoro rende superflui i rapporti personali, dunque i rapporti umani.


Lo sviluppo dei rapporti capitalistici di produzione si qualifica pienamente con la sua natura regressiva, che contraddice il sorgere di nuovi rapporti sociali continuamente presupposti dallo sviluppo delle forze produttive. Se Ford nello scorso millennio riteneva ideale per il lavoro di fabbrica un gorilla ammaestrato, i nuovi Ford aspirano ad un pappagallo ben educato!  

domenica 2 aprile 2017

Della stessa sostanza (ma anche no)




La rabbia c'è anche da noi, ma il sentimento dominante è l'indifferenza. Il 40 per cento del corpo elettorale non voterà, il che significa un 20 per cento in più dell'astensione normale. Ma a questa cifra aggiungete un altro 20 per cento di chi vota per i Cinque Stelle, che seguono quel movimento solo perché non sanno per chi altri votare, ma l'astensione mi sembra una scorrettezza istituzionale.

La verità è noiosa, lo sappiamo. C’è da notare che se il Cinque stelle è accreditato al 20 per cento del corpo elettorale, allora il partito di Renzi non va oltre un quarto dei votanti, ossia il 15 per cento dello stesso corpo elettorale, ed è con tale percentuale – oggi ottimistica – che Renzi s’accredita per comandare in accomandita con Berlusconi. Si dirà che in democrazia conta solo chi vota, ma anche questa è una bugia, e non solo perché non trova riscontro in America. Che poi il voto al Cinque stelle sia espressione non di una scelta ma di un ripiego, può essere vero solo in parte, e del resto riguarda tutto il quadro politico. Rilevo questi fatti non per tifo in favore di Grillo, precisazione questa che è d’uopo fornire considerata la vigente temperie.

venerdì 31 marzo 2017

Con i numeri della previdenza si gioca sporco



La categoria dei giornalisti, in tema di previdenza, è tra le più privilegiate. Dopo i politici e i magistrati, naturalmente. Rispetto alle vittime della Monti-Fornero i giornalisti possono vantare, a tutt’oggi, un tasso di sostituzione che consente di percepire, a parità di contributi, il 33 per cento in più di assegno pensionistico rispetto ai comuni mortali. Non è poca cosa, anzi è la sostanza stessa della riforma Monti-Fornero, poiché con tale riforma al lavoratore normale il coefficiente di trasformazione, che moltiplica il montante finale per determinare la pensione, viene rivisto al ribasso ogni tre anni, per riflettere l’aumento della vita media attesa. Non così per i giornalisti.

Inoltre, a un lavoratore normale si applica un tetto massimo di base imponibile: il reddito oltre i 100 mila euro non contribuisce ad accumulare la pensione. Non così per i giornalisti, i quali peraltro possono accedere alla pensione con 57 anni di età e 35 anni di contributi, oppure con 40 anni di contribuzione indipendentemente dall’età anagrafica. Mario Giordano, tanto per citare, di queste cose non scrive e quando Marco Travaglio parla delle “nostre pensioni” non si riferisce al trattamento riservato ai comuni mortali.

Nulla vieta che poi il giornalista possa dedicarsi alla libera professione, scrivere libri e farsi i casi suoi. A tale riguardo, a suo tempo, la Corte dei Conti, proprio a riferimento dei bilanci dell’INPGI ha rilevato la “propensione al pensionamento volontario anticipato”. Qualcosa dovrebbe cambiare anche per questa categoria, ma solo a far data dal 2019. Avranno dunque tutto il tempo di decidere che cosa fare da grandi. Ai comuni mortali, invece, con la Monti-Fornero le cose, come si ricorderà, sono cambiate dalla sera alla mattina.

Tutto ciò è bene premettere poiché personalmente non credo alla buona fede di chi intossica l’informazione in materia previdenziale.

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giovedì 30 marzo 2017

Una critica non del tutto innocente



Ho posto più volte in rilievo nei miei post, sia pure in modo incidentale, come la parola “capitalismo” sia stata sostituita dalla parola “mercato”. John Kenneth Galbraith – sicuramente non un marxista – scriveva in L’economia della truffa (pp. 59-60) che poiché «il termine “capitalismo” rammenta un passato a volte sgradevole», «oggi si parla di “mercato”. Il termine “asettico”, adatto all’era dei manager, serve a cancellare anche il ricordo dello “sfruttamento” dei lavoratori, della loro “oppressione”, e persino di Marx ed Engels».

Galbraith prosegue affermando che «il riferimento al mercato come alternativa benevola al capitalismo è un’operazione cosmetica, fiacca e insipida, destinata a coprire una scomoda realtà, quella delle corporation, ovvero di un predominio della produzione capace di manipolare la domanda e, in sostanza, di controllarla». Poiché si tratta di «una realtà di cui non si può parlare», anche «nell’insegnamento dell’economia», la «situazione è praticamente ignorata». L’idea che viene trasmessa è, pertanto, che «nessuno domina il mercato, né i singoli né le imprese», così come «nessuna forma di supremazia economica è mai evocata». Appare, dunque, «l’impersonalità del mercato». Una cosa che egli definisce «una frode non del tutto innocente».

mercoledì 29 marzo 2017

Si chiamava Tarzan



Com’è stato possibile il ritorno al liberismo dopo ciò che era avvenuto a partire dal 1929? Eric Hobsbawn ponendosi tale domanda risponde sottolineando “l’incredibile brevità della memoria sia dei teorici e sia degli operatori dell’economia” (Il secolo breve, p.128).

Chiaro che ciò è comprensibile solo se si considera che tale dottrina è la punta di lancia di chi ha interesse e potere d’imporsi. Dunque, anzitutto, il potere economico (le multinazionali e le grandi banche) che per la sua presa di dominio si avvale di specialisti di varie discipline che lavorano su più piani a cominciare da quello della comunicazione. Il liberismo deve apparire come l’unico sistema capace di portare sviluppo e progresso e l’unico desiderabile in termini di libertà.

In campo finanziario sono stati arruolati matematici ed economisti totalmente ignari della storia, disposti a mettere le loro conoscenze al servizio di determinati interessi. Dagli anni ‘70 e ’80 il liberismo tornò a proporsi, e lo fece preparando con cura il suo ritorno, forte di un alto numero di economisti, molti dei quali appartenenti all’associazione fondata da Frederich Hayck nel 1974, la The Mont Pélerin Society (MPS). A tale riguardo, Luciano Gallino scriveva che con la fondazione della MPS ha avuto inizio “la lunga marcia che ha portato il neoliberismo a conquistare un’egemonia totalitaria sull’economia e la politica dell’intera Europa”.  

Non è del resto casuale, come riferisce Hobsbawn, che la giuria del premio Nobel per l’economia “appoggiò dal 1974 in poi la tendenza neoliberista”, conferendo in quell’anno “il riconoscimento a Frederich Hayck” e due anni dopo, “ad un altro esponente del liberismo puro, Milton Friedman” (cit. p. 477). Egli scrive inoltre che, “dagli anni ’70, la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale, politicamente appoggiati dagli Usa, hanno perseguito una politica che ha sistematicamente promosso l’ortodossia liberista”.

Non dovettero attendere molto per trovare due teste di legno per vedere applicata la loro dottrina: Ronald Reagan e Margaret Hilda Thatcher. Reagan era stato un attore di seconda fila, un reazionario amico di John Wayne, più maccartista di Joseph McCarthy, un analfabeta a tutto tondo. La Thatcher era figlia di un droghiere bigotto, dopo gli studi in chimica l’unico libro che lesse fu The Constitution of Liberty, di Hayck. Anche Churchill fu un reazionario, se possibile ancor più di Thatcher, ma aveva un profondo senso della storia. Aveva letto i classici in originale, sapeva quasi a memoria Edward Gibbon, e con una scrittura brillante e di suo pugno scrisse opere che gli valsero il Nobel per la letteratura.

La Thatcher soleva dire che la società non esiste, e che esiste solo l’individuo. Sì, e si chiamava Tarzan.


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Il resto ad un prossimo post.

martedì 28 marzo 2017

Concime



Presi contatto con i libri di Jean Ziegler, allora giovane sociologo svizzero esperto di problemi africani, negli anni Settanta. Ziegler è uno studioso che non indulge ad alcuna moda culturale. Lessi dapprima Une Suisse au-dessus de tout soupçon, poi tradotto anche da Mondadori e diventato un best seller mondiale. Ricordo che nel 1976 (o l’anno seguente?), verso la mezzanotte del giorno di ferragosto, la Rai trasmise, sul secondo canale, un documentario sulle multinazionali basato essenzialmente sul libro di Ziegler. In seguito, nel 1975, apparve anche Les vivants et la mort, la cui lettura non poteva sfuggirmi avendo mostrato, da sempre, un’insana passione per i cimiteri.

lunedì 27 marzo 2017

Francesco XI



“Non perdere con i peccatori l’anima mia, né la mia vita con i sanguinari, che hanno le mani lorde di delitto e la destra piena di guadagni” (Salmo 26, 9 -10)

“Il predatore è la figura centrale del mercato capitalista globalizzato, la sua avidità ne è il motore. Il predatore accumula denaro, annienta lo Stato, distrugge la natura e gli esseri umani, corrompe gli agenti di cui ha bisogno fra i popoli che domina e crea sulla terra paradisi fiscali riservati al suo uso esclusivo” (Jean Ziegler, La privatizzazione del mondo. Predoni, predatori e mercenari del mercato globale, il Saggiatore, pag. 17).

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La crisi economica degli anni 1930 rivelò, ancora una volta, le contraddizioni immanenti al modo di produzione capitalistico e segnatamente i difetti del sistema liberista. Negli USA e in Gran Bretagna fu adottato il sistema ad economia mista, più tardi rafforzato da politiche keynesiane. Tuttavia solo il secondo conflitto mondiale creò le condizioni per uscire dalla grande depressione. Nel dopoguerra, il sistema misto, esteso ai paesi dell’Europa occidentale, tra i quali l’Italia, si mostrò adatto a rispondere alle esigenze della ricostruzione, e rispose in parte alle istanze di equità e giustizia presenti nella società fin dalla metà del secolo precedente. Questo fu il merito storico del riformismo.

Non dobbiamo stupire se papa Francesco appare ai più come un Pontefice socialisteggiante. Un fenomeno tutt’altro che nuovo. Già in passato il liberismo e le sue disastrose conseguenze, la mancanza di etica e di rispetto per la dignità e la centralità dell’uomo, avevano creato le condizioni perché da parte della Chiesa fossero mosse delle critiche, specialmente nell’Enciclica Quadragesimo Anno (1931) di Pio XI, il quale nel denunciare che “alla libera concorrenza” era “succeduta l’egemonia economica”, di tutto può essere accusato tranne di essere un socialista.

Rinfresco la memoria. Achille Ambrogio Damiano Ratti ebbe modo di scrivere: “… e in primo luogo quello che ferisce gli occhi è che ai nostri tempi non vi ha solo concentrazione della ricchezza ma l’accumularsi altresì di una potenza enorme, di una dispotica padronanza, dell’economia in mano a pochi, e questi sovente neppure proprietari, ma solo depositari e amministratori del capitale di cui essi dispongono a loro grado e piacimento. Questo potere diviene più che mai dispotico in quelli che, tenendo in pugno il denaro, la fanno da padroni, dominano il credito e padroneggiano i prestiti; onde sono in qualche modo i distributori del sangue stesso, di cui vive l’organismo economico e hanno in mano, per così dire, l’anima dell’economia; sicchè nessuno, contro la loro volontà, potrebbe nemmeno respirare. Una tale concentrazione di forze e di potere, che è quasi la nota specifica dell’economia contemporanea, è il frutto natura di quella sfrenata libertà di concorrenza che lascia sopravvivere solo i più forti, cioè, spesso i più violenti nella lotta e i meno curanti della coscienza”.



venerdì 24 marzo 2017

Questa volta non ci riuscirà


Il riformismo, impossibilitato a rimuovere le contraddizioni del modo di produzione capitalistico, ha avuto per un secolo il compito di mediare il conflitto tra le classi. Da alcuni decenni ha sposato in tutto e per tutto il punto di vista delle destre e della finanza. Quella che fu la sinistra “di lotta e di governo” è diventata solo una macchina elettorale per la conquista del potere, laddove però il potere reale non è più in mano alla politica.

Sennonché il “riformismo senza popolo” vorrebbe recuperare “a sinistra” consenso elettorale in  cambio di nuove illusioni. Questa volta non ci riuscirà.

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giovedì 23 marzo 2017

L’inganno delle rappresentazioni


“Dio è morto, Marx ha la febbre e io non mi sento tanto bene”.

Mezzo secolo fa non ero tra quelli che ripetevano divertiti questa frase, consapevole che in una società disperata e inumana, la miseria religiosa è insieme espressione della miseria reale e protesta contro di essa.

Quanto a Marx, egli è incognito o frainteso da sempre.

Contrariamente a quanto siamo portati a credere, l’umanità non è più sciocca, più fanatica, più rapace e più folle di quanto non sia dato dalle condizioni oggettive, generali e particolari, in cui essa vive e opera. Pensiamo agli sciocchi che vi sono anche tra le persone più sveglie e istruite; ai fanatici anche tra i temperamenti più miti; agli sfruttatori anche tra i più mugnificenti filantropi; ai folli anche tra i leader politici delle nazioni più democratiche.

Poiché non abbiamo coscienza del movimento reale e delle sue leggi, non abbiamo chiare le cause dei problemi che affliggono le nostre società. In tal modo pensiamo di risolvere i problemi affrontandone gli effetti. Ecco dunque che ogni aspetto della crisi diventa insormontabile: dall’inquinamento al clima, dalle risorse alla povertà, dall’economia alla demografia, eccetera. È l’inganno delle rappresentazioni.


martedì 21 marzo 2017

Domandine oziose e sbagliate


Noto da più parti una certa apprensione per il futuro prossimo, per le sorti di questo sistema. Nulla di troppo clamoroso. Domenica scorsa, per esempio, Eugenio Scalfari si chiedeva:

La rivolta si può anche chiamare rivoluzione oppure sono due fenomeni diversi? Domande come questa sono attualissime e riguardano il mondo intero, ma siamo in pochi a pensarle.

Domandina attualissima, d’accordo, ma non s'illuda Scalfari di essere tra i pochi a porsela in modo tanto sbagliato.

Ciò di cui tener conto è precisamente questo: nessuna rivoluzione avvenuta nel passato ha mostrato di avere un carattere storico assoluto. Invece, nel cambiamento in atto tale carattere storico assoluto si afferma e palesa sempre più come necessità.

E non sarà la distribuzione di pasti gratis a mutarne il corso.

L’isola felice



Secondo il World Happiness Report 2017, pubblicato dalla Sustainable Development Solutions Network, il paese più “felice” del mondo sarebbe la Norvegia, seguito da Danimarca, Islanda, Svizzera, Finlandia, Paesi Bassi, Canada, Nuova Zelanda, Australia e Svezia. L’Italia solo al 48° posto, dopo l’Uzbekistan.

Stravaganti queste classifiche che non tengono conto, tra l’altro, della classe sociale di appartenenza. Vivere ad Harlem oppure in un attico con vista su Central Park non dovrebbe essere la stessa cosa dal punto di vista del cosiddetto benessere. Come si possa poi dirsi felici di vivere in paesi dov’è buio per almeno sei mesi l’anno è cosa che non posso comprendere. Ma è un mio limite. E a proposito di Danimarca, al primo posto nel report 2016, e ora seconda nel 2017, mi chiedo se la Groenlandia faccia ancora parte del regno di Danimarca. Infatti, la Groenlandia registra il più alto tasso mondiale di suicidi, e la Danimarca ha un tasso di suicidi doppio rispetto all’Italia. La Finlandia e l’Austria hanno un tasso quasi triplo. Dettagli d’infelicità.

L’isola più felice del mondo però è quella descritta nell’editoriale di ieri di Paolo Mieli sul Corriere. E non solo per il clima e il cibo.

domenica 19 marzo 2017

Il tema di una prossima puntata



Ieri sera andava in televisione un’altra puntata di teatro beckettiano, stavolta sul tema: “lavorare gratis, lavorare tutti”. Dei quattro ospiti della signora Gruber, quello astemio sembrava essere “l’economista in collegamento da Milano”. Invece il sociologo presente in studio, probabilmente con un bottiglione di lambrusco sotto il tavolo, proponeva la cessione di quattro ore di lavoro settimanali (a parità di salario?) a chi non ha lavoro. In tal modo, sosteneva, si possono creare milioni di posti di lavoro aggiuntivi. Ecco di che cosa si nutrono le chiacchiere dei ciarlatani borghesi, invece di chiedersi: come è avvenuta la riduzione della giornata lavorativa da 12 a 10 ore e poi alle attuali otto?  E perché da quasi un secolo, nonostante l’enorme aumento della produttività, la giornata lavorativa normale è inchiodata sulle otto ore?

Tutta questa gente è abituata a vedere il capitalismo con gli occhiali della propria classe di riferimento, e perciò si potrebbe chiedere loro: sì, la tecnologia è una gran bella cosa, ma per quale motivo i padroni tendono a sostituire lavoro vivo con lavoro morto, e dunque perché tendono a modificare incessantemente la composizione tecnica del capitale per risparmiare lavoro? Qual è la differenza, tanto per citare, tra composizione tecnica del capitale e composizione di valore? Tra lavoro produttivo e improduttivo, tra plusvalore assoluto e quello relativo (si tratta di categorie economiche reali, non immaginarie e ideologiche), tra plusvalore e profitto (non sono la stessa cosa, asini), perché la categoria del saggio del profitto svolge un ruolo fondamentale nell’economia politica? Dopo aver risposto esattamente a queste domande, allora si potrà passare alla questione dei rapporti di forza tra le parti, cioè tra lavoro e capitale.

Il tema di una prossima puntata potrebbe pertanto essere questo: “Perché gente inutile come noi potrebbe cedere ad altri tutte le sue ore settimanali di chiacchiere (e relativo compenso) senza che nessuno avesse nulla da ridire (tranne i diretti interessati, ovviamente) e invece, nel caso degli operai, anche la riduzione di un’ora sola di lavoro produce tante resistenze dal lato dei padroni e tante stronzate da parte dei suoi lacchè”? Titolo un po’ lungo, ammetto, ma esaustivo. Pubblicità.

sabato 18 marzo 2017

I danni collaterali del capitalismo


"Quando spariscono i contadini, vanno via i negozi, le scuole, le case cadono a pezzi, l'intera società scompare" racconta un contadino produttore di legumi e cereali nella regione di Poitiers.

È quello che chiamano “il mercato”, cioè il capitalismo. Piangerci non serve a nulla. La prima potenza agricola d'Europa – racconta Anais Ginori in una sua inchiesta su Repubblica – ha i piedi d'argilla, come la terra bagnata su cui cammina Pipet, allevatore da quarant'anni. Il modello produttivo che ha fatto grande la Francia è entrato in crisi. "La corsa al gigantismo ci ha ucciso" racconta Pipet. I redditi sono in picchiata: un terzo degli agricoltori guadagna appena 350 euro il mese. A nessuno interessa se l'anno scorso si sono contati 732 suicidi tra i suoi colleghi, un numero triplicato, anche se le cause dei decessi possono variare, non esiste una statistica ufficiale. Parla con pudore dei problemi economici che hanno portato alle tensioni in famiglia, al divorzio, alla decisione della moglie di trasferirsi con la bambina in un'altra regione. 

Sempre dall’articolo di Anais Ginori: «Attraversato un bosco, in fondo a una strada sterrata, Pipet ci mostra la stalla vuota di un amico, divorziato e solo come lui. I genitori erano fornitori del gruppo Lactalis. Quando sono subentrati i figli, hanno deciso di fare investimenti per allargare la produzione. Le cose non sono andate come speravano. Il silos nuovo di zecca è rimasto vuoto perché all'improvviso la speculazione sui cereali ha fatto raddoppiare i prezzi. Intanto, Lactalis ha abbassato le tariffe. Alla fine hanno dovuto chiudere, strozzati dai debiti».


Sono i danni "collaterali" del capitalismo.

venerdì 17 marzo 2017

Soluzioni prêt-à-porter



«… il lavoro costa troppo, rispetto al valore aggiunto prodotto mediamente dalla nostra economia.» Quante volte, negli ultimi secoli, abbiamo ascoltato, variamente declinate, questo tipo di geremiadi?

Esistono leggi che fissano un minimo al salario, ma non è mai esistita nessuna legge che determinasse il massimo dei profitti. E perché non possiamo stabilire questo limite? La cosa – come osservava quell’ipocondriaco di Treviri – si riduce alla questione dei rapporti di forza delle parti in lotta.

Il prezzo della forza-lavoro segue le leggi del mercato, ossia le leggi del modo di produzione capitalistico. Ad una offerta che supera la domanda, il prezzo scende o anche crolla. Allora, ci si potrebbe chiedere, lottare per condizioni di salario migliore non serve a nulla? Certo che serve, ma i lavoratori, gli schiavi del capitale, non devono nascondersi che tale lotta è volta contro gli effetti, ma non contro le cause di questi effetti; che essa può soltanto frenare il movimento discendente, ma non mutarne la direzione.


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Quanto al leggendario padroncino del ristorantino carino di Rimini, il quale dichiara di essere disposto a pagare, tutto compreso, sedici euro l’ora il proprio cameriere, purché questi si faccia usare al bisogno, ossia per poche ore e per uno o due giorni la settimana, ci si dovrebbe almeno chiedere che altro farà questo schiavo negli altri giorni per sopravvivere. Una proposta: andassero a suonare il campanello alla porta del dottor Mario Seminerio, egli una soluzione pragmatica, densa di realismo e in armonia con le magnifiche e progressive sorti di questo sistema, la troverà senz’altro.