«Fin dal 1989, per citare una delle
omissioni più clamorose, l’Italia ha ratificato la Convenzione delle Nazioni
Unite contro la tortura, impegnandosi a introdurre questo gravissimo reato
anche nel nostro sistema penale, sancendone l’imprescrittibilità e
l’inapplicabilità di misure come l’amnistia e la grazia. A distanza di
venticinque anni non è stato fatto nulla, sicché gli atti di tortura che anche
in Italia si commettono vanno inevitabilmente in prescrizione, perché manca una
legge che punisca la tortura come tale, fissando pene adeguate alla sua gravità»
(Relazione sull'amministrazione
della giustizia per il 2013 del primo presidente della Corte di Cassazione, letta
il 24 gennaio 2014 in occasione dell'apertura dell'anno giudiziario).
*
La
Corte europea per i diritti dell'uomo ha condannato lo Stato italiano per
«torture» per i fatti avvenuti nella scuola Diaz-Pertini di Genova durante il vertice
del G8 del luglio 2001. Le torture sono quelle praticate dalla polizia di Stato
su persone peraltro inermi e che avevano il solo torto di trovarsi in
quell’edificio quando si decise di dare una “lezione” a quelle “merde” che
avevano manifestato pacificamente quel giorno. I fatti sono noti,
forse un po’ meno è che di aggressioni e torture in quel giorno non ci
furono solo quelle alla scuola e alla caserma di Bolzaneto.
Nella
sentenza pubblicata dal tribunale di Strasburgo, si condanna lo Stato italiano
anche per non essersi dotato di una legislazione adeguata per punire il reato
di tortura. Una proposta di legge che introduce nel codice penale il reato di
tortura è all'esame del parlamento da quasi due anni: approvata dal Senato poco
più di un anno fa, il 5 marzo 2014, dopo una discussione durata 8 mesi, ora è
in seconda lettura alla Camera dove il 23 marzo scorso è approdata in Aula per
la discussione generale.
Paradossale
approvare una legge per il reato di “tortura” laddove vige nelle carceri
italiane (alcune sono sui livelli di Guantanamo, si creda) l’applicazione del
famigerato 41 bis. Vorrei ricordare il caso di una donna molto malata e ciò
nonostante sottoposta per ben tre volte a quella forma di tortura che l’ha
condotta a morte. E poi il caso di un’altra sepolta viva, che da oltre un
decennio è in totale isolamento. Qualunque valutazione si voglia poi dare sui
reati per i quali queste persone sono state condannate, il loro caso è
emblematico di come la tortura sia affare corrente, a tutti i livelli della
giurisdizione, come del resto confermano noti e tristi casi alla ribalta dei
media (Stefano Cucchi, solo per citare).
I
casi che vorrei segnalare sono quelli di Diana Blefari Melazzi, una delle
decine di persone che ogni anno si suicidano in carcere, e poi quello di Nadia
Lioce, più nota alle cronache, sottoposta a un regime carcerario che minerebbe
l’equilibrio psichico di chiunque. Anche questa è tortura.
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