venerdì 12 giugno 2026

La rivincita (mancata)

 

Ieri sera, immancabilmente, Gruber voleva prendersi una rivincita su Vannacci, reo di non essersi fatto ingoiare, la sera prima, dalla Mantide sudtirolese che lo aveva invitato all’amplesso televisivo tanto annunciato. Aveva provato in tutti i modi a sottometterlo, perfino chiedendogli, con malcelata e allusiva malizia: “se lei fosse gay ...”. Al che, l’ex generale ha evitato di rispondere come ella avrebbe meritato e sperato (sognato?).

Lilli la rossa (dico per celia) non voleva neanche farsi mancare l’occasione, dato che c’era, di assestare qualche altra stoccata alla sua acerrima nemica: il presidente Meloni, per gli amici e i camerati semplicemente “Giorgia”. Nemica, ad avviso di Lilli, perché Donna e Madre Cristiana non accetta, nonostante reiterati inviti, di partecipare alla cerimonia religiosa che la giornalista egnese (famosa per le puntute domande ai suoi ospiti, del tipo: lei è d’accordo con ...), celebra tutte le sere, esclusi i week-end e le lunghe pause estive.

Ma la stizza (e l’invidia) di Gruber verso Meloni va oltre le scortesie televisive e le idiosincrasie ideologiche, del tipo: Meloni preferisce i pantaloni “a palazzo”, mentre Gruber eather pants neri. Si tratta di due primedonne, il che implica l’irriducibile e primordiale competizione, gravata dal fatto che sono entrambi permalosissime.

Gruber, per la bisogna, ha convocato nel suo studio un pensionato ancora politicamente influente: Pier Luigi Bersani. Bisogna dire che questo vecchio granatiere non ha offerto molta sponda alle solite beghe gruberiane. Da rimarcare la sua citazione (implicita) di Lenin, quando ha detto e ripetuto che la lotta ideologica è la lotta più importante. Una presa d’atto tardiva, ma comunque programmaticamente decisiva se avesse fatto seguire una precisazione. Che però non c’è stata né ci sarà. Aspettiamoci comunque che Pier Luigi, a seguito delle prossime elezioni e dopo il successo del suo recente libro, ne pubblichi un altro: Chiedimi chi erano i comunisti.

P.S. Mi offro di scrivergli a gratis la Prefazione.

giovedì 11 giugno 2026

Quando c'era Andrade

La prima Coppa del Mondo di calcio si giocò nel 1930. Il paese ospitante era l’Uruguay, all’epoca uno dei paesi socialmente più progressisti al mondo, e tutte le 42 federazioni affiliate alla FIFA furono invitate (non gli inglesi e gli italiani). L’Uruguay trionfò sul campo (batterono in finale l’Argentina), guidato dal suo fuoriclasse José Leandro Andrade (da non confondere con Oswald de Andrade, evocato anche da De André in una sua canzone), discendente di schiavi africani, considerato il primo idolo calcistico internazionale.

Già il secondo Mondiale mise in discussione l’ideale di “comprensione internazionale”: la FIFA assegnò il torneo all’Italia di Mussolini, nonostante fosse disponibile un’alternativa non fascista in Svezia. Sia l’Italia che la Germania usarono il Mondiale come piattaforma di propaganda: saluto romano e saluto hitleriano prima delle partite, ovviamente effigi fasciste sulle maglie, la delegazione tedesca con una bandiera con la svastica alla cerimonia di premiazione – il tutto con il tacito consenso della federazione calcistica mondiale.

Poiché la FIFA aveva concesso alla nazione ospitante il controllo del comitato organizzatore, gli arbitri favoriti dalla Federazione Italiana Giuoco Calcio venivano assegnati in esclusiva alle partite della nazionale azzurra, con conseguenze di vasta portata. I cronisti concordano in larga misura: l’Italia vinse il suo primo titolo mondiale solo grazie al trattamento di favore degli arbitri.

Dopo la vittoria per 1-0 degli azzurri contro la Spagna nei quarti di finale, l’arbitro svizzero René Mercet fu squalificato a vita dalla Federazione Svizzera di Calcio, tanto fu giudicata parziale la sua direzione di gara. Per il regime di Mussolini, questo era irrilevante, ciò che contava era il trionfo dell’Italia fascista.

I Mondiali del 1934 introdussero anche uno squilibrio strutturale: la sovra-rappresentazione europea. L’Europa occupò la maggior parte dei 16 posti disponibili, mentre le squadre provenienti da Africa e Asia furono sistematicamente svantaggiate (partecipò solo l’Egitto). Solo nel 1970 entrambi i continenti riuscirono ad assicurarsi stabilmente un posto fisso nel torneo, a testimonianza di quanto esclusivi siano rimasti i Campionati del Mondo per decenni.

La strumentalizzazione politica continuò nel 1938: in Francia, sotto il governo del Fronte Popolare, anche i Mondiali di calcio divennero palcoscenico di spettacoli fascisti. Dopo l’annessione dell’Austria, la Federazione calcistica tedesca (DFB) unì le due nazionali in una selezione della Grande Germania. Indossando svastiche sulle maglie e facendo il saluto nazista prima del fischio d’inizio, la squadra della DFB fu eliminata al primo turno dopo una sconfitta per 2-4 contro la Svizzera. Hitler non era un appassionato di calcio.

L’Italia, invece, difese con successo il titolo, anche se Giuseppe Meazza salutò il presidente francese Albert Lebrun con il braccio teso durante la premiazione. La guerra sarebbe scoppiata un anno dopo e avrebbe anche interrotto la storia dei Mondiali per dodici anni.

Il torneo tornò nel 1950: in Brasile. L’Uruguay conquistò il suo secondo titolo con una vittoria per 2-1 contro la nazione ospitante nel celebre Maracanão. Quattro anni dopo, le squadre tedesche furono ammesse nuovamente alle qualificazioni per la prima volta: la Germania Ovest e la Saarland (rappresentativa calcistica nazionale della Saar, all’epoca protettorato francese), membro indipendente della FIFA. La squadra della Germania Ovest raggiunse la fase finale in Svizzera e causò una sorpresa: in finale, sconfisse la favoritissima Ungheria per 3-2 e divenne campione del mondo per la prima volta.

Nel contesto politico della Guerra Fredda, la finale fu particolarmente carica di tensione. Sul campo, Est e Ovest si fronteggiarono: l’Ungheria comunista, e la Germania Ovest, baluardo dell’Occidente capitalista. Nei decenni successivi, sia i conflitti tra i due blocchi politici, sia le tensioni tra un Nord coloniale e un Sud globale avrebbero plasmato la storia della Coppa del Mondo.

Ohne Scheiß

Un’altra ospitata così dalla Gruber e Vannacci salirà al 10 per cento o anche di più. La grande giornalista “sudtirolese di madrelingua tedesca” (l’ha rimarcato anche ieri sera, nel caso qualcuno se ne fosse dimenticato) ha saputo opporre solo questo: “l’immigrazione va governata”. Ohne Scheiß, detto in sudtirolese. Dunque “non deve essere strumentalizzata” l’immigrazione, come fa Vannacci e la destra-destra o destra estrema come lei, la Frau Gruber, chiama i fascisti.

La ricetta miracolosa per l’immigrazione clandestina, invece, ce l’ha il partito della Gruber, ma la tiene segreta in vista delle elezioni del prossimo anno. Nessun partito, nessun governo al mondo, possiede una simile ricetta. Chi può, chiude i confini, o ci prova. Sul versante sud, l’Italia non può marcare nessun confine. E, del resto, nemmeno sugli altri versanti. Altrimenti chi li raccoglie i pomodori, le fragole, gli agrumi, le mele? A tre-cinque talleri l’ora? Chi spiccia casa alla Gruber, chi si occuperà tra breve della sua assistenza a domicilio? E anche della mia, ovviamente.

Si chiama divisione internazionale del lavoro. L’Italia dei padroni e dei padroncini, che punta tutto sul turismo e l’esportazione, sullo sfruttamento del “nero” e delle partite iva a cottimo, vi occupa il penultimo gradino. E se lo gode come può e finché potrà. Poi, ci scanneremo, come in Irlanda. Ciò che conta è tener lontana qualunque proposta di patrimoniale. Anche quella sopra i cinque milioni di euro!

mercoledì 10 giugno 2026

Cervelli in crisi

 

Per Lenin il cervello rappresentava la più alta organizzazione della materia che conosciamo. Effettivamente il cervello umano è l’oggetto più complesso dell’universo conosciuto. È un prodotto non solo dell’evoluzione biologica, ma è anche e soprattutto il risultato storico dello sviluppo sociale dell’uomo.

Il cervello umano non è digitale, e nemmeno analogico. Non è semplicemente un insieme di circuiti e reti composti da neuroni che emettono impulsi. Il cervello nel suo complesso non può essere abbassato al livello delle singole sinapsi o dei singoli neuroni, che non sono monadi isolate, bensì unità costituenti all’interno di strutture comunicative.

La mente e la coscienza non sono riducibili alla biochimica. La neurofisiologia non spiega come operi complessivamente il cervello e di come si trasformi in comportamento psicologico, ossia in idee, parole, scritti e discorsi. Per esempio, l’atto di ricordare non è passivo, ma attivo perché il fatto di rievocare ricrea un ricordo diverso (fatto ben noto nei tribunali), attinge a una varietà di processi cognitivi ed emotivi, che si trasformano in sentimenti. Ciò è inibito a qualunque macchina poiché le macchine, per quanto “intelligenti”, sono sprovviste del senso di identità propria, di coscienza e anche di falsa coscienza, di ricordi realmente propri, oppure di falsi ricordi.

All’inizio del film Blade Runner, si vede un soggetto sottoposto a delle domande per determinare se esso sia effettivamente umano oppure se si tratti di un “replicante”. L’esperimento si basa sull’evocazione di immagini tratte dalla memoria del soggetto esaminato; in base alle sue risposte e reazioni viene stabilito se i suoi ricordi siano genuini oppure se si tratti di una serie di ricordi innestati.

La memoria, nel suo complesso e nei suoi processi, è la nostra proprietà più caratteristica; prima di tutto essa costituisce la nostra individualità, fornisce alla nostra traiettoria di vita una continuità autobiografica, in modo che, perfino in tardissima età, siamo capaci di richiamare alla mente episodi della nostra infanzia. In effetti, considerando le numerosissime sintesi e demolizioni molecolari, la stabilità della mente stupisce.

Tuttavia, non esiste una sola memoria. Per esempio, la memoria emozionale sembra più potente di quella meramente cognitiva. Allo stesso modo non esiste una sola coscienza, non solo perché essa varia con l’età e in rapporto con diversi livelli di conoscenza (di ignoranza e incoscienza), ma perché esiste l’inconscio e perché ogni individuo, con il suo cervello, con la sua mente, si trova ad agire e ad essere agito nelle strutture culturali e sociali in cui vive.

Tuttavia, ciò posto, non mi lascio “abbagliare da quella luce indicibile che è l’essenza del nostro essere”, come scrive Letizia Renzini sul il manifesto a riguardo della posizione di Federico Faggin, il quale postula che la coscienza non sia un prodotto della materia, ma un fenomeno quantistico primario e fondamentale che plasma e precede la realtà fisica stessa.

Faggin pensa di usare la fisica quantistica per uscire dal campo delle credenze, ma in effetti ci cade dentro a piedi uniti. Addirittura arriva a dire che “La fisica quantistica si può spiegare partendo dall’esistenza della coscienza e del libero arbitrio”. Siamo alla solita metafisica, uscita dalla porta e rientrata dalla finestra. Il legame tra rappresentazioni e materia si dissolve e la coscienza viene considerata come un’unità indipendente e di carattere prettamente individualistico.

L’obiettivo è quello di trovare connessioni, a tutti i costi, tra il discorso razionale e scientifico sull’universo materiale, le società, la storia umana da un lato, e, dall’altro, la trascendenza, la spiritualità e altra merda simile senza chiamarla esplicitamente fede religiosa. È un altro tipo di fondamentalismo, ma sempre di ciò si tratta.

Tutto è basato su concetti come quello di entanglement e sovrapposizione, che alimentano tante seghe mentali ormai da tempo (i cattolici hanno tentato di rendere il cardinale Bellarmino un epistemologo migliore di Galileo!). La meccanica quantistica, per la sua natura misteriosa e controintuitiva, è diventata un terreno fertile per la proiezione di aspettative metafisiche. L’atto dell’osservazione provoca il collasso della funzione d’onda, la qual cosa induce Faggin a dire che la coscienza precede la materia, allineandosi così con le filosofie idealiste o orientali che pongono la mente al centro della creazione.

Al posto del nesso reale tra materia e coscienza, Faggin, che medita sotto risonanza magnetica, escogita dunque un “nuovo” legame misterioso, avvolgendo la fisica quantistica di un’aura divina. È stato trovato il passepartout “scientifico” che dovrebbe risolvere la crisi della trascendenza codificata dalle religioni tradizionali (ma del quale si avvalgono anch’esse). Ed infatti, sostiene che “La coscienza è un fenomeno puramente quantistico e questo prova che non può cessare di esistere con la morte del corpo, perché esiste in una realtà molto più vasta di quella della fisica classica”.

Non manca molto che arriveranno a dire che il conflitto tra scienza e metafisica (che chiameranno con un termine appropriato) è un mito. Non vale la pena di perderci altro tempo con le stravaganti idee di questi anziani angosciati dall’approssimarsi della loro data di scadenza, visto che ha anche cessato, per il momento, di piovere e grandinare.

Patacche e pataccari

 

Posto che sulle piccole bagatelle internazionali ognuno dice la sua, non resta che occuparci di quelle sulle quali la stampa libera e democratica non ha modo di intrattenerci per un semplice motivo: anche i giornalisti tengono famiglia.

Spesso anche più di una famiglia contemporaneamente, così come accadeva, ma non solo a lui, alla buonanima di Eugenio Scalfari. La bigamia è nulla di che, sia chiaro. C’è di peggio, per esempio un giornalista e vicedirettore di un telegiornale che, con la sua amante, un’insegnante di lettere, è stato arrestato con l’accusa di violenza sessuale su minori e pornografia minorile. Magari poi si scopre che non c’era nulla di penalmente rilevante, oppure che i colpevoli erano altri. Ormai siamo avvezzi a qualunque scenario giudiziario. In caso contrario, ossia di condanna, potrebbero concedere ai due amanti, a richiesta, anche la grazia presidenziale. Più difficile, molto più difficile e imbarazzante, revocare la concessione di una grazia, oppure la revoca del conferimento di una onorificenza.

Per esempio, a Zelensky è stata conferito l’Ordine al Merito della repubblica italiana. Lo stesso Zelensky, motu proprio, ha conferito la decorazione dell’Ordine al Merito della repubblica ucraina a diverse personalità italiane: esponenti del governo e dell’informazione per il loro impegno a sostegno del popolo ucraino. Per esempio all’ex direttore di Repubblica Maurizio Molinari. Ma anche l’Ordine della Principessa Olga: assegnato all’inviata di guerra del Tg1 Stefania Battistini. E a Bruno Vespa niente? Ma certo, anche al principe del giornalismo italiano è stata conferita una patacca dorata, quella dell’Ordine del Principe Yaroslav.

Anche la Polonia ha conferito un’onorificenza a Zelensky. La più alta onorificenza polacca: l’Ordine dell’Aquila Bianca. Eh sì, sopra il 45° parallelo le aquile sono sempre piaciute. La Germania guglielmina, per esempio, ne era dotata di ogni colore. In seguito, il Reichsadler raffigurava un’aquila ad ali spiegate che ghermiva tra gli artigli una svastica all’interno di una corona di alloro. Ma questo era solo un simbolo generico. Il titolo della decorazione era un altro: Verdienstorden vom Deutschen Adler. La sola pronuncia è una dichiarazione di guerra. La Polonia, nondimeno, effigia un’aquila bianca nella propria bandiera di Stato.

E però attualmente in Polonia il dibattito pubblico è molto acceso proprio a riguardo della revoca dell’onorificenza a suo tempo conferita al presidente ucraino. Lunedì, l’organo responsabile del conferimento e della revoca dell’Ordine dell’Aquila Bianca si è riunito e ha discusso la questione per otto ore. Non è stata annunciata alcuna decisione; è stata formulata una raccomandazione che il presidente polacco Karol Nawrocki pubblicherà ... a tempo debito.

Nawrocki aveva presentato una mozione per revocare l’onorificenza conferita a Zelensky dopo che quest’ultimo aveva intitolato un’unità delle forze speciali militari del paese agli “eroi dell’UPA”, il braccio armato dei fascisti ucraini. Questa forza è nota in Polonia per aver massacrato almeno 100.000 polacchi nell’attuale Ucraina occidentale tra il 1943 e il 1944.

Zelensky, non può essere accusato di simpatie naziste. Del resto, lui è ebreo. Resta il fatto che 100.000 polacchi uccisi è un bel numero, pare abbia commentato Netanyahu. E però anche il premier israeliano, in quanto ebreo, non può essere accusato di avere simpatie naziste. Sionista sicuramente, ma non con la svastica. Preferisce la stella.

Questa sintonia tra i crimini nazisti e quelli di Netanyahu, così come la glorificazione degli “eroi dell’UPA” da parte di Zelensky, potremmo rubricarle alla voce “eterogenesi dei fini”, nel senso che le intenzioni sono diverse da quelle dei nazisti, ma il risultato pratico è lo stesso.

martedì 9 giugno 2026

L’angelo sterminatore

 

L’11 aprile scrivevo: «Non è casuale che il governo iraniano rischi una nuova ondata di guerra contro il proprio paese insistendo su negoziati con gli Stati Uniti solo a condizione che il Libano sia incluso nell’attuale cessate il fuoco, come originariamente concordato. È in Libano che si gioca la partita, per opposti interessi; lo Stretto di Hormuz è solo uno strumento di guerra, di ricatto

Il 18 aprile, ne spiegavo i motivi: «Il Libano funge per l’Iran come avamposto contro Israele, ma c’è almeno un altro motivo importante per il quale Israele vuole occupare il Libano meridionale. Il Libano rappresenta un’eccezione in una regione dove l’acqua scarseggia e lo rende davvero oggetto di desiderio. È attraversato da oltre trenta fiumi, di cui tre sono i principali: il fiume Litani e il Wazzani, affluente dell’Hasbani, il quale a sua volta alimenta il fiume Giordano, che è il principale immissario del lago di Tiberiade, unica grande risorsa d’acqua dolce in superficie della Palestina. Il Litani scorre interamente in territorio libanese, i fiumi Wazzani e Hasbani si trovano in gran parte in territorio libanese a monte del fiume Giordano.»

In queste ore, l’Iran insiste per includere il Libano in un cessate il fuoco, dopo che domenica Israele aveva bombardato il quartiere di Dahiya, per la prima volta dal rinnovo del cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti, in vigore da soli tre giorni. Dal punto di vista dell’Iran, Israele ha oltrepassato una “linea rossa”. L’esercito iraniano ha lanciato una salva di missili balistici contro Israele, e Tel Aviv ha risposto al fuoco, rendendo così il cessate il fuoco ciò che era stato fin dall’inizio: inutile.

L’Iran ha stabilito un suo principio: se attaccate Beirut, noi attaccheremo Israele. Dal punto di vista iraniano, un accordo con Washington non può essere separato dal Libano, da Gaza e dagli altri teatri di aggressione israeliani. E però l’accordo di coalizione di Netanyahu codifica come dottrina di Stato che il popolo ebraico ha un diritto esclusivo e inalienabile su tutte le parti della “Terra d’Israele”. Per il momento, a livello ufficiale, tale “diritto” si estende dal Mediterraneo al fiume Giordano, senza nemmeno un’ombra di autodeterminazione palestinese.

Ieri, Israele ha chiuso i valichi di frontiera di Kerem Shalom e Rafah alle evacuazioni mediche e alle consegne di aiuti a Gaza. Si sono avute altre decine di morti, la strage continua. Ma la base dell’attuale politica del governo israeliano va anche oltre e riguarda le ambizioni di un Grande Israele che si estenda dal Nilo all’Eufrate. Ambizioni che dal punto di vista della propaganda sono legittimate dalla Torah. Il disegno sionista è questo. Non dimentichiamoci che hanno dio dalla loro parte, lo stesso che inviò langelo sterminatore nellAntico Egitto.

L’Iran, pur non essendo un paese arabo, ha ben chiara la minaccia.

lunedì 8 giugno 2026

Il Papa cieco

 

Le loro encicliche generano più clamore di una grande scoperta scientifica. I loro viaggi, chiamati pellegrinaggi e coperti da media adoranti, attirano decine di migliaia di inebetiti. Ci sarebbe da chiedersi il perché, se la risposta non fosse già stata data da un mio amico di Treviri, quella che vede la comparsa dell’uomo produttore e prodotto della merce, ossia vittima della congiunzione tra schiavitù economica e religiosa (vedi alla voce “alienazione”).

Troppo spesso si dimentica che il Papa cattolico è tra i massimi rappresentanti a livello mondiale del pensiero irrazionale, quel pensiero che rappresenta la codardia di coloro che vi si rassegnano, quelli che hanno una vera passione per la sofferenza, che sacralizzano, e provano un vero amore per la povertà altrui: “C’è qualcosa di bello nel vedere i poveri accettare il loro destino e soffrire come Cristo durante la sua Passione”.

Questi fanatici della dimensione metafisica, di scienza ne capiscono meglio di chiunque altro. Infatti ritengono che “la fede nella creazione offra la spiegazione più completa e migliore di tutte le altre teorie”. Misogini, questi falsi eunuchi (Mt 19,12) impartiscono lezioni sui comportamenti sessuali degli altri. Esperti delle problematiche della famiglia, pur non avendone una loro, sono pedagogisti insuperabili per quanto riguarda l’educazione dei figli (degli altri), ma insuperabili anche nel molestarli sessualmente.

Custodi della sacralità della “vita”, rivendicano il ruolo di istruire e guidare, di avere le competenze necessarie a garantirne la sicurezza etica e morale del mondo intero. Fino al punto di definire “sicari” i medici che praticano l’interruzione di gravidanza, un “crimine abominevole”, laddove già da subito l’ovulo fecondato avrebbe statuto di soggetto giuridico. E del resto, già chi si masturba commette peccato, per fortuna scontato a caro prezzo, ossia con la cecità.

sabato 6 giugno 2026

La faccia come il culo

 

Zelensky ha invitato Putin per un incontro. Le trattative di pace, secondo il fascista ucraino, dovrebbero aver luogo con la partecipazione della UE, dunque anzitutto con la presenta del cosiddetto Alto rappresentante per gli affari esteri, vale a dire con quella ignorante russofoba della Kaja Kallas. La quale ha appena avanzato ancora una volta richieste massimaliste del tutto irrealistiche che presuppongono la sconfitta della Russia.

Zelenskyj è ancora una volta interessato alla propaganda e per nulla alla pace. Vuole scaricare la responsabilità della continuazione della guerra sull’altra parte. Con l’obiettivo di assicurarsi ulteriori miliardi in aiuti dall’Occidente, proprio mentre la Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti, con i voti dei Democratici e di alcuni Repubblicani, ha appena approvato un nuovo pacchetto di sanzioni e aiuti contro la Russia e a favore della corrotta cricca che tiene per la gola l’Ucraina.

È vero: la nuova offensiva ucraina con i droni contro l’entroterra russo e le vie di rifornimento verso la Crimea ha destato una certa apprensione nell’opinione pubblica russa. È altrettanto vero che la Russia sarà praticamente incapace di prevenire tali attacchi: coprire un tratto di autostrada di 600 chilometri con reti anti-drone o schierare una batteria anti- drone ogni dieci chilometri non può scongiurare definitivamente la minaccia.

Secondo fonti russe, gli attacchi vengono effettuati utilizzando droni Hornet di fabbricazione statunitense. Come sa bene ogni giardiniere, l’unico modo efficace per eliminare i calabroni è affumicare i loro nidi. Tuttavia, anche questo metodo ha una durata limitata alla stagione successiva. La domanda, quindi, è: in caso di tregua o di accordo, quali garanzie di sicurezza potrà ottenere la Russia contro future provocazioni ucraine? L’accesso a questi droni a lungo raggio indurrà molti in Ucraina a non considerare un cessate il fuoco lungo la linea del fronte come la soluzione definitiva. E la Russia non potrà permettersi di fare affidamento sugli Stati Uniti o sull’UE come garanti di una potenziale soluzione di questo tipo.

Repubblica, il giornale satirico più letto in Europa

Un drone ucraino è esploso nel porto rumeno di Costanza. Il portavoce ucraino ha dichiarato che il drone ha perso il controllo ed è deviato dalla rotta a causa di segnali di disturbo russi. Costanza si trova quasi al confine con la Bulgaria. Dunque a molte centinaia di chilometri dalla “rotta”. Inoltre, quel tipo di droni si autodistruggono in caso di perdita di contatto con l’operatore. Difatti, il Ministero della Difesa rumeno ha dichiarato venerdì che il drone si è autodistrutto alle 10:30 ora locale (07:30 GMT), “circa quattro ore dopo che era stata segnalata la sua presenza”. Raed Arafat, capo del Dipartimento rumeno per le situazioni di emergenza (DSU), ha dichiarato che il drone è stato segnalato per la prima volta intorno alle 6 del mattino. Il drone si è autodistrutto dopo che l’area era stata messa in sicurezza ed evacuata, e non si sono registrati feriti.

Secondo il presidente rumeno Nicuor Dan, quattro droni della marina ucraina erano sfuggiti al controllo e si sono poi autodistrutti: uno nel porto di Costanza, un altro al largo sotto la sorveglianza della Guardia Costiera e altri due a circa 145 chilometri a est di Costanza. Dunque non di un drone solo la marina ucraina avrebbe perso il controllo, ma di almeno altri quattro droni, come riportano i media rumeni.

Zelensky ha annunciato che l’Ucraina invierà squadre di specialisti anti-drone in Romania e negli Stati baltici. Dunque, aspettiamoci altre sorprese “russe”.

Non potendo negare questi fatti, Ursula Albrecht ha dichiarato che la guerra della Russia sta diventando sempre più una minaccia diretta per i paesi che si affacciano sul confine orientale dell’Europa. Della serie: la faccia come il culo.

venerdì 5 giugno 2026

Cristo s'è fermato a ebola

Pur di avere bollette meno care, va bene anche il nucleare. Naturalmente a debita distanza da casa nostra. Che si sa, il fallout radioattivo è ancora più fastidioso del polline. Quanto alle scorie, ci pensiamo poi (continuiamo a pagare i costi del vecchio nucleare in bolletta alla voce “oneri di sistema”). C’è per esempio l’Albania. Ma anche il Sudan, se i costi di trasporto non sono troppo alti. E poi le centrali nucleari le hanno tutti. I più coraggiosi (proprio così: “coraggiosi”) sono i nipponici.

La zona di interdizione a Fukushima riguarda ancora circa 309 kmq. Intere sezioni delle città di Tomioka, Okuma, Futaba, Namie, Katsurao, Iitate e Minamisoma sono ancora off-limits. Eh, ma lì è stata sfiga.

Acquistare il gas e petrolio russo a prezzi stracciati invece non va bene, che i russi sono invasori e ci hanno l’ebola.

La "lettera" di Zelensky a Putin

 

Durante un incontro con i capi delle principali agenzie di stampa mondiali al Forum economico internazionale di Pietroburgo, Putin ha detto ieri che Mosca è pronta al dialogo con l’Unione Europea e non ha alcuna intenzione di entrare in guerra con la NATO. Se Kiev accettasse un compromesso, il conflitto potrebbe essere risolto pacificamente. Un accordo si baserebbe sugli accordi raggiunti con il presidente statunitense Donald Trump in Alaska nell’agosto del 2025.

La lettera aperta di Zelensky al Presidente della Federazione Russa, apre con un insulto al quale fa seguire subito una minaccia: «La stragrande maggioranza degli ucraini vede di buon occhio la visita dei nostri droni a lungo raggio all’inaugurazione del vostro forum a San Pietroburgo, che hanno percorso una distanza di oltre 1.000 chilometri. Come ben sapete, questa distanza non rappresenta il limite delle nostre capacità.»

Già questo dà la misura dell’iniziativa di Zelensky: è una provocazione e un bluff. Prosegue con un falso storico: «Hai trascorso quasi metà dei tuoi 26 anni al potere in Russia a fare guerra all’Ucraina». Non contento, Zelensky ci aggiunge un altro carico: «Qualunque cosa tu possa dire sulla NATO, sulla geopolitica o sulla lingua russa, questa guerra è una tua scelta personale: una guerra senza una vera causa. È così che la storia la ricorderà».

Zelensky dà esplicitamente del codardo a Putin: «Sentiamo spesso dire che lei non ha problemi con questa guerra. Certo, non quando si tratta della sicurezza della sua residenza a Valdai o della sua parata a Mosca. La sua stessa vita è preziosa per lei». È questo il modo per aprire un dialogo, una trattativa?

La lettera, in realtà un comunicato stampa pieno di insulti, falsità e recriminazioni prosegue: «Ma ora possiamo tutti constatare che i russi stanno finalmente iniziando ad accettare con meno serenità questa realtà, ovvero il fatto che la guerra stia portando conseguenze sempre più negative alla Russia.

A loro non piacciono i nostri droni e i nostri missili. Non gradiscono la carenza di benzina e l’aumento costante dei prezzi. Non gradiscono le restrizioni costanti.

Non gradiscono la tua intenzione di lanciare una seconda ondata di mobilitazione per estendere la guerra in un’altra direzione in Ucraina o per usarla contro altri paesi confinanti con la Russia. Non gradiscono il fatto che la vostra guerra non stia per finire.

Sì, è ancora possibile costringere i russi a vivere in questo modo. Ma le risorse a disposizione si stanno riducendo drasticamente. Non avrete abbastanza denaro o capitale politico per continuare ad acquistare la lealtà dei russi come avete fatto negli ultimi 26 anni.»

Poi, altra dose di propaganda: «Ieri ho ricevuto un rapporto sulle perdite del vostro esercito sul fronte ucraino durante il mese di maggio. Ancora una volta, il numero di soldati russi uccisi e gravemente feriti ha superato i 30.000. Noi manteniamo questo livello mese dopo mese e abbiamo prove video di ciascuna delle vostre perdite: non si tratta di affermazioni vuote.

Sappiamo che il 63% delle perdite sul campo di battaglia è dovuto ai morti, mentre solo il 37% ai feriti. Nel XXI secolo, nessun esercito può permettersi un simile rapporto. E la percentuale di morti continuerà a crescere.»

Zelensky non sta scrivendo a Putin, scrive rassicurando i suoi e a chi sostiene in Europa la sua guerra: «Stiamo perdendo i nostri cari e ogni perdita è dolorosa per noi. Anche quando il rapporto tra le perdite ucraine e quelle russe è di uno a cinque o di uno a sei, la differenza rimane enorme.»

Un messaggio falso e denigratorio: «Abbiamo portato la guerra sul vostro territorio e non sareste stati in grado di affrontarla senza l’aiuto della Corea del Nord. Siete il primo leader della Russia a rivolgersi a Pyongyang per chiedere assistenza. E oggi dipendete completamente dalla Cina, cosa che non si verificava nella storia della Russia.»

Ancora un attacco personale di Zelensky a Putin: «E ora è proprio te che i tuoi funzionari, uomini d’affari e propagandisti guardano con evidente stanchezza. Il mondo intero lo vede.

Il mondo non si è stancato dell’Ucraina, come a lungo speravate. Ma cresce la stanchezza nei confronti della Russia, persino tra coloro che, nel resto del mondo, vi aiutano a eludere le sanzioni e a mantenere a galla la vostra economia. È impossibile non notarlo. Dopo 26 anni al potere, l’età comincia a farsi sentire. E con il tempo, la stanchezza non farà che aumentare.»

La verità è un’altra e si legge tra le righe della lettera: «Basta con la guerra. L’Ucraina propone di porre fine a questa guerra. Ciò deve essere fatto onestamente, con dignità e con garanzie che la guerra non venga riaccesa. Constatiamo che gli Stati Uniti sono pienamente concentrati sulla questione iraniana, e sarebbe un errore aspettare semplicemente che la guerra in Europa torni al centro della loro attenzione. L’Ucraina propone di porre fine a questa guerra attraverso un dialogo diretto tra noi e voi. Propongo un incontro.»

Zelensky propone a Putin un incontro, ma esclude pregiudizialmente gli accordi di Anchorage. La trattativa dovrebbe avvenire tra la Russia e dall’altra parte l’Ucraina e i Paesi europei, «ovvero coloro che hanno realmente la capacità di influenzare la situazione». Ossia i Paesi europei che tramite l’Ucraina sono in guerra con la Russia. È probabile che questa lettera sia stata sollecitata dalla Germania e da altri Paesi coinvolti in considerazione della crisi energetica ed economica che si profila sempre più minacciosa.

Zelensky non può che ubbidire, ma la butta in caciara, accusando ancora la Russia: «La vostra guerra ha diviso per sempre l’Ucraina e la Russia. [...] Ma anche voi dovrete lottare molto più duramente per la vostra stessa esistenza, non per quella della Russia, ma per la vostra. E questa non è una minaccia da parte mia o dell’Ucraina. È un fatto della storia russa che conoscete bene: quando la Russia si stanca, arriva il cambiamento.»

Chiede il cessate il fuoco per potersi rifornire di armi e di uomini: «L’Ucraina è pronta per un cessate il fuoco completo per tutta la durata dei negoziati». Quindi, l’ultima minaccia personale rivolta a Putin: «Se personalmente non giungerete alla conclusione che è ora di porre fine a questa guerra, l’Ucraina continuerà a lottare per la propria sopravvivenza. Avremo coloro che ci sosterranno.»

Non manca, in una lettera così diretta e personale a Putin, un saluto fraterno: «Gloria all’Ucraina!».

I media occidentali, spudoratamente come è loro costume, potranno dire che Putin ha rifiutato la proposta di trattativa lanciata pubblicamente da Zelensky. Il quale ha solo una speranza per rimanere al potere e ricevere denaro da chi lo sostiene: che la guerra continui.

giovedì 4 giugno 2026

Al servizio dei sionisti

 

Il 10 maggio, l’ufficio di Benjamin Netanyahu ha annunciato ufficialmente che, durante l’aggressione all’Iran, il Macellaio di Gaza aveva visitato segretamente Abu Dhabi capitale degli Emirati Arabi Uniti, senza specificare una data precisa né fornire dettagli. Ciò ha causato un palese imbarazzo per la famiglia al potere, e in particolare per il presidente Mohammed bin Zayed bin Sultan Al Nahyan. Gli Emirati hanno immediatamente e categoricamente smentito che tale visita avesse avuto luogo.

Sono seguite ulteriori “rivelazioni”, fatte trapelare ai media israeliani da fonti interne: David Barnea, capo del Mossad (intelligence estera), il cui mandato si è ufficialmente concluso ieri l’altro, avrebbe tenuto colloqui ad Abu Dhabi almeno due volte durante la guerra, a marzo e ad aprile. Anche David Zini, capo dello Shin Bet (intelligence interna), e il capo dell’esercito Ejal Zamir, insieme ad altri due alti ufficiali, avrebbero tenuto “colloqui di coordinamento strategico” negli Emirati. Anche queste affermazioni sono state categoricamente smentite ad Abu Dhabi.

Il 26 maggio, l’emittente statale israeliana KAN e il quotidiano Haaretz, hanno riferito che Zini ad Abu Dhabi aveva incontrato Mohammed Dahlan, ex capo della sicurezza di Fatah nella Striscia di Gaza, che vive in esilio lì dal 2011. Nei giorni successivi, la KAN ha approfondito la questione: Dahlan aveva già incontrato diverse volte negli ultimi anni alti rappresentanti delle forze armate israeliane e dello Shin Bet “per discutere scenari postbellici per la Striscia di Gaza”, nei quali Dahlan, secondo le visioni israeliane e americane, avrebbe dovuto svolgere un ruolo centrale.

I media israeliani affermano che il comitato amministrativo istituito nell’ambito del “piano di pace Trump” per le restanti parti della Striscia di Gaza non direttamente rivendicate da Israele è composto in gran parte da uomini vicini a Dahlan. L’emittente KAN, citando una fonte anonima, lo ha descritto come ancora “l'uomo più potente della Striscia di Gaza” grazie alla sua capacità di raccogliere fondi. Si dice che Dahlan, già ricco, abbia accumulato una fortuna nella sua patria adottiva (il suo patrimonio personale è stato stimato ben oltre i 120 milioni di dollari) e che vanti ottimi contatti con i ricchi e i potenti.

La comunità internazionale venne a conoscenza per la prima volta di Dahlan, nel 1994 fu nominato dall’Autorità Palestinese a Ramallah capo della sicurezza della Striscia di Gaza nominato (fu accusato di aver torturato diversi militanti di Hamas). Nel 2003 fu nominato ministro per la sicurezza da Mahmoud Abbas, nonostante l’opposizione di Arafat.

Hamas uscì vittorioso dalle elezioni parlamentari palestinesi del 25 gennaio 2006. Per la prima volta in un’elezione, aveva ottenuto il 44,45% dei voti, superando Fatah, che aveva ricevuto il 41,43%. Il risultato si rifletteva ancora più chiaramente nel numero di seggi: 75 per Hamas, 45 per Fatah. Sotto l’intensa pressione degli Stati Uniti e dell’UE, il presidente Mahmoud Abbas si rifiutò di collaborare, costringendo di fatto Hamas a formare un governo monocolore.

Gli Stati Uniti, in particolare, avevano “incoraggiato” Abbas a nominare Dahlan, nonostante la resistenza di Hamas, a capo del neo-costituito Consiglio di Sicurezza Nazionale Palestinese nel marzo 2007. In questo ruolo, comandava migliaia di uomini armati (circa 20.000) nella Striscia di Gaza. Nell’aprile 2008, la rivista Vanity Fair ricostruì come, dopo le elezioni del gennaio 2006, Dahlan fosse diventato la figura centrale di un piano statunitense per rovesciare il governo di Hamas. Dahlan organizzò unità paramilitari di diverse migliaia di combattenti addestrati con l’assistenza americana nei paesi arabi e fece pressioni su Israele affinché consentisse alle forze di Fatah a Gaza di ricevere grandi carichi di armi e munizioni per combattere Hamas. Ma Hamas agì più rapidamente: in soli cinque giorni, dal 10 al 15 giugno 2007, i suoi combattenti ebbero la meglio. Fatah fu costretto a ritirarsi dalla Striscia di Gaza.

Nel 2009 Dahlan fu eletto nel comitato centrale di Fatah, fino alla sua espulsione dal partito nel 2011 a causa delle numerose accuse di corruzione e abuso di potere e per le dichiarazioni del presidente palestinese Mahmoud Abbas che lo accusò di aver ucciso Arafat avvelenandolo (tracce del veleno radioattivo polonio furono trovate sugli effetti personali di Arafat). Dahlan fuggì negli Emirati Arabi Uniti, dove è diventato consigliere del presidente.

Nei media israeliani e internazionali, Dahlan appare come una figura chiave nell’influenzare gli stati arabi della regione. Si dice che abbia avuto un ruolo nel cosiddetto “Accordo del secolo” (Peace to Prosperity) del 2019 tra Israele e i palestinesi, promosso da Donald Trump, così come nella firma degli Accordi di Abramo l’anno successivo. Attraverso il partito Movimento per la Riforma Democratica da lui fondato, continua a cercare di esercitare influenza sulla politica palestinese (*).

Nel 2020, l’ambasciatore statunitense in Israele David Friedman ha dichiarato in un’intervista che gli Stati Uniti considerano Dahlan un futuro sostituto del presidente palestinese Abbas.

C’è da chiedersi a chi giova la diffusione di queste notizie. Essendo all’oscuro delle varie e intricatissime trame, non è possibile rispondere. Tuttavia, mi guarderei bene dal prendere un qahwa o un affuch offertomi da qualunque dei personaggi citati.

(*) Peace to Prosperity è un piano di pace proposto nel 2019 e presentato formalmente nel gennaio 2020 dall’amministrazione Trump. Il progetto proponeva una soluzione a due Stati con forti concessioni a favore di Israele. I punti chiave includevano: Gerusalemme riconosciuta come capitale indivisibile di Israele, mentre la capitale palestinese sarebbe stata stabilita nei quartieri periferici orientali oltre la barriera di separazione; territori e confini: prevedeva che circa il 30% della Cisgiordania (inclusa la strategica Valle del Giordano e tutti gli insediamenti israeliani) passasse sotto sovranità israeliana. In cambio, ai palestinesi sarebbe stato concesso un territorio desertico adiacente al confine con l’Egitto. Il futuro Stato di Palestina sarebbe stato smilitarizzato e soggetto a rigide condizioni di sicurezza e controllo da parte di Israele.

*

Di seguito propongo, in lingua originale e integralmente, la lettura dell’articolo di Vanity Fair. Un articolo che, seppur datato, ci racconta in dettaglio più cose interessanti sul tema mediorientale di quante ne abbiamo lette e sentite a cura dalle nostre grandi firme del giornalismo.

April 2008 

The Gaza Bombshell

After failing to anticipate Hamas’s victory over Fatah in the 2006 Palestinian election, the White House cooked up yet another scandalously covert and self-defeating Middle East debacle: part Iran-contra, part Bay of Pigs. With confidential documents, corroborated by outraged former and current U.S. officials, the author reveals how President Bush, Condoleezza Rice, and Deputy National-Security Adviser Elliott Abrams backed an armed force under Fatah strongman Muhammad Dahlan, touching off a bloody civil war in Gaza and leaving Hamas stronger than ever.

mercoledì 3 giugno 2026

Il santino

 

Alla vigilia dell’ottantesimo anniversario della festa della repubblica sfondata sul lavoro, è andato in scena, in Calabria, nei pressi di Amendolara, un paese di 3.000 abitanti, un crimine barbarico, ripreso in video: due uomini hanno gettato benzina in un minivan, non nel serbatoio, ma nell’abitacolo. Hanno poi dato fuoco all’auto e bloccato le portiere dall’esterno. Per i quattro uomini a bordo, Ismat, Fazal, Waseem e Safi, provenienti rispettivamente dall’Afghanistan e dal Pakistan, ogni aiuto è arrivato troppo tardi. Tutti e quattro lavoravano come braccianti agricoli nei campi di fragole circostanti, per salari irrisori (peraltro non pagati) e in condizioni tutt’altro che umane. Sono morti bruciati vivi.

Due individui di nazionalità pakistana sono stati identificati come i presunti responsabili. Si tratta dei cosiddetti “caporali” – spesso migranti a loro volta – incaricati di reclutare lavoratori stranieri a basso salario e organizzare il loro alloggio (si fa per dire). L’unico sopravvissuto è Taj Alamyar, 35 anni, afghano, che si trova in Italia da alcuni mesi. Anche lui era a bordo dell’auto, ma è riuscito a rompere il lunotto posteriore e a fuggire.

Con gravi ustioni alle mani, Alamyar racconta che lui e gli altri erano stati alloggiati in un casolare, dormivano su un materasso a terra e guadagnavano una paga giornaliera di 45 euro. O almeno così sembrava: “Esigevamo il pagamento ogni giorno. Ma trovavano sempre una scusa. E ci facevano pagare cinque euro per il tragitto per andare al lavoro. Cinque euro all’andata, cinque euro al ritorno. Da mangiare avevamo pane e patate, nient’altro”.

La mattina della strage, ci fu un’altra discussione, durante la quale i caporali li minacciarono con un’arma. Poi tornarono nei campi. Sulla via del ritorno, ci fu un altro alterco verbale: “Volevano darci una lezione. Volevano far capire ai braccianti di questa regione che gli ordini non si discutono”, ha detto l'unico sopravvissuto.

I rappresentanti sindacali di CGIL, UIL e USB hanno chiesto un’indagine completa e approfondita. Il sindacato dei lavoratori agricoli FAI della CISL ha descritto l’incidente come senza precedenti per la sua portata. Sono ridicoli. Sanno bene come stanno le cose, non da oggi, ma da decenni.

Lo scorso marzo, il quotidiano il manifesto ha pubblicato un reportage che descriveva dettagliatamente le condizioni di questi braccianti in Puglia. Il quaranta per cento dei pomodori italiani viene prodotto in questa regione. A Borgo Mezzanone, il “cuore oscuro d’Europa”, 5.000 persone vivono in baracche senza acqua corrente e in condizioni igieniche catastrofiche “nei vicoli fangosi del ghetto”. Sono costrette ad alzarsi nel cuore della notte e a lavorare per 14-15 ore fino a tarda notte, con la schiena dolente, per pochi euro. D’estate sotto il sole a picco, d’inverno il freddo penetra nelle ossa e l’aria puzza di plastica bruciata e resina. Decine di bidoni della spazzatura improvvisati bruciano lungo le strade sterrate; mobili, tegole e pezzi di gomma abbandonati offrono un po’ di calore.

Il presidente della Repubblica sfondata sul lavoro, ormai diventato un santino, non si è recato in Calabria. Aveva un altro impegno, ai Fori imperiali.

martedì 2 giugno 2026

La rivincita

 

Johann Wadephul, attuale ministro federale degli affari esteri tedesco, ebbe a dichiarare che “La Russia rimarrà sempre un nemico per noi”. Decine di milioni di morti, 1.710 città e oltre 70.000 villaggi, decine di migliaia di impianti industriali, nonché scuole, università e istituzioni culturali furono rase al suolo. Nessun paese al mondo subì più perdite dell’Unione Sovietica. E però i nipoti di quei nazisti, a loro volta nazisti nel profondo, sognano ancora la rivincita. Proprio non riescono ad accettare l’idea che la pace in Europa sarà possibile solo con la Russia, e non contro di essa.

Inutile chiedersi quale responsabilità morale la storia ci imponga. La gabbia ideologica è la stessa ovunque. In Spagna, in Italia e anche in Francia. Friedrich Engels, che aveva la vista lunga, ben in anticipo sulle guerre mondiali, scrisse: “La società borghese si trova di fronte a un dilemma: o la transizione al socialismo o la ricaduta nella barbarie”. Nessuno dei Paesi europei ha bisogna di essere “pronto alla guerra”, ma piuttosto dovrebbero essere capaci di vivere in pace. Per farlo è sufficiente sciogliere la Nato e stipulare dei patti di amicizia e collaborazione con la Russia. La stessa guerra in Ucraina perderebbe immediatamente di senso per tutti.

Tranne ovviamente che per i fascisti, sotto qualsiasi maschera essi si celino. Massimo Cacciari sostiene che “i pericoli non verranno da parte di qualche fascista o nazista; quella è tutta una storia passata e strapassata”. Quindi: “Smettiamola di andare a vedere dentro l’armadio della Meloni, non interessa a nessuno cosa ci tiene dentro l’armadio. Ormai anche lei quell’armadio ce l’ha e lo tiene chiuso perché non lo può più usare. Lascia stare quello che ha dentro, non lo potrà mai più tirar fuori, è inutilizzabile. Bene, basta, finiamola.”

Perché ancora una volta cito Cacciari? Perché rappresenta la voce del buon senso borghese, quello stesso buon senso che a suo tempo sosteneva che il governo Mussolini, sbrigato il “lavoro sporco”, avrebbe passato la mano. Durò vent’anni quel governo e cadde solo sotto le bombe e gli sbarchi di quelli che erano diventati i nostri nemici. Tra quei nemici, a cui l’Italia del buon senso aveva dichiarato guerra, c’era anche la Russia sovietica, che non mancammo di invadere, ovviamente al seguito delle armate germaniche.

L’armadio al quale allude Cacciari non è vero sia chiuso. E non solo in riferimento alla relazione mitografica. C’è altro oltre i simboli (che valgono più dei fatti), di più profondo e insinuante nell’armadio della rivincita. Dal quale non attinge solo Meloni e i suoi scagnozzi, ma paradossalmente attingono inconsapevolmente linguaggio, linee di pensiero e slogan anche tutti gli altri, in una situazione ideologicamente e intellettualmente agli sgoccioli.

Di ciò ho avuto conferma proprio stamani assistendo a una cerimonia in occasione della festa della Repubblica. Grande sfilata di giovani ognuno con il tricolore, che sembrava un’adunata del Fronte della gioventù. Sottofondo di musica rap e simili. Poi benedizione ecclesiastica e discorsetto del prete; a seguire i discorsi degli oratori, dai quali si poteva trarre la convinzione che la Repubblica è nata ottant’anni fa sotto il cavolo o portata da chissà chi.

lunedì 1 giugno 2026

La più chiara alternativa al capitalismo

 

Le persone sagge e ben informate, le quali comprendono e sperimentano cosa sia il totalitarismo quotidiano al quale siamo sottoposti, sanno cosa riserva il futuro: niente di buono. Questo è un motivo più che sufficiente per una riflessione radicale sullo stato delle cose, non per trarne soluzioni miracolose, ma per agire sul mondo attuale e riflettere su quello che verrà.

Il modo di produzione capitalistico, da sistema che ha fornito, pur nelle sue immanenti e laceranti contraddizioni, una spinta propulsiva inedita allo sviluppo economico e civile, si è trasformato ormai da tempo in un Saturno che divora i suoi figli, ossia come il più minaccioso ostacolo allo sviluppo pacifico e sostenibile dell’umanità.

Il fondamentalismo di mercato ci ha trascinati nell’abisso finanziario, politico, bellico, ecologico ed etico. Lo stesso cogito umano è a rischio. Non basta, ad esempio, sancire solennemente la centralità del lavoro, bisogna dire in quali condizioni e forme reali prende corpo il lavoro e ciò che ne deriva.

Gran parte dell’umanità resta schiava di coloro che si sono resi proprietari delle fonti dell’esistenza e delle condizioni materiali del lavoro. Il risultato è che si può vivere solo col permesso dei proprietari. Se questi decidono di spostare una fabbrica per trarne un maggior profitto, chi ci lavora si trova per strada a qualsiasi età.

Tra l’altro, la proprietà privata preclude, specie a molte persone giovani, di poter offrire, nell’abito delle attività scientifiche, culturali e produttive, il proprio contributo secondo le loro capacità e attitudini se queste non si conformano ai bisogni di guadagno del capitale.

Dovunque constatiamo come questo sistema determini precarietà, insicurezza e povertà dal lato di chi lavora, e invece ricchezza senza precedenti dal lato di chi non lavora. Siamo arrivati al paradosso che il sistema non riesce nemmeno più a garantire un’adeguata riproduzione sociale, con le conseguenze demografiche e migratorie ben note.

Quanto all’istruzione, alle cure mediche e all’assistenza, esse sono sistematicamente indirizzate sempre più alla privatizzazione. È impressionante constatare la strada che è stata percorsa un tempo e quanto siamo poi regrediti in ogni situazione. E di ciò i partiti sedicenti di sinistra portano una responsabilità storica decisiva per aver condiviso il bavoso liberalismo e l’abbraccio del cattolicesimo chiagni-e-fotti.

La sinistra parlamentare, sposando le fandonie ideologiche che compiacciono la borghesia, si è completamente allontanata dalla storia del movimento operaio. Ha rinunciando al suo bagaglio storico e teorico invece di liberarlo dalle macerie dei marxismi novecenteschi. In tal modo è andata incontro a un fallimento intellettuale ed elettorale senza precedenti e dal quale non si riprenderà.

Questo è uno dei motivi, ma non certo un motivo secondario, per cui le influenze reazionarie sono così forti oggi: perché non hanno più un avversario credibile e capace di contrastarle.

La più chiara alternativa al capitalismo esiste e si chiama socialismo. Per socialismo s’intende un sistema economico che, sotto controllo pubblico, pianifica le attività connesse alla produzione di beni, garantendo le migliori condizioni materiali d’esistenza ad ogni persona.

Non si tratta di uno scenario utopico o di un espediente narrativo. Riguarda in principio poche solide cose, essenziali diritti e tutele già formalmente sancite dalle più avanzate costituzioni statuali, che però nella realtà concreta dominata dai rapporti sociali capitalistici trovano una revoca nell’azione oppositiva generata dagli interessi della proprietà privata in generale e da quella monopolistica in particolare.

Vero è che quelle “poche solide cose”, non contemplerebbero ancora la scomparsa della subordinazione servile degli individui alla divisione del lavoro, né l’uscita completa dall’angusto orizzonte giuridico borghese, ma se non altro con quelle “poche solide cose” saremmo a un primo significativo passo in tal senso.