Imbecilli.
Tutti condividiamo la passione per le cose belle, ma ognuno ha gusti diversi. Dovremmo dunque chiederci che cos’è il bello, specie nell’arte e nell’architettura. La risposta non è facile, appunto perché “ognuno ha gusti diversi”. Risposta che rimanda ad un’altra domanda: sulla base di quali esperienze e nozioni informiamo il nostro “gusto”?
Per esempio, da molti decenni l’architettura contemporanea è presentata come un’arte al di sopra di tutto, per cui si assiste a una crescente eccentricità tra gli architetti, che aspirano a diventare artisti famosi (è stato creato il neologismo “archistar”) e perciò amano condividere le proprie “creazioni” e le riviste hanno tutto l’interesse di amplificarle.
Si crea un ambiente autoreferenziale che rafforza credenze e convinzioni individuali con la complicità degli organizzatori di grandi eventi, mostre, tavole rotonde e altre conferenze, dove nulla viene veramente messo in discussione e chi semmai si permettesse di criticare i loro deliri sarebbe liquidato come un buzzurro che non sa nulla e non capisce niente.
Oggigiorno, le banche dati di immagini sono stracolme di edifici identici provenienti da tutto il globo. La stessa retorica, gli stessi committenti, gli stessi architetti. Le loro realizzazioni urbanistiche, specie quelle suburbane, sono senz’anima, ripetitive e noiose, una continua reinvenzione e innovazione ridondante.
Poniamo, per mera ipotesi e improbabile realtà, che una soluzione architettonica si sia rivelata valida a Segrate, lo sarà anche a Venezia? Come nei film, come nella vita, dove si può trovare la magia del bello quando tutto è così levigato e privo di dissonanze? Dunque, perché insistere nel progettare qualcosa che mostra già segni di debolezza, se non di fallimento totale?
Il peggio sono dei veri e propri obbrobri di cemento bianco qui, cemento nero là, a volte una muraglia cinese (Gregotti a Venezia), altre volte una struttura in legno a vista che mal si sposa col resto, oppure di metallo, che dopo solo pochi anni è già invaso dall’ossidazione (ho negli occhi la facciata del centro commerciale alle porte di Bassano del Grappa, ma non solo).
Poi, la tristissima questione dei quartieri ghetto e di quelle infrastrutture pubbliche che dopo pochi anni sono già in totale o parziale disfacimento. Perfino l’architettura del periodo fascista, pur discussa, aveva un suo proprio stile e una indubbia solidità concettuale e materiale.
Per contro, come si può immaginare che un’architettura che non è mai esistita, nella migliore delle ipotesi un’utopia inverosimile e pretenziosa, possa sfidare lo scorrere del tempo? Sia chiaro, non auspico un anacronistico ritorno al “classico”, bensì un ritorno alla decenza, ossia a un’architettura che non dimentichi sistematicamente le proprie origini, ben strutturata e armoniosa, ben inserita e affiancata al nostro patrimonio storico.
La società del tardo capitalismo ha perso quasi del tutto il gusto del bello, ed è così egocentrica e sicura dei propri risultati da non concedersi più il desiderio, il bisogno, la necessità del bello. Visto che nulla sorprende o si distingue più, ho delle modeste, polemiche e provocatorie proposte (l’ultima è molto seria): chiudiamo la Biennale e altre iniziative del genere per almeno una generazione. Mi spingo oltre: chiudiamo per un bel po’ anche quei “pollai” che sono diventate le facoltà di architettura. Più ancora: mandiamo a casa anche quegli imbecilli di Bruxelles e così chiudiamo il cerchio.


