sabato 31 gennaio 2026

Sostiene Cacciari

 

Il prof. Massimo Cacciari, sempre più ecumenico, sostiene che bisogna usare la parola “fascismo” con molta parsimonia, anzi, che è preferibile non usarla affatto. Sostiene anche che, pur non condividendo una sillaba delle posizioni di CasaPound e simili, è necessario confrontarsi con queste frange estremiste (che non definisce “fasciste”, per via della parsimonia di cui sopra), altrimenti, nel negarsi, nel respingerli, si fa il loro gioco, ossia si dà loro visibilità e si fanno passare per vittime della nostra chiusura e intolleranza.

So bene che quelli di CasaPound e gli esponenti del partito della Meloni non sono i soli fascisti, ma solo quelli più visibili. Con la differenza che i primi (CasaPound e simili) hanno il coraggio o meglio l’impunita impudenza di definirsi fascisti e di comportarsi come tali; per contro, gli esponenti politici di Fratelli d’Italia, al momento, non vogliono esporsi più di tanto, e ciò per opportunità politica o anche per viltà.

Se non li definisci fascisti, quale altro termine usare? Vogliamo sostituire la parola fascismo con totalitarismo, autoritarismo o altro ancora? Non ritengo totalitarismo un aggettivo equipollente, né altrettanto chiaro e comprensibile a tutti, poiché totalitarismo è un termine applicabile a situazioni e comportamenti anche molto diversi tra loro. Che il fascismo abbia un’anima totalitaria è pacifico (non bisogna commettere l’errore di Hannah Arendt, che escluse il fascismo dalla categoria del totalitarismo), ma il fascismo è anche qualcosa di diverso, di più perfido e insinuante.

Da un punto di vista storico, è stato (ed è tutt’ora) un errore far passere l’idea che il regime fascista si basasse essenzialmente sul mito di Mussolini, capo di una minoranza radicalizzata che aveva preso il potere con la forza e lo aveva mantenuto esclusivamente attraverso la repressione e la propaganda, con la complicità degli strati sociali dominanti, della passività delle masse, e così via.

C’è molto di vero in questo, ma non basta. Se il fascismo fosse stato essenzialmente quello descritto, allora gli attuali epigoni che governano e siedono in parlamento non sarebbero dei fascisti o neofascisti, ma dei semplici parvenu giunti al potere per via legale e pacifica, che puntano alla poltrona e allo stipendio. Cosa anche questa effettiva, ma solo in parte. C’è la zampa dei grandi poteri, ma lo zoccolo duro è dato, per motivi diversi, da molti altri ambiti trasversali alla società.

È proprio sulla base di questo errore (*), ossia dell’immagine dei “buoni italiani” vittime del fascismo, che le questioni sull’eredità del fascismo nell’Italia del dopoguerra furono considerate irrilevanti, poiché la realtà del consenso veniva negata. Non vi fu una defascizzazione, tantomeno nel settore della pubblica amministrazione e degli apparati.

Ed è perciò illusorio pensare che questo rigurgito di schiuma fascista sia destinato ad essere riassorbito non appena la crisi economica e sociale si aggraverà (o causa l’esito negativo di un voto referendario). Questa schiuma è il prodotto della crisi di un establishment che non sa rispondere sul piano politico, sociale e culturale alle profonde trasformazioni indotte dalla nuova fase del capitalismo e dai nuovi e dirompenti rapporti geopolitici.

Ad ogni modo, per quanto riguarda l’uso della parola “fascista”, penso non si tratti semplicemente di una questione terminologica e di classificazione, ma di usare un termine esplicito, efficace e chiaro per evincere la piega che stanno prendendo le cose qui da noi e altrove.

(*) Errore che non fu di Togliatti (Sul fascismo, Laterza), il quale riteneva sì il fascismo sostanzialmente come creatura della reazione del capitale e delle classi proprietarie, ma anche il prodotto del consenso della piccola borghesia e di una parte del proletariato nella crisi sociale del primo dopoguerra. De Felice, invece, riteneva il fascismo come espressione del potere personale di Mussolini e che il Partito Fascista avesse attraversato un processo, completato nei primi anni Trenta, di depoliticizzazione e subordinazione allo Stato. Dunque intravedeva una continuità tra il regime liberale e il fascismo. Opinione che poi cambiò nel quinto volume della biografia mussoliniana, evidenziando la dinamica totalitaria insita nella logica del regime, che puntava a radicare l’ideologia fascista per accelerare la rivoluzione antropologica destinata a far nascere “l’uomo nuovo”.

venerdì 30 gennaio 2026

Sogni

 



La pressione della realtà (tedesca)

 

Friedrich Merz, cancelliere di Germania, in un discorso al Bundestag, ha detto che “noi” dobbiamo “imparare a parlare il linguaggio della politica di potenza”. Un prerequisito nell’emergente “mondo delle grandi potenze” per poter affermare “le nostre idee”. Per poter affermare tali “idee” ha vantato la decisione di destinare il cinque percento della produzione economica tedesca alle spese militari: “Abbiamo preso l’iniziativa, e altri in Europa ci hanno seguito”.

Poco dopo, in altro contesto ufficiale, ha detto che non vedeva “alcuna necessità” di colloqui con Vladimir Putin; piuttosto, “dobbiamo mantenere la nostra pressione”. Lo stesso giorno, si è tenuta una cerimonia in Baviera, per il trasferimento dei primi due battaglioni da combattimento alla 45a Brigata Panzer “Lituania”. L’unità, di stanza al confine con la Bielorussia, sarà ampliata a 5.000 effettivi.

Intanto rullano i tamburi mediatici per un riarmo nucleare a livello “europeo”. È la pressione esercitata dalla “realtà”. Quella dell’imperialismo liberale dell’UE con un ruolo di leadership tedesco. Infatti, la Grande Germania non può permettersi di svolgere un ruolo secondario e periferico. Tutto ciò avviene mentre il “pubblico” italiano, quello più sensibile ed avvertito, è alle prese con un problema nazionale di nuovo conio: il dissesto idrogeologico (per buttarla in caciara si rievoca il Vajont). A seguire, le olimpiadi invernali e poi, finalmente, Sanremo.

giovedì 29 gennaio 2026

Una domanda inevitabile

 

Tutto questo era inevitabile? È una domanda che ci dovremmo porre. Per ciò che è accaduto e per ciò che si prefigura nel prossimo futuro, quella dell’inevitabilità è una domanda che si porranno le generazioni future, o ciò che eventualmente resterà della nostra specie dopo il grande disastro che ci aspetta (*).

Sarebbe semplicistico addossare in astratto al capitalismo ciò che sta accadendo, oppure a coloro che vedono la democrazia come pericolo. Il capitalismo, quale formazione economico sociale della nostra epoca storica, procede per suo conto e secondo le proprie leggi di sviluppo. Quanto accade è responsabilità di coloro che hanno usato il liberismo come randello sociale, e di coloro che hanno creduto, o hanno finto di credere, che fosse possibile controllare e ordinare le dinamiche capitalistiche secondo criteri decisi a tavolino.

Per quanto ci riguarda da vicino, la maggiore responsabilità del riemergere della schiuma fascista e fascistoide è di coloro che, per opportunismo e viltà, si fanno scrupolo di chiamare le cose con il loro nome. Non basta dire: vengono da quella cosa là; bisogna dare nome e cognome alla cosa”. Di dire appunto che si tratta del rigurgito di un fascismo che non se ne è mai andato, che è stato amnistiato, sdoganato e reso legale fin dal primo dopoguerra. Perché faceva comodo alla sinistra averlo come spauracchio e avversario e, per i centristi, anche come stampella a sostegno dei loro governi.

(*) Sto forse sostenendo che si può predire il futuro? Non per quanto riguarda il dettaglio dei singoli fenomeni, poiché la causalità non può esistere a livello del singolo caso; oggetti e rapporti singoli di sistemi complessivi non possono essere determinati da leggi rigorose e necessarie, per la semplice ma decisiva ragione che essi appartengono alla sfera del caso. Tuttavia è grazie alla casualità dei singoli eventi che si origina la necessità del fenomeno complessivo. Una coppia d’individui, maschio e femmina, s’incontra e s’accoppia e procrea in modo del tutto casuale; nell’insieme degli individui di una specie ciò avviene secondo le leggi della necessità.

Friedrich Hayek, nel suo Studi di filosofia, politica ed economia, ediz. Rubettino, a pagina 92, scrive: “la teoria economica è destinata a descrivere i tipi di modelli, che si presenteranno se verranno soddisfatte certe condizioni generali, ma raramente, se non addirittura mai, potrà derivare da tale conoscenza la predizione di fenomeni specifici”. Hayek sembra aver chiaro il rapporto dialettico tra caso e necessità, e come il caso regni sovrano in ogni aspetto della singolarità individuale. Tuttavia, poi scrive: “nel campo dei fenomeni complessi, il termine ‘legge’, allo stesso modo dei concetti di causa ed effetto, non è applicabile senza la modifica che la privi del suo ordinario significato” (p. 103). Per quanto riguarda i concetti di causa ed effetto ha ragione, ma Hayek trascura il fatto che è a partire dalla casualità degli infiniti movimenti dei singoli elementi materiali che si manifesta, come conseguenza da nessuno voluta, la necessità dei processi naturali che la scienza può rappresentare mediante leggi. Appena il caso relativo ai singoli elementi materiali si manifesta, esso produce casuali complessi che comportano la necessità. Qualcosa immediatamente si fissa come necessità e diventa la base di un ulteriore sviluppo: è un processo universale continuo e senza sosta. Hayek ha trasformato la necessità relativa dipendente dal caso in una necessità assoluta indipendente e sussistente in sé. Da ciò in buona sostanza nasce la sua “metafisica”, che applica alla statistica, alla linguistica, alla società.

mercoledì 28 gennaio 2026

L'accordo commerciale tra UE e India

 

India e UE hanno raggiunto un accordo di libero scambio, che impatta anzitutto sui dazi reciproci. Infatti, l’accordo tra l’Unione Europea e il Paese più popoloso del mondo (5a potenza economica), finalizzato ieri, è destinato a eliminare o ridurre i dazi su oltre il 96% dei beni scambiati. L’interscambio 2025 è stato 136,5 miliardi di dollari. L’UE prevede che le sue esportazioni di beni verso l’India raddoppieranno entro il 2032.

L’Italia esporta per quasi 5 miliardi l’anno (macchinari, prodotti chimici, metalli, tessile/abbigliamento, apparecchi elettronici e prodotti per il trattamento dei rifiuti). Importa per circa 9 miliardi (2024). Il saldo commerciale è dunque notevolmente sbilanciato a favore dell’India.

L’India ha già annunciato investimenti miliardari nel settore della difesa nei prossimi anni. Pochi anni fa, il ministero della Difesa indiano ha revocato il divieto di accesso a Leonardo, che era scattato soprattutto a causa dell’arresto dei due soldati italiani per la nota vicenda. C’era stato anche lo scandalo della Agusta Westland, e controllata da Finmeccanica, accusata di aver pagato tangenti per accedere alla commessa per l’acquisto di 12 elicotteri. Nel 2023 è stato firmato un accordo di cooperazione. 

Il volume degli scambi commerciali tra Francia e India nel 2024 ha raggiungendo i 17 miliardi di euro. La Francia segna nel 2024 un calo del 20% delle sue esportazioni farmaceutiche verso l’India, e allo stesso tempo, le importazioni di telefoni e apparecchiature per le telecomunicazioni continuano a crescere, trainate dall’aumento delle attività di assemblaggio in India. La bilancia commerciale rimane in deficit, raggiungendo 1,6 miliardi di euro nel 2024, in riduzione grazie alle significative esportazioni aeronautiche (Airbus A350 ad Air India), che però sono drasticamente diminuite nel secondo semestre 2024.

Gli scambi commerciali tra Germania e India nel 2024 hanno raggiunto un volume di circa 30 miliardi di euro. La bilancia commerciale indiana è in negativo nel 2024 di circa 3 miliardi con quella tedesca, ma preannunciata quasi alla pari nel 2025. Le esportazioni tedesche consistono principalmente di macchinari e prodotti chimici, mentre l’India fornisce abbigliamento, prodotti tessili e, in misura crescente, prodotti petroliferi.

Più in generale, finora, per esempio e per quanto riguarda l’industria automobilistica europea, l’India ha protetto il suo mercato con dazi elevati, fino al 110% sulle importazioni dall’UE, più alti che in qualsiasi altra grande area economica. In India, con una popolazione di 1,4 miliardi di persone (ha superato la Cina due anni fa), si vendono solo quattro milioni di auto l’anno. L’obiettivo è di arrivare a sei milioni entro il 2030.

Le case automobilistiche europee detengono complessivamente una quota di mercato inferiore al 4% in India. Il produttore giapponese Suzuki Motor è al primo posto, seguito dalle case automobilistiche nazionali Mahindra e Tata. Ciò è dovuto a diverse ragioni. In primo luogo, le auto a prezzi accessibili, che i produttori UE non offrivano, sono molto richieste in India.

Quando si parla dell’auto europea ci si riferisce principalmente all’industria tedesca. Per aggirare parzialmente questi costi, BMW, Mercedes e VW gestiscono i propri stabilimenti di assemblaggio in India. Nel 2025, Volkswagen ha venduto poco più di 70.000 auto in India. A titolo di confronto, Volkswagen l’anno scorso ha venduto più di 85.000 Golf in Germania, poco più di 70.000 auto in India. Quasi 20.000 veicoli ciascuna BMW e Mercedes.

L’accordo prevede che le aziende dell’UE possano esportare in India 250.000 auto l’anno a tariffe ridotte, di cui 160.000 con motore a combustione interna e 90.000 elettriche. Le tariffe per i veicoli con motore a combustione interna scenderanno gradualmente al 10% entro dieci anni e per le auto elettriche entro 14 anni. I dazi sui ricambi auto saranno completamente eliminati. Pertanto, non è difficile prevedere che per le industrie tedesche orientate all’esportazione, in primis quella automobilistica, l’India rappresenti il mercato del futuro.

L’accordo riguarda anche l’agricoltura, dunque anche la Francia e i Paesi mediterranei. I dazi sui prodotti agricoli provenienti dall’UE saranno ridotti, tuttavia, esclude prodotti agricoli come carne bovina, riso e zucchero. I dazi sul vino saranno ridotti dall’attuale 150% al 20% per i vini più costosi e al 30% per quelli più economici. I dazi su olio d'oliva, pasta e cioccolato saranno completamente eliminati.

Per contro, l’India potrà esportare più prodotti tessili e farmaceutici. Questo ha immediatamente fatto salire le azioni dei produttori tessili indiani. Inoltre, il commercio di servizi sarà liberalizzato e si prevede che la delocalizzazione per i lavoratori qualificati sarà facilitata. E questo ci dovrebbe preoccupare. L’UE ha concesso alle aziende indiane un’esenzione dai dazi sull’acciaio: potranno esportare 1,6 milioni di tonnellate di acciaio l’anno verso l’UE in esenzione da dazi, una quota significativamente inferiore ai precedenti volumi di importazione dall’India.

L’accordo sarà ora sottoposto a revisione giuridica. Successivamente, entrambe le parti dovranno ratificarlo. All’interno dell’UE, ciò richiede una maggioranza qualificata di 15 Stati membri, che rappresentino almeno il 65% della popolazione dell’unione. Anche il Parlamento europeo deve approvare l’accordo; in tal caso è sufficiente una maggioranza semplice.