mercoledì 31 luglio 2013

Comunque


Se non ricordo male, fu Victor Hugo a scrivere che i criminali non hanno solo le mani sporche di sangue ma anche macchiate d’inchiostro, e aggiungeva che è molto più curioso andare a frugare nelle casseforti che nei bassifondi. E non è un caso – soggiungo a mia volta – che quando si va a mettere il naso nelle casseforti e negli affari dei potenti, immancabilmente ci s’imbatte in ogni genere di lordura posta in atto da questi maestri di realismo e di cinismo. Del resto, è nella destrezza della democrazia di una società di classe far credere che la legge sia uguale per tutti. Sarebbe illusorio pensare il contrario, e tuttavia vi sono dei limiti di decenza che non dovrebbero essere valicati in uno Stato di diritto un po' meno che meramente formale.

I fatti di questi anni, per quanto ci riguarda direttamente da vicino, dimostrano il drammatico smarrimento nel quale siamo piombati, il trasformarsi del costume e della cultura come in un tempo non troppo remoto non s’immaginava possibile. E ciò non è dipeso solo da un uomo, per quanto egli sia riuscito a incarnare una filosofia – chiamiamola così – che è riuscita a penetrare nelle coscienze e a eroderle, ma da un’intera classe dirigente nazionale che – senza grandi ostacoli e catturando il consenso della maggioranza – si mostra fattivamente corrotta, distaccata dalla vita concreta e intimamente marcia perché non crede più in niente se non al potere fine a se stesso.

E però tutto questo non sarebbe potuto accadere, non almeno nelle forme macroscopiche esibite con disinvoltura, se anche e specialmente da parte delle generazioni più adulte non si fosse spesso smarrito il senso di responsabilità, di quella verso se stessi e di quella verso gli altri. È bastato poco, in definitiva, per corromperci, e a poco è servito un coro di ammonitori impotenti. Ed è perciò che due anni e mezzo fa scrivevo in questo blog:

martedì 30 luglio 2013

Gli stravaganti lapsus del dottor Freud


Mettendo a posto delle vecchie carte m’è capitata in mano una lettera che troppo vecchia non è, anche se appartiene al secolo passato. La scrissi all’autore di un libro, La rivoluzione dimenticata, nel quale è trattato il rapporto tra il pensiero scientifico greco e la scienza moderna. Segnatamente il libro dà conto delle grandi scoperte e intuizioni dell’antichità che poi l’umanità ha sepolto sotto le rovine delle antiche civiltà e solo dopo molti secoli riscoperto (in parte).

Scrive l’autore del libro che «La moderna teoria psicoanalitica dei sogni è nata quindi, secondo l’autorevole testimonianza di Freud, partendo dagli elementi “vicini alla realtà” riferiti da Artemidoro».

Che cosa abbia che vedere la teoria psicoanalitica dei sogni (edita nel 1900) con Artemidoro è cosa tutta da dimostrare, ma soprattutto è cosa tutta da dimostrare che cosa abbia a che vedere la teoria psicoanalitica con la scienza. Ma di questo dirò poi.

lunedì 29 luglio 2013

[...]


All’aperto, ieri sera, ho visto il film di Paolo Sorrentino, La grande bellezza. C’era folla, afa soffocante e le solite zanzare. Di seguito provo a raccontare non la trama del film, bensì le mie impressioni.

Il regista vuole raccontare Roma nella sua bellezza e nel suo orrido attraverso la vicenda di uno scrittore viveur e della mondanità che frequenta. Si tratta di un tema sociale ed estetico che promette bene e che invece poi il film delude, salvo nello spettatore che si accontenta del mero “divertente”.

Il lato buono del film offre squarci della Roma monumentale e artistica sotto la luce distratta dell’alba o di tramonti dai colori eccessivi. Per il lato meno nobile, non ho elementi di riscontro diretto per dire se il soggetto attorno al quale si sviluppa il racconto – le ammucchiate festaiole dei quiriti d’alto bordo ­– configuri uno spaccato realistico oppure se prevalga la finzione.

Il punto però è un altro, ossia l’assenza – tra la mondanità godereccia descritta – di figure tipiche dell’intreccio tra politica e affari, favori e intrighi, spartizioni e tangentine, dissimulazioni disoneste e orgogliosi asservimenti, bassezze trasversali e ipocrisie di regime fatte passare per sussulti di dignità morale. Insomma non credo proprio che la mondanità capitolina autentica possa ridursi al caravanserraglio mostrato dal regista, costituito di nostalgie postmoderne di vecchie mummie con sintomi d’incontinenza, di funerali solenni e consumati cliché.

Nulla è stato fatto e nulla faranno


Sul Sole 24ore di ieri, si poteva leggere, in prima pagina e poi a seguire a pagina 14, un articolo di Simon Johnson, docente alla Sloan School of Management del Mit. L’articolo ha per titolo eloquente il tema trattato, ovvero La finanza senza regole è la zavorra sulla ripresa. Con il suo blasone, può pensare il lettore, chissà quali verità avrà da svelarci il professore americano e soprattutto quali rimedi da proporci. Sorvolando sul fatto che la finanza non è l'unica causa della crisi, di verità il docente ne ha una sola da comunicarci, fattuale e incontrovertibile:

La Volcker Rule (la limitazione dell'attività di compravendita titoli in proprio da parte delle banche) ancora non c'è, le regole per i derivati restano in via di elaborazione e non è stato fatto nessun intervento sui fondi monetari.
Ma c'è di peggio: le nostre banche più grandi sono diventate ancora più grandi e nulla sembra indicare che abbiano abbandonato quel tipo di struttura di incentivi che incoraggia eccessive assunzioni di rischio. E le grandi distorsioni provocate dalle banche "troppo grandi per fallire" incombono minacciose su molte economie.

domenica 28 luglio 2013

Il nullatenente, il Papa, il mondo che vacilla


Riporto un fulmineo scambio di battute tra due anziane e ancora arzille signore ospiti di una casa di riposo e in libera uscita sedute ai tavolini del solito bar, sottoportico di via Porto di Brenta, già sede del Partito socialista italiano nenniano in anni ahimè ormai lontani, quando eravamo poveri ma felici, come dicono i ricchi.

Signora con camicia a fioroni blu e grigi: “El ghe voleva proprio un Papa cussì …”.

La collega, con camicetta bianca plissettata, dopo un sorsetto di prosecco che le illumina gli occhi e le schiarisce l’ugola, risponde forte e secca: “El xe furbo!”.

Come direbbero a Venezia: “Sgagia ‘sta zovenota”.

* * *

L’editoriale di Eugenio Scalfari di oggi s’intitola sommariamente e modestamente: “Per salvare l’Italia il catalogo è questo”. Di quale Italia si tratti non vale la pena nemmeno ripeterlo: la sua, comunque, e quella del presidente del consiglio che dichiara solo i redditi di parlamentare (123mila euro), ma si guarda bene – nel momento in cui lancia l’ennesima “lotta all’evasione” – di indicare l’ammontare del suo patrimonio familiare, abitazioni, azioni, obbligazioni, auto, ecc. Un nullatenente. Pertanto, se e quando il governo deciderà d’intervenire sui depositi bancari e i titoli di Stato in possesso degli italiani, non potremmo giudicare se Enrico Letta con tale provvedimento colpirà anche il proprio patrimonio, oppure l’avrà sottratto alla mannaia del “rigore” e dei “sacrifici” avendo trovato rifugio in un portafoglio d’investimento diverso.

Sbaglierebbe chi dovesse giudicare queste questioni di mero dettaglio. Esse sono la sostanza, la vera e stramaledetta sostanza.

* * *

A proposito di letture estive, nella prefazione della Fenomenologia dello spirito, Hegel scrive: “La frivolezza e la noia che invadono ciò che ancora sussiste, l’indeterminato presentimento di un ignoto, sono segni forieri di un qualche cosa di diverso che è in marcia”.

Insomma, tutto rivela il vacillare di questo mondo.


sabato 27 luglio 2013

Il deperimento di un mito: la democrazia americana


Vorrei dire oggi due parole sul caso di Edward Snowden, un ex dipendente della CIA americana, che ora è nella zona di transito dell'aeroporto Mosca Sheremetyevo. C’è a chi il caso poco interessa proprio perché si tratta – dicono – di una persona che ha accettato di lavorare per la Cia, perciò ben gli sta, cazzi suoi.

Un tempo a chiedere asilo politico erano i cittadini del blocco dell’est, oggi a chiedere asilo politico sono i cittadini americani e del blocco occidentale (esiste ancora!). Un segno dei tempi anche questo. Non perché la Russia sia diventata un soggetto statale particolarmente democratico, ma perché gli Usa sono la più fasulla delle democrazie, un’oligarchia del denaro che finanzia i candidati alle elezioni i quali arrivati nei posti chiave del potere politico e istituzionale legiferano e governano in nome del popolo ma facendo essenzialmente gli interessi dell’oligarchia capitalistica, o comunque non agiscono contro quegli stessi interessi nemmeno quando sarebbe necessario.

Da che esistono gli Stati, e ancor prima, esiste lo spionaggio. Giordano Bruno era una spia al servizio degli inglesi, tanto per cambiare, per non dire del celebre Giacomo Casanova, un piccolo agente provocatore come ne esistono decine di migliaia anche oggi. E anche gli Usa sono molto pratici di spionaggio di ogni tipo, e anche di quell’attività che chiamano pudicamente lobbismo e che in realtà è un’attività prevalentemente volta a danneggiare gli interessi del popolo americano per favorire gli interessi dei soliti noti e molto meno noti.

Il braccio destro del presidente Washington, Alexander Hamilton, ritenuto uno dei padri fondatori degli Usa, era l’Agente Segreto Numero Sette degli inglesi. E il futuro vicepresidente – il senatore Aaron Burr, era un agente francese al servizio del Direttorio di Parigi. E il generale al comando dell’esercito americano, James Wilkinson, era stato per anni un agente del principale nemico terrestre degli Usa, la Spagna, fatto che si palesò poi al processo per tradimento contro Burr.

È interessante rileggere le parole scritte allora dal segretario di Stato e poi presidente Jefferson a riguardo dell’Agente Segreto Numero Sette, poiché si tratta di uno spaccato paradigmatico della storia degli Usa e della cinica natura di quel sistema politico:

«A quel tempo era passato il sistema finanziario di Hamilton. Esso ave va due obiettivi. Primo, come in un enigma, impedire la comprensione e l’approfondimento da parte del popolo. Secondo, funzionare come uno strumento di corruzione dell’assemblea legislativa. Per sua amissione, infatti l’uomo poteva essere governato da una sola di queste due motivazioni: la forza o l’interesse. Nel nostro paese, faceva notare, la forza era fuori questione pertanto occorreva prendere in mano gli interessi delle varie parti, onde mantenere unita l’assemblea legislativa con l’esecutivo. E bisogna ammettere, con rammarico e vergogna, che la sua invenzione non era priva di efficacia. Che anche su questo punto (la nascita del nostro governo) alcuni membri si dimostrarono talmente sordidi da piegare i loro doveri ai loro interessi, perseguendo il bene personale piuttosto che quello pubblico».

Ci vuole la giusta dose d’ipocrisia per parlare degli “interessi delle varie parti, onde mantenere unita l’assemblea legislativa con l’esecutivo”. Jefferson, che era stato membro dell’assemblea legislativa, governatore della Virginia e membro dei congressi nazionali, sapeva bene in cosa consistesse “prendere in mano gli interessi delle varie parti”, la complessità del pork barrel politics – la politica da porcile –, ossia lo scambio di favori tra le varie fazioni della borghesia. Nulla è cambiato da allora, anzi.

Ma torniamo al caso di Snowden, che oggi viene agitato dalla stampa russa strumentalmente ma non a torto. Qual è il tradimento di cui si sarebbe macchiato Snowden? Le sue rivelazioni hanno messo in pericolo la sicurezza nazionale degli Usa o minacciato l’incolumità di qualcuno? Danneggiato economicamente la nazione o qualcuno in particolare? Nulla di tutto ciò. Snowden ha rivelato al mondo ciò che tutti sanno ma che molti per ipocrisia tacciono, ovvero che gli Stati Uniti conducono la sorveglianza, l'ascolto e la registrazione di milioni di comunicazioni private  telefoniche e via  internet sia di cittadini americani che stranieri, non meno allo scopo di spionaggio industriale e militare. Questo significa che Snowden ha rivelato che gli Stati Uniti violano uno dei diritti fondamentali della democrazia, il diritto alla privacy, segnatamente il IV e V emendamento della Carta dei Diritti.

Snowden – che negli ultimi tempi aveva lavorato come consulente della società Booz Allen Hamilton – è incolpato di “furto di proprietà governativa”, di "divulgazione non autorizzata di informazioni di difesa nazionale" e di "comunicazione volontaria di informazioni classificate ad una persona non autorizzata", secondo la denuncia. Le ultime due sono accuse in base all'Espionage Act del 1917! Un’aberrazione giuridica. In effetti, al contrario, egli ha agito per due motivi legittimi. In primo luogo, osservando la Costituzione americana e la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo del 1947, le quali vietano l'interferenza con la vita privata e lo spionaggio di massa; l’altro motivo di legittimità deriva dal fatto che i cittadini degli Stati Uniti sono tenuti per legge a denunciare un reato o un delitto qualora ne siano a conoscenza.

Il direttore della Nsa, Keith B. Alexander, e il direttore della Cia, James R. Clapper Jr., hanno risolutamente rifiutato di offrire una stima del numero di americani le cui chiamate o messaggi di posta elettronica sono stati registrate e spiati. Negli Usa vige un sistema di sorveglianza e di raccolta di metadati che non ha eguali. I criteri di raccolta e di utilizzo di tali dati sono sottratti a qualunque controllo pubblico, anche perché, come sostengono perfino alcuni membri del Congresso, si tratta di attività illecite. Sull’uso politico di questi dati esiste un’ampia casistica fin dai tempi di Hoover e come il caso Petraeus ha confermato di recente.

Queste rivelazioni di Snowden hanno dato luogo a una vera e propria caccia all’uomo da parte delle autorità Usa, la qual cosa dovrebbe far riflettere i tanti democratici di sinistra e di destra che spesso citano quell’idiota di Tocqueville. Ma il fatto saliente della vicenda è, al solito, l’allineamento della “libera” stampa alle tesi governative, e su questo gli americani sono maestri: distrarre l’attenzione del pubblico dalle notizie vere e inondando invece l’informazione di chiacchiere e sciocchezze su temi assolutamente marginali o inesistenti.

venerdì 26 luglio 2013

La questione che sovrasta tutte le altre


Goethe riteneva che Beethoven fosse guidato “dalla luce della genialità, che illumina la sua mente come un colpo di fulmine”, sebbene, a suo parere, le opere del compositore fossero per lui semplicemente troppo “nuove” per i suoi gusti classicheggianti. Beethoven era un grande ammiratore delle opere teatrali e poetiche di Goethe, e accettò con entusiasmo di incontrarsi con lui nella cittadina termale di Teplitz, nell’estate del 1812.

Per una settimana si frequentarono molto assiduamente e Beethoven aveva eseguito per Goethe una sonata per pianoforte. Tuttavia il compositore si sentì offeso quando il suo nuovo amico, dopo averlo ascoltato, si limitò ad asciugarsi le lacrime invece di applaudire. Beethoven andò su tutte le furie ed esclamò: “Da voi, Goethe, non me lo sarei mai aspettato e non lo tollererò”. Fece dunque notare al poeta come nel 1796, a Berlino, in un’occasione analoga il pubblico si fosse “comportato con tanta sensibilità e cortesia al punto che era avanzato con titubanza verso la mia persona agitando i fazzoletti bagnati di lacrime, testimoniando un’emozione assolutamente insignificante agli occhi di un rude entusiasta come me …Voi, proprio voi, dovreste sapere quanto sia gradito essere applauditi da mani che si tengono in grande considerazione. Se voi non apprezzate e non mi considerate un vostro pari, chi mai lo farà? A che banda di straccioni devo rivolgermi per essere compreso?”.

Chissà cosa direbbe oggi Beethoven.

* * *

giovedì 25 luglio 2013

"Invertire le forze che hanno remato contro la classe media"


È singolare che i tre principali inventori degli Stati Uniti d’America si trovassero in Europa all’epoca in cui veniva scritta la costituzione, forgiata in larga misura da James Madison e Alexander Hamilton sotto la regia di Washington [*].

Gli Stati Uniti allora erano ben poca cosa se raffrontati a quello che sono oggi. I tre ambasciatori in Europa erano Thomas Jefferson, John Quincy Adams (quello che elaborò l’omonima dottrina per il presidente James Monroe), e Benjamin Franklin.

Quest’ultimo godeva una vasta popolarità, non solo come puttaniere, ma anche come inventore di un’innovativa cucina economica e come sperimentatore nel campo dell’elettricità. Era anche scrittore ed editore di successo, sostenitore della moneta cartacea (le malelingue dicevano per tenere in attività i suoi torchi da stampa).

Jefferson, proprietario di centinaia di schiavi, aveva una passione per tale Maria Cosway, una donna sposata, e più tardi ebbe in casa Sally Hemings, una giovane schiava mulatta che gli sfornò sei figli, mai riconosciuti. Anche Jefferson ritrovò la gioia di vivere a Parigi, dove, scrisse, “si canta, si danza, si ride e si fa festa […]. Quando il nostro re esce, i francesi si gettano carponi a baciare la terra […]. Poi passano a baciarsi tra loro. È questa la saggezza più vera: i francesi conoscono in un solo anno tanta felicità quanta ne conosce un inglese in dieci”.

I parigini erano così saggi e felici che nemmeno un lustro passò da quando furono vergate queste parole che diedero l’assalto alla Bastiglia. Com’è imprevedibile la vita e beffarda la storia.

I tre non erano in Europa solo per questioni relative al commercio e per tenere relazioni pubbliche, ma anche per trovare fondi per finanziare la neonata repubblica, e a ciò ben si prestavano i banchieri olandesi. Altri tempi.

* * *
Dice il presidente Barak Obama:

"Ciò di cui abbiamo bisogno non è un piano da tre mesi e nemmeno di tre anni ma una strategia di lungo termine basata su uno sforzo duraturo e costante per invertire le forze che hanno remato contro la classe media per decenni".

Di quali “forze” si tratti il presidente non chiarisce, e del resto si manterrebbe comunque sul generico poiché si tratta delle stesse forze che da sempre dominano in lungo e in largo la “grande democrazia” (e non solo quella) e forniscono gli appoggi necessari ai candidati per essere eletti presidenti.

Dana Milbank, in un editoriale del Washingotn Post, stronca l'iniziativa odierna della Casa Bianca. "Persino uno Steve Jobs reincarnato farebbe fatica a promuovere questo tacchino", come a dire che nemmeno il deus ex machina di Apple – se in vita – non riuscirebbe a far suonare come qualcosa di nuovo quanto è stato detto e ridetto da Obama fin dal suo primo discorso in veste di senatore nel 2005 al Knox College di Galesburg, in Illinois. Un discorso così simbolico che la Casa Bianca l’ha messo sul sito del presidente, ma che oggi sa di aria fritta.

Insomma, quello che per una qualsiasi anima comune rappresenta un difetto, per un politico diventa un requisito indispensabile per la sua carriera e un pregio del quale andare fiero. Per esempio: l’ipocrisia.

[*] Per quanto ricordi, nei libri di storia in uso nelle scuole di ogni ordine e grado, per quanto riguarda la storia della formazione degli Stati Uniti, c’è ben poco. Un paragrafo relativo alla guerra d’indipendenza, un altro – ma già questo c’entra meno – per quella di secessione (con molta retorica). Può a volte scapparci una riga e mezza in cui far stare la cessione della Louisiana da parte della Francia. In che cosa consistesse la Louisiana di allora dovrebbe far parte semmai del programma geografia e perciò non rompete le palle al prof di storia. Di come spagnoli, neri, creoli, per non dire degli “indiani”, siano diventati loro malgrado “cittadini” e schiavi americani, importa ancora meno. Non parliamo poi di California, l’Arizona e lo Utah. Nel Texas ci sono i cowboy, e ciò basti, e Portorico e le Filippine che c'entrano? Così come dell’Oregon, lo Stato di Washington e dell’Idaho. Insomma di come si siano formati gli Stati Uniti c’importa nulla e poi c’è Wikipedia o la buona predisposizione per i “dettagli” di qualche raro insegnante che non ha in mente solo di “finire” il programma.

mercoledì 24 luglio 2013

Grillo, do you remember miniassegni?


Molti degli avvenimenti storici – anche tra i più rilevanti – sono dati dal caso più che dagli esiti del calcolo politico e miliare, diplomatico e strategico. Il buon esito – per esempio – della prima campagna napoleonica in Italia fu causa più della sprovvedutezza dei comandanti austriaci che dall’abilità tattica del generale corso. Allo stesso modo la più grave sconfitta coloniale italiana (e europea) in Africa (Adua), fu causata dalla dispersione delle forze e dal fatto che le carte topografiche non erano per nulla esatte. Questo sul piano tattico, ma su quello diplomatico e strategico gli errori furono davvero madornali e Crispi ci mise molto di suo.

Del resto, la storia recente del nostro paese, vale a dire dall’Unità, è zeppa di episodi simili e anche di più grotteschi che evincono anzitutto una cosa: l’incompetenza, la sciatteria, il particolarismo fazioso e in sostanza il provincialismo della classe dirigente nazionale. Due soli personaggi – tra quelli molto noti – non possono essere tacciati di queste mende, ossia Benso e Garibaldi.

martedì 23 luglio 2013

Il punto critico


In questi giorni ho scritto di cose che riguardano il passato. Del presente, almeno per come viene descritto sulle prime pagine dei giornali, vien voglia di tacere. In uno stato di crisi che s’inchioda sempre di più, s’insiste sul congresso del Pd e le primarie, si polemizza sulle dichiarazioni fluviali del sindaco di Firenze o si dà rilievo agli aforismi dell’ex segretario alla festa dell’anguria.

Ogni mese è necessario trovare i denari per pagare 19 milioni di posizioni pensionistiche, almeno 4 o 5 milioni di stipendi statali e parastatali, centinaia di migliaia di cassaintegrati, innumerevoli consulenze d’oro, alcuni miliardi di interessi sul debito, decine di miliardi per la spesa sanitaria, farmaceutica e assistenziale, alcuni miliardi per le spese militari, e senza dire della corruzione [*]. Coloro che producono ricchezza – nelle fabbriche, nei campi, in mare – sono sempre di meno, e si tratta di quelli che ci mantengono tutti.

lunedì 22 luglio 2013

L'urina del padre dei popoli


Scrisse Engels: “Il terrore per lo più è fatto di inutili atrocità, compiute per la propria tranquillità da uomini che hanno paura essi stessi. Sono convinto che la colpa del dominio del terrore nel 1793 ricada, quasi esclusivamente, sugli spaventati borghesi che volevano farsi passare per patrioti, sui piccoli filistei che si scioglievano nei pantaloni dalla paura, e su una banda di lestofanti, i quali col terrore facevano i loro affari”.


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domenica 21 luglio 2013

Camminando


Diceva un cineasta argentino che l’utopia sta all’orizzonte. Quando tu fai tre passi, l’utopia è tre passi più in là. Tu fai venti passi, e lei è venti passi più in là. A cosa serve allora l’utopia se non la raggiungiamo mai? A far camminare il mondo!

Il capitalismo è fallito, ma non è morto. Paradossalmente – più esatto: necessariamente – ciò avviene nel momento in cui esso domina sprezzantemente su tutto il pianeta. Non possiamo calcolare i tempi del suo tramonto con la stessa frenetica impazienza con la quale consumiamo la nostra esistenza. Sappiamo però che finché la nostra società sarà dominata dal profitto non ci sarà pace, la miseria e la vita a perdere saranno abbondanti in ogni luogo del mondo. Solo quando l’umanità saprà organizzarsi diversamente, secondo scopi sociali predeterminati e non secondo il capriccio del caso, essa avrà finalmente compiuto il passo decisivo più importante della sua storia.

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Le ultime lettere spedite a casa da Jimmie mostrano quanto fosse consapevole che le loro vite venissero gettate via senza altro scopo che non fosse arricchire gli imprenditori della guerra. Aveva anche aggiunto, con amarezza: “Nessuno ricorderà mai quello che abbiamo fatto, solo quanto ne hanno ricavato loro”. Poiché sua madre era la segretaria di un potente membro del Congresso, questo solare atleta apolitico aveva sempre avuto un’idea abbastanza precisa di come andavano le cose in una nazione come la nostra, e non era il solo: durante i tre anni da me trascorsi nell’esercito non ho mai sentito una sola frase patriottica da uno dei miei compagni, solo frasi di dolore per gli amici persi e, quasi con la stessa frequenza, un feroce risentimento nei riguardi di quelli che, in patria, stavano decimando la nostra generazione di adolescenti (*).

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In ciò che segue non desidero demonizzare gli Stati Uniti d’America, ma invitare chi legge a riflettere su quella che passa per essere la più grande democrazia del mondo, il paese capitalistico per antonomasia, nel quale è istituita una Corte segreta che a proprio arbitrio dichiara lecito spiare e indagare milioni di cittadini, non solo americani ma di tutto il pianeta. E ciò che noi sappiamo – possiamo esserne certi – è solo una piccola parte di ciò che avviene nell’ombra.

Il governo federale spende cifre folli in armamenti e per tenere in piedi un sistema di spionaggio sistematico che non ha eguali, mentre la povertà e la precarietà dilagano, la misera si diffonde in strati sociali che mai avrebbero immaginato di scendere così in basso.

Gli Stati Uniti, per le condizioni nelle quali sono costretti a vivere milioni di suoi cittadini, è un paese del terzo mondo. Chi ritiene che ciò non risponda alla realtà, ossia che la povertà negli Stati Uniti è solo un problema di povertà relativa, può rettificare la propria falsa idea in diversi modi, anche stando comodamente seduto a casa propria guardando su Rai Storia – in italiano – il documento di Why poverty dal titolo Welcome to the Word, oppure su youtube in inglese. “Terzo mondo” è l’espressione testuale usata dagli operatori sanitari americani intervistati nel documentario, gente moderata e “buoni americani”, di quelli che mettono la mano nel cuore quanto cantano l’inno commossi.

Il governo degli Stati Uniti d’America si sente autorizzato di uccidere e rapire chiunque sospetti di ledere gli interessi statunitensi in qualunque paese del mondo (chiaramente in quelli che glielo consentono, che sono sotto ricatto e devono tapparsi la bocca). E non c’è cosa che non interessi gli appetiti delle multinazionali americane, perché rubare è per esse più conveniente di comprare.

Gli Usa hanno la percentuale di detenuti più alta del pianeta. Tommaso Moro una volta chiese: “Ma che altro con ciò fate, di grazia, se non crear di ladri per punirli voi stessi?”.

I tribunali americani condannano alla pena di morte con incredibile leggerezza decine d’innocenti.

Gli Usa sono il paese dove la schiavitù è prevista in costituzione per i condannati di determinati reati (chissà se Obama se ne è ricordato quando ha visitato recentemente la prigione dell’isola di Robben, in Sudafrica). Dice il XIII emendamento: Neither slavery nor involuntary servitude, except as a punishment for crime whereof the party shall have been duly convicted, shall exist within the United States, or any place subject to their jurisdiction.

Il lavoro nelle carceri non è più necessario, i profitti – che avevano arricchito chi gestiva il lavoro carcerario quando la manodopera era poca e relativamente alti i salari – non sono più possibili da quando la grande industria con le sue macchine ha ridotto in gran parte il bisogno di lavoro vivo. Ecco dunque che il lavoro forzato serve solo come vera e propria tortura. Anche altre forme di tortura sono applicate ai detenuti negli Usa (**).

Se poi hai la carnagione scura, se sei “abbronzato”, il rischio di essere imprigionato o accoppato dalla polizia aumenta di molto. L’attuale presidente degli Usa, sostiene che “il razzismo è ancora fra noi” e “vi sono nelle leggi statali e locali ambigue, che anziché disinnescare le tensioni razziali le accentuano”. Non è vero che le leggi siano ambigue, la legislazione penale e civile americana è nettamente improntata all’odio di classe e razzista.

La principale fonte del diritto degli Stati Uniti è la Costituzione, entrata in vigore nel 1789, e tuttavia ciò non ha impedito anche formalmente la schiavitù, ossia che nel 1861 vi fossero ancora almeno 4 milioni di schiavi in catene. Non ha impedito a George Washington di essere un grande proprietario di schiavi, non ha impedito il caso Dred Scott vs Sandford (1857), e anche in seguito all’introduzione del XIII emendamento (1865), la schiavitù in molte forme è sopravvissuta, la segregazione razziale è di fatto ancora vigente, e nonostante il XV emendamento il diritto di voto nei fatti non è garantito a tutti (***).

È attraverso i media che gli Stati decretano cosa deve pensare la gente, e ciò è tanto più vero negli Stati Uniti, laddove è attivo un gigantesco apparato di propaganda parallelo a quello spionistico. Naturalmente si tratta di una propaganda che si esprime per gradi diversi e in modo molto sofisticato, poco a che vedere, in genere, con gli anacronistici metodi polizieschi di stampo fascista o stalinista.

In questo paese il leader per i diritti dei neri, Martin King, è stato assassinato. Il leader del più importate movimento politico dei neri ha subito la stessa sorte. Le voci davvero critiche sono emarginate, allontanate e screditate con false accuse. L’apparato di potere ha sterilizzato la gioventù americana più attiva politicamente in molti modi, non ultimo favorendo la diffusione di droghe. L’Fbi ha utilizzato la mafia per infiltrarsi nel sindacato e corrompere i suoi leader.

Gli Stati Uniti si comportano come se fossero i padroni del mondo, e soprattutto considerano l’America Latina come il proprio cortile. Per molti decenni – e tendenzialmente anche oggi – hanno saccheggiato i paesi dell’America Latina e creato condizioni d’instabilità politica e di sottosviluppo economico. I dittatori dell’America Latina che sono succeduti per molti decenni, non erano autodidatti, ma avevano appreso le tecniche del golpe e della repressione nei corsi organizzati dal Pentagono e dalla Cia.

In tal modo essi possono sfruttare le immense risorse di materie prime presenti in questi paesi, e mostrarsi paladini della democrazia accogliendo negli Usa manodopera a basso prezzo che fugge dalla miseria e dalle dittature. Non servono più le navi negriere, basta la miseria a spingere i disperati nelle nazioni ricche, ad emigrare per fare i lavori più umili. Per quei popoli che vi si oppongono, gli Usa provvedono con gli embarghi economici e altre misure “dissuasive”. È il carattere violento dell’economia capitalista, del paese capitalista per antonomasia, che crea sottosviluppo e guerre.

Il lavoro sporco lo fanno gli specialisti, per esempio gli economisti e le loro dottrine oscene. Secondo il Financial Times l’unità di valore, l’equivalente universale, non è più l’oro, ma il Big Mac, una polpetta di carne agli ormoni con del pane spazzatura, 540 calorie in 72 grammi di veleno. Secondo questi idioti tutto girerebbe attorno al mercato, ma sappiamo bene che nessuna delle invenzioni veramente importanti ha avuto origine dal mercato. Nemmeno Internet, tanto per dire.

I paesi “democratici” si servono della democrazia formale fino a quando i padroni sono sicuri di poter tenere sotto controllo la società. Quando il malcontento e la protesta sociale minacciano l’ordine costituito, la democrazia diventa un crimine e lo stato d’emergenza diventa permanente.

(*) Gore Vidal, Navigando a vista, Fazi editore, 2006, p. 88.

(**) The criticism, directed at the Bush administration's approach to human rights, was made by Mr Justice Collins during a hearing over the refusal by ministers to request the release of three British residents held at Guantánamo Bay.
The judge said: "America's idea of what is torture is not the same as ours and does not appear to coincide with that of most civilised nations” [qui].

(***) La ratifica del XIII emendamento che abolisce la schiavitù, ha dovuto attendere il 1901 nel Delaware, il 1976 in Kentucky e nello Stato del Mississippi il 18 febbraio 2013!

venerdì 19 luglio 2013

Una cartolina


A volte capitano delle cose davvero strane. Lunedì scorso ho richiesto a un libraio antiquario tre libri. In origine le opere che m’interessavano erano due libretti di poco prezzo, ma giusto per dare un peso economico più adeguato all’ordinazione, decido di scegliere anche un terzo libro dal catalogo: un’opera di Marx, e perciò, dati i miei interessi, già presente nella biblioteca domestica. Ho ordinato la copia de Le lotte di classe in Francia perché si tratta di un’edizione che non possiedo, ossia l’edizione Einaudi, stampata nel 1948, un volumetto in sedicesimo con coperta cartonata e dorso in mezzatela. Scrivo al librario che tale libro dev’essermi spedito solo se “in ottimo stato”.

Oggi il corriere mi ha recapitato il pacco con i libri. Apro il plico e all’interno trovo quanto richiesto, compreso il volumetto con l’opera di Marx. Non sfoglio il libro, ma lo apro all’ultima pagina, e, con mia sorpresa, tra questa e la copertina c’è una cartolina. Sul fronte della quale è riprodotto il disegno al tratto di una veduta, la piccola didascalia dice trattarsi di Assisi, precisamente dell’Eremo delle Carceri. L’autore della veduta è “S. Spagnoli”.

Mussolini: suo figlio e la sua ex amante morti in manicomio



Poco nota al grande pubblico – fino all’uscita del film Vincere di Bellocchio – fu la vicenda del legame sentimentale tra Mussolini e una delle tante donne della sua vita, ossia Ida Dàlser.

Giordano Guerri rimproverò aspramente, in un articolo del 2009, al regista quanto segue:

È un falso grave […] una delle scene centrali di Vincere, quando Mussolini e la Dalser vengono fatti sposare (addirittura in chiesa), durante la Prima guerra mondiale. 

Nei film di costume, di falsi molto più gravi di quello lamentato da Guerri se ne possono contare a migliaia, e tuttavia gli storici non pare se ne preoccupino. E anche per quanto riguarda i documentari televisivi l’elenco potrebbe essere molto lungo (le stronzate imprecisioni che racconta Bisiach, per esempio, potrei citarle a memoria). Tuttavia la cosa ha poca importanza e non cambia in nulla il giudizio storico sul dittatore, e assai poco anche il giudizio su Mussolini in rapporto alla vicenda Dàlser.

Scrive ancora Guerri:

Come si vede, ce n’è abbastanza perché Mussolini non ne esca affatto bene, e non occorreva che Bellocchio calcasse la mano.