Marx spiega la forma politico-economica dell’estorsione del lavoro non pagato nel modo seguente: con il passaggio dalla società feudale a quella capitalista, il lavoratore diventa libero in un duplice senso: in primo luogo legalmente (come cittadino) e in secondo luogo, viene liberato da tutti i suoi precedenti mezzi di sussistenza economici (terra, attrezzi, sementi, ecc.).
La libertà legalmente garantita all’individuo dallo Stato e il suo libero arbitrio sono la condizione indispensabile affinché l’altrettanto garantita mancanza di proprietà del lavoratore possa dispiegare appieno il suo effetto estorsivo.
Secondo l’ordine della proprietà borghese, al cittadino comune non resta che la vendita della propria forza-lavoro. Proprio perché non possiede nient’altro, questo suo unico mezzo di sussistenza può e deve usarlo nella sua libertà.
La firma sul contratto di lavoro, sia del lavoratore che del padrone, rimane dunque la libera decisione di due persone legalmente e formalmente uguali. Il salario pattuito dà l’illusione di pagare tutto il lavoro svolto, in realtà retribuisce solo una parte della giornata lavorativa.
Le merci in tal modo prodotte dall’operaio contengono una quota decisiva di lavoro non pagato. Incorporano questo valore invisibile, che si traduce in puro profitto per il capitalista nel momento in cui la merce viene venduta sul mercato.
L’espropriazione del lavoratore non avviene tramite la forza fisica o la rapina, ma si realizza proprio attraverso il rispetto formale della legge e delle regole del mercato. Se il lavoratore tenta di riappropriarsi del lavoro non pagato, l’intero apparato statale e giuridico interviene per qualificare questa azione come furto o violenza, poiché la legge borghese riconosce la proprietà privata come l’unico diritto supremo e intoccabile.
Il tentativo dei lavoratori di riprendersi il controllo della produzione e dei beni prodotti viene marchiato come reato contro il patrimonio e violazione dell’ordine pubblico. Pertanto, quando i lavoratori scioperano, occupano le fabbriche, contestano la proprietà dei mezzi di produzione o si riprendono i beni da loro prodotti, lo Stato borghese abbandona la finzione del contratto pacifico e volontario e mostra il suo vero volto: un organo di oppressione di una classe sull’altra.
Le forze dell’ordine borghese e i tribunali intervengono per ristabilire con la forza e la repressione la legalità capitalistica, dimostrando che l’estorsione del lavoro altrui è difesa dall’apparato militare e giudiziario dello Stato.
La libertà del lavoratore nel capitalismo è una pura illusione giuridica, una finzione formale che serve a mascherare e a rendere più efficiente il suo sfruttamento rispetto alle società del passato.
La libertà del lavoratore si riduce così alla sola libertà di scegliere da quale capitalista farsi sfruttare per non morire di fame. Inoltre, se il lavoratore non è più necessario per produrre ricchezza, può morire o vivere di carità in modo completamente privato e volontario, mantenendo la propria libera volontà.
La libertà borghese diventa importante proprio perché in suo nome ci si impoverisce, con o senza lavoro, e si muore per essa in tempo di guerra.
Questa scissione tra formale eguaglianza politica e reale diseguaglianza economica è la dimostrazione che la democrazia liberale e parlamentare non è il “governo del popolo”, ma una maschera politica che nasconde, nella sostanza, la dittatura della borghesia sul resto della società.
La dinamica generazionale rispecchia la continuità del conflitto di classe: la ricchezza accumulata dalla borghesia non è solo il furto del lavoro non pagato degli operai di oggi, ma rappresenta l’accumulazione storica di generazioni di plusvalore estorto.
Marx definisce il capitale come “lavoro morto”, ovvero lavoro passato che è stato oggettivato nelle merci, nelle fabbriche, nelle infrastrutture e nelle grandi fortune finanziarie.
Questo lavoro morto, sottratto ai padri e alle madri della classe operaia, viene tramandato di generazione in generazione all’interno della classe capitalistica attraverso le leggi sull’eredità. Di conseguenza, i figli dei lavoratori nascono nella stessa identica condizione di partenza dei loro genitori: privi di mezzi di produzione e costretti a vendere la propria forza-lavoro. L’ingiustizia economica si perpetua così su base generazionale.
La riappropriazione non è un atto di giustizia privata, ma un atto politico complessivo: di rivoluzione sociale.
Si tende a pensare che il capitalismo ci abbia dato “troppa libertà”, e che quindi dovremmo trovare nuovi margini, nuovi limiti, ad esempio nel rispetto dell’altro o nella responsabilità. Lo pensano i conservatori ma anche tanta sinistra. Invece secondo me mettere il desiderio al centro della riflessione permette di leggere il capitalismo come un sistema in cui nessuno è veramente libero: l’imposizione a guadagnare, accumulare, proteggere quanto si è accumulato è quanto di più limitante possa esserci, è esattamente la morte del desiderio. Pensiamo a un rapporto erotico/sentimentale basato su questa dinamica: farsi in quattro per elemosinare attenzioni, e poi diventare paranoici e possessivi verso la libertà dell’altro – è un rapporto da incubo, una distopia! Secondo me riflettere sul desiderio è il primo passo per accorgersi di quanto il capitalismo limita la nostra libertà d’azione, le nostre potenzialità, è un modo per “disinnamorarsene”, diciamo, e per smettere di credere che non ci sia alternativa.
RispondiEliminaElisa Cuter
In che cosa consiste il desiderio? In Elisa, visto che scrive libri, il desiderio potrebbe sostanziarsi nello scopo concreto di scrivere un libro e nel conseguimento positivo di tale scopo, il successo, vale a dire la vendita di quel libro. Una volta raggiunto l’obiettivo e appagato il desiderio, nasce un nuovo desiderio. Pertanto, lo iato tra desiderio e la sua soddisfazione non nasce specificatamente nel modo di produzione capitalistico, per quanto la “morte del desiderio”, la distorsione del godimento (soddisfacimento del desiderio), abbia sicuramente a che fare anche nell’aver accettato la lingua e le leggi del modo di produzione capitalistico.
EliminaCentrale nel modo di produzione borghese è invece la categoria del bisogno, inteso nel fatto che l’operaio deve vendersi come forza-lavoro per procurarsi i mezzi della propria sopravvivenza. Nello scambio tra la sua forza-lavoro e il salario, l’operaio decade esso stesso a merce, il suo lavoro diventa soltanto un mezzo per soddisfare bisogni estranei, laddove l'interesse del capitalista vale come la ragione suprema.
L'alienazione dell'operaio nel suo prodotto significa non solo che il suo lavoro diventa un oggetto, qualcosa che esiste all'esterno, ma che esso esiste fuori di lui, indipendente da lui; significa che la vita che egli ha dato all'oggetto, gli si contrappone ostile ed estranea.
Il colmo di questo asservimento all’oggetto si ha quando egli si può mantenere come soggetto fisico soltanto in quanto è operaio ed è operaio soltanto in quanto è soggetto fisico.
E c'è un moltiplicatore che Marx non aveva previsto: se la riappropriazione avviene da una vetrina, poniamo, di Luis Vuitton, e la borsa riappropriata viene venduta in internet, si ha non solo il recupero del plusvalore sottratto, ma anche un extraprofitto (diciamo 10 volte il plusvalore) dovuto squisitamente al mercato. Senza contare, a voler essere pignoli, che viene riappropriata anche la quota di lavoro pagato. Se poi la merce riappropriata fosse prodotta -che so- in Cina, o in Vietnam, potremmo trovarci di fronte a una rappropriazione anche più ghiotta (magari 100 volte il plusvalore) e quindi a una rivoluzione sociale anche più spinta.
RispondiEliminaResta il potenziale conflitto fra il giovane vietnamita che lavora e il giovane che fa la rivoluzione a Parigi e ne vende i frutti su Vinted. Gli sfruttatori nascono come funghi.
È vero, Marx ha previsto tutto, ma non aveva previsto il tuo ... ragionamento.
EliminaIl giovane vietnamita potrebbe giungere alla conclusione che è più conveniente per lui occupare la fabbrica di borse e venderle lui stesso per un decimo del prezzo europeo; guadagnerebbe sicuramente di più.
RispondiEliminaPietro
Si tratterebbe, da parte del giovane vietnamita, di un'operazione imprenditoriale, che lo trasformerebbe in capitalista, anche perché, una volta accaparratosi la licenza da parte di Vuitton, qualche altro giovine vietcong da sfruttare lo troverebbe di sicuro.
EliminaOps, mi è scappata una parola che qualifica la mia età: tu sicuramente sei più giovane, altrimenti discorsi così sul Vietnam ti risulterebbero faticosi.
Avrei dovuto scrivere al plurale, evocavo un'occupazione collettiva: e certo, continuerebbero ad operare in un sistema capitalista.
RispondiEliminaSono abbastanza vecchio per sapere chi sono i vietcong, nazionalisti non certo comunisti, ma il riferimento al Vietnam non è essenziale, potrebbe essere qualsiasi posto.
Pietro