giovedì 10 settembre 2026

La repubblica oligarchica

 

Mentre i media italiani danno spazio al presunto attentato all’aereo di Zelensky, i principali giornali internazionali, come Le Monde, El Pais o il New York Times, si occupano di cose più serie (nelle loro edizioni on-line semplicemente la “notizia” non compare, mentre la Frankfurter Allgemeine Zeitung riporta in un trafiletto: «Kiev: Il rischio per Zelenskyy nell’incidente in Moldavia è “esagerato”»).

Nel post di ieri scrivevo: «Il New York Times ha pubblicato nel fine settimana scorso una lunga inchiesta che descrive dettagliatamente come la corruzione nel settore degli armamenti abbia causato all’Ucraina perdite per miliardi di dollari e gravi svantaggi militari». Oggi, lo stesso giornale newyorkese scrive:

«L’Unione Europea, uno dei principali sostenitori del Paese, aveva finalizzato all’inizio dell’anno un prestito di oltre 100 miliardi di dollari a suo favore. Tuttavia, l’Ucraina si trovava ora ad affrontare un deficit di bilancio per la difesa inaspettatamente elevato, come riferito dal presidente Volodymyr Zelensky agli alleati: per arrivare alla fine dell’anno, avrebbe avuto bisogno di ulteriori 27 miliardi di dollari.

«La richiesta dell’Ucraina ha sorpreso e turbato molti funzionari in tutta Europa, proprio mentre Kiev sta affrontando una delle fasi più critiche dal 2022. [...] Ora, i funzionari europei stanno cercando freneticamente di capire l’origine del deficit, la sua esatta entità e se – o come – inviare ulteriori fondi quest’anno. Kiev sta inoltre chiedendo a Gran Bretagna, Canada e Giappone di contribuire a colmare la lacuna. Questa richiesta inattesa rischia di complicare i rapporti dell’Ucraina con gli alleati proprio nel momento in cui ha più bisogno del loro sostegno».

Nel mio post di ieri, concludevo: «A Zelensky e ai suoi compari basta aprire bocca e dire che servono altre decine di miliardi di euro, e dopo due riunioni con i banditi dell’UE li ottengono. Chi ha il potere effettivo di controllare come vengono spesi?». Nessuno ha il potere effettivo di controllare in quali tasche finiscono quei soldi. Nella repubblica oligarchica ucraina in qualunque settore, non solo quello della guerra, la corruzione è endemica e sistemica.

E dire che più di sette anni or sono, l’attore televisivo Volodymyr Zelensky, candidato alle elezioni presidenziali, promise “un cambio d’era”. Dopo decenni di politica nazionale dominata da interessi oligarchici, beneficiò dell’immagine di un candidato nato per caso e dai principi saldi, venuto alla ribalta in quel ruolo incarnato nella fortunata serie televisiva “Servitore del popolo”.

A metà novembre scorso, l’Ufficio nazionale anticorruzione rivelava l’esistenza di un sistema di tangenti ai danni dei subappaltatori di Energoatom, l’operatore statale del settore dell’energia nucleare civile. Il sistema, che coinvolgeva somme stimate in oltre 100 milioni di dollari, ha contribuito a indebolire la rete di generazione elettrica. E ciò accadeva in un paese in guerra! Alcuni dei più stretti collaboratori di Zelensky ne erano coinvolti. Che cosa ne sapeva il presidente della repubblica oligarchica?

Poi, la vicenda relativa alla villa di lusso destinata a “Vova”, il soprannome di Volodymyr. Anche questa sconvolse l’opinione pubblica perché evoca un’immagine semplice e brutale: mentre i soldati muoiono al fronte, mentre le famiglie vivono sotto i bombardamenti, mentre lo Stato esige sacrifici da tutta la società, si parla di residenze di lusso negli ambienti del potere statale.

Va da sé che uno scandalo politico non risiede solo nelle prove legali, qualche volta neppure in Italia. Che la guerra, lungi dall’aver sospeso i vecchi riflessi oligarchici e predatori dell’Ucraina, abbia invece offerto nuove occasioni di arricchimento a certe reti vicine al potere, non è solo un’ipotesi. Oltre al sistema amministrativo, sanitario, pensionistico e ovviamente bellico, gli Stati Uniti, ma soprattutto la UE, con i soldi dei propri contribuenti mantengono finanziariamente in piedi un intero paese e il suo vasto sistema corruttivo.

Scriveva nel maggio scorso Giuseppe Gagliano, Presidente del Centro Studi Strategici Carlo De Cristoforis: «Come possono giustificare il continuo e massiccio sostegno pubblico se lo Stato ucraino appare incapace di controllare i propri sistemi finanziari? Come possono difendere l’aumento degli aiuti se l’immagine del governo di Kiev si sta sgretolando? Come possono accelerare l’integrazione europea di un Paese le cui istituzioni anticorruzione stanno portando alla luce scandali ai massimi livelli del suo apparato politico ed economico?». Domande rimaste senza risposta.

mercoledì 9 settembre 2026

L’occasione crea i ladri ed essi creano l’occasione

 

L’Ucraina si dimostra una terra di possibilità illimitate quando si tratta di creatività criminale. Gli stretti collaboratori di Zelensky, presidente a vita, e gli alti funzionari statali accusati di corruzione ormai non si contano più. Da ultimo, il procuratore generale Ruslan Kravchenko ha rassegnato le dimissioni ieri mattina. La sua decisione è giunta in seguito alle recenti perquisizioni effettuate dall’Ufficio nazionale anticorruzione (NABU) e dalla Procura speciale (SAP) presso gli uffici della procura e le residenze private dei sospettati.

C’è da valutare una dimensione politica, poiché Kravchenko è considerato uno stretto collaboratore del presidente Zelensky. In particolare, durante il suo mandato, ha regolarmente bloccato i tentativi delle autorità anticorruzione di incriminare i parlamentari presumibilmente corrotti e di revocarne l’immunità.

Già questo, che un procuratore generale sia sospettato di corruzione, non è un fatto comune, nemmeno in Ucraina. Ma più eclatante ancora è la notizia sui fatti di cui è accusato. Kravchenko e i suoi collaboratori sono accusati di aver sfruttato le proprie posizioni per estorcere tra i 20 e i 24 milioni di dollari a call center illegali gestiti da truffatori finanziari.

Secondo gli stessi media ucraini, nel paese esistono circa 2.000 call center fraudolenti di questo tipo; circa la metà di essi paga regolarmente tangenti per evitare i controlli. Già questo offre un quadro allarmante della situazione istituzionale e sociale ucraina, ma i dettagli sono ancora più incredibili. Si presume che i procuratori abbiano utilizzato circa un terzo di questa somma per sé stessi e per i membri della loro agenzia che li proteggeva; la maggior parte sarebbe stata destinata ai servizi di sicurezza interni, l’SBU.

Un esempio: il capo dipartimento presso la Procura Generale, poco dopo aver assunto l’incarico nel 2020, è entrato in possesso di una somma di denaro che ha spinto i suoi genitori, ormai in età pensionabile, a creare società fittizie per “riciclare” i proventi del pizzo e investirli poi in immobili in Ucraina e all’estero.

Poniamo che fatti come questi, di un così largo coinvolgimento della magistratura, dei servizi segreti e di funzionari statali di livello apicale in un’associazione criminale di tal genere accadessero in un qualsiasi Paese dell’Europa occidentale, quali sarebbero i giudizi e le considerazioni da trarre? Inviereste il vostro denaro (voglio dire quello dei contribuenti) a sostegno di uno Stato del genere?

Il New York Times ha pubblicato nel fine settimana scorso una lunga inchiesta che descrive dettagliatamente come la corruzione nel settore degli armamenti abbia causato all’Ucraina perdite per miliardi di dollari e gravi svantaggi militari. Il report afferma che i contratti per la fornitura di armi sono stati assegnati ad aziende che hanno consegnato attrezzature tecnicamente difettose o non hanno rispettato gli accordi precedenti. Le perdite nel solo 2024 sono stimate in 1,2 miliardi di dollari.

Di recente, Iryna Mudra, capo dell’ufficio legale della Cancelleria Presidenziale, è stata arrestata, accusata di aver organizzato, su ordine diretto di Zelenskyy, il riciclaggio di denaro sporco appartenente a imprenditori e di averlo poi utilizzato per pagare la cauzione dell’ex ministro della Giustizia e dell’Energia, German Galushchenko, che a sua volta, è stato costretto a dimettersi dopo essere stato accusato di appropriazione indebita di oltre 100 milioni di dollari.

Quasi contemporaneamente, Olga Stefanishina, ambasciatrice ucraina a Washington per lungo tempo ed ex Ministro per l’Integrazione Europea, si è dimessa perché non aveva dichiarato la proprietà di diversi appartamenti nella sua dichiarazione patrimoniale e non aveva fornito alcuna informazione su come avesse ottenuto i fondi per acquistarli.

Questo stato di cose non ha nulla a che vedere con la guerra in corso. La natura parassitaria della borghesia e dell’apparato statale ucraini è nota da prima. La guerra in corso ha creato solo una nuova occasione d’oro per i ladri di Stato. E l’appetito che cresce in proporzione alla distruzione delle ricchezze rimanenti da parte della guerra. Cos’altro si può ricavare, se non da schemi fraudolenti come truffe finanziarie telefoniche o appropriazione indebita di fondi di aiuto occidentali, purché questi affluiscano praticamente senza limiti?

Ognuno fa la sua parte; l’estorsore del dipartimento di cybersicurezza della Procura Generale non è né migliore né peggiore di un ministro della Difesa che ordina razioni alimentari a un prezzo tre volte superiore a quello di mercato. La corruzione in Ucraina è sistemica e radicata. La citata Iryna Mudra, aveva ragione quando, in un dibattito registrato, affermò che la corruzione non va combattuta, ma incanalata in percorsi ordinati!

A Zelensky e ai suoi compari basta aprire bocca e dire che servono altre decine di miliardi di euro, e dopo due riunioni con i banditi dell’UE li ottengono. Chi ha il potere effettivo di controllare come vengono spesi? Certo, si sta producendo pane tra Leopoli e Kharkiv e si stanno assemblando droni militari. Ma produrre pane è essenziale per la sopravvivenza, e tutto il resto avviene a spese di qualcun altro.

L’evasore fiscale italiano, francese o tedesco, trova in questo un ottimo pretesto. E chi non può evadere?

martedì 8 settembre 2026

Nuove evidenze strumentali dell'esistenza di Dio

 

Alle 15:22 e 39 secondi del 16 giugno 2023, a più di un chilometro e mezzo di profondità sotto le Black Hills del South Dakota, negli Stati Uniti, si è generato un improvviso lampo di luce. Il segnale anomalo è a un livello di 2,6 sigma, mentre la fisica richiede 5 sigma per certificare una scoperta ufficiale.

La notizia è emersa a fine agosto 2026 perché i fisici del detector LZ (Lux-Zeplin) hanno ripescato e isolato un evento anomalo nei dati raccolti in 220 giorni di misurazioni sotterranee.

Che cosa stanno cercando? Rinculi nucleari della materia oscura, ossia prove dell’esistenza della materia oscura, finora solo ipotizzata, utilizzando il rivelatore Lux-Zeplin. 5,7 tonnellate dell’elemento chimico xeno in forma liquida sono state collocate in un grande contenitore cilindrico, che funge da rivelatore, per rilevare la collisione della materia oscura con atomi di xeno. In questo caso, le particelle si disperderebbero, dando luogo a piccoli lampi di luce osservabili.

Uno studio pubblicato sulla rivista Physical Review Letters descrive l’interazione rilevata tra un atomo di xeno e un’altra particella, che si ritiene essere una WIMP (particella di materia bianca). Le particelle massive debolmente interagenti (WIMP) rimangono un candidato altamente motivato per la materia oscura, ma di candidati a tale ruolo ne esistono parecchi. Alcuni semplicemente inventati, come per esempio l’assione.

Altri candidati sono teoricamente più concreti (viviamo un’epoca di ossimori), per esempio quelli con masse inferiori a 9 GeV=c2 (neutrini solari – del boro-8 – ad alta energia che subiscono scattering elastico coerente neutrino-nucleo: CEνNS) si dice siano ben motivati. I calcoli teorici sull’universo primordiale indicano che una particella con la massa di una WIMP e con interazioni deboli verrebbe prodotta spontaneamente nella quantità esatta necessaria a spiegare la materia oscura che osserviamo oggi.

In concreto: la materia visibile che conosciamo costituisce solo circa il 5% di tutta la materia presente nell’universo. Il resto è costituito dalla presunta materia oscura (e dall’energia oscura, leggi più avanti), che non emette né riflette luce ed è quindi invisibile. La sua esistenza deve essere ipotizzata, poiché senza di essa la maggior parte degli effetti gravitazionali nell’universo non potrebbe essere spiegata (è ciò che si ritiene). Si ritiene che interagisca con la materia ordinaria solo in casi estremamente rari. Tuttavia, i ricercatori stanno cercando di rilevare questa interazione sporadica al fine di trovare una prova dell’esistenza della materia oscura.

Insomma, i fisici teorici non si fanno mancare nulla, soprattutto i fondi per le loro complesse e costosissime ricerche. Sempre meglio – molto meglio – che buttare soldi in armi. Sanno che la materia oscura esiste (come un prete giura sull’esistenza di Dio), e che è la componente di massa preponderante del cosmo (come la presenza di Dio, d’altronde), ma non sanno come identificarla (e dunque la cercano, come un credente cerca il suo Dio).

P.S. : si suppone che esista una quantità di materia oscura quasi sei volte maggiore rispetto a quella ordinaria (5,5). Sembra una grande quantità, ma, essendo la materia ordinaria (detta luminosa o barionica) solo il 5% del totale, la materia oscura sarebbe soltanto il 27%. E il restante 68% circa dove si dovrebbe trovare? Nessuno lo sa, anche se la comunità dei cosmologi è orientata verso l’ipotesi dell’energia oscura, considerata responsabile dell’accelerazione della velocità di allontanamento delle galassie (stranezza della quale si sono ormai persuasi, redshift cosmologico alla mano). Quanto lontano hanno guardato gli osservatori che hanno rilevato l’accelerazione della velocità di allontanamento delle galassie? Se hanno guardato molto indietro nel tempo, non ci si dovrebbe stupire che abbiano individuato un’accelerazione invece di un rallentamento. L’accelerazione non sarebbe altro che una conseguenza dei successivi collassi (a cominciare da quelli che riguardano le gigantesche nubi di gas d’idrogeno che hanno probabilmente originato i superammassi), molto frequenti diversi miliardi di anni fa.

E se invece il contributo alla materia oscura mancante non venisse da una misteriosa energia oscura, ma semmai dall’energia potenziale gravitazionale della materia oscura degenerata, in successivi collassi (come piccoli big bang hanno prodotto molteplici spinte repulsive), nella forma di massima densità della materia? Com’è noto, ogni galassia ha al suo centro il suo “buco nero”, il quale altro non è che la massa oscura tanto cercata, residuo di un collasso che ha prodotto in quella forma la massima densità della materia.

Un unico big bang (posto che l’origine dell’universo sia data da una singolarità) non poteva garantire una energia repulsiva sufficiente a far espandere la materia cosmica per quasi dieci miliardi di anni (si suppone l’accelerazione sia cominciata circa 5mld or sono), se consideriamo l’azione frenante della gravitazione. Ci volevano, di conseguenza, ulteriori spinte, che solo collassi gravitazionali di grandi dimensioni potevano produrre. E a questi collassi è attribuibile anche la formazione di enormi masse di materia degenerata alla massima densità: la materia oscura.

lunedì 7 settembre 2026

Apparenti paradossi

 

La stampa polacca sta riflettendo sulla vittoria elettorale dell’AfD in Sassonia-Anhalt, ma convenientemente dimentica quanto la Polonia stessa sia da decenni orientata a destra. Quando pensi di essere più a destra di tutti, c’è sempre qualcuno che ti scavalca (Vannacci dixit).

Rinfreschiamo la memoria: nel 1998, l’Unione Popolare Tedesca (DVU, Deutsche Volksunion), anche più nazista dell’AfD, fondata da Gerhard Frey (la cui ascesa editoriale meriterebbe essere raccontata in dettaglio, ma da non confondere con la figura di un omonimo matematico), entrò nel parlamento federale della Germania con quasi il 13% dei voti.

Il neofascismo non è certo una novità in Germania (e nemmeno in Italia). Faceva già parte del panorama politico della vecchia Repubblica Federale. Basta leggere i puntuali editoriali di Ulrike Meinhof su Konkret (1959-1969), quando la giornalista era una specie di Giorgio Bocca tedesco.

Un anno dopo, il governo federale, una coalizione tra SPD e Verdi, partecipò alla guerra di aggressione contro la Jugoslavia con i bombardieri tedeschi, e quegli stessi “antifascisti” rimasero in silenzio. Ancora oggi, la guerra non è considerata di destra.

L’AfD, il cui co-presidente si era unito alla richiesta di una spesa militare del 5% ancor prima di Friedrich Merz, ha sfruttato il sentimento pacifista e ha vinto. La demagogia è il loro mestiere, e l’esperto Elon Musk si congratula giustamente con loro per la vittoria elettorale.

L’AfD è sostanzialmente la CDU/CSU degli anni ‘60 e ‘70, ovvero principalmente anticomunista. Uno degli slogan della campagna elettorale era: “Chi vota per la CDU si ritrova con i comunisti”.

Non esiste nessun altro partito più accondiscendente nei confronti dello Stato fascista di Germania della Linke, e che approvi senza riserve ogni decisione in cambio di incarichi ministeriali e stipendi parlamentari.

Chi finge di essere socialmente impegnato per i “diritti” mentre è costantemente complice degli attacchi antisociali, i fascisti finisce per ritrovarseli addosso in casa propria. Vedrete, così come in Italia, anche in Germania riusciranno a trasformare la merda in caramelle.

Germania, ancora una volta non cambierà nulla


In Sassonia-Anhalt (ex DDR), Alternative für Deutschland ha più che raddoppiato i propri voti rispetto al 2021. Ha votato poco più di 1,7 milioni gli elettori, una percentuale dell’80 per cento. Il partito al governo ha più che dimezzato la sua quota di voti, ottenendo solo circa il 17,5%. I socialdemocratici sono al 9,2 per cento. La Linke all’8,6%, i Verdi 8,9%, il partito di Sahra Wagenknecht supera lo sbarramento del 5% per un soffio; FDP (Freie Demokratische Partei), il Partito Liberale Democratico, con il 2,5% resta fuori dal parlamento regionale.

Secondo le analisi elettorali, l’AfD prende voti in tutte le fasce d’età, conquistando la maggioranza assoluta dei voti tra gli elettori di età compresa tra i 35 e i 59 anni. Perché i tedeschi dell’Est sono così insoddisfatti? Non sono mai stati così bene. Chi si pone una domanda/risposta del genere ignora ciò che la maggior parte dei tedeschi dell’Est già sapeva nel 1990, quando Helmut Kohl annunciò la prosperità: dove non c’è industria, crescono erba e cespugli.

Secondo l’Istituto di ricerca economica di Halle, più di cinque milioni di persone sono emigrate. Un calo demografico simile non si vedeva dalla Guerra dei Trent’anni (1618-1648). Nelle zone scarsamente popolate tra il Mar Baltico e i Monti Metalliferi, poche auto circolano sulle nuove autostrade e tangenziali. L’emigrazione è ormai un fenomeno europeo nelle regioni periferiche, ovunque un motore del successo elettorale dei partiti di destra.

Ma allora perché anche gli elettori della Germania Ovest hanno votato per l’AfD alle elezioni federali del 2025? Dei 10,3 milioni di tedeschi che hanno votato per l’AfD, oltre 7 milioni sono quelli occidentali. Evidentemente le differenze tra le due parti del paese non bastano a spiegare il perché l’AfD è da tempo diventato un fenomeno pantedesco.

Agli elettori poco importa che l’AfD sia dominata da professori benestanti, sia divisa sulla politica pensionistica e abbia poco da offrire in termini di riforma del sistema sanitario, che il suo programma non è pensato per la gente comune. È dunque un voto di protesta? Sicuramente, ma non solo.

La Germania sta attraversando forse la sua trasformazione più profonda dalla riunificazione. Non riesce ad uscire dalla sua crisi e subisce sempre più la concorrenza cinese. Nei periodi di crisi, la fiducia in chi detiene il potere diminuisce fino a crollare. Per la prima volta da decenni, le persone stanno vivendo crisi fondamentali, non solo per motivi economici. Inoltre, non solo in Germania, chi è al potere ripete ostinatamente che cambiamenti radicali sono impossibili perché l’Unione Europea non lo permette.

Che ci sia bisogno di un cambio di rotta radicale, in Germania così come nel resto d’Europa, è evidente. Non essendo disponibile un’alternativa credibile, dal lato elettorale c’è rottura consapevole con il sistema e i partiti tradizionali. Gli elettori dicono basta, non vogliono più giocare a questo gioco. Basta con la UE, basta con l’immigrazione, basta licenziamenti e sottoccupazione, basta con la guerra contro la Russia e i miliardi ai corrotti dell’Ucraina, basta con il riarmo e tagli alla spesa sociale.

Quando i partiti di estrema destra arrivano al potere, dimostrano anch’essi la loro impotenza. Il fatto è che poi quel potere non lo vogliono più lasciare. Al grande capitale sta bene così, lo si vede negli Usa, dove ai “democratici” in fondo Trump non dispiace finché se la prende con gli immigrati e l’Europa. 

domenica 6 settembre 2026

Lo “zuppone” domenicale

 

Uno degli sketch comici più esilaranti del cinema italiano (del tempo che fu, poiché oggi non esiste più nulla) è quello del duo Tognazzi-Gassmann nel film ad episodi I nuovi mostri. L’episodio s’intitola Hostaria, con l’acca, che fa tanto antico e rustico nei nomi delle trattorie. Tognazzi e Gassmann impersonano rispettivamente un cuoco e un cameriere. Il locale è una tipica bettola “scoperta” da una comitiva di personaggi decisamente “in”.

Vado a memoria: della comitiva fanno parte l’immancabile “architetto”, che fa da cicerone e guida gli altri; il giornalista che ne decanterà le gioie culinarie a Montanelli, una vecchia troia altolocata e via di seguito. Il gruppo ordina piatti tipici e “veraci”, tra cui lo “zuppone alla porcara” e il vino della casa.

Mentre i clienti al tavolo decantano la bontà dello “zuppone alla porcara”, il cuoco e il cameriere litigano furiosamente in cucina per gelosia e vecchi rancori. La lite degenera in una zuffa violenta dove volano insulti, sputi e avanzi di cibo di ogni tipo, finendo per “insaporire” proprio il minestrone in cottura.

L’episodio è da vedere e non da raccontare. Ad ogni modo, mi ritorna in mente puntualmente ogni domenica leggendo le recensioni enogastronomiche di Luca Cesari e di Davide Paolini su Il Sole 24ore. Un tempo vi scriveva anche Camilla Baresani, che poteva vantare di essere amica dell’allora responsabile dell’inserto domenicale.

Mai una critica del ristorante dove hanno mangiato cose, a dir poco, “miracolose”. Più che uno stomaco scafato, ci vuole davvero un gran culo per non incappare in un ristorante o trattoria dove il pesce non sia surgelato o di allevamento (e non solo durante il fermo-pesca); quindi carni da discount e ortaggi in busta, quindi dessert conservati a -18° C. per mesi.

Scrive oggi Cesari: «E solo con il miracolo economico, spezzata la memoria della fame, che quella miseria viene riverniciata a “cucina della nonna” e il piatto tipico diventa il perno attorno a cui costruire identità, bilanci e carriere amministrative: un caso da manuale dell’invenzione della tradizione descritta da Eric Hobsbawm, osservata qui in corpore vili tra i capannoni delle feste.»

Sta parlando di Danilo Gasparini, autore del libretto Dal bianchetto alla sagra. Mangiare e bere nelle Venezie tra medioevo ed età contemporanea. A proposito di ristorazione in età contemporanea, racconto quanto segue: la recensione di Cesari l’ho letta subito dopo aver terminato lo spoglio delle recensioni relative a: “dove mangiare a Sant’Erasmo di Venezia”.

Nell’isola di ristoranti ve ne sono davvero pochi, a ragione (e per fortuna) che gli itinerari turistici canonici portano le greggi in luoghi celebrati, più comodi e molto cari della Laguna. Per non farla lunga, preannuncio che, tra qualche giorno, mio malgrado, mangeremo sì a Sant’Erasmo, ma sarà una frugale colazione al sacco. Non per avarizia e nemmeno per parsimonia. Qui sotto il grafico relativo alle recensioni del locale più noto dell’isola. In tal senso, gli altri due gli fanno leale concorrenza.

Il 44,9 per cento delle recensioni viaggia tra “scarso” (15,2%) e “terribile” (29,7). Anche prendendo le recensioni più sfavorevoli con beneficio d’inventario (può sempre esserci chi si duole che il bicchiere per il vino non era quello giusto), è difficile, leggendole, non farsi un’idea ancor più “terribile”. Il 14,4 per cento, invece, ha votato per “eccellente”. Si tratta di architetti e giornalisti.

sabato 5 settembre 2026

Volubili e volatili siete "voi"

 

Non è difficile concordare con questa analisi, profonda e superficiale ad un tempo, e ovviamente con la sua conclusione.

Sennonché il collega blogger Massimo Mantellini parla dei cosiddetti flussi elettorali, dunque di chi al seggio ci va. Non s’interroga su chi invece non vota, ossia tra il 40 e il 50 per cento dell’elettorato. La chiamano “astensione”, un termine neutro che non vuol dire nulla, salvo il fatto che sono elettori che non votano. Se solo il 20% degli astenuti decidessero di votare, l’esito del voto potrebbe essere completamente diverso.

Ma chi ha davvero interesse a prendersi cura di questa consistente massa di non votanti o almeno di una sua parte? Poniamo dei potenziali votanti di sinistra. Nessun partito o coalizione di sinistra perché ciò comporterebbe, almeno sul piano programmatico, una critica radicale del sistema sociale vigente e un programma politico conseguente.

Significherebbe, per esempio, dire della UE le cose che andrebbero dette e fino in fondo. Oppure sul riarmo e le spese folli per la “difesa”. Sul fatto che la NATO è un’organizzazione di stampo fascista che ha scopi incompatibili con la pace. Quindi sui tagli alla sanità e la sua privatizzazione. Sui profitti di petrolieri e banchieri. Sulla rinazionalizzazione dei servizi pubblici: energia, acqua, telefonia, banche, eccetera. Insomma, servirebbe quantomeno che un PD – partito per il quale vota Mantellini – fosse davvero un partito convintamente riformista e socialista. Un cambiamento che dovrebbe partire dal nome.

Mi chiedo: i vari Mantellini sarebbero d’accordo nell’abbandonare il liberismo o il liberalismo, o come cazzo vogliono chiamare questo stato di cose, e di abbracciare il socialismo? Dico il socialismo riformista, giammai – orrore – il comunismo!

venerdì 4 settembre 2026

[...]

 

L’estate sta finendo, e un anno se ne va. Così recita ossessivo il ritornello della canzone. Addio mare, dove il corpo celebrava la gioia di una diluizione. Potremmo anche non rivederci mai più, o invece ancora per quanto? È sufficiente che alle cinque del mattino sia ancora buio e vengono a bussare dei pensierini per nulla gentili.

Il desiderio tutto umano di dare un senso alla vita (e alla morte) e il caos indifferente del cosmo. L’esistenza alienata percepita come una prigione da cui non c’è via d’uscita. Dunque, la condizione di disperazione. Che prescinde dalle particolari contingenze storiche e sociali. Pertanto non imputabile solamente alle condizioni della nostra epoca. Almeno così sembra a un esame superficiale e troppo soggettivo.

Non appena s’intravede la luce dell’alba e ricominciano i rumori e le voci sulla strada, il quadro cambia: è così che gli uomini vivono, si riproducono, fuggono, si dilaniano a vicenda e muoiono. Si ricomincia: struggle for existence.

Ma davvero la nostra vita è una semplice lotta per l’esistenza? Oppure noi umani facciamo sì parte della natura, ma non siamo solo natura? Siamo fatti soprattutto di storia e società. Nel bene e nel male, senza di noi la natura non avrebbe prodotto gran parte di ciò che ci circonda, di ciò che siamo. La nostra lotta quotidiana non gravita più soltanto attorno ai puri mezzi di sussistenza, ma attorno ai beni voluttuari e a ciò che consente il nostro sviluppo. Non solo piramidi e cattedrali gotiche, non solo vaccini e antibiotici, ma anche servitù e armi nucleari.

Già in questo diventano totalmente inapplicabili le categorie derivanti dal regno animale. La condizione umana non dipende semplicemente da qualcosa di naturale o d’astratto. Intendere la concezione della storia come un susseguirsi di lotte sociali, di classe, si rivela essere una concezione più profonda e ricca di contenuto della semplice riduzione di essa a fasi della lotta per l’esistenza debolmente distinte. È giorno, lasciamo certi pensierini caduchi della notte.

giovedì 3 settembre 2026

Il fascismo con l'aria condizionata

 

È difficile non rischiare il ridicolo sostenendo che in Europa (e non solo negli Stati Uniti o in Israele) governa il fascismo. E questo prima che Alternativa per la Germania vinca le elezioni, prima che una Le Pen sieda all’Eliseo, e del resto un La Russia è solo un patetico nostalgico e Vannacci una caricatura del fascismo d’antan. Tutto vero. Del resto, io posso scrivere in questo blog ciò che voglio o quasi, a conferma della vigente ampia libertà di parola.

Beh, la penso in modo diverso. Anche se i codici del nostro tempo sono altri, non trovo parola migliore di “fascismo” per definire il totalitarismo al quale siamo sottoposti. Il totalitarismo, per esempio, che ci insegna la paura. Il totalitarismo che vuole far diventare l’Europa una potenza militare mondiale sotto la guida tedesca. Il totalitarismo degli azionisti la cui avidità di profitto può essere soddisfatta solo da una grande guerra.

Il fascismo europeo – del quale a livello politico fanno parte non solo i partiti di destra (va da sé), ma anche l’ala “riformatrice” variamente socialdemocratica e liberale – è il rappresentante dei più corposi interessi industriali e finanziari nazionali e cosmopoliti (*).

Trova il suo zoccolo duro elettorale nella borghesia benestante e in quel ceto medio, imbottito di G5 e febbrili salotti televisivi, che vive con angoscia sia le trasformazioni indotte dall’innovazione tecnologica e sia le problematiche innescate dalla massiccia immigrazione, salvo la badante per la nonna e l’ultimo i-Phone.

A queste zoccole sociali non interessa che i rendimenti obbligazionari aumentino (e dunque salgano gli interessi sul debito pubblico) a causa delle guerre e dei prestiti contratti dai governi per finanziare guerre e riarmo. Anzi, troveranno modo di esserne soddisfatti per cedole semestrali più cospicue.

Pertanto, la questione odierna del fascismo europeo non si presenta come una questione di colore politico e di orientamento ideologico (sostanzialmente piatto e uniforme), ma come la questione della dittatura di un sistema che non può più garantire la facciata della democrazia liberale. Posto che ormai non esiste da tempo una reale opposizione politica nei Paesi europei, tantomeno una prospettiva di un’insurrezione armata delle masse popolari, il potere (quello reale) che governa la UE ha deciso che può fare ciò che vuole.

E tra questo “ciò che vuole” rientra il fatto di ritenere la guerra con la Russia (o con la Cina o anche con Marte) possibile e vincente. Non appena saranno armati a sufficienza e alla Casa Bianca ci sarà un demente disposto a dar loro retta. La Russia non oserà attaccare un paese della Nato, dunque l’Europa fascista ritiene di poter portare alle estreme conseguenze le sue provocazioni contro di essa.

L’Europa reazionaria e fascista in trent’anni, nel Novecento, ha provocato due guerre mondiali. L’Europa reazionaria e fascista di oggi non si farà scrupolo di provocarne una terza. È gente naturalmente cinica, che pensa in questi termini: chi mai si sognerebbe di condannare l’umanità alla sua fine durante una serata tra gente dell’alta società?

(*) Sembra una frase retorica priva di contenuti, in realtà non lo è. Che qualche centinaio di imprenditori e tecnocrati si ritrovino a Cernobbio o alcune migliaia di essi sfilino per l’università estiva del Médef, la principale federazione padronale francese, fingendo interesse per la politica, non deve sorprendere. Fa parte del gioco sociale e mediatico.

Si pensi a dei colossi come ENI o Leonardo (partecipati dallo Stato), quindi alle grandi banche e assicurazioni (detentrici di una grossa fetta del debito pubblico); quindi si pensi ai colossi della difesa, del credito, dell’energia e del lusso in Francia, a quelli bancari, assicurativi, motoristici, delle telecomunicazioni, della chimica e tecnologia medica in Germania, solo per dire. Ebbene, questi conglomerati di potere economico e finanziario non toccherebbero palla nel gioco politico e geopolitico nazionale ed europeo?

mercoledì 2 settembre 2026

Per chi?

 

Ieri sera, verso casa in treno, riflettevo sul fatto ormai evidente che il pensiero razionale è diventato obsoleto. Non solo per quanto ho visto e ascoltato ieri, che è solo un frammento di quanto avviene ovunque.

Non volendo ora entrare nel merito (troppo lunga e complicata la faccenda), mi limito ad un esempio apparentemente marginale e però concreto: com’è possibile dire che sono “gli esseri umani” a causare la crisi climatica. Come se io ed Elon Musk, per citare un nome, fossimo sulla stessa barca. A dire queste cose, sulla comune responsabilità, sono proprio quelli che parlano in continuazione di “crescita” e simili.

È questo solo un esempio, tra i tanti, di lavoro ideologico. Ne siamo tutti coinvolti, nessuno escluso.

Ab ovo. Giovanotti che furono dei fascistoni di prim’ordine nel regime si riciclarono dal 1943 e anche molto dopo come intellettuali marxisti o comunque di sinistra. Alcuni facevano capo al Comitato per la Strategia Psicologica subordinato al Consiglio di Sicurezza Nazionale americano. I nomi li conosciamo, ed ormai è acqua passata. Sto saltando di palo in frasca? Ma no, attenzione, è proprio di quanto sta succedendo che sto parlando.

Un giorno sarà chiaro a tutti. Anche oggi, per la guerra ideologica, abbiamo gli opinionisti del Dipartimento di Stato americano che pontificano sui nostri giornali. E studiosi che attaccano il marxismo in terminologia marxista. La sostanziale difesa dell’ordine sociale occidentale in terminologia di sinistra. Scava e trovi sempre un nesso tra Stato, capitale e intelletto.

La dittatura del capitale non può più essere garantita dalla facciata della democrazia liberale, questo è un fatto assodato. Ritorno del fascismo? Non se n’è mai andato. Del resto, non è vero che il fascismo è stato sconfitto nel 1945. I regimi fascisti, e nemmeno tutti, furono sconfitti militarmente. Il fascismo cambiò solo abito. Quello più furbo indossò l’abito “democratico” e “liberale”.

Il cosiddetto Partito dei Lavoratori Tedeschi, con i suoi soli 55 membri, tenne la sua prima grande riunione alla fine di febbraio del 1920, dove Hitler coniò il nome “nazionalsocialista”. Che c’entrava Hitler con il socialismo? Da quattro anni l’Italia ha un presidente del senato e una presidente del consiglio che sono dei reduci del partito fascista di Almirante, che ha cambiato solo nome. Cambiano i nomi, i simboli e i colori, ma è la stessa merda.

La cosa non è sembrata turbare realmente nessuno o quasi. E ora si fa avanti uno come Vannacci. Troppo apertamente fascista per esibirlo in una futura coalizione di governo? Se lo crediamo, allora non abbiamo capito niente di ciò che è già avvenuto e sta per succedere in Europa e altrove. E per scongiurare tale “pericolo” dovremmo votare? 

martedì 1 settembre 2026

Settembre, andiamo

 


Niente di nuovo in Occidente.

Nello stesso periodo in cui la “sinistra” ha litigato sulle “primarie”, gli Stati Uniti hanno violato tre trattati di pace e distrutto l’Iran nove volte. Il prezzo della benzina è aumentato del 16%. Non importa.

Una vedova, a passeggio con il suo caimano per Villa Borghese, ha avvertito un odore acre. Non aveva pestato una merda. Si trattava del cadavere del PD. Dall’esame autoptico è risultato che la testa era sprovvista di cervello.

Trump sta colmando di attenzioni l’imperatore nordcoreano Kim III, motivo per cui quest’ultimo ha messo le sue forze armate in stato di massima allerta.

Lo stesso Trump ha ribattezzato la Terra “Pianeta America”. Google ha provveduto immediatamente all’aggiornamento.

La Russia sta facendo sul serio.

L’anno scorso è stato scoperto un deposito di armi in una foresta vicino a Berlino. Poiché nessuno si è presentato a recuperare le due (!) pistole, un uomo è stato arrestato in Romania. Il che dimostra, logicamente, che dietro a tutto ciò ci sono i russi.

«Perché i russi?» – chiese l’ufficiale dei servizi segreti al Ministro Federale del Panico. Lui rispose: «Beh, erano Makarova russe!» – «E allora? Abbiamo centomila pistole russe dell’esercito nordvietnamita nel deposito dei servizi segreti.» All’ufficiale dei servizi segreti fu quindi ordinato di smontare tutte quelle pistole.

Secondo Repubblica (non ridete), il cancelliere tedesco (hanno ancora il cancelliere!) si preparerebbe ad accusare Mosca per i tre famosi droni dell’aeroporto di Lipsia (ne ha trattato anche Bartezzaghi sulla Settimana enigmistica). Sennonché i tre droni esplosivi sono stati arrestati senza opporre resistenza e si rifiutano di rilasciare dichiarazioni. Uno era semplicemente abbandonato, uno avrebbe attaccato un aereo senza esplodere e il terzo svolazzava senza meta finché un autista di autobus non lo ha abbattuto con un calcio.

Un ufficiale dei servizi segreti tedeschi ha osservato che gli attacchi sembravano così amatoriali da escludere l’intervento di attori statali. L’ufficiale è stato adibito a rimontare le pistole nordvietnamite e poi a trasportarle dal seminterrato alla soffitta e viceversa.