Fino a
epoca recente, la scrittura di qualsiasi genere, sia a carattere storico,
religioso, politico, filosofico, giuridico, scientifico, la prosa e la poesia,
erano prerogativa di una ristretta minoranza, prevalentemente proveniente dalla
classe ricca e privilegiata, o da individui e gruppi che a essa facevano
riferimento.
Anche nel
mondo antico, dapprima quello egizio e poi quello greco-romano, non vi fu mai
un sistema scolastico che perseguisse l’istruzione di massa. Non si compì mai
del tutto un passaggio dall’oralità alla scrittura. Vi era un largo uso
della scrittura nel commercio e negli affari, le prime attestazioni di
un commercio librario, e tuttavia i poveracci potevano – quando erano in grado
di farlo – sconfiggere il tempo quasi solo con il graffito, l’epitaffio e la
dedica incisi su un muro e da qualche altra parte (vedi Pompei ed Ercolano).
Nella tarda
antichità il cristianesimo ebbe “nel complesso un effetto negativo
sull’analfabetismo” (*) e le cose non andarono meglio in quei secoli che indichiamo come Medioevo. Il ritardo con il quale si svilupparono
le tecniche di scrittura e di stampa lo dimostra. In una decina di secoli i
progressi furono davvero pochi, sia per quanto riguarda la grafica (introduzione
della minuscola) che per lo sviluppo degli strumenti di scrittura veri e
propri (penna d’oca in sostituzione del calamo).
Le sacre
scritture, per esempio, potevano essere lette e comprese da un numero irrisorio
di persone. L'interpretazione del messaggio divino rimaneva così nelle avide
mani di una minoranza facoltosa o di specialisti della stessa cerchia. Fuori da
questo recinto, chi si prendeva la briga di interpretare a modo suo le
scritture rischiava di finire assai male. Il caso di Martin Luther è
l’eccezione che conferma la regola. In tal caso a favorirlo vi fu uno scontro
tra poteri – una contesa politica sotto le mentite spoglie di una scissione
religiosa – in un cambio d’epoca non da poco, altrimenti avrebbero arrostito anche Martin.
Per il
popolo minuto, ossia per la stragrande maggioranza degli individui, non c'era
alternativa a questo stato di cose, dunque dovevano fidarsi, volenti o nolenti, e dovevano mostrare obbedienza alle leggi che erano scritte,
interpretate e amministrate – sia pure a ricalco del corpus giustinianeo – a
maggior gloria della santa Chiesa, del monarca e secondo gli interessi e i
capricci dei signori.
Con la
democrazia moderna le cose sono un po’ cambiate, ma non troppo. Si è stabilito
il diritto dell’individuo ad avere un proprio credo religioso (già meno il diritto a non
averne alcuno), ma sappiamo quanta ingerenza conservino le istituzioni religiose
e come i loro interessi confliggano con le libertà della persona. Si è
stabilito il diritto dei cittadini di avere ognuno una propria idea politica,
ma ben sappiamo con quali potenti strumenti i poteri costituiti condizionino
gli orientamenti politici. Eccetera.
Oggi si può
leggere e dibattere a volontà, ma quasi tutto avviene intorno a quello che è
chiamato non a caso il “pensiero unico”, ossia l’ideologia dominante. È questa una
realtà fuori discussione, non è qui il caso di entriare nel merito dei meccanismi
in cui ciò avviene normalmente e specialmente.
Anche il
pensiero economico, ossia l’ideologia ammantata di scientificità al servizio
degli interessi economici dominanti, non fa eccezione. Sono dunque anche in tal
caso degli specialisti quelli che oggi hanno il pallino della verità in mano e
la pretesa di spiegarci perché il capitalismo è in crisi. Sappiamo che non ne
azzeccano una che sia una, e tuttavia non mancano di dire la loro e i media
fanno da grancassa alle più incredibili sciocchezze.
Sull’euro
ovviamente hanno da dire la loro: è un bene o un male restare vincolati entro
la moneta unica, si può uscirne senza grave danno? Già la domanda è mal posta, perciò ogni risposta risente inevitabilmente di questa premessa sbagliata.
Furoreggia
da noi un economista, Alberto Bagnai, il quale sostiene (VIDEO) che uscire dall’euro
non comporterebbe un grave danno. Anzi, dice che chi sostiene
il contrario è un bugiardo e un delinquente addirittura. La falsificazione
avverrebbe sia sul piano storico e su quello logico.
Non si
tornerebbe più alla lira, ma al fiorino. Il motivo di questa scelta non è specificato. In
realtà si tratta di un escamotage per confondere le cose fin dalla premessa.
Chiama la cosa aulicamente: ridenominazione con riallineamento. Un fiorino avrà
“un rapporto di cambio che sarà di 1:1”, ossia alla pari con un marco.
E allora,
si chiede Bagnai, se il rapporto resta di 1:1 cosa cambia? Questo significa – riporto
testualmente parola per parola quanto dice Bagnai – “che il giorno dopo scendi
dal lattaio, e un litro di latte italiano che era a 1.20 ed è ancora a 1.20, solo che
invece di pagare in euro paghi in fiorini. Tuttavia succede una cosa: sul mercato dei cambi il
fiorino si è svalutato, cioè il marco si è rivalutato – che è una cosa che
fisiologicamente deve accadere – e allora il latte a lunga conservazione della
vacca tedesca, invece di costare 70 centesimi, magari costa un fiorino. Ecco che allora dobbiamo automaticamente riorientate i vostri consumi sul prodotto
italiano semplicemente obbedendo alle leggi del mercato, e ridate fiato alla
vostra economia”.
È quello di
Bagnai un modo di argomentare fanciullesco. Bagnai non conosce evidentemente
come si determina il valore del denaro e di conseguenza quello della moneta che
del denaro è mero rappresentante, e dunque il corso dei cambi delle monete.
Però non deve stupire che egli insegni in una università.
Non è
possibile che Bagnai non sappia, tanto per rifarsi all’esempio puerile del
latte, che le vacche da latte e da carne nelle stalle italiane provengono per
circa il 40% da allevamenti esteri. L'analisi,
completata dal prezzo del petrolio, del mais e degli alimenti zootecnici in
generale, stimola riflessioni circa la convenienza nelle esportazioni e
importazioni dei prodotti caseari; vigono dei vincoli comunitari per
quanto riguarda le quote latte, e questo è un prodotto con scarso valore
aggiunto, eccetera. Nel
2012 c’è stata già una diminuzione di latte sfuso importato dalla Germania di
ben il 22%, nonostante l’euro. Non sa che il latte dei maggiori player
internazionali costa meno – al pari di molti altri prodotti – di quello
italiano? Per rendere più competitivi sul mercato i prodotti italiani c’è soprattutto
una cosa che gli industriali italiani sanno fare: svalutare i salari comunque
denominati, ma tanto meglio se denominati con una moneta nazionale.
A questi
interessi servono i tanti Alberto Bagnai e i babbei che gli danno retta.
Il potere
di una moneta è determinato anzitutto dalla forza economica di una nazione. La
“colpa” non è dell’euro, ma dell’uso politico che ne è fatto e della debolezza finanziaria
(e di stabilità politica) dell’Italia. È mai possibile, per esempio, che non
esista quasi alcuna attività produttiva che non debba finanziarsi, per pagare
salari e fornitori, dalle banche? Queste cose e altro ancora, non c’entrano nulla con l’euro.
(*) William
V. Harris, Lettura e istruzione nel mondo
antico, Laterza 1991, p. 365.