domenica 4 maggio 2025

"Parlano i fatti"


Facile dire che la “stilista e filantropa” Diane von Fürstenberg vive un esilio dorato. Provate voi a Venezia, in un mini di poco più di 250 mq.. E infatti non si lamenta, a ottant’anni può dire “Oggi finalmente mi concedo qualche lusso”.

«Avevo 19 anni, Egon (von Fürstenberg, principe e primo marito di Diane) mi portò qui a una festa. C’erano Liz Taylor e Richard Burton, Marina Cicogna risplendeva bellissima accanto a Aristotele Onassis. Mai avevo visto una città simile. Da allora ho deciso che qui avrei avuto una base. E così è stato».

Diane Halfin (questo il cognome da nubile), proviene da una ricca famiglia ebraica. Difficile essere ebrei e poveri. Se notate in questa definizione un accenno antisemita, vuol dire che siete affetti del suo opposto: si tratta di dati di fatto dimostrabili ad abundantiam, il riconoscimento di un merito sociale.

«Matrimonio a 22 anni, a 24 avevo due figli, a 27 ero famosa». Tra una cosa e l’altra, a 22 anni aveva già frequentato l’Universidad Complutense de Madrid e studiato economia a Ginevra. “Durante gli studi Diane lavorava nel mondo della moda”, mentre noi mandavamo curricula a destra e a manca senza ricevere risposta da Marina Cicogna o da Aristotele Onassis.

Con il marito andarono a New York (e dove sennò?). “Gli anni del Club 54: entravamo nel locale belli e affamati di vita. C’era un ragazzo timido e voyeur. Si chiamava Andy Warhol”.

Dice: “Ho progettato un libro Marsilio su Venezia, nel quale immagino questa città come una donna e, di volta in volta, come mercante, musa, finanziera eccetera”. Ah, dunque non come una veneziana qualunque, una casalinga, una impiegata delle poste, una operaia, commessa, serva a domicilio. Insomma, una vita di sacrificio quella di Diane, di lavoro precario e poi tanta disoccupazione.

Con i primi 30.000 dollari guadagnati e risparmiati, Diane nel 1970 che fa? Li investe in una linea di moda femminile, che diventa immediatamente popolare per le caratteristiche fantasie stampate sugli abiti. Nella vita ci vuole fiuto, ma soprattutto culo. E non solo quello.

Dopo l’esplosione di vendite e popolarità degli anni ‘70 seguono anni molto difficili per la casa di moda della Diane von Fürstenberg, che ben presto smette di interessarsi alle sorti dell’azienda. Dunque anche alle sorti di chi ci lavorava.

Nel 2001 è convolata a nozze con Barry Diller, ex direttore generale della Paramount e della Fox, ma ha conservato il cognome dell’ex marito von Fürstenberg. Noblesse oblige. La nuova coppia ha creato il fondo no profit The Diller-von Fürstenberg Family Foundation che si occupa di supportare iniziative di beneficenza.

Suo marito, Barry Diller. “Ci innamorammo cinquant’anni fa, poi lo lasciai. Lui mi aspettò la bellezza di 28 anni prima di sposarci”. Perché lo lasciò? “Volevo essere libera. Ma lo amavo, come lo amo oggi”.

Si è mai innamorata di una donna? “Sì, tanti anni fa. Ma è stato un caso in mezzo a tanti amori maschili”.

Il suo ritorno al “lavoro” gli regala molte soddisfazioni. Nasceva il wrap dress. Chi lo ha indossato meglio? “Potrei dirle Michelle Obama nella sua prima cartolina di Natale. Ma anche Amy Winehouse: due donne diversissime ma geniali”.

Anche Catherine del Galles lo mette. “Povera, ha sofferto tanto”. Una classe sociale di sofferenti, la sua.

Che cosa è per lei, oggi, l’eleganza? “Fino a qualche tempo fa avrei risposto la naturalezza. Oggi voglio rispondere la gentilezza. Una qualità che cerco di coltivare che ritrovo in tante amiche famose, da Madonna a Oprah Winfrey a Hillary Clinton. Senza gentilezza non vedo eleganza”.

Un progetto? “Fare di Venezia una libera repubblica della gentilezza”.

Ma la domanda/risposta più intrigante dell’intervista è questa: L’America di Trump? “Non dico nulla, parlano i fatti: io sono in esilio a Venezia”.

Commento libero, senza restrizioni di sorta. 



sabato 3 maggio 2025

Fino a ieri

 

Le autorità britanniche hanno posto il segreto fino al 2045, ossia per un secolo, a uno dei tanti atti criminosi compiuti dell’aviazione militare alleata, segnatamente britannica, nel corso del secondo conflitto mondiale. Come non fossero bastati gli orrendi crimini dei nazisti, che oggi godono ancora di una cospicua coorte di nostalgici in Germania, in Italia e altrove.

Tra il 16 e il 28 aprile 1945, il campo di concentramento di Neuengamme fu sistematicamente svuotato di tutti i prigionieri rimasti, di altri gruppi di detenuti dei campi di concentramento e di prigionieri di guerra sovietici. Nella baia di Lubecca una flottiglia di navi, composta dai transatlantici Cap Arcona, Deutschland IV e dal mercantile Thielbek, vennero adibite a navi carcerarie. La motolancia Athens venne adibita al trasbordo dei prigionieri.

Nel pomeriggio del 30 aprile, Hitler finalmente si suicidò. Tuttavia il conflitto non ebbe termine e il massacro continuò per altri otto giorni. Il 3 maggio 1945, queste navi vennero reiteratamente bombardate da aerei della RAF. La Cap Arcona e la Thielbek affondarono, causando una strage di prigionieri e profughi civili tedeschi (persero la vita tra le 7.000 e le 8.000 persone).

Il 30 gennaio 1945, nel Mar Baltico, la nave passeggeri Wilhelm Gustloff fu affondata da un sommergibile sovietico. L’azione bellica causò la morte di circa 9.000 persone.

E però ancor oggi si programmano piani di riarmo in vista di nuove e più grandi stragi. Parlare di “follia umana” e altre chiacchiere del genere serve solo a sviare l’attenzione sulle reali cause delle guerre, ovvero la lotta per la supremazia, innanzitutto economica. Se la Germania di allora fu indubbiamente la principale responsabile della guerra nel teatro occidentale, tuttavia le altre potenze imperialiste (le élite che ne erano a capo), non possono dichiararsi sollevate da ogni responsabilità, sia in ordine al trattato di Versailles e soprattutto a motivo della guerra economica scatenata nel corso degli anni 1930 a seguito della grave crisi capitalistica.

Un paio di mesi or sono, in visita all’abbazia di Praglia, vidi attorno alle pareti del refettorio, non più in uso, sui dossali dei singoli posti, degli emblemi scolpiti in legno, nei quali sono incisi dei motti in latino. In uno di questi si legge: ex vulnere ubertas. Potrebbe essere questo il motto di ogni borghesia capitalistica. Fino a ieri, perché a seguito di un nuovo conflitto mondiale non resterà più nulla né della borghesia né di altro.

venerdì 2 maggio 2025

Eminenze, non cercate l’uccello raro

Allora, questo conclave? Un’idea, un nome, l’avrei: Carlo Ancelotti. Un italiano che sa anche le lingue, o almeno ci prova, non gli manca la faccia da papa e sa far melina e di tattica ne mastica. Potrebbe perfino credere in dio, cosa non scontata per un prete in generale e un pontefice in particolare. Tutto sta nel trovare un accordo economico con il Real Madrid e il diretto interessato.

Non si tratta tanto di sapere chi succederà a Bergoglio, quanto piuttosto di scoprire con quale strategia di marketing questo nuovo pontefice verrà venduto ai fedeli, ai leader politici, ai giornalisti, ai tour operator, in breve, al suo futuro pubblico. L'asticella è posta molto in alto. Nell’ultimo, la narrazione era un capolavoro di astuzia e ha funzionato fino alla fine. Il “papa dei poveri”, sepolto in tutta “umiltà” nell’oro e nel marmo del quartiere dei poveri, nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma, davanti agli occhi pieni di lacrime di decine di migliaia di fan in trance mistica.

Umiltà e povertà. Ed in effetti dobbiamo a Bergoglio la notizia sulla consistenza del patrimonio immobiliare del Vaticano, che ora piange miseria: nel 2021, possedeva 4.051 immobili in Italia e circa 1.120 all’estero, senza contare le ambasciate, ossia le nunziature (il Vaticano intrattiene relazioni diplomatiche con 184 Paesi, oltre all’Unione Europea e al Sovrano Militare Ordine di Malta. Nel 2023 ha stabilito relazioni con l’Oman, anno in cui Bergoglio è stato anche in Mongolia!).

Anche e soprattutto a “sinistra” è stato celebrato questo papa progressista, gioviale ed ecologista, naturalmente reazionario, misogino, un sant’uomo che paragonava i medici che praticano l’interruzione di gravidanza ai nazisti (*), ma che ha saputo benedire i migranti annegati e venerare la Natura, perché è la più bella delle madri.

Gli specialisti delle comunicazioni del Vaticano potranno ripetere un simile colpo da maestri? La Chiesa si trova ad affrontare una fuga di massa di fedeli, spesso i più moderati e i più “secolarizzati”, disgustati dal susseguirsi di rivelazioni sulla violenza pedofila di reggimenti di ecclesiastici nel corso dei decenni e regolarmente insabbiata dall’istituzione.

La Chiesa si trova anche ad affrontare una concorrenza spietata, sia sul terreno “spirituale” che politico, da parte di correnti religiose apertamente oscurantiste: ortodossia, islamismo, sette evangeliche, induismo, ebrei millenaristi, eccetera. Ma soprattutto, come già scrivevo, se la religione non serve più a guadagnare il paradiso ed evitare l’inferno, come può interessare a qualcuno? Questo è il punto cruciale da tener presente durante il conclave!

Certo, vi sono ancora dei giovani che aderiscono, per lo più persone fanatiche e con dei seri problemi irrisolti. Conclusione: il buon senso suggerisce l’elezione di un papa di estrema destra, qualunque cosa voglia dire “destra” e “sinistra” nella confusione nella quale siamo precipitati, insomma uno che sappia unire le truppe e garantire il mantenimento delle tradizioni.

Non c’è bisogno di un altro papa reazionario nelle idee ma moderno nella forma. È tanto vano quanto inutile perdere tempo cercando di scovare l’uccello raro capace di creare un’illusione sotto le mentite spoglie del papa “riformatore”, pronto ad aprire un finto

dibattito sul matrimonio dei preti, sull’ordinazione delle donne, sul pieno e completo riconoscimento delle innumerevoli turpitudini dell’istituzione.

Il futuro della Chiesa del XXI secolo non poggia nella mascherata bergogliana che dura qualche giorno, ma nel linguaggio della “verità” eterna. C’è bisogno di un papa che abbia due coglioni così, pelosi e orgogliosamente appesi, capaci di affermare che una donna non salirà mai all’altare se non in ginocchio sui vetri di bottiglie rotte per lavare il suo peccato originale. Un vero leader, che sappia spazzare via con un gesto della mano le diffamazioni contro i suoi fedeli servitori che portano la parola di Cristo lasciando che i bambini vengano a loro, o andando a prenderli quando non vogliono venire spontaneamente a farsi “catechizzare” in qualche angolo delle sacrestie.

Dunque, c’è bisogno di un implacabile guardiano della cristianità, per un cattolicesimo combattivo, tonaca nera obbligatoria, messe in latino e che non si lamenterà come una femminuccia quando la prima zattera di saraceni clandestini affonda in mare e stronzate del genere. Vedrete che infine, piano piano, anche i laici e liberali converranno che di negri e affini ce ne sono anche troppi, quindi che la laicità va riformata, a cominciare dalla scuola, perché troppo spesso è intesa come un’opzione intellettuale che soffoca l’aspetto spirituale.

Quanto alla posizione ufficiale sull’aborto non servirà innovare nulla: quale modo migliore di un incontro tra maschi celibi e misogini per scoprire cosa le donne dovrebbero fare con il proprio corpo?

Eminenze Reverendissime, Sanctae Romanae Ecclesiae Cardinalis, Voi che tra poco entrerete in conclave e riceverete lo Spirito Santo, non toglietevi la mitra, restate voi stessi, lasciate parlare le vostre viscere e avvitate sul trono di San Pietro un papa con la faccia da papa, che odora di vecchio messale e non ripudia il rogo degli eretici. Scegliete un papa che duri mille anni.

(*) «Nel secolo scorso il mondo era scandalizzato per quello che facevano i nazisti. Oggi facciamo lo stesso, ma con guanti bianchi» (16 giugno 2022, Sala Clementina, incontro con la delegazione del forum delle associazioni familiari). 

giovedì 1 maggio 2025

Ciò che resta dell'Ucraina

 

Dopo lunghe e difficili trattative, Kiev e Washington hanno annunciato mercoledì la firma di un accordo secondo il quale condivideranno i futuri ricavi derivanti dalle riserve minerarie dell’Ucraina, comprese le cosiddette terre rare, petrolio e gas. Allo scopo sarà istituito un fondo di investimento congiunto tra i due Paesi. Scrive il NYT che l’amministrazione Trump non ha fornito dettagli sull’accordo, né è chiaro cosa comporterà per il futuro del supporto militare statunitense all’Ucraina.

L’idea originale del coinvolgimento degli Stati Uniti in questi progetti fu avanzata dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky nel settembre 2024. Al suo arrivo alla Casa Bianca, Donald Trump considerò la questione come una forma di pagamento per l’appoggio ricevuto dalle forze armate statunitensi e per gli aiuti finanziari forniti fin dall’inizio della guerra.

Scrive sempre il NYT: «Una fonte a conoscenza dei negoziati, che ne ha parlato a condizione di mantenere l’anonimato, ha affermato che l’accordo finale non include garanzie esplicite sulla futura assistenza alla sicurezza degli Stati Uniti. Un’altra fonte ha affermato che gli Stati Uniti hanno respinto tale idea all’inizio della trattativa. Nonostante il clamore, l’accordo avrà poca importanza se i combattimenti tra Ucraina e Russia persisteranno».

Così prosegue il quotidiano newyorchese: «Ma i sostenitori dell’Ucraina sperano che l’accordo possa indurre Trump a considerare il Paese qualcosa di più di un pozzo senza fondo e un ostacolo al miglioramento delle relazioni con il presidente russo Vladimir Putin».

Secondo il Guardian, con l’accordo Kiev «inizierà a rimborsare circa 175 miliardi di dollari di aiuti forniti all’Ucraina dall’inizio della guerra». L’accordo deve ancora essere approvato dal parlamento ucraino, che però non conta nulla. Sempre secondo il quotidiano britannico: «Intervenendo in unassemblea pubblica dopo la firma dell’accordo, Trump ha affermato di aver detto al presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy, durante un recente incontro in Vaticano, che la firma dell’accordo sarebbe stata una “cosa molto positiva” perché “la Russia è molto più grande e molto più forte”.

Il Guardian sottolinea: «Secondo diverse stime, l’Ucraina detiene circa il 5% delle risorse minerarie e delle terre rare mondiali. Tuttavia, i lavori per lo sfruttamento di molte di queste risorse non sono ancora iniziati e molti siti si trovano in territori ora controllati dalle forze russe».

Secondo quanto riportato dall’agenzia Reuters, l’Ucraina ritiene che i due accordi supplementari, presumibilmente su un fondo di investimento e un documento tecnico, richiedano ulteriore lavoro.

Anni di guerra, con centinaia di migliaia di morti, milioni di abitanti emigrati all’estero, un vuoto demografico che non sarà colmato e vaste distruzioni, sono il risultato delle scelte scellerate di Zelenskyy e della sua cricca di fascisti al potere in Ucraina. A ciò s’aggiunge ora la beffa di dover ripagare gli aiuti militari e finanziari cedendo, in base a un accordo che in realtà è un diktat, gran parte dei proventi derivanti dallo sfruttamento delle risorse minerarie, quelle che rimarranno in territorio ucraino. E, ovviamente, mano libera alle società americane di fare affari nella “ricostruzione”. In sintesi: l’Ucraina è un paese allo sbando e fallito, un paese che non esiste più in quanto tale. Ma la responsabilità di tutto ciò, come viene raccontato, è della Russia di Putin.

mercoledì 30 aprile 2025

Te la do io la ricetta

 

La crisi attuale non è solo il prodotto delle stravaganze cervellotiche di Donald Trump. Egli è la personificazione di tendenze e contraddizioni che si accumulano da decenni. E anche la crisi del dollaro e del sistema finanziario che regge su di esso è una crisi dell’intero sistema capitalista, che non ha via d’uscita.

Altra questione fondamentale: non esiste nessun’altra valuta che possa svolgere il ruolo internazionale del dollaro.

Non l’euro, poiché la quantità di attività denominate in euro è del tutto marginale rispetto a quella dei mercati dei capitali statunitensi. Non la valuta cinese, non potendo fluttuare liberamente e mancando di mercati dei capitali vasti e liquidi. Non un sistema multivalutario, che non dà garanzie di univocità e trasparenza, che provocherebbe una corsa caotica fuori dal dollaro facendo precipitare l’economia mondiale in una crisi anche peggiore di quella degli anni Trenta.

L’unica alternativa potrebbe essere quella di un ritorno all’oro, che ha raggiunto 3500 dollari l’oncia, ma ciò significherebbe un crollo degli asset finanziari e della montagna di credito basata sul dollaro statunitense, cosiché il sistema non avrebbe la liquidità internazionale da cui dipende e si scatenerebbe una depressione globale catastrofica.

Negli anni Trenta non esisteva un mezzo di pagamento internazionale universalmente riconosciuto, a parte l’oro, e il mondo si fratturò in blocchi rivali, che contribuirono in modo non trascurabile a creare le condizioni per la guerra.

Oggi un mondo multipolare sta per riprodurre quelle condizioni in una forma ancora più esplosiva. I motivi apparenti dei conflitti locali possono essere i più vari, così come le tensioni tra le grandi potenze nucleari, ma alla base di tutto c’è sempre e comunque la lotta per il dominio economico.

Storicamente l’unica soluzione è stata la guerra, il fascismo, la depressione e la devastazione sociale. Il conflitto armato tra grandi potenze non è mai da escludere. Gli esiti sarebbero apocalittici. Quanto a fascismo, depressione e devastazione sociale, sono già parte del nostro presente e lo diventeranno sempre di più nel prossimo domani.

L’ideologia delle classi dominanti, l’illusione liberale e riformistica, ha tutto l’interesse nel far credere che non esista alternativa al capitalismo e al sistema degli Stati-nazione. E ha buon gioco nel fatto che quello che è passato come comunismo si sia rivelato un rimedio peggiore del male.

Dunque, che fare? Anzitutto evitare alcuni errori abbastanza tipici: quello di pensare ad un socialismo o comunismo (che dir si voglia) come variante sostanziale del capitalismo; di credere in una ricetta pronta all’uso quale frutto teorico di un individuo o di un piccolo collettivo; illudersi che un rivolgimento sociale di tale portata possa esaurirsi nell’arco di una generazione.