martedì 9 settembre 2025

Più in alto nella futura guerra

La parata di armamenti messa in mostra a Pechino in occasione della celebrazione della vittoria contro il Giappone, alleato dei nazifascisti, è stata interpretata da molti come un’esplicita minaccia. In realtà la Cina non vuole farsi mettere sotto i piedi dai nostri amici di Washington che, tanto per mettere in chiaro su chi minaccia chi e che cosa ci aspetta, hanno cambiato nome al ministero della difesa.

È evidente che ogni parte in causa si sta preparando alla prossima guerra mondiale. Lo Spazio extra-atmosferico sarà il punto di osservazione più alto, non solo per godersi lo spettacolo. E la Luna sta più in alto ancora (vedi Programma Artemis e missione ILRS sino- russa, ovvero la capacità di proiettare colpi dalla Luna e da piattaforme collocate nel sistema solare: assicuro non si tratta di fantascienza) [*].

Lo scopo è sempre quello: poter individuare e colpire il nemico sulla superficie terrestre. Lo dimostra tutta la gestione affidata ai satelliti nella guerra in Ucraina così come nello sterminio dei palestinesi.

Non è casuale che nella cosiddetta space-economy ci siano gli stessi imprenditori del digitale. E non sono certo gli appalti e le commesse statali, i soldi pubblici, il punto centrale. È noto che economia e guerra sono sempre andate di pari passo e dunque non sorprende che lo Spazio sia stato da subito concepito come un ambiente dual use, militare e commerciale.

Le rotte che consentono uno sfruttamento efficiente e profittevole dello Spazio sono poche e fanno i conti con i pozzi gravitazionali e la meccanica orbitale. Gli “hub regionali”, ossia stazioni spaziali in grado di supportare centri manifatturieri, stoccaggio di risorse, impianti di lancio intermedi e basi militari, devono tenere in considerazione i Punti di Lagrange, che sono appena cinque.

I Punti di Lagrange sono anomalie gravitazionali dove interagiscono due campi gravitazionali (in questo caso, quello della Terra e quello della Luna); posizionandosi in orbita intorno a questi punti, un oggetto (satellite, stazione spaziale, telescopio, ecc.) resta stabile senza quasi consumare energia. La Cina nel giugno 2018 ne ha già conquistato uno, il punto L2, collocandovi un satellite in orbita che, per la prima volta, permette di mantenere comunicazioni attive e stabili tra la Terra e il versante nascosto della Luna.

La corsa allo sfruttamento dello Spazio è già iniziata e gli Stati Uniti non possono permettere alla Cina di raggiungere per prima la Luna e costruirvi la propria architettura. Se lo Spazio diventa un ambiente di sfruttamento economico e di posizionamento strategico-militare, c’è bisogno di capitali privati per sostenere gli enormi costi della corsa spaziale contro la Cina.

C’è stata una prima fase, quando la NASA aiutava le imprese a sviluppare lanciatori e navette per il trasporto di beni e astronauti in orbita terrestre bassa e l’obiettivo era il rifornimento della Stazione Spaziale Internazionale (ISS); quindi una seconda fase, nella quale la NASA stipulava contratti standard, i Commercial Resupply Services (CRS), per comprare questi servizi dalle relative aziende.

Nel 2010 la NASA implementa il Commercial Crew Development, focalizzato sul trasporto di equipaggio sulla ISS, strutturato nello stesso modo: prima fase di sviluppo – costata alle casse pubbliche quasi 1,6 miliardi – poi contratti di servizio per 9,3 miliardi, che garantiscono lanci sulla ISS fino al 2030. Seguono i programmi legati alla missione per l’esplorazione lunare Artemis, con un impegno finanziario statale inizialmente previsto di 45 miliardi di dollari, poi aumentato a 93 miliardi fino al 2025 e destinato a proseguire.

Se la Luna e la space highway sono lontane – per non parlare di Marte – le orbite terrestri sono da tempo molto vicine e conquistate da più attori. Tranne una. Quella dei 31 satelliti GPS, in orbita a 20.000 km di altezza, nella zona MEO (Medium Earth Orbit), storico emblema del legame militare-commerciale dello Spazio.

Posto che lo Spazio extra-atmosferico e i satelliti hanno assunto una rilevanza primaria nella guerra del XXI secolo, la Cina che fa? L’Occidente si emoziona per le dirette televisive dalla ISS, per il ritorno degli astronauti e un po’ anche per i lanci dei razzi SpaceX. Pochi prestano attenzione all’altra stazione spaziale che orbita sulle nostre teste: quella cinese.

Tiangong-1, il prototipo interamente made in China, è stata lanciata nel settembre 2011, nel giugno 2012 è stata raggiunta dal primo equipaggio per qualche giorno, e un anno dopo dal secondo per due settimane; programmata per due anni di vita operativa, nel marzo 2016 è stata posta fuori servizio facendola deorbitare nell’aprile 2018.

La Tiangong-2 è stata attiva da settembre 2016 a luglio 2019, e visitata da due astronauti per trenta giorni. A sua volta è stata avvicendata dalla nuova Stazione spaziale Tiangong, lanciata ad aprile 2021, che compie la sua rotazione terrestre in orbita bassa ospitando, da giugno 2022, un equipaggio permanente di tre persone che possono arrivare fino a sei per 180 giorni.

Da notare che la Cina a suo tempo aveva chiesto di partecipare al progetto della ISS, ma è stata esclusa per legge dal Congresso Usa da qualsiasi progetto NASA. Dunque la Cina fa corsa a sé alla Luna (Missione Chang’e), per una propria base lunare con equipaggio permanente, in collaborazione con la Russia (Missione International Lunar Research Station), e guarda anche verso Marte (Missione Tian-wen).

In cinque lustri Pechino ha saputo costruire una propria rete satellitare, siti e veicoli di lancio, volo spaziale con equipaggio e TT&C (Telemetry, Tracking and Command), ossia la rete di collegamento tra satelliti, veicoli spaziali e stazioni a terra, il tutto con una rapidità di sviluppo da lasciare esterrefatti gli stessi Stati Uniti.

Che devono costruire la loro strategia sul nuovo fattore geopolitico fondamentale costituito dalla Cina, la maggior concentrazione economica e militare al mondo dopo gli stessi Stati Uniti. E la Cina, lo dimostra la recente parata di Pechino, sta passando da una strategia passiva ad atteggiamenti e modalità tipici di una potenza militare [**].

Non solo per terra, nel mare e nell’aria, ma dopo aver eclissato la Russia come leader spaziale, la Cina è pronta a competere con gli Stati Uniti come leader mondiale nello Spazio. Conta più di 1.060 satelliti in orbita, decine dei quali con capacità di intelligence, sorveglianza, ricognizione e molto altro. Pronta a competere anche con armi di counterspace (tra cui sistemi per la guerra elettronica (EW), armi a energia diretta (DEW) e missili antisatellite (ASAT) in grado di interrompere, danneggiare e distruggere i satelliti degli Stati Uniti e dei suoi alleati.

Dunque lo Spazio extra-atmosferico come territorio conteso tra Cina, Stati Uniti e, in terza battuta, Russia. Vista da lassù l’Ucraina è una macchia indeterminata tra i Carpazi e il Mar Nero.

[*] Il 15 ottobre 2024, l’Accademia cinese delle scienze, la China National Space Administration (CNSA) e l’Ufficio del programma spaziale con equipaggio hanno pubblicato congiuntamente il Piano nazionale di sviluppo a medio e lungo termine della scienza spaziale (2024-2050). Un programma di una complessità e ambizione scientifica e tecnologica stupefacente. La Cina condurrà esplorazioni e ricerche scientifiche di frontiera in 17 aree prioritarie e 5 temi scientifici chiave, tra cui Universo Estremo, Increspature Spazio-Tempo, Visione Panoramica Sole-Terra, Pianeti Abitabili e Scienze Biologiche e Fisiche nello Spazio.

La Cina invita i suoi omologhi nel mondo a partecipare attivamente alle missioni satellitari di scienze spaziali e ai grandi progetti scientifici internazionali, e a realizzare scambi internazionali approfonditi seguendo i principi di ampia consultazione, contributo congiunto e benefici condivisi. È prevista per il 2026 una missione spaziale congiunta Cina- ESA, denominata Solar wind Magnetosphere Ionosphere Link Explorer (SMILE).

[**] Nota curiosa: nel 2017 la Cina ha inaugurato una propria stazione per telecomunicazioni spaziali in Patagonia, e secondo l’accordo sottoscritto, l’Argentina non esercita alcun tipo di supervisione sulle attività effettuate: la stazione è pienamente sotto il controllo di Pechino. Proprio la stazione in Argentina è stata coinvolta in due missioni del programma lunare cinese: la Chang’e 4 che ha portato sulla faccia nascosta della Luna un lander e un rover robotici, e la Chang’e 5 che ha prelevato 1,7 chilogrammi di campioni. Ma di là delle singole missioni, l’obiettivo lunare della Cina non è dissimile da quello statunitense: occupare strategicamente il punto di osservazione più alto nella futura guerra.

lunedì 8 settembre 2025

Il discorso del re travicello

 

Il presidente Mattarella, davanti a un’assemblea di capitalisti e dei loro leccaculo, dice “no” allo strapotere delle multinazionali. È una posizione coraggiosa, che mi ricorda certe cose dette e scritte molto tempo fa. Appunto, cose vecchie a cui non si dava retta e anzi si irridevano come di fantasie di spostati di testa.

Veniamo all’oggi e al punto: nella logica globale di privatizzazione del mondo, la ricerca scientifica è finanziata in grandissima parte dalle multinazionali. E se essa è interamente dedicata a sviluppi tecnologici che fanno avanzare la sfera militare (internet nasce a tali scopi, ecc.), insieme ai profitti e al dominio delle imprese, perché stupirsi che quelle stesse multinazionali vogliano giocare anche un ruolo politico?

Di cosa siamo diventati testimoni? Del fatto che il progresso sociale ed umano è diventata roba d’altri tempi. Di chi è la responsabilità? Questa sarebbe stata una riflessione già meno peregrina rispetto a un monito contro il grande capitale che fagocita la politica. Sarebbe stato meno naïf, anche se ugualmente inutile, denunciare, davanti a un’assemblea compiaciuta e obsoleta, un capitalismo che s’inscrive nel postumano, nell’ibridazione uomo-macchina, nell’editing del genoma e, in una parola, nel transumanesimo (un’ideologia tecno-soluzionista quasi eugenetica), che implica un livello di disuguaglianza sociale che diventerà maggiore e peggiore di quello attuale.

Poi, a pagina 10, titolo: «Mattarella sprona l’Europa “Non cedere alle autocrazie”». Non fa nomi, ingessato nel vago, perciò penso si riferisse all’Italia, dove il governo esercita il potere esecutivo in combinazione con quello legislativo e mediatico, aspirando anche a decidere sulle inchieste giudiziarie e la nomina dei vescovi. Un Paese autocratico dove la schiavitù è regolata per contratto e dove l’uguale diritto alla salute sta diventando sempre di più il diritto alla salute di chi può pagarselo. Eccetera.

Fuori dalla sorveglianza Nato, dall’unificazione dei sistemi sociali e delle ideologie, nessun popolo ha diritto di scegliere liberamente i propri percorsi di sviluppo interno. È in questo concetto d’ordine che lor signori basano la distinzione tra “democrazie” e “autocrazie”, che diventa distinzione tra il bene e il male, come se un Netanyahu o quel Zelensky che ha fatto tabula rasa di ogni pluralismo interno non facessero parte di quest’ordine “democratico”.

A scanso di sottintesi, il presidente si riferiva alla Russia. Piaceva al tempo in cui era stata scaraventata nella privatizzazione selvaggia. È arrivato quel mostro di Putin è la musica è cambiata. Tra il 2003 e il 2007 l’economia russa cresce in media del 7% l’anno: l’esportazione di petrolio e gas porta il Paese a surplus commerciali e bilanci pubblici in avanzo. Con vantaggio anche dell’Europa.

Di tale sviluppo è l’esempio, non meramente simbolico, della NASA e Roscosmos che firmano un accordo che impegna la prima ad acquistare dalla seconda i lanci per il trasporto di equipaggi e rifornimenti sulla Stazione Spaziale Internazionale. Potrà sembrare paradossale, ma Russia diventa così l’unico Paese in grado di portare in orbita gli astronauti. Nel 2014 il bilancio Roscosmos tocca il picco con 4,2 miliardi di dollari e la Russia supera gli Stati Uniti e Cina nei lanci spaziali: 34 contro 23 e 16. Particolare attenzione è data anche allo sviluppo di GLONASS, il GPS russo.

Eh no, bisogna rimetterla in riga questa Russia. Di utili idioti alleati in Europa se ne trovano sempre a dare una mano nel momento del bisogno. E al diavolo gli avvertimenti di un Kissinger. Due visioni e due strategie dividono l’establishment americano. Vince quella di chi vuole appiccare il fuoco davanti alla tana del grande orso.

Finché dura la guerra in Ucraina, con la sua pessima gestione da parte del governo Biden, i tentativi di avvicinamento (oh, scandalo!) dall’attuale amministrazione Trump con Mosca non andranno in porto. Washington ha identificato nella Cina il proprio nemico mortale e prova strategicamente a isolarla. La domanda del secolo è: quando la Russia identificherà l’ascesa della Cina come minaccia principale? Ma con questi chiari di luna Putin e Xi saranno a lungo come due piselli in un baccello.

domenica 7 settembre 2025

"Maestro di etica e di vita"

 

“Maestro di sofisticatezza e discrezione”. “Maestro di eleganza senza tempo e visione globale”. “Maestro e guida per il design”. “Maestro di stile e creatività”. E va bene. Ma “maestro di etica e di vita” mi sembra esagerato. E poi guarda caso questi maestri di vita, celebrati dai media, sono sempre dei maschi. E almeno benestanti. Nel caso specifico il “maestro di etica e di vita” era a capo di una multinazionale che appalta a fornitori e subfornitori, per lo più cinesi, che impiegano i loro operai “in condizione di sfruttamento”.

Il mese scorso, l’autorità garante della concorrenza e del mercato ha multato Giorgio Armani per 3,5 milioni di euro perché le sue dichiarazioni sulla responsabilità etica e sociale non riflettevano le reali condizioni di lavoro presso i fornitori.

«Secondo l’autorità di regolamentazione, Giorgio Armani e la sua controllata GA Operations si sono presentati negli ultimi tre anni come esempi di sostenibilità ed etica, sia nelle loro comunicazioni pubbliche sia sul loro sito web aziendale Armani Values. Hanno sottolineato l’importanza di buone condizioni di lavoro e della sicurezza dei dipendenti come valori fondamentali del marchio.

«Nel motivare la multa, l’Antitrust ha spiegato che le due società “hanno reso dichiarazioni etiche e di responsabilità sociale non veritiere, presentate in modo non chiaro, specifico, accurato e inequivocabile”. Dichiarazioni che, pur pubblicizzate dal gruppo, sarebbero in contrasto con le effettive condizioni di lavoro riscontrate presso fornitori e subfornitori artefici di larga parte della produzione di borse e accessori in pelle a marchio Armani.

«In pratica, l’attenzione alla sostenibilità sarebbe diventata uno strumento di marketing per rispondere alle crescenti aspettative dei consumatori. Dalle indagini dei carabinieri che avevano portato all’amministrazione giudiziaria, poi revocata, era emerso che le società esternalizzavano buona parte della produzione a fornitori che, a loro volta, si avvalevano di subfornitori, per lo più cinesi.

«Soprattutto questi ultimi, avevano rilevato i militari dell’Arma, impiegavano i loro operai “in condizione di sfruttamento (pagamento sotto soglia, orario di lavoro non conforme, ambienti di lavoro insalubri), in presenza di gravi violazioni in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro (omessa sorveglianza sanitaria, omessa formazione e informazione) nonché ospitando la manodopera in dormitori realizzati abusivamente e in condizioni igienico sanitarie sotto minimo etico”. Le accuse, analoghe a quelle che hanno interessato altri brend della moda (Alviero Martini, Dior, Valentino), raccontavano di operai cinesi pagati meno di 5 euro l’ora per assemblare borse vendute a 75 euro ai fornitori ufficiali, che a loro volta le rivendevano alla società principale per 250 euro, fino al prezzo finale nei negozi di ben 1.800 euro.

«Infine, in un documento interno alla Giorgio Armani S.p.A. del 2024, precedente all’apertura della procedura di amministrazione giudiziaria richiesta dalla Procura della Repubblica di Milano, si afferma addirittura che “nella migliore delle situazioni riscontrate, l’ambiente di lavoro è al limite dell’accettabilità, negli altri casi, emergono forti perplessità sulla loro adeguatezza e salubrità”.»

venerdì 5 settembre 2025

Il buon senso di Trump

 

Per la Russia la presenza della Nato ai confini della Federazione è uno dei motivi scatenanti della guerra. Che cosa propongono i cosiddetti “volenterosi”? Di inviare truppe della Nato in Ucraina. Chiaro che in tal modo si verrebbe a creare una situazione di guerra aperta tra l’Europa e la Russia. Una guerra alla quale la Cina non potrà restare indifferente per ovvi motivi legati soprattutto alla propria sicurezza, nel caso la Russia dovesse perdere la guerra e il controllo del proprio territorio.

Per fortuna, al momento, i cosiddetti “volenterosi” sono sostanzialmente due: Francia e Regno Unito. Soprattutto Macron, il quale si vede sfuggire, ma mano che il tempo passa, l’occasione di passare alla storia. È un ambizioso con gravi problemi psicologici irrisolti da quando era un adolescente. È uno di quelli che sono venuti al mondo in giacca e cravatta, con un piano ben saldo in mente.

Macron è sempre stato un antipatico, e di recente lo ha ammesso: “Non sono mai stato un adolescente. Non mi piacciono gli adolescenti. Non li capisco. Mia moglie sì”. Pronunciò la frase in presenza dello scrittore Emmanuel Carrère e di altri collaboratori durante una cena. Innanzitutto, c’è da notare la laboriosa messa in scena di una simile affermazione. Una frase che si lascia apparentemente sfuggire a fine pasto, osservando l’effetto che produrrà.

Poi, Brigitte. Sappiamo che si sono conosciuti sui banchi del liceo, lei da una parte della scrivania e lui dall’altra, e potremmo pensare che dopo tanti anni di matrimonio, questo non fosse più un problema. S’è visto che non è così, lei non manca di prenderlo a schiaffi.

Macron sicuramente non ha vissuto i dubbi dell’adolescenza: le crisi d’identità, l’ansia e la sensazione di non sapere da dove cominciare. Forse non crede nemmeno all’esistenza di quest’età turbolenta. In ogni caso, non gli importa. È nato vecchio. Nel mondo di Macron, i giovani sono invisibili: non vengono interpellati, vengono disciplinati. Devono ubbidire, nel caso armarsi e partire per la guerra.

Perché è chiaro (almeno a me, scusate la presunzione) che non è sufficiente un esercito volontario, per quanto plurale nelle alleanze, quando si sfida una potenza come la Russia, esercitata alla guerra da più di tre anni. Dopo qualche migliaio di morti e feriti si avvertirà la necessità di rimpinguare i ranghi. Esattamente quello che fa l’Ucraina e la Russia, dunque non si tratta di un’ipotesi avventata.

Basta dar retta alle parole dello stesso Macron rivolte nel luglio scorso ai giovani francesi: “Avrò bisogno di voi tra due anni, tra cinque anni, tra dieci anni”. Non la Francia avrà bisogno di loro, ma lui stesso ne avrà bisogno. Sebbene Emmanuel Macron non possa ricandidarsi nel 2027, nulla gli impedisce di candidarsi nel 2032. Ma è possibile, nel suo immaginario bellico, abbia bisogno di quei giovani prima dei due anni.

Il Financial Times ha scritto che «gli Usa non intendono più finanziare programmi di addestramento ed equipaggiamento per le forze armate nei paesi dell’Europa orientale che si troverebbero in prima linea in un eventuale conflitto con la Russia». Vuoi vedere che Trump ha più buon senso della schiuma bellicista europea? Magari tra una settimana ci smentirà.

giovedì 4 settembre 2025

L'utopia a portata di mano

La storia non si fa con i “se”. Tuttavia i “se” possono aiutare la comprensione dei fatti storici. Per esempio: se allo scioglimento del patto di Varsavia fosse corrisposto lo scioglimento della Nato, molte cose oggi sarebbero sicuramente diverse. Nel dettaglio: i fascisti ucraini non avrebbero trovato la sponda della Nato per instaurare il loro regime, quindi non ci sarebbe stata l’invasione russa, i gasdotti funzionerebbero a pieno regime, la nostra bolletta energetica sarebbe molto più leggera e i nostri rapporti commerciali con la Russia sarebbero ottimi e in espansione. La prova di ciò non l’abbiamo e però non si tratta di una ipotesi strampalata.

Pertanto, la prima fonte dei nostri guai, e non solo dei nostri, riguarda il fatto che l’Europa è rimasta prigioniera dell’ideologia della guerra fredda, vale a dire degli interessi geopolitici statunitensi. Il primo dei quali è: dividere l’Europa dalla Russia, creando un antagonista che ci tenga “occupati” militarmente ma anche economicamente e finanziariamente. Da ciò trae forza Washington, che non disdegna poi di metterci dei dazi senza che la UE possa alzare paglia.

Quanto al fatto che la Russia non sia un paese democratico, sul tema ci sarebbe molto da dire. È un paese democratico a modo suo, come noi lo siamo a modo nostro. Alcuni giorni fa, leggevo sulla Izvestija un articolo molto dettagliato e di grave preoccupazione sullo stato della redditività nell’industria russa. Un reportage del genere non vedrebbe la luce sui giornali padronali italiani. Questo esempio, non significa ancora nulla, ma può offrire un’idea sui nostri preconcetti a riguardo della libertà di stampa in Russia.

Quanto al funzionamento dell’amministrazione della giustizia in Russia, non sono molto ottimista, ma pensando all’amministrazione della giustizia in Italia non mi sentirei di scagliare la prima pietra. E così di seguito. Non per questo ho l’ambizione di stabilirmi in Russia, non solo per ragioni climatiche ma anche per altri, spero intuibili, motivi. Potrei scegliere di andare ad abitare nel meridione d’Italia, dove il clima è l’aria che si respira (intendo quella atmosferica) è sicuramente migliore di dove vivo oggi. Tuttavia, nessuno me ne voglia, questa opzione la devo scartare per motivi molto seri e che tutti conosciamo e che non riguardano il traffico automobilistico.

Le isole felici non esistono nemmeno più in letteratura e fanno fatica anche nei miei sogni. La Russia è quella che è e noi siamo quello che siamo, ognuno con le proprie caratteristiche la propria storia. Hanno i loro problemi e noi i nostri, tanto per dirla banalmente. I discorsi sulla libertà e la democrazia sono solo un pretesto per nascondere interessi (vedi i nostri rapporti con le petromonarchie). Che poi non sono gli interessi dei popoli ma solo delle élite.

In Russia non esistono più i Gulag, mentre noi cerchiamo di installarne qualcuno in Albania e altrove. La situazione delle loro carceri non è in generale un modello da imitare, ma nemmeno le prigioni italiane sono un vanto, tutt’altro, per non dire di quelle americane e non mi riferisco a Guantanamo.

Con ciò non voglio convincere nessuno (ci mancherebbe prendersi una briga del genere) sulla bontà della situazione politica e sociale in Russia, ma non vedo il motivo di tanti preconcetti e perché la più importante area economica del mondo debba scegliere di stare con una parte invece che con un’altra quando si potrebbe trovare un accordo con entrambe e vantaggioso per tutti.

Più che di un nuovo manifesto di Ventotene avremmo bisogno di un accordo di Strombolicchio.