domenica 19 aprile 2020

La somma e il resto



Abbiamo visto un uomo correre su un prato, inseguito da dei vigili urbani che ineffabili eseguivano degli “ordini”, ossia quelli di acchiapparlo, trattenerlo e multarlo. Il tutto veniva filmato da un drone e poi reso pubblico come monito ed esempio. Vi è stato almeno un altro caso simile ripreso in diretta televisiva, accompagnato da insulsi incitamenti. 

Questi fatti hanno provocato l’alzata di sopracciglio da parte di qualcuno, quando invece avrebbero dovuto innescare l’indignazione di un’intera nazione, poiché fatti come questi non hanno giustificazione né sotto il profilo della razionalità, né sul piano della profilassi sanitaria e sono censurabili anche in altre sedi.

Finora si è affrontata la pandemia virale con la stessa e unica strategia in uso nel 1348 quando comparve in Europa la peste. Solo in questi giorni si parla di avviare test sierologici sulla popolazione, e ancora oggi, 19 aprile, si leggono titoli come questi:


Tutto questo baccano d’immagini e inseguimenti resi pubblici, è servito e serve a sviare l’attenzione dell’opinione pubblica non già da semplice errori, bensì da atti ed omissioni di rilievo penale dei quali si sono resi responsabili i più alti vertici politici e amministrativi. Basti dire che le oltre settanta pagine più allegati del piano nazionale del 2018 per far fronte alle epidemie, tipo SARS, è rimasto nelle sue predisposizioni operative lettera morta, non solo prima di questo evento, ma anche dopo aver dichiarata l’emergenza nazionale il 30 gennaio scorso, e poi anche in seguito quando era evidente che le cose stavano andando al contrario di come sarebbero dovute andare se incardinate secondo le misure prestabilite dal piano stesso.

Abbiamo sperimentato tensioni psichiche collettive che non credevamo possibili, siamo rimasti e viviamo ancora come sospesi, prigionieri di un racket politico, tecnocratico-scientifico ed economico che ci ha mostrato, insieme al proprio fallimento, la fragilità della nostra esistenza. La nostra arrendevolezza alla paranoia è stata quella tipica delle menti sotto assedio. L’arroganza, l’incompetenza e l’impotenza delle classi dirigenti sono alla luce del sole, ma è proprio per tale motivo che si tende ad oscurarle parlando d’altro.

E c’è chi scrive editoriali nei quali si duole che nella nostra costituzione non esista nulla che permetta di avocare nelle mani di una o poche persone poteri speciali per simili circostanze. Non è un caso che una simile norma non compaia nella nostra costituzione. Non dimentichiamo che l’articolo 48 della costituzione di Weimar ha consentito di mettere  nelle mani di un fanatico analfabeta dei poteri speciali dai quali sono poi derivate norme legali per instaurare una delle più spietate dittature.

Master of Survival



sabato 18 aprile 2020

Non siamo un’isola



Mentre da noi la peggior classe politica di sempre litiga come sia meglio farci del male, vale forse la pena di dare un’occhiata alla Cina, la seconda economia mondiale, che ha registrato un calo del 6,8% su base annua del prodotto interno lordo per il primo trimestre dell’anno. Rispetto all’ultimo trimestre del 2019, la produzione è diminuita del 9,8 per cento. È la prima contrazione annuale da quando Pechino iniziò a comunicare dati trimestrali nel 1992.

La caduta è stata più ampia di quanto previsto, e non c’è nulla da festeggiare neanche per noi, tantomeno per i tedeschi e in genere per tutti. L’annuncio del crollo dell’economia cinese arriva pochi giorni dopo che il Fondo monetario internazionale ha previsto che l’economia mondiale dovrebbe ridursi del 3% quest'anno (che non è poco) e subire una perdita di produzione nel 2020 e nel 2021 di circa 9.000 miliardi di dollari (cifra che mi pare ottimistica).

Il FMI ha previsto che la Cina manterrà un tasso di crescita positivo dell’1,2 per cento nel corso dell’anno poiché gli effetti della pandemia di coronavirus iniziano a svanire e la produzione riprende. Sarà, ma l’economia cinese dipende molto da ciò che accade nel resto del mondo.

Altri dati, pubblicati con quello del PIL, hanno mostrato che gli investimenti in immobilizzazioni sono diminuiti del 16% nel primo trimestre rispetto allo scorso anno, mentre la spesa per infrastrutture, che costituisce una componente chiave dell’economia cinese, è diminuita del 20%.

Il governo cinese e le autorità finanziarie hanno cercato di spingere sui consumi interni, tuttavia le vendite al dettaglio sono diminuite del 16% a marzo. Anche le esportazioni sono diminuite a marzo del 6,6% dopo il crollo del 17,2 di gennaio e febbraio.

Secondo uno studio citato dal WSJ, l’attività commerciale cinese è tornata al livello di circa l’83% della capacità, dal circa 70% di un mese fa, ma ora sembra essersi appiattita a un livello dell’80%. C’è da chiedersi quanto ci vorrà per recuperare quel 20%, sicuramente non solo qualche mese vista la situazione in Europa e Usa.

Stando a delle stime, nel primo trimestre l’occupazione nel settore non agricolo sarebbe diminuita di 78 milioni di unità, tra cui 50 e 60 milioni nel settore dei servizi e 20 milioni nel settore industriale e delle costruzioni, su una platea di forza lavoro di 900 milioni.

Non andrà meglio qui da noi, dove i tassi di disoccupazione e di precariato sono molto più elevati già in tempi normali. Soprattutto per il settore turistico, se non si apriranno al più presto le attività e le frontiere, ma anche per altri settori, della moda, della meccanica, dell’alimentare e di altre attività produttive e dei servizi. Non siamo un’isola e nemmeno l’Europa è un arcipelago concluso.

venerdì 17 aprile 2020

Non c'è un Borrelli per loro



Omnes feriunt, ultima necat. Questa locuzione latina adorna la meridiana del convento di São Francisco, che da quattro secoli e mezzo indica le ore nella città di Bahia. Ci ricorda l’indiscutibile realtà che segna tutta la nostra vita. Non per nulla la coscienza della propria morte è una delle fondamentali conquiste costitutive dell’essere umano.

Per prevenire eventuali obiezioni, do atto che la morte è riconosciuta anche da altri primati e animali (che sono per esempio capaci di “fare il morto” per ingannare il nemico), tuttavia nell’uomo vi è una coscienza più complessa di essa, un’ansia che diventa problema vivo come coscienza della “mortalità”, tanto che elaboriamo i riti relativi, compresi quelli inerenti la speranza e la consolazione, terreno proficuo delle filosofie e sugo nel quale le religioni inzuppano il pane.

In questi giorni siamo presi chi più e chi meno dal pensiero della morte. Ovviamente si moriva anche prima, ma questa palpabile angoscia, questi pensieri tristi, restavano sullo sfondo e comunque non venivano evocati quotidianamente dalla contabilità dei bollettini ufficiali. Anzi, l’evento luttuoso era vissuto in disparte, privatissimo, come colpito da interdizione. Del resto anche oggi i bollettini preferiscono parlare di “decessi”.

È impossibile sottrarsi del tutto alle notizie che ci documentano la trasformazione degli ospedali e degli ospizi in luoghi dove si muore in massa, e così per la visione di bare e ammalati gravi per i quali c’è poco da fare. Prendiamo in tal modo atto concretamente che la morte è sempre lì, ad un passo, solo che ora approfitta del clamore e ci alita sul collo.

Non eravamo più abituati, dai grandi conflitti bellici del Novecento, alle morti di massa e ai grandi cimiteri sotto la luna, per dirla con Bernanos, salvo che per eventi localmente circoscritti, quali i terremoti. Eppure basta affacciarsi sul mondo per avere contezza di come ogni anno muoiono nel silenzio quasi generale circa mezzo milione di persone per malaria; di come la diarrea, seconda causa di morte dopo la polmonite tra i bambini sotto i 5 anni, ne uccide 1,5 milioni, più di 4.000 il giorno. Si tratta di stime ben lontane dalla nostra situazione di europei, e in definitiva non facciamo né troppa né poca attenzione a queste morti, non c'è un Borrelli per loro.

È un gran casino



Solo una mezza parola di quel titolo è sbagliata, non il titolo del libro di Márquez attribuito a Sepúlveda. Invece di “autore” andava scritto “lettore”. Che poi Cent’anni di solitudine non è granché, ma teniamocelo per noi se siamo di tale avviso, in modo da evitare che qualcuno ci denunci per offese al senso comune della letteratura. E quanto a Storia di una gabbianella, non ho alcun problema nel dire che non l’ho letto, e ciò senza sentirmi colpevole di chissà quale lacuna. E credo che non lo leggerò, come del resto non mi prenderò l’obbligo di leggere molti dei romanzi che nella nostra epoca vanno per la maggiore.

Tornando all’errore del titolo, dico: chi è senza peccato, scagli il primo anatema che trova. Di recente mi è successo di attribuire a London un libro di Dickens, per il semplice motivo che ero reduce da una serata passata in compagnia del primo. L’altro giorno invece di De Roberto ho scritto, convintamente, De Ruggero. Non è la prima volta che mi capita, e presumo succederà ancora, e ne conosco bene il motivo, che sarebbe troppo lungo e noioso raccontare, disperso nelle brume del Novecento che fu.

Porto al corrente i più attenti lettori di questo blog di un qui pro quo molto più grave accadutomi la settimana scorsa: nella lista della spesa ho scritto senape invece di maionese. Converrete che, pur nella Babele enogastronomica televisiva dei nostri tempi, non si tratta di salse equivalenti, nemmeno per approssimazione. Volete sapere com’è finita? Ha davvero dell’incredibile, roba da The Twilight Zone. Invece della senape mi hanno recapitato con la spesa un vasetto di maionese! Da restare allibiti, lo so. Forse avevano finito la senape, tutto lì. Sia come si vuole, resta il fatto che è un gran bel casino la psiche, parola di Lucian Freud.