Vivremo abbastanza a lungo per vedere una rivoluzione
politica? Questo chiedeva il venticinquenne Marx ad Arnold Rouge e cinque anni
più tardi la rivoluzione c’era. La fine di un’epoca è sempre l’inizio di
un’altra e nel nostro caso non si tratta di profetizzare nulla, ma di prendere
atto di quello che sta sotto i nostri occhi. Del resto le condizioni materiali
di una nuova società sono pronte da così tanto tempo che un giorno ci si
chiederà perché si sia atteso tanto.
Ma più che il quando dovrebbe interessarci il come: il
proletariato ritornerà a essere protagonista come classe storica, partendo dal
rifiuto del lavoro alienato e fino a coinvolgere gli ordinamenti statuali ed
economici che reggono questo sistema comandato – come scrive oggi il manifesto e come a mia volta ripeto
da anni – da gente troppo idiota per non fallire? Non mi pare che al momento
circolino idee molto simili a queste e che vi sia organizzazione della lotta ma
solo episodi sempre più diffusi di rabbia e di malcontento.
Da un lato, com’è giusto e naturale, si parla di
coloro che si trovano dentro la tagliola della disoccupazione e della
cassaintegrazione, disperati per i soldi che mancano per campare. E tuttavia, posta
tale drammaticità e urgenza, è assente nel dibattito pubblico, ossia fuori dai
soliti luoghi circoscritti ed esulando dalle romantiche teorie
neo-pauperistiche, il tema di una nuova dimensione e organizzazione sociale ed
economica diversa dall’attuale e sua antagonista.
Dall’altro lato c’è chi vuole solo difendere i propri
soldi (pochi o tanti), ha paura dell’euro e dei mercati finanziari. Tra questi
ci sono i produttori tedeschi, ma anche gli investitori internazionali, la
galassia di stipendiati e pensionati francesi, italiani e spagnoli. Quelli che
votavano Sarkozy e Berlusconi e sono ora disposti a votare qualsiasi cosa
purché la situazione cambi o almeno non peggiori. Non chiedono un cambiamento radicale,
ma un po’ della solita colla d’intervento pubblico per aggiustare il giocattolo,
ossia altra carta moneta, credito e qualche lavoro pubblico.
Questo stato di cose evolverà in parallelo con la
crisi, ma già ora si sta diffondendo la convinzione che le vecchie potenze
della politica politicante sono miserabili illusioni funzionali alla
conservazione di un sistema esaurito e completamente screditato. Un po’ alla
volta anche il vissuto negativo troverà la propria strada per uscire
dall’inganno, per organizzarsi e muoversi autonomamente diventando sempre più
cosciente dei modelli e dei programmi di controllo ufficiali. Ma c’è anche il
rischio d’infilarci in altre avventure e solo il futuro ci dimostrerà quanto ci
stiamo sbagliando tutti nella nostra monotona immagine del possibile.




