sabato 24 marzo 2012

Soprattutto di domenica



Inutile cercarla nei “grandi” giornali on-line, la notizia semplicemente non c’è. Del resto il Portogallo non fa parte dell’Europa, almeno non sempre. Ciò che sta avvenendo anche in quel paese in materia di demolizione delle tutele sul lavoro è esattamente quanto sta succedendo in Italia. Il paese lusitano è stato in sciopero generale il 22 scorso, a proclamarlo il sindacato Confederacion General de Trabajadores Portugueses (Cgtp), la CGIL portoghese, contrario invece l’altro sindacato, l'Union General de Trabajadores (Ugt). Nonostante le “riforme” e le misure di austerità, anzi proprio a causa di queste, il debito portoghese è passato dal 92% del 2010 al 110% del 2011.

Tuttavia lo sciopero generale di un giorno è un’arma spuntata, soprattutto se non raccoglie l’adesione totale dei salariati, come succede in Italia dove è presente una diffusa microimpresa e perciò una maggiore frammentazione dei lavoratori e una loro più elevata ricattabilità. Inoltre lo sciopero non esercita più una pressione economica sul padronato in tempi di crisi e, anzi, contribuisce paradossalmente alla riduzione dei costi.

Invece, come forma di lotta protratta e continuativa, sta maturando una situazione favorevole alla tattica della “non collaborazione” nelle fabbriche, nei trasporti, negli uffici, nei servizi, nella grande ristorazione, così come il boicottaggio dei grandi centri commerciali e il loro picchettaggio nei giorni festivi. L’organizzazione nei centri cittadini di manifestazioni su obiettivi molto precisi e concreti che coinvolgano i diversi ceti sociali e le diverse fasce d’età, diventerebbe un’occasione di happening, di organizzazione, collegamento, discussione, scambio e in generale di una nuova coesione sociale. Naturalmente partiti e partitini, sindacati, preti troppo impegnati, star mediatiche, capetti e “intellettuali” infiltrati devono stare alla larga per motivi d’igiene, favorendo invece le iniziative per l’astensione di massa alle elezioni e la formazione di organismi di base cogestiti.

Non si tratta di fare luna park, bensì di dar vita in questa fase a un movimento di massa e di vasto collegamento per iniziative attive di contrasto alle politiche neoliberiste e con lo scopo di diffondere la consapevolezza delle nostre ragioni e della nostra forza, alimentando per contro un clima di sconcerto, preoccupazione e allarme tra le fila dei nemici di classe e dei loro ossessivi ruffiani.

In attesa che il governo si occupi del pubblico impiego, quindi di materie come l’orario di lavoro e di ferie è necessario far capire che ciò che oggi capita a me, domani succederà a te e ad altri, che non si tratta di cose passeggere e che la fatica, l’aumento dei ritmi e il peggioramento delle condizioni di lavoro, anche se non uccide subito, peggiora la vita e l’accorcia.

venerdì 23 marzo 2012

Non collaborare mai


Sappiamo già chi verrà colpito, perché da qualche mese i capi girano nei reparti e minacciano i delegati non allineati e gli operai che resistono all'intensificazione del lavoro, annunciando loro che, «appena passa l'abolizione dell'art. 18, sei fuori!».

È quanto scrive oggi su il manifesto Guido Viale. La sconfitta sull’articolo 18, sulle pensioni e ancora prima sulla scala mobile, viene da lontano e ha per quadro di riferimento, da un lato, la creazione di un mercato globale dello sfruttamento, quindi la lotta del capitale per la totale sussunzione della forza-lavoro nella nuova fase del processo di accumulazione, e dall’altro l’accettazione dell’ideologia neoliberista di accompagno che s’incarna nella partecipazione di partiti e sindacati alla demolizione degli istituti di garanzia e tutela del lavoro costituiti in anni di dure (e sanguinose) lotte.

E a proposito di tale fattiva collaborazione, non può essere casuale che la formazione dei quadri dirigenti dei partiti (associazioni private che legalmente e illegalmente si spartiscono ingenti quote di denari pubblici) avvenga negli stessi recinti di produzione del pensiero dominante. Né può essere casuale che degli oltre mille parlamentari italiani, nei seggi nazionali ed europei, non vi sia un solo operaio. Né deve sembrare inconsueto ormai che, salvo casi rarissimi, nei vertici sindacali non si rintraccino esponenti che abbiano compiuto un’esperienza lavorativa se non occasionale.

Non è quindi né casuale e nemmeno straordinario il fatto che questi gruppi dirigenti abbiano sposato in pieno l’ideologia delle istituzioni sovranazionali agli ordini del sistema finanziario, attribuendo i motivi del deficit di bilancio e del debito statale ai presunti eccessi della spesa sociale. Per contro, le quote di ricchezza accresciute dagli sgravi fiscali, sia in Usa e in Europa, dimostrano ad abundantiam quanto falsa sia questa idea. Scrive Luciano Gallino nel suo ultimo libro a riguardo delle imposte sulle società:

«Uno studio della KPMG, nota società dei servizi finanziari operante anche in Italia, condotto in 80 paesi e pubblicata nel 2010, mostra come il tasso medio dell’imposizione fiscale sia stato ridotto tra il 1995 e il 2010 dal 38 al 25%. Tra gli Stati più generosi nei confronti delle società vi sono la Germania, che ha tagliato detto tasso di 22 punti, dal 51,6 al 29,4%, la Grecia, che di punti ne ha tagliati 16 (dal 40 al 24%); l’Irlanda, che lo ha dimezzato, passando dal 24 al 12,5%; e l’Italia, che lo ha ridotto di quasi 10 punti (dal 41,3 al 31,4%).

Si noti – prosegue Gambino – che quelli indicati sopra, pur ribassati, sono i tassi ufficiali di imposizione fiscale. In realtà, un buon numero di società, in ogni paese, paga assai meno, per diversi motivi».

Gambino illustra in seguito altri dati assai interessanti al riguardo e specie in riferimento agli Usa. Tuttavia, al riguardo dell’Italia, sappiamo che quasi il 40% di Spa e Srl dichiara un valore netto della produzione negativo o assente! Pertanto, se nelle società di capitale abbiamo livelli cosi alti di valori negativi o assenti, quanto è alto il valore negativo delle società soggette agli studi di settore? Quindi se è vero che l’aliquota fiscale sulle imprese italiane è tra le più alte di Europa, bisogna altresì tener conto che la base imponibile è estremamente esigua. L’aliquota media delle 2022 società analizzate nel 2009 da Mediobanca è passata dal 29,1% al 23,1% e il tax rate minimo emerso dai bilanci delle società quotate era dell’ 11,8%. Ed è questo un motivo per il quale insisto nel dire che la strafenexpedition tra le baite alpine dell’ufficio delle entrate è solo un presa per il culo.

Vedo di dare solo qualche cifra  aggiornata al 2012 (non voglio tediarvi oltre): la tassazione di redditi da partecipazioni in società di capitali (residenti), concorre alla formazione della base imponibile per il 5% dell’utile distribuito; la tassazione di plusvalenze da cessioni di partecipazioni in società di capitali (il capital gains) sulle società residenti, concorre ugualmente con il 5% della plusvalenza alla formazione della base imponibile. E l’operaio e il pensionato paga il 23%!!

Vogliamo parlare poi della tassazione che riguarda le successioni? È irrisoria. Si dirà: ricchezza accumulata in una vita di lavoro e di sacrifici. In certi casi è vero per quanto riguarda il de cuius, ma i figli e i parenti che cazzo c’entrano, quale lavoro e sacrifici hanno prodotto? E si potrebbe continuare a lungo, citando il ruolo della criminalità organizzata contigua alla politica, la corruzione come sistema generalizzato, ecc..

Pertanto che si fa? Il minimo è creare una situazione generale di non collaborazione con lo Stato, i partiti e i sindacati, oggettivamente alleati con il nemico di classe. Essere passivi nei luoghi di lavoro, disinnescare attivamente, quando è possibile, i meccanismi dello sfruttamento, quindi stimolare un clima di ostilità e di sano odio di classe, ricambiando in ciò il tipico atteggiamento padronale. Isolare i collaborazionisti e ricordare sempre che la crisi è solo uno degli espedienti per metterci sotto. Non esistono padroni buoni e padroni cattivi, ma solo padroni e schiavi.

giovedì 22 marzo 2012

Piazza Fontana, il depistaggio continua sui giornali


Quella di riscrivere la storia è una tentazione e una lusinga che ha radici antiche quanto la scrittura. Eugenio Scalfari nel suo articolo di oggi non vuole riscrivere o stupire nessun buon borghese con rivelazioni e interpretazioni di nuovo conio sugli anni della cosiddetta “strategia della tensione”, ma punta invece a confermare e rafforzare la versione dominante. Prima ancora di falsare la storia egli vuole perciò coltivare il luogo comune di una verità ignota, di una strage senza paternità, di misteri mai totalmente diradati, tanto che si spinge a scrivere: “Forse l'Europa, forse l'esperimento del governo Monti, forse Giorgio Napolitano, riusciranno a purificare l'aria ammorbata che ancora ci opprime. Forse il nocciolo duro delle complicità sarà portato alla luce”.

L’occasione per un’operazione nella quale non c’è rispetto soprattutto per le vittime di quella strage e di quella tragica stagione, gli è offerta da un film del regista Marco Tullio Giordana sulla strage di piazza Fontana. Scrive, per esempio, a proposito dell’arresto e della morte di Giuseppe Pinelli:

Pinelli è digiuno da trenta ore, non gli danno nemmeno l'acqua da bere, il volto è stravolto dalla stanchezza, gli occhi di tanto in tanto si chiudono e i poliziotti lo risvegliano a suon di ceffoni. Solo il commissario Calabresi che partecipa all'interrogatorio cerca di riportare i suoi uomini alla calma e ad un minimo di equità ma non sempre ci riesce, loro sono furibondi perché le trenta ore d'interrogatorio pesano anche sui loro volti e sulle loro gambe. A un certo punto Calabresi è chiamato dal Questore e lascia la stanza. Allora i poliziotti si scatenano, spintonano Pinelli, lo trascinano verso la finestra. La macchina da presa si sposta su Calabresi che sta discutendo col Questore e sente all'improvviso un tonfo proveniente dal cortile. Come presago si slancia verso la stanza dell'interrogatorio e vede i suoi uomini alla ringhiera della finestra e il corpo di Pinelli sfracellato sui ciottoli del cortile.

Dunque Scalfari sposa la tesi del film: Calabresi è un poliziotto pacato e quando Pinelli viene precipitato dalla finestra si trova in un’altra stanza, al telefono. La tesi del film è la versione ufficiale del Calabresi. E del resto, oggi, perché ricordare ciò che tutti i muri e le piazze d’Italia sapevano e gridavano allora?

Parte da lontano Scalfari per arrivare a quegli anni, riassume il secolo, lungo e non breve secondo lui: “Cominciò con le cannonate di Bava Beccaris contro i socialisti e gli anarchici milanesi (1898)”. Non è vero che il generale fece sparare solo contro “socialisti e anarchici milanesi”. La protesta, detta “dello stomaco”, divampava in Italia a causa dell’aumento del costo del pane. A Milano la polizia s’infiltrò tra gli operai sobillandoli. Ci furono poi degli arresti e a causa di questi una manifestazione davanti alla caserma della questura. Per rompere l’accerchiamento la polizia sparò e uccise due operai ferendone altri. Il giorno dopo “un'imponente massa di popolazione, appartenente alle più varie categorie, dalle tabacchine ai tramvieri”, manifestò per le vie della città. La polizia sparò e ci furono varie vittime. Il giorno successivo il macellaio Bava ordinò di sparare con i cannoni, fatto che provocò la morte di un centinaio di persone e il ferimento di un altro mezzo migliaio. Il giorno dopo ancora, il 9 maggio, l’artiglieria sparò anche sul convento dei cappuccini all’interno del quale si erano rifugiati numerosi manifestanti, provocando anche qui alcuni morti.

Come si vede la strategia della tensione ha padri “illustri” e lontani. Il paradigma di tale strategia fu raggiunto dal fascismo al suo avvento. Un regime al quale Scalfari ha aderito, orgoglioso della sua camicia nera e dei pantaloni a sbuffo alto, salvo poi prenderne distanza al suo tramonto, come del resto fecero moltissimi altri. Abbracciò il liberalismo, che invero aveva sempre avuto nel cuore, e passa per un intellettuale di “sinistra”.

Venendo agli anni della strage di piazza Fontana e della strategia della tensione, Scalfari omette di citare troppe cose, ma una essenzialmente. Scrive:

La strategia della tensione è stata purtroppo una presenza dominante nella seconda metà del secolo scorso. La si può descrivere con una figura geometrica, un triangolo retto, due cateti e un'ipotenusa che li unisce. E se vogliamo animare la geometria con la carne e il sangue delle persone, ci furono un'estrema destra e un'estrema sinistra che si contrapponevano usando i mezzi illegali della violenza, delle armi, delle bombe, dei complotti e delle stragi; e c'è un'altra forza che aizza la destra e la sinistra affinché la violenza esploda, organizza misteriosi provocatori, finanzia operazioni clandestine, corrompe e usa le istituzioni dello Stato per alimentare il disordine anziché controllarlo e spegnerlo.

Questa è una falsità spudorata. L’”altra forza”, cui Scalfari allude, non è esterna allo Stato, ma usa lo Stato e il terrorismo. È la stessa borghesia che affronta la minaccia “sovversiva” nel modo più congeniale: con la violenza dell’ideologia e l’ideologia della violenza. Fu la borghesia italiana a incaricare le fazioni interne e parallele dello Stato di rispondere sul terreno della violenza al movimento sociale che chiedeva cambiamenti radicali. Scalfari lo chiama “lo Stato deviato”. Ma di quale deviazione parla? I servizi segreti intrecciati a doppio filo con la Cia, il ministero degli Interni, Gladio, la P2, rappresentavano a tutti gli effetti i gangli vitali delle Stato ai quali è sempre stata data copertura politica.

I responsabili del gigantesco depistaggio che fu preordinato per incastrare gli anarchici e in seguito per proteggere i responsabili della strage, hanno nomi e cognomi noti da decenni e scritti nelle carte processuali. Se non ci fossero stati quei depistaggi e quelle coperture, Freda e Ventura non sarebbero a piede libero. Quanto si è impegnato in anni recenti lo Stato nel chiedere al Giappone la consegna di Delfo Zorzi? Se gli studenti di oggi ignorano chi sia stato Valpreda, che Scalfari non cita, e attribuiscono la strage di piazza Fontana alle Brigate rosse, una qualche responsabilità in capo alla cosiddetta informazione il grande direttore non la vede?

Il mercato degli schiavi in Italia



Ieri sera, al tg3, Massimo D’Alema, uno dei ras del Partito democratico, dichiarava, a riguardo della riforma del lavoro, di auspicare che il governo presenti al parlamento il provvedimento sotto forma di legge delega e non di decreto.

È il solito gioco delle tre carte, sono tutti d’accordo i magliari, tanto poi il parlamento, con o senza il Pd o una sua parte, il provvedimento sulla libertà di licenziamento lo approverà comunque, pur con tutti i distinguo e i mal di pancia della solita commedia. Mi fanno ridere quelli che dicono che il Pd si spaccherà su questa bagatella. Si possono spaccare sulla spartizione degli pseudo rimborsi elettorali, oppure per le candidature e altre questioni relative alle correnti, ma non su queste cose di così scarsa importanza per la loro vita e carriera politica.

E che si tratti di una pantomima si sapeva da molto tempo. Infatti, ben prima dell’avvio degli incontri tra governo e le cosiddette parti sociali, era stato detto chiaramente che non si sarebbe andati ad alcuna trattativa, ma che invece tali incontri sarebbero serviti solo a scopo consultivo. Il resto, comprese le considerazioni al riguardo, viene da sé. Ed è per questo che il 10 marzo, in riferimento alla riforma del mercato del lavoro spagnolo scrivevo: “Essa dovrebbe interessarci da vicino, poiché illustra quale sarà l’esito finale della riforma della legislazione sul lavoro anche nel nostro paese”. Non serve essere particolarmente avveduti, basta non essere idioti.

Una volta approvato il provvedimento così com’è nella sua sostanza, cosa sulla quale non si può nutrire alcun dubbio, il rapporto tra padroni e dipendenti sarà grossomodo questo: un brutto giorno, chiunque lavori alle dipendenze di un padrone può ricevere una raccomandata in cui si dice che, a seguito della negativa congiutura del meracto, la sua collaborazione (la chiamano così) non è più necessaria in quanto, dovendo ristrutturare e balle varie, la sua figura professionale non rientra più tra quelle ….. Lettere di questo contenuto potrebbero già prestamparle, corredate di tutti i riferimenti normativi del caso. Volendo, ma è chiaro che non lo faranno, potrebbero aggiungere postille del seguente tenore: ti lasciamo a casa per il semplice motivo che sei vecchia/o e noi abbiamo bisogno di carne fresca da sfruttare. Oppure: pezzo di merda, nell’ultima assemblea sindacale ti sei permessa/o di esprimere delle considerazioni sull’organizzazione del lavoro che non ci garbano, perciò ora ti mandiamo a fare in culo e vogliamo vedere chi avrà il coraggio di assumerti in zona. O anche: cara, il padrone, l’amministratore delegato, oppure il capo del personale, ti aveva chiesto di essere gentile, ma tu non hai ceduto alle lusinghe e allora eccoti un calcio in culo.

Quando scrivo che questi, tutti, sono dei fascisti, dico a vanvera?

* * *

Non conosco nessun premio Nobel, in qualunque disciplina, oppure studioso di fama, vivente, che a 26 anni sia stato nominato professore ordinario presso università pubbliche o private. Nemmeno un fenomeno naturale come Zichichi è riuscito così precoce. E, del resto, quale mole di pubblicazioni, quali contributi originali, quali ricerche, risultati ed esperienze di docenza può aver prodotto ed esperito un giovanotto di 26 anni per diventare, non dico professore associato (fatto di per sé già clamoroso), ma addirittura ordinario con cattedra? Un genio così poteva nascere solo in Italia ed ecco ciò che s’intende per merito.

mercoledì 21 marzo 2012

Le favole sulla lotta all'evasione fiscale e la riforma del lavoro



Le politiche fiscali e la gestione delle dinamiche di prezzi e tariffe, costituiscono nel loro insieme una potente leva della lotta di classe condotta dai padroni contro i salariati. Non da oggi, ovviamente, basta leggere Aspetti sociali del IV secolo di Santo Mazzarino, tanto per citare. Pertanto invocare una meno iniqua distribuzione della ricchezza e quindi del carico fiscale, non solo non può far quadrare il cerchio delle disuguaglianze di classe e di reddito, ma proprio su tali divaricazioni la borghesia punta per dividere le classi subalterne e per creare le condizioni della sua storica rivincita.

Lo so che non sarebbe, allo stato in cui siamo, una cattiva cosa assestare anche qualche colpo al cerchio oltre che bastonare sempre la botte, ma le escursioni dell’ufficio delle entrate tra le baite alpine a caccia di scontrini fiscali, sono solo fumo negli occhi. Non è la somma degli scontrini a fare il grosso dell’evasione, e la cosa è ben nota, e del resto al di là di tale estemporanee iniziative è l’oggettività delle cose che impedisce un serio contrasto all’evasione e elusione fiscale. E cioè? La struttura su cui poggia il capitale, ossia i grandi interessi economici e politici, legali e nondimeno illegali. Le liste nere dei paradisi fiscali fanno ridere: oggi via internet si può creare una offshore senza alzare il culo dalla sedia, ed evadere alla grande. Non lasciamoci infinocchiare dall’ennesima trovata propagandistica.

* * *

La riforma cosiddetta del lavoro, la discriminazione in atto ai danni degli iscritti Fiom.  È tutto in perfetta continuità con il passato, non c’è nulla di effettivamente nuovo nel comportamento del padronato e nell’atteggiamento dei partiti. Per restare alla politica, si sa come la “sinistra” abbia sempre anteposto l’interesse nazionale, quello delle “riforme” (il Piano del Lavoro, remember?), a una strategia, passata come velleitaria e suicida, di cambiamento sociale radicale. La bandiera rossa nei simboli dei partiti funse a suo tempo da copertura per altre operazioni. Così come oggi gli operai della Fiom sono estromessi dalla Fiat con il tacito avvallo degli ex compagni (ma de che?), nel corso degli anni Cinquanta vennero estromessi o confinati dalla Fiat i quadri politici più attivi della classe operaia col sostanziale assenso del partito. Oggi, come allora, tutto quello che può mettere in discussione i livelli produttivi e i relativi rapporti, e cioè il meccanismo della massimizzazione del profitto, deve restare fuori dai luoghi di lavoro, così come fuori dal dibattito pubblico.

Di riforma in riforma, dal socialismo come sviluppo fino all’esaltazione del “libero” mercato monopolistico, siamo arrivati ai rimasugli post Ottantanove, a quell’accolita di affaristi e corrotti che hanno cantato le lodi perfino di uno squalo come Marchionne (e del resto, come non rammentare che già Valletta fu, non solo salvato all’ultimo istante dal plotone d’esecuzione per ordine del partito, annoverato dallo stesso come il più qualificato esponente della borghesia “progressista”). Su questo versante non va dimenticato che l’arretratezza del sistema economico italiano fu decisiva per lo sviluppo e le sorti della Fiat, così come oggi la delocalizzazione e il monopolio sono fondamentali alle dinamiche dell’azienda. E in questo fatto, Mario Monti, dal punto di vista degli interessi della grande borghesia transnazionale, vede bene. E ricordiamoci che la politica di unità nazionale non è un momento tattico, transeunte, ma strategico. Dal dopoguerra.

Ma tutto questo c’entra con la “riforma” del lavoro e l’evasione fiscale? Letto mai qualcosa del genere nei cosiddetti grandi giornali? Per nulla, appunto.