lunedì 22 marzo 2010

Il paese dei banditi





Ora finalmente ho rinunziato a molte cose,
e specialmente allo stato,
come a un pensiero ozioso,
perché ho compreso
che è tutto un accodo,
un accordo di bestie di colore diverso.
[…]
Che gente mai è venuta fuori ora?
Che stirpe mai?
Vigliacco su vigliacco
E codardo su codardo.
[…]
Che importanza ha
A quale ceffo
Affluiscano in tasca i capitali.
Mi fanno schifo gli uni e gli altri.
Tutti loro
Sono una classe di banditi e rapinatori.
[…]
Non è un paese, ma un totale bivacco.
Per gli uni – giacimenti d’oro,
per gli altri – tenebra impenetrabile [*].

* * *

Atmosfera d'altri tempi a palazzo Cusani, sede milanese del Circolo ufficiali dell'Esercito, per il Gran ballo delle Cinque giornate. Obbligatorio per le dame e i cavalieri della Società di danza milanese - come da programma - l'abito ottocentesco (la Repubblica).

[*] Sergej Esenin, Il paese dei banditi, Einaudi.

domenica 21 marzo 2010

Clero strutturale




Di seguito alcuni stralci da un articolo di Enzo Mazzi pubblicato su il manifesto di ieri, dal titolo “La pedofilia strutturale della Chiesa”.


La pedofilia del clero è un fenomeno antico, come del resto la pedofilia intra-familiare. Se oggi emerge e fa scandalo non è necessariamente perché tale fenomeno si sia aggravato ma perché le vittime e i loro genitori hanno il coraggio di denunciare gli abusi […].
La pedofilia è un crimine e quella dei preti lo è a un livello di gravità e pericolosità particolarmente pesante. Il «sacro», cose sacre, persone sacre, luoghi e tempi sacri, proprio in quanto realtà separata tende ad annullare la sacralità dell'esistenza normale, esclude la sacralità del tutto e quindi è implicitamente e intrinsecamente fonte di violenza. Ma se il sacro si rende responsabile di esplicite forme di violenza, come nella pedofilia dei preti, allora la violenza esplicita e quella implicita si potenziano reciprocamente.
[…]
La pedofilia è interna [al] rapporto fra sesso e potere. Chi cerca il bambino o la bambina per soddisfare l'appetito sessuale lo fa per esprimere la propria sete di dominio verso una creatura fragile. È la sete di dominio la radice più profonda della pedofilia. Per cui combattere la pedofilia senza porre la scure alla radice non dico che è inutile ma certo è insufficiente. Ed è la sete di dominio che andrebbe sradicata dalla struttura del sacro.
[…]
Come una madre possessiva, sembra che Madre Chiesa voglia mantenere in una perenne condizione infantile i suoi figli, tanto li ama. Se non rischiasse di essere male interpretato, verrebbe voglia di chiamare tutto questo «pedofilia strutturale» della Chiesa, nel senso appunto di amore verso gli uomini e donne perennemente bambini. E la sacralizzazione del potere ecclesiastico, la teologia e la pastorale del disprezzo verso il corpo, il sesso e il piacere, la condanna di ogni forma di rapporto fra sessi che non sia consacrato dal matrimonio, non è tutto questo dominio violento?
C'è in questo momento la tendenza a puntare sulla concessione del matrimonio ai preti rendendo il celibato una scelta facoltativa e non definitiva. Ma è il sacerdozio in sé come casta sacrale detentrice di un potere derivante direttamente da Dio da porre in discussione.
È tempo che si crei un grande movimento per restituire al cristianesimo il senso della liberazione dal sacro, in quanto realtà separata, liberazione non solo dalle oppressioni economiche e politiche, ma anche psicologiche, etiche-morali, simboliche. Forse non sparirà la pedofilia ma certo verrà colpita a fondo e non solo quella dei preti.
* * *
Un articolo per certi aspetti condivisibile ma pieno di contraddizioni. Il problema è proprio questo, che qualunque cosa detta o scritta da un prete cattolico non può che contenere un "vulnus" ideologico che è proprio ed irredimibile della condizione clericale. Nel caso dell'articolo, è eloquente in queste frasi: “il sacro, come realtà separata, contiene in sé la violenza”; “è la sete di dominio che andrebbe sradicata dalla struttura del sacro”. Di contro, è invocato un sacro immune da tale negatività, cioè un “cristianesimo restituito del senso della liberazione del sacro”. 
Gerarchia e separazione sono costitutive di ogni teogonia religiosa, di ogni forma oggettivata di sacralità; così come ogni pastore, appunto perché tale, rappresenta ed esercita un potere soggettivo, se non altro di comunicazione, sul proprio gregge. Infatti egli può predicare il “senso della liberazione del sacro”, ma non come liberazione effettiva, autentica, poiché essa implicherebbe inevitabilmente la liberazione dal sacro e dai suoi sedicenti demiurghi, per quanto "libertari".


sabato 20 marzo 2010

In girum imus et consumimur igni



Su Il Sole 24ore del 17 c’è un buon articolo di Martin Wolf. Viziato ideologicamente, come è inevitabile, ma  pertinente. Non è direttamente di tale articolo che voglio parlare, anche se esso mi offre lo spunto per considerare, ancora una volta, come le grandi questioni economiche che parevano superate da decenni, viceversa nella loro sostanza sono ancora tutte allineate sul vecchio tappeto degli Anni Venti e Trenta. Del resto, i problemi fondamentali connessi all’accumulazione, al debito, all’import/export, alla caduta tendenziale del saggio del profitto, si ripresentano inevitabilmente come elementi irriducibili dell’economia capitalistica. Le difficoltà della Germania di allora e di quella di oggi, sono paradigmatiche. E anche l'impasse degli Stati Uniti, della Francia e del Giappone. Il problema era ed è trovare mercati solvibili dove piazzare le proprie merci. Esorcizzare ideologicamente tali questioni, è servito solo sul piano politico e del controllo, oltre che nello scontro strategico Est-Ovest. Sul piano pratico si sono creati dei mercati comuni, delle aree aperte allo scambio, fino all’attuale mondializzazione. Il resto l’ha fatto l’industrializzazione diffusa e massiccia, la creazione di nuovi prodotti e il modello consumistico basato sulla fruizione rapida, cioè sulla dissipazione. Ciò non ha risolto i problemi, ma solo rinviati e ampliati, come nel caso del depauperamento delle risorse e l’incremento dell’avvelenamento. Infatti, nell’àmbito del modo di produzione capitalistico tali problemi non solo non si possono risolvere "riformandoli", ma si aggravano. inevitabilmente. Non si tratta più delle crisi di ciclo di un tempo, ma degli effetti di una crisi generale, permanente e quindi storica, del capitalismo, i cui effetti sono sotto gli occhi di tutti. È il caso di dire: l'analisi di Marx, la sua critica dell'economia politica e l'individuazioni delle leggi che muovono il capitalismo, è attualissma e da essa non si può prescindere.
Nemmeno durante la Guerra fredda il mondo ha corso tanti rischi quali si profilano minacciosi oggi. Le classi dirigenti dei diversi blocchi sapevano che l’impiego dell’arma atomica avrebbe avuto effetti devastanti e definitivi non solo per l’avversario. Inoltre gli avversari del capitalismo si connotavano soprattutto sul piano strategico politico-ideologico e molto meno su quello della concorrenzialità economica. Oggi non è più così. Il mercato mondiale nel suo sviluppo attuale crea i presupposti per un conflitto veramente globalizzato. La possibilità che una scintilla incendi la prateria, nei prossimi lustri, non è più remota come un tempo.

venerdì 19 marzo 2010

La bella società


La denuncia della Rete laica bolognese: «Don Andrea Agostini dopo la condanna è stato promosso a nuovo incarico». Di questo apostolo di Cristo avevo già scritto qui.
La Curia felsinea rifiuta ogni commento e attacca i giornali: «Scrivete solo falsità». Don Agostini gestiva un asilo cattolico e nel 2008 subì una condanna a 6 anni e 10 mesi di reclusione per atti di pedofilia «Voi giornalisti scrivete solo bugie, falsità, imprecisioni. Non abbiamo alcuna intenzione di parlare con voi». Clic. Adriano Guarnieri, portavoce del cardinale Carlo Caffarra, arcivescovo di Bologna, non ha proprio alcuna intenzione di confermare  [...] 
* * * * * * * * * *


Dipartimento per l’Istruzione ­– Direzione Generale per gli Ordinamenti Scolastici e per l’Autonomia Scolastica.
prot. n. 101/R.U.U
[…] l’elevata concentrazione nelle scuole e nelle classi di alunni con culture, condizioni, vissuti familiari e scolastici, situazioni di scolarizzazione e di apprendimento fortemente differenziati, impone il superamento di modelli e tecniche educative e formative tradizionali e l’adozione di metodologie, strumenti e contributi professionali adeguati alle nuove e diverse esigenze.
[…]Perché l’erogazione del servizio scolastico ottenga l’effetto di un reale coinvolgimento e di una crescita positiva per tutti, occorre innanzitutto che le scuole, con la collaborazione degli Enti locali e dell’Amministrazione scolastica, si impegnino in uno sforzo sinergico e partecipato finalizzato alla elaborazione di criteri di equa distribuzione della popolazione scolastica e, per quanto possibile, di ponderata assegnazione degli alunni alle classi.
[…] Un’analisi attenta dell’intera questione mette in evidenza alcune criticità che possono così essere riassunte:
[…]la presenza di culture diverse all’interno delle comunità straniere e il loro impatto con la cultura italiana.
[…]In questa prospettiva si impongono, di conseguenza, alcune nuove e specifiche misure organizzative a sistematica integrazione di quelle già sperimentate, anche con successo, da singoli Uffici scolastici territoriali, da singoli Comuni, da singole Istituzioni scolastiche e da reti territoriali.
[…]In particolare, è necessario iniziare a programmare il flusso delle iscrizioni con azioni concertate e attivate territorialmente con l’Ente locale e la Prefettura e gestite in modo strategico dagli Uffici Scolastici Regionali. Questo richiede la definizione delle condizioni per assicurare a tutti opportunità di istruzione, fissando dei limiti massimi di presenza nelle singole classi di studenti stranieri con ridotta conoscenza della lingua italiana.
* * *
Le classi che quest'anno fanno registrare una presenza di alunni di origine straniera superiore al 30 per cento sono oltre 10mila: 7.279 nella primaria e 3.122 nella scuola media. Il record assoluto tra le regioni è della Lombardia dove il limite del 30% è superato in 2.955 classi. Il ministro ha precisato, in un secondo tempo, che nel calcolo della percentuale devono essere inclusi solo i ragazzi di cittadinanza straniera non nati in Italia. Di conseguenza, il numero delle classi interessate dal "taglio" si riduce a poco meno di 3.000: 2.893 per la precisione (la Repubblica).
* * *
Questa è una società che ha bisogno di riconoscersi ideologicamente come una società senza contraddizioni. Partendo da un problema reale, alla fine, si è arrivati alla discriminazione. Non è semplicemente fascismo, c’è anche una buona dose di pura idiozia burocratica. Bastava lasciare i tre insegnati per classe, dotare le scuole di ausili pedagogici e psicologici adeguati, di risorse sufficienti, e la questione si sarebbe potuta affrontare e risolvere in gran parte per questa strada, ponendo peraltro le basi per una più stabile e coesa convivenza.

Grandi firme



Qual è il criterio per imbastire un editoriale? Innanzitutto, come vedremo, le semplificazioni del mondo alla rovescia. Poi molti nomi di personaggi: quelli morti, chiamati a confermare il proprio mito; quelli vivi, per i quali la leggenda è in corso d’opera. Tra questi ultimi, la scelta di un interlocutore, preferibilmente con pedigree statunitense, magari un guru dell’informatica, oppure un ideologo della Georgetown University, le cui dichiarazioni saranno guarnite con stuzzicanti citazioni à la julienne, arabeschi e modesti souvenir personali. Il tutto per lettori che nella loro maggioranza statistica non sono autentici borghesi, ma nemmeno troppo popolari, e ai quali i nomi di Wittgenstein, Russell, Calvino, Arbasino, Dan Brown, Joanne K. Rowling, Coelho, Thomas Hardy, Karl Deutsch, eccetera, producono lo stesso stimolo dei campanelli pavloviani.
Il titolo dell’articolo deve dare subito la misura che i temi trattati non riguardano i perditempo, i posapiano, gli indecisi. Si punta alle soluzioni, dopo aver attentamente vagliati i problemi. Per esempio: la condizione di miseria vissuta dalla Verità ai tempi di internet, oppure la Pace nel mondo. Altroché. L’attacco è sempre suggestivo e accattivante. Nel caso in esame, un articolo di domenica scorsa su Il sole 24ore, l’interlocutore “scruta il Canal Grande, le glorie e il passato della Repubblica di Venezia, grandi guerre e grandi commerci” da “una finestra dell'Isola di San Giorgio”. È chiaro che si tratta solo di una finestra metaforica che guarda al “passato”, poiché se non si sale sul campanile, dall’isola si può “scrutare” solo ciò che è prospiciente al “presente”, cioè il Canale (bacino) di San Marco, il canale delle Grazie, l’imbocco e un tratto di quello della Giudecca, la Punta della Dogana.
Il raffinato specialista americano afferma: «Abbiamo creduto a lungo che per far pace occorra la democrazia. È utile certo, ma non indispensabile. Il dittatore Suharto era quel che voi italiani chiamate "un figlio di..." eppure contribuì a fermare le guerre nel Sud-est asiatico. Il Congresso di Vienna del 1815, con Austria, Russia e Prussia, non era animato da ideali democratici. Eppure concluse la stagione delle guerre di Napoleone».
Il riferimento al Congresso di Vienna è vacuo come tutto il resto dell’articolo. La pace chiude le stagioni di guerra con la vittoria degli uni sugli altri, poiché pace e conflitto armato altro non sono, prescindendo da ogni altra considerazione sulla natura politica dei sistemi statuali, che due facce della stessa medaglia, così come recita la trita massima del tal dei tali.
Sarebbe interessante sapere come gli americani chiamano in genere i “figli di Maria”, ma non è questo il punto. Al grande giornalista, un tempo corrispondente di un “quotidiano comunista”, non viene in mente alcuna suspicione a proposito di Suharto, e lascia correre. Del resto, entrambi, specialista e giornalista, fanno parte delle sedicenti “élites che viaggiano e dialogano”, preoccupate della “rilassatezza delle barriere economiche e politiche”. Mentre l’intero scenario dovrà presto essere abbandonato a una necessità che ci ha portati così lontano, queste élites fraseggiano su quel programma che contiene nessun’altra promessa tranne quella di un capitalismo sfrenato e sul quale invocano ipocritamente delle regole, avendo anzitutto presenti gli interessi dalle esigenze illimitate e pertinenti il loro domestico savoir vivre. Che altro?
Al di là del cortile quieto, il governatore centrale israeliano Fischer, il commissario europeo Almunia, la signora Lagarde – dritta come la campionessa di nuoto sincronizzato che era – e Posen, della Bank of England, provano con Tremonti a evitare la marcia indietro temuta nel saggio di Kupchan: non è detto che ci riescano.
Ah, ah, ma qui siamo alle buffonate. E chi sarebbero questi carneadi, Lagarde e Tremonti? Ma anche lo stesso Obama e per soprammercato anche Almunia, come pensano di convincere gli israeliani a far marcia indietro sulle risorse idriche e i territori occupati? La stessa guerra dei sei giorni si è presentata sin dai suoi esordi, al di là di quelli che sono i suoi indubbi risvolti strategico-militari, come una guerra per l’acqua; così come ha risposto agli stessi obiettivi l’occupazione israeliana del Libano del 1980. Entrambe queste guerre hanno permesso anzitutto ad Israele di estendere il suo controllo su importanti risorse idriche della regione.
Durante i negoziati di pace iniziati a Madrid nel 1991, per risolvere tale problema della ripartizione delle risorse idriche dei territori della Cisgiordania e della striscia di Gaza, gli israeliani e i palestinesi si avvalsero dei principi generali che regolano l’utilizzazione dei corsi d’acqua internazionali, in particolare delle norme dell’equa utilizzazione e del divieto di causare danni, ecc. ecc..
Una parte preponderante delle risorse idriche della Cisgiordania e di  Israele si trova nelle due falde sotterranee isolate dai corsi d’acqua di superficie che delineano il confine tra Israele e la Cisgiordania: la falda denominata dello Yarkon-Tanninim (o Turonian-Cenomanian) detta anche della falda montana e quella di Eocene, le quali in media forniscono l’82% del rifornimento totale della Cisgiordania. Queste due falde sono sfruttate attraverso l’estrazione da pozzi naturali o artificiali. È pacifico il carattere di internazionalità di tali falde e quindi la loro sottoposizione alle norme di diritto internazionale e infatti il problema di tali falde è stato oggetto anche della Dichiarazione di Principi  firmata a Washington nel 1993 tra israeliani e palestinesi. La Dichiarazione stabiliva di focalizzare la futura cooperazione nella gestione delle risorse idriche della Cisgiordania e Gaza su “proposal for studies and plans on water rights each part , as well as equitable utilization of joint water resources”. Perché Riotta non informa i propri lettori su com’è andata a finire tale faccenda, su come hanno agito i diversi protagonisti in merito ad essa?
E, invece, solo chiacchiere e distintivo.