sabato 25 aprile 2026

Troppo comodo

 

Mariano Turigliatto, che tra le tante sue attribuzioni si definisce anche “coltivatore di speranza”, scrive oggi per Il fatto quotidiano un articolo dal titolo: L’eccidio oltre il 25 aprile ela ritorsione: a Collegno e Grugliasco c’è una storia su cui è calato l’oblio.

Racconta di una rappresaglia, avvenuta poco lontano da Torino il 30 aprile 1945, da parte delle truppe tedesche in ritirata. Le vittime civili furono 68. Per ritorsione, il giorno dopo, “alcuni abitanti di Collegno si uniscono in armi a un gruppo locale di sappisti e fucilano per ritorsione 29 militi della Divisione Littorio fatti prigionieri qualche giorno prima” (*).

Potrei a mia volta ricordare, per esempio, le gesta criminali di Gino Simionato, nella zona di Treviso. Oppure l’eccidio di soldati italiani e tedeschi prigionieri, avvenuto a Biscari nel luglio 1943 su istigazione del generale Patton. Eccetera. Le guerre, specie quelle civili, sono intrise di crimini e misfatti. Potremmo spingerci anche dire che già le guerre in sé stesse sono dei crimini, e tuttavia non tutte le motivazioni che fanno capo alle guerre si possono mettere sullo stesso piano. Così come non tutti i morti per causa dei conflitti sono uguali e degni della medesima considerazione. Un milite delle Einsatzgruppen da vivo e da morto non ha la stessa dignità delle sue vittime. La morte non attenua e non assolve dalle proprie responsabilità (sarebbe troppo comodo, specie dopo una sconfitta).

Turigliatto non la pensa come me, chiude così il suo articolo: “Raccontare queste storie non sminuisce l’eroismo, la generosità e l’importanza della lotta partigiana, serve a dirci perché non dobbiamo credere a chi ci parla di “guerra giusta”, di buoni e di cattivi. La guerra abbruttisce tutti, buoni e cattivi, per questo la Liberazione non è finita”.

Turigliatto rifiuta una gerarchizzazione della memoria storica, e così non s’avvede di avere una posizione molto ideologica. Che la guerra abbruttisca tutti, buoni e cattivi, è un fatto oggettivo, ma non abbruttisce tutti allo stesso modo, poiché le dinamiche politiche e storiche, i fatti in sé stessi, creano una gerarchia altrettanto oggettiva.

Nelle motivazioni e nei comportamenti di chi combatteva come partigiano nell’appennino emiliano e i fascisti che supportarono le truppe della 16a divisione Ss Panzergrenadier c’era differenza. Tra gli assassini che sterminarono 643 civili a Oradour-sur-Glane, vale a dire la divisione corazzata Ss Das Reich e i maquisards, c’era differenza. Differenze morali e sostanziali.

(*) Non semplicemente militi, ma camice nere. La divisione della RSI fu impiegata nella repressione anti-partigiana in operazioni particolarmente brutali.

2 commenti:

  1. All’epoca c’era un esercito regolare e l’altro no. Chi non faceva un salto ideologico finiva in esercito regolare italiano, come moltissimi. Anche senza essere fascisti per vocazione.
    D’altra parte erano i fascisti su mandato borghesia che imponevano “ordine”, anche col terrore, ma si erano fatti eleggere “regolarmente” con appoggi del re e appoggi oltretevere…

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  2. A ben vedere, poco è cambiato. E per stare alle espressioni dell’oggi i partigiani erano degli “scappati di casa”.
    È vero che la cupezza degli ultimi anni allucinati del regime, più il martellamento di bombe proprio su quelle “case” obbligò buona parte Italia a resistenza

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