sabato 11 aprile 2026

Come Hemingway vinse la seconda guerra mondiale

 

Parigi ’44, l’onta e la gloria, di Patrick Bishop, è il saggio storico più interessante e godibile che ho letto negli ultimi tempi. Di che cosa si tratta? Di quella gran merda che è il mito della Francia di de Gaulle. Non perché non vi siano stati comportamenti adeguati e anche eroici, nel senso più alto dell’accezione, tra i francesi durante l’occupazione tedesca, ma proprio perché il mito della Francia che si è “liberata da sé” è una énorme merde.

In nessun altro Paese l’apparato statuale, gli intellettuali e gli artisti, nel suo insieme la borghesia (con le debite eccezioni), ha collaborato convintamente e appassionatamente con i nazisti come in Francia. Paradossalmente c’è più onore negli aderenti francesi alla Waffen- Grenadier-Division Charlemagne, che combatterono e morirono sul fronte orientale, che in quella teppaglia borghese annidata nei salotti e nei boudoir di Francia.

Nel 1940, la Francia si arrese in poco più di un mese, nonostante un numero di divisioni pressoché eguale, un numero di carri armati e di aerei francesi superiore a quelli germanici. Dopo 85mila morti, 120mila feriti e un milione e mezzo di prigionieri. Dunque non ci si arrese senza combattere, ma se per comandanti si hanno dei burocrati ...

Il patto fra la Germania e l’Unione sovietica mise il Partito comunista francese nell’incredibile posizione di chi, per proprietà transitiva, considera come alleati i suoi occupanti. In un editoriale dell’Humanité, si poteva leggere: “È particolarmente confortante, in questi tempi difficili, vedere così tanti operai parigini intrattenere rapporti amichevoli con i soldati tedeschi, sia per strada che nei bar di quartiere. Bravi, compagni! Continuate così, anche se questo irrita certi borghesi, ottusi e rancorosi” (p. 120).

Va comunque detto che nella fase successiva i comunisti nella resistenza francese svolsero una parte preponderante in ogni senso, tanto che i britannici furono molto restii nell’invio di armi.

Quanto a quell’irrefrenabile vanaglorioso di De Gaulle, ebbe a dire: “Parigi! Parigi oltraggiata! Parigi spezzata! Parigi martirizzata! Ma Parigi liberata! Liberatasi da sola, liberata dal suo popolo con l’aiuto degli eserciti di Francia, con l’aiuto dell’assistenza dell’intera Francia, di quella Francia che combatte, dell’unica Francia, della vera Francia, della Francia eterna!”. De Gaulle incarnava alla perfezione lo spirito e il carattere prevalente nella borghesia francese, sia monarchica e sia repubblicana.

L’unica divisione che i gaullisti riuscirono a mettere in campo in Francia, fu la II div. corazzata guidata dal generale Philippe de Hauteclocque (alias Leclerc), il quale “era nato da una famiglia aristocratica cattolica, che conduceva la propria esistenza come se la Rivoluzione francese non fosse mai esistita, e dalla quale aveva ereditato un profondo spirito conservatore. Leggeva il quotidiano L’Action française e andava a messa tutti i giorni”.

La divisione, che sbarcò in Francia solo il 4 agosto 1944, due mesi dopo il D-dey, disponeva di 160 carri armati M4 Sherman e 280 semicingolati corazzati M3. Contava circa 15.000 uomini, tra cui 3600 soldati marocchini e algerini (*). “La divisione passò sotto il comando operativo americano e le politiche razziste dell’esercito statunitense esclusero i neri dalle unità di combattimento. [...] I soldati avanzavano lentamente lungo le strade di campagna a bordo di mezzi corazzati semicingolati che ricavano sulle fiancate i nomi di luoghi lontani: Guadalajara, Brunete, Teruel. Le mostrine sulle uniformi dicevano che erano membri del francese Réggiment de Marche du Tchad, ma molti di quelli uomini erano spagnoli, e i nomi sui loro veicoli richiamavano le battaglie della guerra civile” (p. 160).

Effettivamente la divisione francese fece il suo ingresso a Parigi per prima, sulla base dell’accordo preso ad Algeri nel 1943 tra Eisenhower e de Gaulle, un accordo scaturito da motivazioni eminentemente politiche ...

Nella ricostruzione di Bishop escono male, molto male, anche alcuni mostri sacri che propriamente francesi non erano, tipo quel Picasso imbrattatele a tempo pieno: come osservò un visitatore del suo atelier: “Picasso avrebbe potuto cacare sul pavimento e tutti avrebbero ammirato la sua merda” (p. 103). Mentre la minuta popolazione soffriva la fame (Picasso pranzava regolarmente nello stesso ristorante) e centinaia di giovani francesi si facevano fucilare per aver improvvisato una qualche resistenza all’occupante, il grande artista faceva la bella vita e sotto l’occhio tollerante della Gestapo operava disinvoltamente sui mercati valutari con grande profitto (p. 102).

Salvo poi, nell’ottobre 1944, con i tedeschi ben lontani da Parigi, dichiarare: “La mia adesione [al PCF] è la conseguenza logica di tutta la mia vita e di tutta la mia opera [...]. Con la mia pittura ho sempre combattuto da rivoluzionario” (p. 393). Spudorato.

Non ne esce meglio Hemingway, un bullo, creatore del suo stesso mito, un alcolizzato davvero detestabile sotto ogni punto di vista (specie nei riguardi delle donne), a confronto del quale persino John Wayne potrebbe risultare più autentico e simpatico.

Hemingway si comportò da bullo in Spagna e poi anche dopo le prime ondate degli sbarchi alleati in Normandia, quando decisero di farlo sbarcare. “Per imbarcarlo sulla Empire Anvil, la nave da sbarco da cui le unità sarebbero state trasportate a riva, dovettero issarlo con una sedia da nostromo. Le autorità avevano stabilito che lo scrittore più famoso al mondo non avrebbe preso parte allo sbarco insieme ai soldati. [...] Nel suo reportage uscito su Collier’s, Hemingway attribuiva a sé stesso un ruolo cruciale nello svolgimento degli eventi” (pp. 199-200). In realtà quell’ubriacone in quel giorno fatidico nemmeno mise piede sulla spiaggia e rimase a bordo del mezzo da sbarco (**).

“Quella sera Hemingway tornò al Dorechester Hotel di Londra, dove un gruppo di giornalisti inglesi lo attendeva con i bicchieri in mano, ansiosi di ascoltare il suo resoconto, una storia ben più avvincente della cronaca un po’ piatta e sovraccarica di dettagli che aveva firmato per Collier’s. Ormai sosteneva di essere davvero riuscito a mettere piede sulla spiaggia e raccontava di aver svegliato un giovane tenente e con un calcio dritto sul sedere, quando questi sembrava non aver compreso l’ordine di andarsene prima che i tedeschi lo prendessero di mira”.

Sempre a proposito di questo sbruffone: “Col passare dei giorni, le sue imprese eroiche nel D-day si ingigantirono. In versioni successive, una delle quali approdata sulla stampa, si diceva che avesse persino preso il comando di un gruppo di soldati americani, bloccati sotto il micidiale fuoco delle mitragliatrici, ordinando loro di scavare delle trincee e di resistere fino all’arrivo dei carri armati” (p. 201).

E ancora: “La costruzione del mito faceva parte della rappresentazione che Hemingway metteva in scena, e i suoi interlocutori la coglievano con diversi gradi di indulgenza. [...] A volte, le vanterie di Papa [Hemingway] sembravano più un tentativo di convincere sé stesso che gli altri”. Il resto si può leggere nel libro di Patrick Bishop.

(*) Com’è noto, le truppe coloniali nordafricane (i goumier), al comando del generale Alphonse Juin, diedero il meglio di sé nell’Italia centrale con le cosiddette “marocchinate”.

(**) L’articolo di H., pubblicato sulla rivista il 22 luglio, si può leggere in rete (qui). Chiude così: «La guerra vera non è mai come la guerra sulla carta, né i resoconti di essa sono mai come appaiono. Ma se volete sapere com’era trovarsi a bordo di un LCV(P) il D-Day, quando abbiamo conquistato le spiagge di Fox Green e Easy Red il 6 giugno 1944, allora questa è la descrizione più vicina che posso darvi». Proprio così scrisse: “quando abbiamo conquistato Fox Green”!!

2 commenti:

  1. Eppure lo stesso Hemingway elogia l'Armata Rossa senza il cui contributo oggi saremmo tutti nazisti.
    Mah!

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