venerdì 4 settembre 2026

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L’estate sta finendo, e un anno se ne va. Così recita ossessivo il ritornello della canzone. Addio mare, dove il corpo celebrava la gioia di una diluizione. Potremmo anche non rivederci mai più, o invece ancora per quanto? È sufficiente che alle cinque del mattino sia ancora buio e vengono a bussare dei pensierini per nulla gentili.

Il desiderio tutto umano di dare un senso alla vita (e alla morte) e il caos indifferente del cosmo. L’esistenza alienata percepita come una prigione da cui non c’è via d’uscita. Dunque, la condizione di disperazione. Che prescinde dalle particolari contingenze storiche e sociali. Pertanto non imputabile solamente alle condizioni della nostra epoca. Almeno così sembra a un esame superficiale e troppo soggettivo.

Non appena s’intravede la luce dell’alba e ricominciano i rumori e le voci sulla strada, il quadro cambia: è così che gli uomini vivono, si riproducono, fuggono, si dilaniano a vicenda e muoiono. Si ricomincia: struggle for existence.

Ma davvero la nostra vita è una semplice lotta per l’esistenza? Oppure noi umani facciamo sì parte della natura, ma non siamo solo natura? Siamo fatti soprattutto di storia e società. Nel bene e nel male, senza di noi la natura non avrebbe prodotto gran parte di ciò che ci circonda, di ciò che siamo. La nostra lotta quotidiana non gravita più soltanto attorno ai puri mezzi di sussistenza, ma attorno ai beni voluttuari e a ciò che consente il nostro sviluppo. Non solo piramidi e cattedrali gotiche, non solo vaccini e antibiotici, ma anche servitù e armi nucleari.

Già in questo diventano totalmente inapplicabili le categorie derivanti dal regno animale. La condizione umana non dipende semplicemente da qualcosa di naturale o d’astratto. Intendere la concezione della storia come un susseguirsi di lotte sociali, di classe, si rivela essere una concezione più profonda e ricca di contenuto della semplice riduzione di essa a fasi della lotta per l’esistenza debolmente distinte. È giorno, lasciamo certi pensierini caduchi della notte.

3 commenti:

  1. Mi scopro a rileggere la tua recensione sul'ultimo libro di Canfora, Tutto ben argomentato e documentato ma quello che dà un po' fastidio è l'atteggiamento da comari di pianerottolo Olympe/Erasmo. Tutto ammiccamenti e allusioni per sottolineare la familiarità con il sottobosco letterario. Mi ricordate certe riunioni di redazione molto private dove i giornalisti fanno a gara per raccontare ultime scappatelle del direttore.

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    1. tu invece mi rammenti la vicina di pianerottolo invidiosa

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    2. A mia discolpa, posso citare la sede più autorevole: un tribunale della Repubblica. Qualche tempo fa, il mio vicino di pianerottolo fu trascinato in tribunale dalla sua ex convivente, che sosteneva di essere stata picchiata. Fui chiamato a testimoniare, e dissi il vero: "signora giudicia, io non ho sentito un cazzo". Il mio dirimpettaio fu assolto. Altro che comari di pianerottolo.

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