Sul Corriere della Sera, Maurizio Ferraris spiega Karl Marx. Nel paragrafo intitolato Valore e plusvalore, finalmente mi è parso chiaro perché siamo arrivati al punto in cui siamo. E anche a che prezzo, è proprio il caso di dire.
«Al posto di Dio, Marx metterà la merce, l’oggetto dei desideri umani che la rendono quasi magica e comunque attraente. Al posto della religione, Marx metterà il Capitale, il sistema entro il quale ha luogo il sortilegio per cui un oggetto qualsiasi appare desiderabile per dei soggetti. E al posto dei credenti Marx metterà i lavoratori, ossia coloro che, con la loro fatica, producono la loro stessa alienazione: le merci, frutto del loro lavoro, che vengono vendute a un prezzo molto superiore a quello che viene pagato ai lavoratori che le producono. Ecco spiegato il motivo per cui gli operai sono poveri e i padroni delle fabbriche sono ricchi».
Ecco come, tra l’altro, un rapporto sociale, il dominio di classe e lo sfruttamento di un’altra, viene trasformato in un “sortilegio” della merce, in una questione di ... sovrapprezzo. Il plusvalore deriva dall’abilità e dalla furbizia del capitalista che sa vendere le proprie merci a un prezzo superiore al loro valore, non da una sottrazione di lavoro vivo. I rapporti di produzione capitalistici, basati sul sovrapprezzo, diventano struttura eterna e naturale dei rapporti umani. E Marx, l’autore di una rivoluzione scientifica, il primo pensatore dell’era tecnologica che non si confronta più con un mondo naturale – che sarebbe dato – ma con un universo artificiale – che viene prodotto, diventa per Ferraris un volgare affabulatore che ha sostituito Dio con la merce, che ha sostituito un’illusione con un’altra.
La crisi della sinistra, la nostra condizione ormai disperata, in buona sostanza è riconducibile a una grande mistificazione, che coinvolge tutto e tutti e che ha lo scopo di legittimare l’ordine esistente e riferire il superamento di questo sistema all’utopia. La mistificazione, che è un lavoro professionale, è il processo ideologico e formale mediante il quale la borghesia nasconde la realtà dello sfruttamento dietro “forme” apparentemente neutre e razionali (prezzo, profitto, mercato), rendendo il plusvalore un fenomeno incomprensibile alla sua origine. E ciò che vale per Marx e la sua critica, vale per tutto il resto.
«Un uomo che cerca di adattare la scienza (per quanto errata possa essere) a un punto di vista che non ha origine da essa stessa, ma a un punto di vista preso in prestito dall’esterno, a interessi che le sono estranei ed estrinseci, lo chiamo “vile” (Teorie sul plusvalore, II).»
Solitamente leggo (con interesse) e non commento; in questo caso mi sento in dovere di ringraziare.
RispondiElimina😘
Elimina“Venne infine un tempo in cui tutto ciò che gli uomini avevano considerato come inalienabile divenne oggetto di scambio, di traffico, e poteva essere alienato; il tempo in cui quelle stesse cose che fino allora erano state comunicate ma mai barattate, donate ma mai vendute, acquisite ma mai acquistate - virtù, amore, opinione, scienza, coscienza, ecc. - tutto divenne commercio. È il tempo della corruzione generale, della venalità universale, o, per parlare in termini di economia politica, il tempo in cui ogni realtà , morale e fisica, divenuta valore venale, viene portata al mercato per essere apprezzata al suo giusto valore".
RispondiEliminaKarl Marx, Miseria della filosofia 1847
Ormai chiamano “lavoro” le rendite
RispondiEliminaanche fottere, dipende dalla posizione (sociale)
Eliminafottere è un lavoro molto più vivo
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