Tempo di lettura: relativistico.
Ho finito di leggere Giardini e strade, in marcia verso Parigi, il diario 1939-1940 dello scrittore tedesco Ernst Jünger, autore che penso non abbia bisogno di molte presentazioni. Dico subito che mi aspettavo, per esempio, una cronaca dei giorni che anticiparono e poi scandirono, con l’invasione della Polonia, l’inizio della seconda guerra mondiale. E invece Jünger parla di botanica, ornitologia, enogastronomia, quindi di copiose mangiate e memorabili sbornie, ma del Patto russo-tedesco dell’agosto del 1939 e dell’invasione della Polonia, avvenuta all’inizio del mese successivo, non c’è la minima traccia.
Racconta, inevitabilmente direi, del suo richiamo alle armi in data 30 agosto: «Partenza. Di sopra mi sono guardato allo specchio, nella mia uniforme di sottotenente, non senza ironia. Intanto in Europa oggi sta andando allo stesso modo a molti uomini che mai più avrebbero pensato di dover riprendere il servizio. Per quanto mi riguarda, imputerei la cosa all’influsso del segno del cancro nel mio oroscopo, che non di rado mi rimanda indietro a situazioni già vissute, spesso con successo».
Il 1° di settembre è laconico: «Stamattina, a colazione, il cameriere mi ha chiesto, con un’espressione eloquente al volto, se avessi sentito le notizie di oggi. Si diceva che le nostre truppe sarebbero entrate in Polonia. Nel corso della giornata, nell’andirivieni delle faccende da sbrigare ho appreso ulteriori novità, che confermavano anche nei particolari lo scoppio della guerra contro la Francia e l’Inghilterra». Considerazioni? Nessuna!
Il resto della giornata, nel primo giorno di guerra, Jünger lo passa passeggiando nel parco di un castello e poi alla sera al caffè: «S’incede tra le luci, musica e tintinnii di bicchieri come in una festa segreta, o nella penombra di una grotta. E anche qui voci dalla radio, che annunciano bombardamenti e recano minacce».
Il giorno dopo, nel diario annota di arnie con le api e di bachi da seta, di frutti con la forma plastica, il colore dei fiori e il loro profumo. Il 3 settembre, l’unico riferimento alla guerra è questo: «Per una breve licenza a Blankbourg, dove devo partecipare a un corso. Ogni guerra inizia con dei cicli di lezioni». Bisogna attendere il 17 settembre, per un altro rapido accenno: «Il servizio giornaliero nel promontorio, al poligono di tiro e al maneggio, ha di buono che scaccia i piccoli acciacchi». Le truppe sovietiche hanno invaso, come da accordi tra Ribbentrop e Molotov, la Polonia, ma Jünger non ne parla affatto.
Il 21 settembre, per esempio, annota: «La vita si trasforma in una prova, e noi riusciremo a superarla. Che sensazione di gioia, allora, quando ci si sveglia. Dev’essere un’anticipazione della Luce perpetua». Tutto ciò quando l’Europa intera è in angoscia per quanto sta accadendo e per quanto minaccia di accadere ancora. Ciò non deve meravigliare troppo, perché a mio avviso stiamo vivendo oggi la stessa situazione con il sostanziale medesimo distacco.
Bisogna poi spingersi fino al giorno 29 settembre per trovare un altro accenno alla Polonia: «Nelle valli dell’Harz, per verificare le strade destinate alle unità motorizzate di ritorno in questi giorni dalla Polonia». Asettico più di un vigile urbano che sta verificando l’entità del traffico su un’arteria stradale.
Si arriva così al mese di novembre, quando si può leggere: «La compagnia comando, un organo ancora sconosciuto ai tempi della [Prima] Guerra mondiale, allevia piacevolmente la trasformazione degli ordini in azione». Nessuna considerazione sulle cause e i motivi della guerra, nessun giudizio sul regime che la scatenata, salvo il fatto che egli la sta vivendo come un’avventura cadenzata da marce, ispezioni e colazioni abbondanti: «la vigilia di Natale, prima un giro per tutti i bunker, poi cena con la compagnia comando: fagiani, molto ben frollati nel nostro magazzino delle munizioni che funge anche da deposito per la selvaggina. Stamattina, poi, passeggiata lungo lo Schwarzbach, con la brina, ricordando Natali trascorsi».
Tra brina, neve, vento e calma, si arriva così fino al 4 febbraio 1940, al racconto che ha per protagonista il vino e segnatamente una bottiglia di Affentaler Klosterrebberg del 1921, «che andava giù a meraviglia, mi sono preso, da bevitore solitario, la prima sbornia in questa capanna. Una delle migliori direi: di quelle che, quando ti svegli, ti senti più sano e soddisfatto».
Tuttavia, in data 13 febbraio, c’è una annotazione di grande interesse, almeno per me: «Certe relazioni mi sono apparse chiare anche leggendo Tolstoj – soprattutto la stupefacente prefazione a Guerra e pace. Tolstoj vi analizza il fatto che l’uomo, come singolo, prende in piena libertà le sue decisioni, le quali tuttavia rientrano in una rigida statistica. Così per esempio il numero dei suicidi si mantiene più o meno identico nel corso degli anni, cambiano solo le cause. Quanto maggiore è il numero delle libere decisioni che si assommano, tanto più la libera volontà scompare in quella somma. Ciò, per converso, permette di concludere che nel libero arbitrio del singolo si cela un fattore incognito che si manifesta nelle risoluzioni della specie. Secondo Tolstoj il libero arbitrio che c’è assegnato è poi tanto minore, quanto più è decisiva la posizione nella quale agiamo» (*).
L’Autore, e fino a un certo punto con lui anche Tolstoj, si riferiscono, anche se non esplicitamente, alla dialettica caso-necessità. Non colgono in pieno il fenomeno, ma se non altro si spingono oltre il “principio di causalità” e stabiliscono come la regolarità osservata riguardi l’azione collettiva di grandi numeri di singoli eventi, una regolarità che rientra in una rigida statistica. Essi, pur restando avviluppati nella nebulosa del “fattore incognito” del singolo uomo che prende in “piena libertà le sue decisioni”, hanno compreso l’importanza della statistica come legge necessaria (in Tolstoj vi è un riferimento esplicito), in opposizione alla casualità dei singoli eventi. Mancarono il bersaglio, ma gli sono andati nei pressi. Da ultimo, il 20 aprile descrivevo il rapporto polare caso-necessità così:
In ogni fenomeno fisico in cui osserviamo una regolarità intervengono miliardi di atomi e di molecole; l’effetto osservato è determinato dall’azione reciproca di ogni singolo atomo con migliaia di altri. Così come accade per noi esseri umani, il cui singolo comportamento è assolutamente imprevedibile, ma nell’insieme l’umanità segue le leggi della necessità. La regolarità osservata del comportamento collettivo si dissolve completamente nei valori medi (i soli a noi accessibili, che presentano la loro conformità a una legge puramente statistica) di milioni di comportamenti singoli.
C’è solo da aggiungere, a ulteriore chiarimento, che l’evento singolo, come nel gioco dei dadi, non può essere compreso nelle leggi della statistica, la quale dipende proprio dalla casualità relativa ai singoli eventi, nel senso che la statistica dei fenomeni collettivi è possibile proprio perché i singoli eventi sono casuali!
Dunque, oltre questo aspetto, la descrizione degli eventi fatta da Ernst Jünger è piatta e poco interessante? Solo in parte, perché soprattutto verso la fine del libro l’Autore descrive quasi giorno per giorno e con molti particolari la debacle dell’esercito francese, l’abbandono di città e paesi da parte di tutti gli abitanti, nessuno escluso, tanto che sui banconi delle osterie si potevano vedere ancora i bicchieri mezzi pieni, su una macchina da scrivere di un tribunale un foglio con l’ultima parola scritta a metà, segno di una fuga generale molto precipitosa.
E poi cumuli di cadaveri, molti i cavalli morti o morenti, i quali costituivano ancora il più cospicuo mezzo di trasporto. Una guerra industriale solo per due terzi. Tesori artistici e librari abbandonati al loro destino, castelli sventrati e torme di prigionieri talmente rassegnati che non avevano bisogno quasi di vigilanza, ma anzi chiedevano con insistenza, oltre al cibo, se il trattato di pace fosse stato firmato. E tutto ciò prima che i tedeschi arrivassero a Parigi. De Gaulle avrebbe finto che tutto ciò non fosse mai avvenuto, negando che la Francia avesse perso la guerra e in un solo mese. Intanto, a Roma, dei maldestri giocatori di poker accarezzavano l’idea di bottino con un big blind sulle Alpi Marittime.
(*) Per “prefazione” a Guerra e pace, si deve intendere in realtà la seconda parte dell’Epilogo, così com’è presente nel secondo volume dell’opera tolstojana nell’edizione Einaudi. Alle pagg. 745-46, per esempio, si può leggere: «Qualunque rappresentazione dell’attività di più persone o di un singolo noi prendiamo in esame, non la comprendiamo altrimenti che come prodotto in parte della libertà dell’uomo, in parte delle leggi di necessità. [...] non possiamo rappresentarci nessuna azione umana altrimenti che come una certa combinazione di libertà e necessità. [...] il rapporto tra libertà e necessità diminuisce e aumenta a seconda del punto di vista da cui si osserva l’azione; ma questo rapporto resta sempre inversamente proporzionale».
Come si può notare da queste citazioni e da altre che si possono trarre dall’Epilogo, Tolstoj perviene sicuramente al problema del rapporto tra il caso, che egli identifica nella libertà del singolo, e la necessità secondo legge, ma non riesce a svelarne chiaramente il nesso, ossia che il movimento casuale dei molti individui si manifesta come necessità complessiva. Né per questa via poteva pervenire ad altre determinazioni essenziali della dialettica caso/necessità, quali per esempio: che la casualità è la necessità assoluta; che il casuale è necessario e ha un motivo, eccetera. Tuttavia, bisogna dare atto a Tolstoj di aver cercato di porre in senso razionale il problema del rapporto caso/necessità, ma senza riuscirci proprio per effetto sia della sua idea religiosa e sia per la sua intransigente posizione di classe, ciò che è indifferente al fatto che egli volgesse alla fine verso una semplicità di vita personale.
Mi chiedo: se Tolstoj avesse studiato Hegel, se non fosse stato, oltre che uno spirito inquieto, anche un pio fanatico, le sue interrogazioni sul rapporto tra volontà della singola personalità e fatti storici, sul rapporto tra le masse e i leader, eccetera, avrebbero assunto un’impronta diversa nello svolgimento del tema, anche in rapporto a ciò che accade in natura (vedi nelle pp. dell’Epilogo in cui tratta il tema) e non solo in società e nella storia umana? Ne dubito.
Sebbene non avesse bisogno di atteggiarsi a difensore della servitù della gleba per ravvisare la sacra necessità di un ritorno alle condizioni sociali in cui vedeva una saggia semplicità, proprio per questo egli mantenne sempre un’idea sostanzialmente conservatrice della società. Tutto è predeterminato, giustificato e santificato. Senza alcuna responsabilità né libero arbitrio, l’uomo vive semplicemente in obbedienza, la quale in apparenza non porta a nessun risultato, ma che tuttavia racchiude in sé il suo risultato, nell’eterna successione delle generazioni, nell’eterno ciclo di nascita, vita e morte.
Il rapporto dialettico tra caso e necessità non viene colto e anzi si dissolve per effetto di una estetica rurale spietatamente conservatrice per natura, per necessità, laddove anche l’inquieto cercatore di verità, Pierre, ci viene rivelato alla fine del libro come un uomo di famiglia tranquillo e appagato.
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