domenica 11 ottobre 2026

“Pensare bene e come si deve”

 

Gianfranco Ravasi, nell’inserto de Il sole 24ore di oggi, sostiene che per “pensare bene e come si deve”, si deve pensare come lui, ossia come un prete. Per avvalorare il suo assioma, chiama sul banco dei testimoni il solito Blaise Pascal, il quale il 23 novembre 1654 ritrovò Dio durante una polluzione notturna.

Non contento del “cumulo di pezzi di carta” di cui fu autore Pascal, Ravasi evoca Goethe, mettendoci tutti sugli attenti: «La felicità suprema del pensatore è sondare il sondabile e venerare in pace l’insondabile». Fosse per Ravasi e la sua cerchia di chierici reazionari saremmo rimasti al sistema tolemaico: se la realtà ha un nucleo misterioso che non si può indagare, siamo condannati a rimanere passivi.

Che Goethe sia stato un poeta di straordinario talento, non ci piove, e fu pure disgustato dalla meschinità della vita tedesca, ma al contempo fu un filisteo di corte, un uomo che non ha saputo o voluto superare i limiti storici della Germania del suo tempo, vivendo integrato nel sistema burocratico-cortigiano di Weimar, rifugiandosi nella contemplazione e nel compromesso invece di lottare attivamente contro quel sistema feudale e arretrato.

Ravasi privilegia il Goethe e il consigliere privato, il burocrate accomodante che teme i grandi sconvolgimenti, che rifiuta la Rivoluzione Francese e che preferisce il compromesso politico alla rottura rivoluzionaria; ma esiste anche un altro Goethe, che distrugge i vecchi dogmi religiosi e morali, che celebra la natura e l’attività umana emancipata. Ravasi estrapola la frasetta goethiana e ci spalma la propria merda: le forze superiori o misteriose sono il perfetto paravento ideologico di ogni prete, con tonaca o senza.

Quando Goethe si arresta di fronte all’insondabile (das Unerforschliche) dicendo di volerlo “venerare”, compie un atto di capitolazione intellettuale. La contraddizione, il dualismo di Goethe, non è un semplice difetto morale o personale, quale è per un prete, ma è in realtà il riflesso dei limiti storici e sociali della Germania del suo tempo (la “miseria” tedesca di cui ebbe a dire molto anche Marx).

Goethe preferisce misticizzare anziché razionalizzare e combattere. È un suo atteggiamento tipico quello di tendere a rifugiarsi nella contemplazione pura e nella spiritualità naturale (il panteismo goethiano) ogniqualvolta la realtà storica circostante si faceva troppo minacciosa o complessa.

Viene in mente, a tale riguardo e per converso, Il nipote di Rameau di Diderot, un’opera in cui si riflette su quale debba essere la posizione dell’uomo di cultura in una società ipocrita e classista, dominata dal denaro e dal potere. Circolato inizialmente in modo manoscritto, il testo fu tradotto in tedesco proprio da Goethe nel 1805 e molto apprezzato da Hegel, che ne fece un punto chiave della sua analisi della coscienza divisa nella Fenomenologia dello spirito.

Hegel nota che il nipote parla una lingua ribaltata, cinica, in cui il bene diventa male e il male diventa bene. Questo linguaggio del nipote, per quanto scandaloso, è superiore a quello espresso dall’altro protagonista, il filosofo illuminista alter ego di Diderot, perché smaschera l’ipocrisia del mondo. Questa scissione e contraddizione profonda della coscienza è il motore necessario che permette di cambiare il mondo attraverso una lotta capace di disprezzo e ironia, ma anche di distruggere le vecchie illusioni morali. Altro che contemplazione e venerazione del cosiddetto “insondabile”.

In molti di noi si sono prodotti cambiamenti nei confronti dell’epoca e del mondo negli ultimi lustri, nei quali ha avuto luogo una transizione sociale che raramente ha riscontro in precedenti storici analoghi per la sua profondità, vastità e soprattutto repentinità. C’è chi s’è arreso e ha risposto a un simile cambiamento con la perfetta adesione, quindi chi con disperata rassegnazione e chi invece intende resistere, a suo modo e secondo le proprie forze, convinto che il miglior modo di “pensare bene e come si deve” sia quello di negare che vi siano misteri ontologicamente inaccessibili, ma solo porzioni di realtà e di storia non ancora comprese e non ancora trasformate dall’azione umana.

5 commenti:

  1. Sempre interessante il post a cascata dall'inserto domenicale del sole24ore.

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  2. Viene il sospetto che la tua lettura del domenicale sia in realtà un impegno preciso: trovare ipocrisie e mistificazioni da castigare.
    Per quanto riguarda il pensare bene e come si deve in questo nostro mondo, che è l' unico di cui possiamo occuparci, di insondabile e venerabile non c' è proprio niente

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    1. Caro Beppe, un po' hai ragione, ma se fosse solo per questo mi fermerei già sempre alla prima pagina, come in questo caso.

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  3. Questo prete che si dà arie da intellettuale cita Pascal e Goethe, ma si ferma sul periglioso limitare dell'Ottocento positivista, cioè là dove il confine fra sondabile e insondabile inizia a diventare mobile. In soldoni: le fondamenta della religione professata dal prete sono rese fragili dalla teoria dell'evoluzione, soprattutto perché il tempo che separa la colpa originale dalla venuta del Salvatore (allo scopo di sanare la colpa) si dilata in modo incontrollabile. Questo non porta come conseguenza che non esiste l'insondabile, ma certamente sferra un colpo mortale a quei gruppi, vestiti di tonache di vari colori, che ci raccontano chi, come, quando e perché.

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    1. Come tu dici il “risorto” ha ritardato nell’onorare il contratto, ma del resto che la sua vicenda non fosse solo un mito ma una deliberata falsificazione era un’acquisizione già matura da tempo (pensa se a Nicea avesse vinto Ario), solo che si è aspettato il momento giusto per denunciarla. Dunque la ferita esistenziale non procura più il gran il sugo di un tempo nel quale i preti intingono il pane (e companatico). I primi a non crederci sono loro e ciò lo palesano in molte forme e atteggiamenti.

      Certo, c’è ancora troppo pubblico spaventato per ridere del grande vecchio commediante che sta assiso nell’alto dei cieli, e però a mio avviso il colpo decisivo l’ha dato la borghesia e lo sviluppo del capitalismo laddove è stato messo in non cale quello spavento. La teologia non ha saputo tenere il passo con le acquisizioni della scienza, non sa più spiegare come possa avvenire l’unione dell’anima al corpo al momento del “giudizio”. E noi tutti al nostro corpaccione ci teniamo tantissimo, perché siamo diventati tutti dei materialisti incalliti, anche se non dialettici. E però ci si è resi conto che la teologia ha perso la battaglia con la biologia e con tutto il resto. Insomma, il trucco del mago è stato scoperto e perciò ci si rivolge a spettacoli magici alternativi.

      Che Ravasi scriva ogni domenica sull’inserto culturale del giornale che dovrebbe essere il più laico di tutti, è il segno conclamato del nostro provincialismo, della resistenza di un laicismo inquinato da un cattolicesimo pagano e superstizioso.

      PS: a Venezia, stando alle dichiarazioni, mi pare sia fatta strada l’idea che ogni sconfitta è una vittoria per il miglioramento!

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