In questo nostro Occidente, che si ammanta di essere paladino dei diritti umani, non si fa per nulla caso al fatto che anche il diritto a un tetto rientra nel novero dei diritti umani. È una questione fondamentale che riguarda la dignità delle persone.
La proprietà non è una legge di natura, dunque perché chi produce pane, guida un tram, lavora negli ospedali, in fabbrica o in ufficio non deve aver diritto a un alloggio? L’edilizia popolare è precisamente una prima risposta politica a tale diritto.
È un diritto che non sovverte gli attuali rapporti sociali, dunque un diritto che dovrebbe essere esplicitamente riconosciuto e sancito per legge anche negli ordinamenti borghesi. Ciò non accade perché gli attori giuridici e politici agiscono come intermediari a vantaggio della grande proprietà.
Il tema della proprietà è stato da molto tempo totalmente abbandono da parte delle organizzazioni politiche di sinistra, come se la questione non fosse dirimente in quanto sinonimo di espropriazione e anche di alienazione.
Abbandonata la questione della proprietà, le organizzazioni politiche cosiddette di sinistra sono diventate l’espressione degli interessi di classe globalisti, nell’idea che la tesi del conflitto sociale, dunque della lotta di classe, sia stata superata.
La prospettiva del superamento del capitalismo è stata sostituita dall’appello a una mera riorganizzazione della sua gestione capitalistica e dal desiderio di amplificare le sue credute tendenze positive intrinseche.
Si è persa quindi la chiave di comprensione della realtà capitalistica, laddove i rapporti di proprietà sono lo strumento e la forma del dominio di classe, qualcosa di completamente diverso anche da una eventuale, auspicata e semplicistica distribuzione della ricchezza.
Perciò è tanto più urgente un ritorno a Marx, il quale giunse a concepire la trasformazione dei rapporti di proprietà non come l’orizzonte lontano di una collettivizzazione compiuta, bensì come la forza motrice di una mobilitazione nel presente.
Oggi riprenderanno le proteste anche in Francia. È normale che i concetti qui espressi sulla proprietà privata non risulteranno chiarissimi, e però chi protesta intuisce che sono in qualche modo connessi anche alla lotta su obiettivi apparentemente più limitati.
Nel maturare della loro coscienza comprenderanno che il mondo non ha altra scelta che il comunismo. Inteso non tanto come un’organizzazione sociale consolidata e ben definita, quanto piuttosto come un intervento in divenire all’interno del capitalismo stesso.
Solo da questa prospettiva sulla proprietà può derivare una dimensione politica e strategica centrale del comunismo, come costruzione attiva della mobilitazione che attinge ai bisogni sociali che il capitalismo al contempo genera, distorce e nega.
Il comunismo, dunque, non è un progetto distante e astratto, ma piuttosto ciò che caratterizza nel presente un certo tipo di intervento politico e di mobilitazione collettiva, che non ha nulla a che vedere con la trasformazione automatica e immanente del capitalismo.
Non puoi protestare per la casa o contro il carovita senza contestare il sistema che genera quelle crisi. Già prendere coscienza di questo sarebbe un gran passo avanti.
RispondiEliminaPietro
di questi tempi, più che un passo sarebbe una lunga camminata
EliminaCi vuole un altro caso Moro?
RispondiEliminaIn italia non si cambia mai lo status quo..
Roberto
Tommaso?
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