venerdì 23 ottobre 2026

Chi protesta e chi gioca

 

Tutti i media italiani hanno dato la notizia, basta cercarla. Se non la trovate, cercatela ancora e poi ancora. Chissà, forse da qualche parte prima o poi uscirà fuori (vedi ANSA). Quale notizia? A causa dell’avanzata dell’esercito russo, le autorità ucraine hanno ordinato alle famiglie con bambini di lasciare le città orientali di Kramatorsk e Sloviansk.

L’area di evacuazione obbligatoria è stata ampliata e ora comprende “tutte le località delle aree metropolitane di Kramatorsk e Sloviansk”. Questo ha stabilito ieri il governatore della regione di Donetsk, Vadim Filashkin, tramite il servizio di messaggistica Telegram.

Kramatorsk e Sloviansk sono le due città più importanti della regione di Donetsk, nell’Ucraina orientale, che rimangono sotto il controllo ucraino. L’esercito russo ha recentemente compiuto progressi territoriali costanti in queste zone. In passato, le autorità ucraine hanno ordinato evacuazioni in alcune aree delle zone metropolitane di Sloviansk e Kramatorsk.

L’esercito russo attacca entrambe le città “ogni giorno”. “Rimanere lì con i bambini rappresenta un rischio inaccettabile”, ha aggiunto il governatore. Meglio tardi che mai. Immagino lo strazio e la sofferenza di quei poveretti che debbono lasciare le proprie abitazioni e tutto il resto. Questo a causa dell’invasione russa. Causata a sua volta da chissà chi e perché.

Nelle redazioni giornalistiche si discute se la guerra in corso in Ucraina possa essere conclusa o se semplicemente continuerà. Con questi chiari di luna non è difficile intuire perché nella polveriera mondiale ci sono così tanti folli o semplici idioti disposti ad accendere il fiammifero di un conflitto generalizzato. I ragazzi protestano, gli adulti giocano a fare i poliziotti.

giovedì 22 ottobre 2026

Il buon maestro

 

Marx spiega la forma politico-economica dell’estorsione del lavoro non pagato nel modo seguente: con il passaggio dalla società feudale a quella capitalista, il lavoratore diventa libero in un duplice senso: in primo luogo legalmente (come cittadino) e in secondo luogo, viene liberato da tutti i suoi precedenti mezzi di sussistenza economici (terra, attrezzi, sementi, ecc.).

La libertà legalmente garantita all’individuo dallo Stato e il suo libero arbitrio sono la condizione indispensabile affinché l’altrettanto garantita mancanza di proprietà del lavoratore possa dispiegare appieno il suo effetto estorsivo.

Secondo l’ordine della proprietà borghese, al cittadino comune non resta che la vendita della propria forza-lavoro. Proprio perché non possiede nient’altro, questo suo unico mezzo di sussistenza può e deve usarlo nella sua libertà.

La firma sul contratto di lavoro, sia del lavoratore che del padrone, rimane dunque la libera decisione di due persone legalmente e formalmente uguali. Il salario pattuito dà l’illusione di pagare tutto il lavoro svolto, in realtà retribuisce solo una parte della giornata lavorativa.

Le merci in tal modo prodotte dall’operaio contengono una quota decisiva di lavoro non pagato. Incorporano questo valore invisibile, che si traduce in puro profitto per il capitalista nel momento in cui la merce viene venduta sul mercato.

L’espropriazione del lavoratore non avviene tramite la forza fisica o la rapina, ma si realizza proprio attraverso il rispetto formale della legge e delle regole del mercato. Se il lavoratore tenta di riappropriarsi del lavoro non pagato, l’intero apparato statale e giuridico interviene per qualificare questa azione come furto o violenza, poiché la legge borghese riconosce la proprietà privata come l’unico diritto supremo e intoccabile.

Il tentativo dei lavoratori di riprendersi il controllo della produzione e dei beni prodotti viene marchiato come reato contro il patrimonio e violazione dell’ordine pubblico. Pertanto, quando i lavoratori scioperano, occupano le fabbriche, contestano la proprietà dei mezzi di produzione o si riprendono i beni da loro prodotti, lo Stato borghese abbandona la finzione del contratto pacifico e volontario e mostra il suo vero volto: un organo di oppressione di una classe sull’altra.

Le forze dell’ordine borghese e i tribunali intervengono per ristabilire con la forza e la repressione la legalità capitalistica, dimostrando che l’estorsione del lavoro altrui è difesa dall’apparato militare e giudiziario dello Stato.

La libertà del lavoratore nel capitalismo è una pura illusione giuridica, una finzione formale che serve a mascherare e a rendere più efficiente il suo sfruttamento rispetto alle società del passato.

La libertà del lavoratore si riduce così alla sola libertà di scegliere da quale capitalista farsi sfruttare per non morire di fame. Inoltre, se il lavoratore non è più necessario per produrre ricchezza, può morire o vivere di carità in modo completamente privato e volontario, mantenendo la propria libera volontà.

La libertà borghese diventa importante proprio perché in suo nome ci si impoverisce, con o senza lavoro, e si muore per essa in tempo di guerra.

Questa scissione tra formale eguaglianza politica e reale diseguaglianza economica è la dimostrazione che la democrazia liberale e parlamentare non è il “governo del popolo”, ma una maschera politica che nasconde, nella sostanza, la dittatura della borghesia sul resto della società.

La dinamica generazionale rispecchia la continuità del conflitto di classe: la ricchezza accumulata dalla borghesia non è solo il furto del lavoro non pagato degli operai di oggi, ma rappresenta l’accumulazione storica di generazioni di plusvalore estorto.

Marx definisce il capitale come “lavoro morto”, ovvero lavoro passato che è stato oggettivato nelle merci, nelle fabbriche, nelle infrastrutture e nelle grandi fortune finanziarie.

Questo lavoro morto, sottratto ai padri e alle madri della classe operaia, viene tramandato di generazione in generazione all’interno della classe capitalistica attraverso le leggi sull’eredità. Di conseguenza, i figli dei lavoratori nascono nella stessa identica condizione di partenza dei loro genitori: privi di mezzi di produzione e costretti a vendere la propria forza-lavoro. L’ingiustizia economica si perpetua così su base generazionale.

La riappropriazione non è un atto di giustizia privata, ma un atto politico complessivo: di rivoluzione sociale.

mercoledì 21 ottobre 2026

Dio non voglia

 

Durante le recenti manifestazioni di protesta, alcuni minorenni hanno fatto shopping in centro a Milano e poi non sono passati alla cassa a saldare. Un fatto di illegalità riprovevole e oltraggioso che ha messo in forte agitazione e stretto a coorte i guardiani dell’ortodossia liberale e le anime belle di legge & ordine.

Quello che non si vuole capire è che quando scendono per strada dei minorenni a protestare e succedono certi fatti non si tratta semplicemente di una crisi di status, di condizione sociale, ma della crisi di un sistema sociale stremato che arriva ad agitare perfino dei ragazzi. I quali evidentemente dimostrano più coraggio e consapevolezza dei loro genitori.

Dunque, non ha importanza se a livello individuale alcuni lo fanno perché non hanno i soldi per acquistare l’ultimo iPhon o perché a livello di massa si sono resi conto che questo sistema basato sulla sistematica rapina ha tirato troppo la corda, ossia ha rivelato che cos’è e cosa diventerà sempre di più il capitalismo avanzato.

Su questo punto, la teoria della sopravvivenza e della realtà mercantile con le sue spettacolarizzazioni è chiarita e verificata e non c’è bisogno di aggiungervi altro.

E vengo al governo più fascista di quelli che l’hanno preceduto. In vista delle prossime manifestazioni di protesta da parte di questi minorenni, ha deciso di inviare i paracadutisti. Come nel film di Pontecorvo, La Battaglia di Algeri. Con la piccola differenza che Milano non è la Casba di Algeri degli anni Cinquanta. Che i minorenni che manifestano in Italia non sono i guerriglieri del FLN algerino.

Dio non voglia che la polizia, approfittando anche della presenza di queste unità militari, passi a trattamenti sul tipo Genova 2001, o addirittura di peggio. In tal caso, la situazione cambierebbe di senso. Ripeto: Dio non voglia, perché in tal caso la prossima volta non basteranno i paracadutisti, ci vorranno i carri armati.

Chi decide cosa

«Ci sono due parole delle quali non parla più nessuno e che spiegano quello che sta accadendo: disuguaglianza sociale.» Valter Banale, La7, 20 ott. 2026.

Sono settimane che i media parlano di disuguaglianza sociale, dunque dove vive costui? Oltre a tutto, questo pesce della Findus non riesce a capire che la “disuguaglianza sociale” non spiega ciò che sta accadendo, se non in modo superficiale, e in fondo solo in parte la disuguaglianza fornisce la causa della protesta giovanile.

Esempio, la rivoluzione del 1789 non può essere spiegata semplicemente con le disuguaglianze sociali. Queste ultime possono spiegare il fenomeno alla sua superficie, ma in profondità agirono cause ben più decisive delle mere disuguaglianze sociali, le quali peraltro esistevano da secoli e avevano punteggiato con delle rivolte la storia di Francia.

Che cosa spinge un sedicenne a scendere in piazza e nelle strade per protestare rischiando di essere malmenato e anche ferito dalla polizia? Soggettivamente la sua condizione sociale; ma ciò non è oggettivamente sufficiente a spiegare un movimento giovanile di protesta tanto largo e massiccio.

Ad ogni modo soffermiamoci sul lato più soggettivo, più individuale della faccenda. Che cosa risulta sempre più incompatibile nella vita dei giovani a fronte delle possibilità offerte dalle nuove tecnologie e dall’inedita capacità delle forze produttive? Ciò che vogliono, per esempio (e non ha importanza se ciò non fosse eventualmente chiaro alla loro coscienza), è una vita fondata sulla scelta e la creatività e non sul lavoro sfruttato e precario.

Questa società ha svuotato di significato la vita di ognuno di questi giovani e nessun modello di comportamento autorizzato riesce a offrire loro una vera attualità del vissuto quotidiano. La loro vita è ridotta, come quella di tanti adulti, al puro squallore del ripetitivo, combinata all’assorbimento obbligatorio di distrazioni ugualmente ripetitive.

I giovani studenti non vogliono solo aule decenti, ma una scuola che esalti il meraviglioso invece di ucciderlo con retaggi gentiliani. Né le giovani generazioni cercano semplicemente un maggior potere d’acquisto, ma una vita proiettata al godimento di sé e del mondo, dunque una vita spogliata dall’obbligo, dallo scambio, dal senso di colpa, dalla dipendenza e dalla noia di ruoli astratti e successivi.

Ma tutto ciò Valter Banale, il merluzzo della Findus, non può capirlo data la sua posizione sociale ed ideologica.

Infine e in definitiva, detto in breve altrimenti il discorso mi porterebbe lontano, l’attuale crisi capitalista non sta portando tanto all’abolizione formale della democrazia, bensì alla sua trasformazione. L’obiettivo è una trasformazione totale della società e non semplicemente l’approvazione di qualche legge. Pertanto, la sopravvivenza della democrazia borghese non è decisa dalla destra reazionaria, bensì dai calcoli di potere della classe dominante.

martedì 20 ottobre 2026

Pedinamenti

 

Oggi pomeriggio stavo parlando con un mio familiare di cani. Non è necessario che entri qui nel dettaglio, peraltro irrilevante. Dopo una mezz’ora mi arriva una notifica sul cellulare. Una nuova, mai vista prima. Riguarda merce per cani. Bisogna essere fin troppo ingenui per non sapere che avvengono davvero questi cosiddetti “tracciamenti”. Il tutto pare sia legale, ma che cosa non è reso legale da chi ha il potere del denaro?

Ho voluto quindi approfondire un po’ la faccenda partendo, apparentemente, da lontano, ossia dalla grande distribuzione. Prima cosa da sapere è come è organizzata sia come modello d’acquisto e sia come modello di vendita, laddove quest’ultimo rivela la strategia di tracciamento e d’influenza che sono esercitate sul “consumatore”.

Il modello italiano delle centrali d’acquisto della Grande Distribuzione Organizzata (GDO) si basa sull’aggregazione di più catene, consorzi o insegne in supercentrali per unire il potere contrattuale nei confronti dell’industria di marca (chiamata anche IDM o Brand Industry). Ciò significa che le centrali d’acquisto agiscono come un unico grande interlocutore per negoziare con le multinazionali e le grandi aziende che producono i prodotti marchiati più famosi e venduti (es. Barilla, Coca-Cola, Ferrero, Nestlé, Procter & Gamble).

Il mercato italiano della GDO è fortemente concentrato; i primi operatori e le supercentrali controllano oltre il 70% delle vendite nazionali. Queste centrali italiane fanno parte di network europei per estendere la forza d’acquisto anche alle multinazionali globali. Tra le centrali e i gruppi più rilevanti figurano Conad, Selex Commerciale, Coop Italia (tramite Centrale Italiana, che fino al 2006 è stata una delle supercentrali d’acquisto più grandi d’Europa, arrivando a controllare oltre il 22% della quota del mercato italiano), Gruppo VéGé, ESD Italia (che include Esselunga, Selex, Carrefour, Pam) e Dit - Distribuzione Italiana (Sigma e Sisa).

Oggi la GDO non è solo un cliente dell’industria di marca, ma anche un suo forte concorrente. Con i prodotti a marchio del supermercato (es. Prodotto Coop, Conad, Esselunga Smart), la GDO compete direttamente con i grandi brand, usando questo fattore come leva negoziale. I prodotti a marchio proprio (Marca del Distributore: MDD) stanno cambiando i rapporti di forza con le grandi marche.

In Italia, la MDD ha superato la soglia storica del 30% di quota di mercato nel perimetro omnicanale (l’insieme di tutti i punti di contatto fisici e digitali interconnessi e che condividono i dati in tempo reale), superando un giro d’affari complessivo di 31,5 miliardi di euro. Questo non è più solo un fenomeno tattico, ma una trasformazione strutturale che ha tolto all’industria di marca il monopolio del valore e dell’innovazione.

L’infrastruttura tecnologica e logistica è unificata, per cui un unico profilo cliente ne traccia comportamenti sia online che offline.

Nel dettaglio: i router e le antenne nei negozi rilevano l’indirizzo MAC (un codice univoco) degli smartphone che cercano reti disponibili. Permette di capire il tempo di permanenza e i percorsi frequenti. Piccoli trasmettitori (Beacon Bluetooth Low Energy) posizionati nel punto vendita che comunicano con le app installate sullo smartphone dell’utente consentono di inviare offerte personalizzate quando si è vicini a uno specifico scaffale. Geofencing: utilizzano i servizi di localizzazione delle app per tracciare l’ingresso o l’uscita da un’area geografica virtuale (es. il perimetro di un centro commerciale).

Tutto ciò è formalmente illegale se tu non hai scaricato la loro app e accettato specificamente i termini di tracciamento. Ma lo fanno lo stesso: il pedinamento diventa legale nel momento in cui firmi o clicchi su “Accetto”. Cosa che facciamo fin troppo spesso per accedere a qualsiasi cosa, fosse pure solo l’app di trenitalia o del sexy shop vicino casa.

Oltre a questi sistemi di pedinamento e di influenza più o meno subliminale, ci sono i sistemi più noti e tradizionali: sistemi POS e carte fedeltà; codici QR e coupon cartacei; sistemi di videosorveglianza (spesso dotati di intelligenza artificiale) in grado di analizzare i flussi di persone, contare i visitatori e persino stimare dati demografici (età, genere) o l’espressione facciale, senza identificare (dicono loro) nominativamente la persona. In tal caso non possiamo porre nessun tipo di difesa.

Così, tanto per sapere chi, tra gli altri, mi sta pedinando giorno e notte fin dentro al cesso. Poi penso ai ragazzi che rompono qualche vetrina. L’ho già scritto qualche giorno addietro: sbagliano strategia, tattica e soprattutto non sono quelli gli obiettivi giusti.

La loro protesta contro la vostra violenza quotidiana

 

Si stanno compattando a riccio. Tutti uniti contro la “rara violenza” di ragazzi che invece dovrebbero consumare la propria vita ai margini di un sistema politico bloccato e di un sistema economico basato sull’estorsione di lavoro non pagato, sul sistematico furto con destrezza sulle tariffe, eccetera.

Una vetrina rotta, qualche capo d’abbigliamento prodotto in Cina o in Vietnam ed esplode l’indignazione, la paura e la preoccupazione. Contro i ragazzi minorenni viene inviato niente meno che un contingente di militari con poteri di polizia. Ma non vi vergognate?

C’è chi paventa che dietro a queste manifestazioni ci sia “qualcuno”. Per esempio la grande giornalista famosa per fare domande del tipo: “Ma lei è d’accordo con ...”. Da ridere. E però questa volta ha ragione l’aristocratica giornalista: c’è dell’altro dietro queste vivacità giovanili. I modelli sociali veicolati dalla vostra réclame mediatica, i modelli irraggiungibili dei vostri stili di vita, per esempio.

Non sono “soggetti inediti”, sono i figli dei quartieri periferici, della mitica classe media proletarizzata, ragazzi che stanno prendendo consapevolezza che nessuna forma politica esistente è qualificata a rappresentarne gli interessi. Che hanno ben chiaro che questo è un sistema predatorio reso perfettamente legale. La loro è la rivolta contro le inedite gigantesche ricchezze individuali che una minoranza sta accumulando (*).

Questa giovanile e “rara violenza”, questa vivace voglia di vivere, fa ben sperare, ossia che si passi dalla rivolta morale a una rivoluzione contro l’insieme dei rapporti sociali capitalistici, sorretti dall’ordinaria e sempre più brutale violenza manageriale, delle strutture legali, finanziarie e gestionali che macinano utili netti su utilità sociali inette.

(*) L’anno scorso, le banche italiane hanno fatto profitti netti per 47,5 miliardi (miliardi), l’anno prima 46,5. Soldi che vanno in gran parte in tasca agli azionisti o per operazioni di buyback (vedi più avanti). Prelevati anche dal tuo conto corrente, dove ti viene accreditato un salario da fame o la pensione (se e quando ne avrai una). E su quei quattro soldi, con i quali a mala pena ti compreranno un loculo da morto, ci paghi pure l’imposta di bollo. Lo stesso identico importo che paga un milionario.

Perfino andando al cesso paghiamo l’imposta sul valore aggiunto (!), ossia sulla depurazione. E c’è invece chi trova il modo di eludere legalmente, spostando i dividendi tramite holding collocate in paesi a fiscalità privilegiata. Oppure pagando l’1,2% in regime di esclusione PEX (Participation Exemption). Il dividendo è esente al 95% nella illusoria speranza che quello stesso dividendo rimasto nella società principale venga poi reinvestito (in buyback, ossia acquisto di azioni proprie?).

lunedì 19 ottobre 2026

Punti di svista

 

Il presidente Mattarella sta mettendo in mostra la sua visione della realtà: chiama i manifestanti “soggetti inediti”. Ha ragione, signor presidente, la situazione è piuttosto inedita e richiede domande inedite, almeno per lei: perché le scuole sono in stato di degrado? Perché gli ospedali sono in crisi? Perché la povertà è in aumento? Perché ci si aspetta che i dipendenti lavorino per salari di fame? Insomma, perché la ricchezza dei più ricchi cresce mentre i servizi pubblici vengono tagliati?

Perciò, fossi in lei presidente, non mi stupirei che i manifestanti siano andati oltre le rivendicazioni specifiche riguardanti il sistema scolastico, abbracciando uno slogan più generale contro il capitalismo e lo stato borghese. Ossia, contro questo stato di cose.

Sono inedite le proteste dei più giovani, i quali hanno capito benissimo che sono fregati. Sono inedite le proteste che stanno politicizzando un’intera generazione di ragazzi, e tale politicizzazione si rifletterà in modo molto chiaro sul comportamento futuro degli stessi. È in corso un chiarimento politico: chi sta da che parte? E lei, presidente, sappiamo da che parte sta. Non dalla parte di questi giovani che protestano, sia pure con qualche vivacità.

La primavera inizia a ottobre

Colgo una certa finta sorpresa a riguardo del fatto che la rivolta studentesca sia caratterizzata anche da contenuti etnici. Non in Francia, dove la cosa è del tutto naturale. E del resto la cosa si poteva prevedere anche qui da noi ed è anzi solo all’inizio. Né, tantomeno, deve sorprendere la collera di questo proletariato giovanile che si sente escluso non solo dal futuro prossimo ma già nel presente.

La borghesia, alta, media e bassa, continua a macinare successi finanziari, immobiliari, commerciali chiedendo peraltro di continuare a evadere o eludere le imposte già ridicole sul patrimonio e sui profitti estorsivi e fraudolenti. Può davvero ritenere che tutto ciò possa continuare all’infinito nel mentre almeno due terzi della società ne vengono di fatto esclusi?

Nel dettaglio: quando il presidente si rivolge direttamente alla nazione in televisione, la situazione è seria. Ed è proprio quello che ha fatto Macron ieri sera. Il giorno prima, sabato, centinaia di migliaia di persone erano scese in piazza in tutto il Paese, chiedendo migliori opportunità di istruzione, protestando contro l’alto costo della vita e manifestando contro la brutalità della polizia. No, non è un altro maggio ’68. Questi giovani non possono aspirare a qualcosa che questa società non può loro offrire. E l’hanno ben chiaro!

Alle proteste hanno partecipato studenti delle scuole e delle università in sciopero, sindacalisti e, per la prima volta, i Gilet Gialli. Secondo i dati degli sbirri, hanno partecipato 550.000 persone in tutto il Paese, di cui 110.000 a Parigi. Gli organizzatori hanno affermato che il numero dei manifestanti fosse di 800.000. Ad ogni buon conto si tratta di numeri importanti se si considera che non sono incentrati sul rifiuto collettivo di una specifica proposta governativa, come nel caso della riforma francese delle pensioni del 2023.

Ed in Italia? Il governo pensa a un nuovo decreto repressivo. I fascisti, di qualunque odore politico, possono pensare solo a reprimere. Compresa la sedicente sinistra, che ci ha fatto ingoiare per decenni privatizzazioni, precarietà e le prepotenze del grande capitale, mentre ora si dedica deliziosa ai “diritti” civili. Non può tollerare la “violenza” che ha come obiettivo la proprietà privata, ossia gli interessi dello zoccolo duro dei suoi elettori ZTL.

«Vorrei essere un bidone della spazzatura», ha scritto un giovane manifestante, «così la polizia mi proteggerebbe». Questa frase coglie la realtà, sia sotto l’aspetto delle violenze della polizia e sia sotto l’aspetto delle “violenze” dei manifestanti. Se questi ultimi, in Francia, Italia, Albania, Belgio e Portogallo vorranno che la primavera cominci davvero in autunno, dovranno alzare il livello qualitativo del confronto. Finora gli obiettivi sono stati piuttosto banali, con fuocherelli e lancio di sassi.

Per esempio, a Limoges, il municipio, edificio storico protetto, è stato parzialmente incendiato. Duemila persone sono state arrestate e quella gran figa in cipria di Macron le ha minacciate di gravi conseguenze legali. Perché rischiare così tanto per ottenere così poco? Mi pare evidente l’improvvisazione e la mancanza di strategia e di coordinamento. Sono cose che possono maturare con il tempo, e del resto non possono farsene carico solo gli studenti dei licei.

Ma soprattutto il ragionamento dev’essere politico. Guardiamoci intorno: che cosa potrà ancora venire da questo assetto sociale e dai suoi rapporti di produzione e di scambio? Non è un modo di dire! In un momento storico nel quale l’irrompere delle nuove tecnologie e una digitalizzazione pervasiva spiazza ogni giorno di più, chi non ha capitali da investire e non vive in una bolla di privilegio, dunque una qualsiasi persona “normale”, che cosa può aspettarsi già domani mattina?

Ecco cosa può aspettarsi: un generale sciroccato ma a capo di un esercito che invita la gente a prepararsi alla guerra e ai relativi “sacrifici” così come la si potrebbe invitare ad aderire a una raccolta fondi per una calamità naturale! Mi sembra ovvio e chiaro che qui in discussione non ci può essere solo scuola, alloggi, sanità, pensioni e simili. Ripeto: che cosa potrà ancora venire da questo assetto sociale e dai suoi rapporti di produzione e di scambio? Lo scrivevo in apertura di questo blog nell’ormai lontanissimo gennaio 2010:

È un classico della storia l’alternanza di fasi di stagnazione e di rapido sconvolgimento. Marx ha scritto pagine mirabili su questo tema. La quantità di tutto ciò che questa società ci impone e ci infligge ha già superato la soglia oltre la quale ogni equilibrio faticosamente costruito viene rotto con violenza. Marx ha scritto che ogni epoca si pone solo i problemi che può risolvere, e questo è vero; e oggi siamo giunti precisamente al punto in cui non è più possibile risolverne nessuno senza risolverli tutti.


domenica 18 ottobre 2026

La banca del Führer

 

L’argomento principale della “consueta riunione informale e segreta domenicale” dei governatori presso la Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI) a Basilea, nel maggio del 1939, era la nomina del prossimo presidente.

Johan Beyen, il presidente olandese in carica, che aveva consegnato l’oro cecoslovacco ai nazisti, avrebbe dovuto lasciare l’incarico nel 1940. I principali candidati a succedergli erano tre: un olandese, uno svedese e un americano.

L’americano designato era Thomas Harrison McKittrick (1889–1970). Di formazione avvocato, non aveva alcuna esperienza diretta nel settore delle banche centrali. Ma ciò contava poco, poiché la guerra era alle porte e c’era la necessità di mantenere aperti i canali finanziari durante il conflitto.

In tal senso, McKittrick era il candidato ideale come cittadino di un paese neutrale e anche perché gli Stati Uniti erano diventati il territorio della finanza transnazionale. Aveva lavorato per la Higginson & Company, la filiale britannica della Lee, Higginson & Company, una rinomata società di investimenti di Boston, che al suo apice era più ricca e prestigiosa di Goldman Sachs e Lehman Brothers.

Trascorse un periodo anche in Italia, dove lavorò per la divisione estera della National City Bank of New York, prima di arruolarsi nell’esercito statunitense nel 1918. Non fu inviato al fronte, ma a Liverpool, dove venne distaccato presso l’intelligence militare britannica per verificare che non vi fossero spie intente a utilizzare le banchine portuali per entrare o uscire dalla Gran Bretagna. Lo possiamo immaginare all’interno di un pub intento a scrutare le banchine del porto e il fondo del suo bicchiere.

Nel 1921 fu inviato a Londra per lavorare nella filiale britannica della società e divenne socio responsabile delle operazioni estere sia per la sede di Londra che per quella di New York. Seppe presto orientarsi nella City di Londra, costruendo un’impressionante rete di contatti internazionali. Dedicò gran parte del suo tempo, oltre ai cocktail, a prestiti e investimenti riguardanti la Germania, tra cui il prestito estero tedesco previsto dal Piano Dawes del 1924.

McKittrick era arrivato alla BRI nel 1931, entrando a far parte del Comitato arbitrale sui crediti tedeschi, incaricato di dirimere le controversie relative ai crediti concessi alle banche private tedesche. Gli altri due membri erano Marcus Wallenberg, della banca svedese Enskilda Bank, e Franz Urbig, presidente del consiglio di sorveglianza della Deutsche Bank.

Wallenberg e suo fratello Jacob erano tra i banchieri più influenti d’Europa; la famiglia Wallenberg vantava una rete di redditizi collegamenti con banchieri di Londra, Berlino e Wall Street. Durante la IIGM, i fratelli Wallenberg avrebbero sfruttato la Enskilda Bank per intrattenere rapporti con entrambi gli schieramenti, assicurandosi al contempo ingenti profitti (*).

McKittrick era da tempo grande amico di Allen Dulles, conosciuto quando quest’ultimo lavorava presso la legazione americana a Berna e lo aveva aiutato a risolvere una questione legata a un visto. Questa stretta amicizia, ancor più di altre, spiega molto della vicenda personale di McKittrick e dunque anche della storia della BRI durante il conflitto bellico.

Allen Dulles – dal novembre 1942 inquilino al numero 23 di Herrengasse –, dirigeva da Berna la sede svizzera dell’Office of Strategic Services (OSS), il servizio di intelligence estera degli Stati Uniti. Una rete molto complessa composta non solamente da agenti veri e propri, ma anche da banchieri e uomini d’affari, studiosi, preti ed esuli. Uno dei visitatori del civico 23 (dalla porta sul retro) era il principe Max Egon zu Hohenlohe-Langenburg, un agente del Servizio di Sicurezza del Reichsführer Ss Heinrich Himmler.

Alcuni informatori e agenti di Dulles scambiavano notizie per la causa degli Alleati, altri per denaro. McKittrick, noto anche con il nome in codice OSS 644, scambiava informazioni per lealtà: non verso la causa o l’interesse nazionale degli Stati Uniti, bensì verso la finanza transnazionale, un credo condiviso dallo stesso capo dei servizi segreti americani.

Dulles voleva conoscere tutto ciò di cui McKittrick era al corrente, in particolare riguardo ai canali finanziari nazisti; e le informazioni in suo possesso erano molte, come egli stesso avrebbe poi ricordato.

Thomas McKittrick, come previsto, nel gennaio 1940 divenne il nuovo presidente della BRI e vi rimase in carica fino al 1946. Dunque in un lasso di tempo cruciale. Fu il terzo presidente americano della BRI, dopo Gates McGarrah e Leon Fraser. Il legame con gli Stati Uniti aveva plasmato la BRI fin dalla sua fondazione nel 1930. La banca era stata ufficialmente istituita per amministrare il Piano Young per le riparazioni tedesche, dal nome del diplomatico americano che aveva mediato l’accordo, ma in realtà si occupava anche di molto altro ancora (**).

L’obiettivo dichiarato da McKittrick era quello di mantenere per la BRI una stretta neutralità finanziaria. La dichiarazione di neutralità comportava quanto segue: la banca non avrebbe concesso credito alle banche centrali dei paesi belligeranti; operando su mercati neutrali, avrebbe vigilato affinché i belligeranti non traessero profitto da tali operazioni; non avrebbe effettuato transazioni, né dirette né indirette, tra paesi in guerra tra loro; non avrebbe venduto attività detenute in un paese per effettuare pagamenti a un altro paese in guerra con il primo, né avrebbe detenuto attività di un paese belligerante a garanzia di un altro.

Le dichiarazioni di neutralità della banca si rivelarono ben presto prive di valore. McKittrick e il resto della dirigenza trasformarono la BRI in un braccio operativo di fatto della Reichsbank. Ciò non fu il frutto di inerzia, passività o indolenza burocratica, bensì la conseguenza di una serie di decisioni strategiche deliberate.

La BRI effettuò operazioni di cambio con la Reichsbank e accettò oro nazista frutto di saccheggi fino agli ultimi giorni di guerra, quando persino paesi neutrali come la Svezia avevano iniziato a rifiutarlo. Riconobbe l’annessione forzata al Terzo Reich dei paesi occupati, tra cui Francia, Belgio, Grecia e Paesi Bassi.

La Germania nazista non aveva raggiunto la vantata autarchia. Aveva bisogno di acquistare ingenti quantità di materie prime per produrre armamenti e per nutrire, riscaldare e vestire la propria popolazione. Acciaio svedese, petrolio rumeno, tungsteno portoghese e carne bovina sudamericana: tutto doveva essere acquistato e pagato in valuta pregiata (da ciò si può ben comprendere come l’antiebraismo fosse funzionale alla necessità di reperire oro e altri valori). La Germania nazista necessitava di un canale finanziario verso i paesi neutrali, canale che passava per Basilea.

La BRI convertiva il metallo prezioso in franchi svizzeri puliti o altre valute convertibili, permettendo al regime nazista di finanziare il proprio sforzo bellico. Per esempio, le aziende svedesi fornivano ai nazisti milioni di tonnellate di minerale di ferro – destinato alla produzione di carri armati, cannoni e munizioni – oltre a cuscinetti a sfera, generi alimentari e legname, materie prime di importanza vitale.

Nel 1944, durante la Conferenza di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense Henry Morgenthau Jr. chiese apertamente la dissoluzione totale e immediata della BRI a causa della sua complicità con il nazismo. Tuttavia, la risoluzione approvata a Bretton Woods non fu mai resa efficace.

Questa resistenza statunitense si buon ben comprendere. La Standard Oil aveva costituito un cartello con la IG Farben, il cui amministratore delegato e responsabile dell’economia di guerra, il deputato nazista Hermann Schmitz, sedeva nel consiglio di amministrazione della BRI. Nel 1948, Schmitz fu processato per crimini di guerra e contro l’umanità per il saccheggio e la spoliazione dei territori occupati; condannato a 4 anni, fu rilasciato nel 1950; divenne poi membro del consiglio degli amministratori della Deutsche Bank di Berlino, nonché presidente onorario della Rheinische Stahlwerke AG).

La filiale francese della J.P. Morgan – membro fondatore della BRI – intratteneva proficui rapporti commerciali con i nazisti anche dopo l’invasione della Francia. Quanto alla ITT, la multinazionale aveva avviato una partnership con Kurt von Schröder, il potente banchiere nazista (la J.H. Stein Bank di Colonia) soprannominato “midwife of Nazism” (lavatrice del nazismo), che ricopriva la carica di amministratore della BRI, pur essendo un finanziatore e esponente di grado elevato delle Ss: Brigadeführer (***). Per la nuova classe di finanzieri transnazionali, la guerra non era che un’interruzione dei commerci, per quanto estremamente redditizia. Nel frattempo, era necessario mantenere aperti i canali finanziari, che passavano per Basilea.

La BRI riconobbe l’annessione forzata al Terzo Reich dei paesi occupati, tra cui Francia, Belgio, Grecia e Paesi Bassi. La BRI consentì ai regimi di occupazione nazisti di acquisire la proprietà delle sue azioni, facendo sì che il blocco dell’Asse detenesse il 67,4% del capitale azionario con diritto di voto. Le riunioni del Consiglio di amministrazione furono sospese, ma le Assemblee generali annuali proseguirono; le banche azioniste votavano per delega.

Le annessioni territoriali naziste vennero accettate, ma non quelle sovietiche. Nel giugno 1940, l’Armata Rossa invase Lettonia, Lituania ed Estonia. I sovietici ordinarono ai governatori delle tre banche centrali di dare istruzioni alla BRI affinché trasferisse le loro riserve auree alla banca di Stato dell’Unione Sovietica. Il parallelo con l’oro cecoslovacco era evidente, ma l’esito fu ben diverso. La dirigenza della BRI, attenta al rispetto formale delle norme, sosteneva che la banca dovesse accettare le istruzioni date dai sovietici. Ma questa volta il presidente si oppose e fu decisivo.

All’inizio della guerra, temendo un’invasione tedesca della Svizzera, per un breve periodo la BRI si trasferì a Château-d’Oex, nel sud-ovest del Paese. McKittrick e Per Jacobsson (Consigliere economico e Capo del dipartimento monetario ed economico, che scrisse i rapporti annuali della BRI dal 1931 al 1956) si sistemarono allo Château de Rougemont, gentilmente concesso in uso dal proprietario americano. Il resto del personale dovette arrangiarsi nel villaggio. Tutti tirarono un sospiro di sollievo quando la BRI fece ritorno a Basilea nell’ottobre del 1940. Lì, nonostante il conflitto, la BRI continuò a godere di enormi privilegi, sia finanziari che giuridici. Poteva acquistare e vendere quantità illimitate di franchi svizzeri. Si trattava della valuta più importante nell’Europa in guerra, accettata ovunque.

Grazie al suo statuto, la BRI non era tenuta a comunicare le operazioni di cambio. I suoi tassi di cambio rispetto al franco svizzero non erano soggetti alle stesse restrizioni imposte alle banche commerciali svizzere. Fino al 1942, la BRI poté acquistare e vendere oro a condizioni più vantaggiose rispetto alla Banca Nazionale Svizzera. Questa singolare situazione, in cui banchieri degli Alleati e dell’Asse collaboravano con tale profitto, attirò l’attenzione sempre più ostile da parte di certi ambienti a Londra e Washington.

La BRI deteneva investimenti in Germania per un valore di 294 milioni di franchi svizzeri-oro (96 milioni di dollari: al cambio di allora, ovviamente) sotto forma di fondi presso banche statali, cambiali e obbligazioni. La banca riuscì a sopravvivere grazie agli interessi corrisposti dalla Reichsbank, che finirono per rappresentare l’82 per cento delle sue entrate. Inizialmente la Germania saldava i propri debiti in valuta, ma dopo il marzo 1940 passò all’oro, in gran parte frutto di rapine e saccheggi.

Durante il conflitto, la Germania incrementò le proprie riserve auree di 603,5 milioni di dollari; oltre l’80 per cento di tale quantitativo proveniva da razzie ai danni delle banche centrali dei paesi occupati. Oro per un valore di 88 milioni di dollari fu confiscato a cittadini tedeschi e residenti nei territori sotto occupazione nazista. Oro per circa 3 milioni di dollari fu sottratto alle vittime dei campi di concentramento. Anche questo venne accreditato su un conto presso la Reichsbank gestito da Emil Puhl, uomo di fiducia di Thomas McKittrick e compagno di pranzi di Per Jacobsson.

Durante gli anni della guerra transitarono complessivamente 21,5 tonnellate d’oro attraverso il conto aureo della Reichsbank presso la BRI; di queste, 13,5 tonnellate erano state acquisite nel corso del conflitto. Sei tonnellate furono impiegate per saldare i debiti della Reichsbank tramite il sistema di pagamento della BRI per il traffico ferroviario e postale internazionale, gestito anch’esso dalla banca (****).

Il mondo era in guerra, ma l’unico punto su cui entrambe le parti sembravano concordare era che la BRI dovesse continuare a operare, con Thomas McKittrick alla presidenza.

L’articolo 10 dello statuto della BRI garantiva che in caso di guerra i beni e le proprietà della banca sarebbero stati immuni da sequestro. C’era persino l’accordo con il governo britannico affinché le comunicazioni della BRI a Londra potessero passare direttamente senza il vaglio della censura. Sir Kingsley Wood, Ministro delle Finanze, dichiarò nell’ottobre del 1942 che, con McKittrick al timone della BRI, non vi era nulla di cui preoccuparsi.

McKittrick trasmetteva ripetutamente informazioni economiche e finanziarie alla dirigenza della Reichsbank. Era particolarmente vicino a Emil Puhl, vicepresidente della Reichsbank e direttore della BRI, che McKittrick descriveva come un suo “amico”. Puhl, specialista in oro e valute (gran parte del metallo proveniva dalle vittime dell’Operazione Reinhard ad Auschwitz, Majdanek, Treblinka, Bełżec, Chełmno e Sobibór), era un frequentatore abituale anche della Banca Nazionale Svizzera a Berna.

Aveva stretti legami con il ramo finanziario delle Ss, articolazione che gestiva i vasti interessi commerciali dell’organizzazione. Puhl, piuttosto che Walther Funk, il suo superiore nominale, era il vero capo della Reichsbank, e come tale figura chiave nel finanziamento dello sforzo bellico del Terzo Reich. Al processo dei ministeri, uno degli ultimi dei dodici processi di Norimberga tenutisi tra il 6 gennaio 1948 e il 13 aprile 1949, Puhl fu condannato per crimini di guerra a soli cinque anni di reclusione (ho letto, in rete, il resoconto stenografico del suo interrogatorio: poveretto, non sapeva niente di niente). Fu rilasciato dal carcere otto mesi dopo, il 21 dicembre 1949, per buona condotta.

Tutti i personaggi qui citati facevano parte di un ristretto club finanziario internazionale che continuò non solo a dialogare amichevolmente con alti funzionari nazisti anche al culmine delle ostilità, ma furono uno strumento economico favorevole agli interessi del III Reich, poiché è fuori di dubbio che la BRI fu assolutamente cruciale per permettere al Reich di sopravvivere economicamente sul mercato internazionale.

Quei club finanziari, occulti al grande pubblico e interdetti ai curiosi, esistono ed operano ancora oggi, soprattutto oggi.

(*) Jacob Wallemberg controllava una parte preponderante dell’industria e del settore minerario svedesi, tra cui la Bofors (produzione militare) e la SKF, monopolizzatrice mondiale degli indispensabili cuscinetti a sfera, e fu in ottime relazioni d’affari con i nazisti per tutto il conflitto.

(**) La politica del governo nazista in materia di debito estero, con particolare riguardo al servizio dei prestiti Dawes e Young, i due più importanti prestiti internazionali stipulati dalla Germania nel periodo tra le due guerre. L’obiettivo di questa politica era porre fine una volta per tutte agli obblighi derivanti dagli accordi sulle riparazioni di guerra della Prima Guerra Mondiale e, al contempo, ridurre drasticamente le scarse riserve valutarie della Germania. Tali obiettivi furono raggiunti imponendo un default parziale sul debito estero e bilateralizzando i negoziati commerciali e finanziari, smantellando così il Piano Young del 1930. Per molti aspetti, il governo nazista continuò le politiche in vigore dal 1931, spingendosi però oltre e applicandole con maggiore spietatezza. Tuttavia, gli effetti negativi a lungo termine di questa politica cominciavano a farsi sentire, poiché l’economia tedesca era isolata dai mercati finanziari internazionali e sempre più gravata da complesse normative sui cambi. Fu la Repubblica Federale Tedesca a dover gestire l’eredità finanziaria di questa politica dopo la guerra (Piet Clement, La pietra di paragone del credito tedesco: la Germania nazista e il servizio offerto dalla Dawes and Young Loans).

(***) Dopo la guerra mondiale, Schröder fu arrestato e processato da un tribunale tedesco per appartenenza a un’organizzazione criminale. Fu riconosciuto colpevole e condannato a tre mesi di reclusione.

(****) Alla fine del 1939, la Banca Nazionale del Belgio inviò oltre 200 tonnellate delle sue riserve in Francia per metterle al sicuro. Con l’avanzata dei nazisti, la Francia trasferì l’oro belga – e parte del proprio – al porto di Dakar, nell’Africa occidentale. Temendo un’incursione degli Alleati, le autorità francesi spostarono poi l’oro verso l’interno. Dopo la caduta di Parigi, la Germania ordinò al governo collaborazionista francese di Vichy di inviare l’oro a Marsiglia, affinché venisse preso in “custodia” dalla Reichsbank. L’oro fu quindi trasportato via nave, camion, treno e carovana di cammelli attraverso il Sahara fino ad Algeri. Da lì fu trasferito in aereo a Marsiglia e infine depositato nei caveau della Reichsbank. Nell’estate del 1943, il governatore della Banca di Francia (allora sotto il controllo di Vichy), si recò a Basilea per avvertire McKittrick della sorte dell’oro belga, parte del quale sarebbe indubbiamente arrivato a Basilea. McKittrick liquidò le preoccupazioni del governatore sostenendo che tutto l’oro ricevuto dalla BRI recava i marchi corretti ed era tedesco, non belga. L’oro belga era stato rifuso presso la zecca prussiana e marchiato con numeri identificativi e date falsi, compresi tra il 1934 e il 1939.

Sotto la guida di McKittrick, la BRI effettuò anche un numero significativo di transazioni in oro per conto di altre potenze dell’Asse. Vendette oro della Banca di Francia (governo di Vichy) al Portogallo in cambio di scudi, valuta di cui la Francia necessitava per pagare le importazioni portoghesi. Organizzò tre spedizioni di oro da Berna alla Bulgaria. Vendette quasi nove tonnellate di oro alla Romania, praticando prezzi più vantaggiosi rispetto alla Banca Nazionale Svizzera. Tutte queste operazioni costituivano una violazione diretta della politica di neutralità. La BRI concluse inoltre tredici operazioni di scambio di oro (swap) con la Turchia – per un totale di 8,6 tonnellate – permutando l’oro che la Turchia deteneva presso la Banca Nazionale Svizzera con oro della BRI custodito a New York, Parigi e Londra. La Turchia era formalmente neutrale, ma intratteneva forti relazioni commerciali con la Germania ed era il principale fornitore di cromo del Terzo Reich. La BRI non fu l’unica a accettare oro nazista di provenienza illecita e a omettere, da parte dei suoi dirigenti, le verifiche sulla provenienza del metallo: anche le banche commerciali svizzere e la Banca Nazionale Svizzera (BNS) accettarono prontamente l’oro nazista sottratto illegalmente. La politica dei banchieri di mantenere rapporti d’affari “normali” con i nazisti era dettata dai vertici. Ernst Weber, presidente del consiglio di amministrazione della BRI dal 1942 al 1947, ricopriva anche la carica di presidente della Banca Nazionale Svizzera. Weber, al pari di McKittrick e Jacobssen, intratteneva rapporti cordiali con Puhl. Persino mentre gli Alleati avanzavano attraverso l’Europa occupata dai nazisti verso il confine svizzero, Weber e Puhl continuavano a organizzare spedizioni di oro. I due banchieri cenarono insieme il 10 dicembre 1944 per discutere il loro ultimo accordo: la Svizzera avrebbe acquistato oro tedesco e, in cambio, la Germania avrebbe venduto carbone alla Svizzera. Le trattative si svolsero in quella che Otto Köcher, capo della legazione tedesca a Berna, definì la “consueta atmosfera di fiducia”.

Una protesta morale

 

Un graffio ed è subito tentato sbirricidio.

Nelle redazioni della stampa cialtrona, le speranze di una ripresa economica sono ancora legate alla benevolenza degli oligarchi che controllano l’economia. Quanto alle imponenti manifestazioni giovanili di ieri in Francia, Repubblica online non ne fa menzione, salvo un’intervista con un rotto in culo di nome Jérôme Fourquet (*), direttore del dipartimento Opinioni e strategie d’impresa presso l’Institut français d’opinion publique (il più importante istituto demoscopico francese): “Abbiamo privilegiato la spesa per le pensioni rispetto ad altre politiche pubbliche, come l’istruzione”.

Non la spesa per gli armamenti e simili dissipazioni perpetrate dalla banda di delinquenti che sta impoverendo il pianeta e intere società, Fourquet straparla di altre “politiche pubbliche”, ossia le pensioni. Bisognerebbe tagliare le couilles a gentaglia del genere e infilzarli in un’asta, e invece sappiamo come siano bene educati e pacifici i giovani francesi (e soprattutto quelli italiani), che al massimo danno fuoco a dei cassonetti dell’immondizia e non, per esempio, alle sedi del private banking (avendo l’accortezza di farlo quando i banker sono al loro interno).

Anche da noi i giovani si stanno svegliando rispetto al torpore degli adulti (che si sveglieranno all’improvviso alla prossima ondata della rivoluzione dell’IA industriale). Cresciuti come consumatori in zone residenziali standardizzate, rotatorie e centri commerciali, cominciano a comprendere che anche la loro generazione è modellata dal proprio potere d’acquisto, e che con gli attuali chiari di luna è tagliata fuori da un lavoro dignitoso e adeguatamente retribuito. Se la famiglia non avrà potuto sostenerli economicamente per loro un cursus honorum universitario di prim’ordine, con il loro pezzo di carta dequalificato andranno a servizio nei fast food o smistare pacchi da Jeff Bezos.

Dunque, non si tratta solo di “posti letto”, come sembrano dar da intendere i ventriloqui del sistema, bensì di una totale sfiducia nella promessa borghese della meritocrazia.

La frammentazione sociale e la segregazione urbana, con centri urbani elitari e quartieri periferici, si traduce in esclusione e precarietà. In Francia, data la storia coloniale e immigratoria, si fanno sentire fortemente, oltre ai fattori economici, anche quelli etnici (mostrandoci ciò che accadrà anche da noi tra due-tre lustri). Da questo insieme di situazioni promana una rabbia che rappresenta il sismografo dei cambiamenti antropologici e culturali profondi intervenuti rispetto alle generazioni di giovani di qualche decennio fa.

Assistiamo perciò a una protesta priva di colore politico specifico, che ha per oggetto le spese per il riarmo, l’emergenza climatica (eco-ansia), la precarietà infrastrutturale scolastica e più genericamente la propria posizione esistenziale. Manca un’analisi teorica rigorosa dei meccanismi profondi del capitale e dunque, almeno per il momento, questa protesta, nel suo insieme maggioritario, non contesta il processo di valorizzazione e la logica intrinseca dell’accumulazione capitalistica.

Esempio di motivi moralistici (ma è già qualcosa).

La protesta degli studenti liceali ha una natura prevalentemente fenomenologica e morale, non strutturale. Né potrebbe essere diversamente. Punta illusoriamente a correggere gli “eccessi” e le “storture” del capitale su temi molto specifici sui quali riesce ad aggregarsi. Resta da vedere in che modo una simile protesta potrà espandersi e coinvolgere altre fasce sociali, e in che modo il sistema intende riuscire ad assorbire questo movimento di protesta, prima che scappi di mano e si arrivi a una sua più ampia radicalizzazione politica.

(*) Stipendio di oltre 10.000 euro mensili, ai quali s’aggiungono i cospicui “gettoni” come ospite in talk show, trasmissioni televisive, emittenti radiofoniche e conferenze, oltre ovviamente i diritti d’autore e gli elevati onorari di consulenza aziendale ed elettorale.

sabato 17 ottobre 2026

Non dimenticate

 

È di nuovo quel periodo dell’anno: cambia l’ora. Da quella legale a quella solare. È facile ricordare quando si devono spostare le lancette dell’orologio. Quest’anno nella notte tra il 17 e il 18 ottobre.

Non dimenticate, stanotte le lancette dell’orologio vanno spostate avanti di un’ora. Precisamente alle 3:00, le lancette passeranno dalle 3:00 dell’ora legale alle 4:00 dell’ora solare. Nello specifico, questo significa che, pur potendo andare a letto un’ora più tardi, dovrete alzarvi un’ora prima.

Comunque non è necessario svegliarsi alle 3:00 per spostare le lancette, si può anticipare la regolazione del vostro orologio e della sveglia mettendo già questa sera le lancette avanti di un’ora. Se, per esempio, vi coricate alle 11.00, potete già spostare le lancette sulla mezzanotte, in modo da evitare di farlo in piena notte.

Inoltre, se non l’avete ancora fatto, dovreste anche spostare in avanti di un’ora tutti i vostri appuntamenti per i prossimi sei mesi sul calendario o sull’agenda: questo aiuterà a evitare imbarazzanti malintesi, soprattutto nella settimana successiva al cambio dell’ora.

Poiché le persone spesso si dimenticano del cambio dell’ora e di conseguenza perdono appuntamenti importanti, ti consiglio di inoltrare il link di questo post a quanti più amici e conoscenti possibile tramite e-mail, WhatsApp, Telegram, Facebook, eccetera.

Questo post è stato scritto integralmente e pubblicato, motu proprio, dall’IA.

venerdì 16 ottobre 2026

E noi paghiamo

 

Forza, tirate fuori i soldi, la guerra deve continuare. Lo ha detto Volodymyr Zelensky oggi al vertice UE di Bruxelles. Quando Zelensky è entrato questa mattina nella sala negoziale al vertice UE, proveniva da Londra, dove a quanto pare ieri si era assicurato l’appoggio britannico per il suo rifiuto di cessare gli attacchi alle raffinerie russe. Zelenskyy si è lamentato di un previsto nuovo deficit di bilancio e ha chiesto altri 70 miliardi per il prossimo anno, che l’UE, ossia i relativi contribuenti, dovrebbe coprire.

Ciò vuol dire implicitamente che, visti i problemi di finanziamento degli aiuti all’Ucraina, Bruxelles ha probabilmente deciso di erogare quest’anno una quota maggiore del prestito di 90 miliardi di euro destinato a Kiev, originariamente previsto per due anni.

È pur vero che nell’immediato Zelensky non ha ricevuto promesse concrete, ma solo parole d’incoraggiamento, ad esempio dal presidente del Consiglio europeo António Costa: “Può contare su di noi, non solo per il suo sostegno in guerra, ma anche per il suo futuro come membro dell’Unione europea”. Zelenskyj ha ricambiato il complimento affermando che i capi di Stato e di governo dell’UE erano “veri leader”.

Solo lievi critiche sono giunte dal cancelliere austriaco Christian Stocker, il quale ha chiesto “maggiore trasparenza” riguardo al deficit in costante aumento. Il governo tedesco non è esplicitamente interessato a questo, tanto che a suo tempo è stato dichiarato che tale trasparenza era auspicabile, ma solo nella misura in cui non compromettesse “le capacità di difesa dell’Ucraina”. In altre parole: rubare per lo sforzo bellico è lecito.

Molti “opinionisti” fanno finta di non sapere che quando uno Stato (in questo caso gli Stati della NATO) fornisce aiuti in armi e finanziamenti a uno Stato in guerra, senza partecipare direttamente alle ostilità con le proprie truppe, non può dirsi “neutrale” e dunque è esso stesso uno Stato co-belligerante, tantopiù se fornisce informazioni di intelligence tattica in tempo reale finalizzate a colpire specifici bersagli o pianificare congiuntamente le operazioni militari sul campo.

Pertanto, anche quando si parla di minaccia russa nei riguardi dei Paesi della NATO, è necessario considerare che la Russia, quantunque come Stato aggredente, ha diritto, dal punto di vista legale, di colpire i convogli di armi una volta che questi entrano nel territorio del conflitto o persino in transito negli spazi internazionali (Diritto Internazionale Umanitario; il principio cardine è il Principio di Distinzione, codificato nell’Articolo 52 del I Protocollo Addizionale del 1977 alle Convenzioni di Ginevra del 1949); mettere in atto ritorsioni economiche o cibernetiche: lo Stato aggredente può rispondere con contromisure non armate, es. sanzioni commerciali, interruzioni energetiche, attacchi hacker (il quadro di riferimento per le risposte non violente è regolato dal diritto internazionale consuetudinario e dal Progetto di Articoli sulla Responsabilità dello Stato della Commissione di Diritto Internazionale del 2001, artt. 22 e 49-54).

Il capitalismo non offre “opzioni” (non a tutti)

 

Il debito pubblico degli Stati Uniti è passato da 8.000 miliardi di dollari nel 2000 a 40.000 nel 2026. In 26 anni 32.000 miliardi di dollari, un aumento medio di 1.230 miliardi l’anno.

È un impatto enorme sulla domanda di credito, poiché il governo richiede sempre più credito, e le aste obbligazionarie ingoiano sempre più capitali, che in tal modo vengono sottratti alle attività private.

Di fronte alle immense esigenze legate ai deficit statali e agli investimenti nell’intelligenza artificiale, Larry Fink, a capo della principale società di gestione patrimoniale al mondo, ossia BlackRock, teme una “carenza di capitali”.

Il denaro, tuttavia, continua ad affluire in BlackRock, anche dall’Europa. Al 30 settembre, il colosso americano gestiva per conto dei suoi clienti – compagnie assicurative, fondi pensione e privati – un patrimonio record di 15.500 miliardi di dollari (13.894 miliardi di euro), secondo i dati pubblicati mercoledì.

Nel suo editoriale dell’altro ieri sul Wall Street Journal, il CEO di BlackRock sottolinea che un’espansione economica superiore al 3% annuo è essenziale per consentire agli Stati Uniti di sostenere il debito pubblico record, reso ancor più pressante dagli investimenti infrastrutturali legati all’intelligenza artificiale.

Fink avverte che ogni tentativo di rallentare lo sviluppo delle aziende che stanno investendo così tanti soldi nei data center che alimentano l'intelligenza artificiale potrebbe danneggiare l’economia statunitense e non solo il mercato azionario.

La soluzione, secondo Fink, è quella di “investire” e “restare dentro l’investimento durante i periodi di turbolenza”. Ma, evidenzia l’amministratore delegato di BlackRock, “per milioni di persone l’investimento non è ancora un’opzione”.

Fink si riferiva a una possibile spinta per fermare la costruzione di data center negli Stati Uniti a causa delle preoccupazioni sul loro impatto ambientale. “Gran parte della nostra economia si basa sulla realizzazione di questo capex [capitale fisso, infrastrutturale]” ha dichiarato Fink.

Eppure era stato lo stesso presidente e CEO di BlackRock, nel marzo scorso, ad aver dichiarato che “L’intelligenza artificiale aumenterà ancora di più le disuguaglianze sociali”. Secondo Fink, “siamo davanti all’avvento della tecnologia più significativa dai tempi, quantomeno, del computer”, ma l’IA porta con sé anche “rischi di lungo periodo”, soprattutto “l’aumento delle disuguaglianze patrimoniali”.

Il capo di BlackRock precisava: “Le tecnologie trasformative creano un enorme valore, gran parte di cui va alle aziende che le sviluppano e le implementano, e agli investitori che le possiedono”. La spinta all’intelligenza artificiale “rischia di ripetere questo schema su scala più ampia”.

BlackRock ha riportato risultati più che lusinghieri nel terzo trimestre. I flussi netti in entrata, ovvero nuovi capitali provenienti dai clienti, hanno raggiunto 205 miliardi di dollari, e i ricavi sono aumentati del 19%, nonostante la crescita organica degli asset sia leggermente rallentata negli ultimi 12 mesi. L’utile per azione rettificato ha raggiunto i 15,93 dollari, con un incremento del 38% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente e il margine operativo è salito al 47,8. Nel 2025 l’utile rettificato era aumentato del 10%.

L’iShares Bitcoin Trust (IBIT) di BlackRock è il più grande fondo bitcoin quotato pubblicamente al mondo. Dalla sua quotazione dell’11 gennaio 2024, l’ETF iShares Bitcoin Trust (IBIT) ha registrato un incremento di valore complessivo pari a circa il +73% - +77%. Il prezzo iniziale era di circa 24,30 dollari per quota, oggi è attorno ai 46-48 dollari. Nell’ottobre dello scorso anno aveva raggiunto la quota di 71,82 dollari.

Tu, schiavo, alzati al mattino e vai a lavorare, anche per pagare l’aumento degli interessi sul debito pubblico. C’è chi invece si alza più tardi e nel mentre con comodo fa colazione potrà verificare le fluttuazioni del suo investimento sul conto titoli in tempo reale seguendo l’andamento del prezzo del Bitcoin e di altri asset.

Costui, mentre tu ti fai il mazzo, inzuppa un savoiardo nel caffellatte, con il ditino dell’altra mano seleziona sul conto di trading il titolo che gli interessa e clicca su “acquista”, “vendi” o “chiudi posizione”. Può anche impostare un ordine Take Profit mentre si gode il suo tempo in altre attività. Tutto ciò si chiama aderenza alla realtà e cogliere le opportunità offerte della tecnologia al servizio dal sistema capitalistico. Ma se vuoi evitare tali fastidi e (forse) correre meno rischi speculativi, rivolgiti al tuo broker di fiducia e la vita di ozio ti sorriderà.

Pertanto, il punto sul quale non sono d’accordo con l’ultima affermazione di Fink riguarda gli esclusi dall’investimento e dunque, per esempio, gli esclusi dagli utili per azione trimestrali del 38% della BlackRock. Non si tratta dei soli milioni di statunitensi, ma di miliardi di persone, vale a dire ben oltre il 90% dell’umanità. Per tutti costoro il capitalismo non offre “opzioni”.

Il presente post è la combinazione di una intelligenza naturale in modalità veglia notturna che si è avvalsa di dati estrapolati anche dall’IA.

giovedì 15 ottobre 2026

Il padrino ebreo di Göring

 

Ottant’anni fa, il cinquantatreenne Hermann Göring moriva suicida in carcere sottraendosi in tal modo alla pena dell’impiccagione comminatagli dal tribunale internazionale di Norimberga. In quel processo figurava come il gerarca di grado più alto sopravvissuto tra i fedelissimi di Adolf Hitler.

Chi fosse il personaggio, quale la sua vita e i suoi crimini, è abbastanza noto. Meno noto è un aspetto curioso della sua biografia (Wikipedia, tanto per dire, non ne accenna). La vicenda ha a che fare con Hermann Epenstein (1850-1934), un medico e mercante tedesco- austriaco il cui padre era un ebreo convertito al cristianesimo. Epenstein divenne l’amante della madre di Hermann, Franziska Tiefenbrunn (1859-1923), mentre il padre, il diplomatico Heinrich Göring (1838-1913), ex Reichskommissar dell’Africa Tedesca del Sud-Ovest e Console Generale di Germania ad Haiti, era spesso assente o acconsentiva alla situazione in cambio di sostegno economico.

Epenstein fu il padrino e una figura paterna surrogata per Hermann Göring e i suoi fratelli. Ospitò Hermann nel suo castello anche dopo il fallito Putsch di Monaco del 1923. Fu proprio Hermann, il figlioccio di Epenstein, a diventare uno dei più spietati e potenti gerarchi del regime nazista. Il fratello del gerarca, Albert Günther, ebbe un carattere completamente opposto: introverso, malinconico, amante dei libri, della musica e del cinema. Ingegnere civile, fu direttore delle esportazioni presso le industrie belliche Škoda nel protettorato tedesco della Boemia-Moravia (Cecoslovacchia), e pare che arrivò a chiedere visti per fare espatriare i suoi amici ebrei e li aiutò a portare all’estero i loro capitali.

Del resto, per poter immigrare negli Stati Uniti, gli ebrei tedeschi dovevano dimostrare una rigorosa indipendenza finanziaria, al fine di provare che non sarebbero diventati un peso per lo Stato. Questo meccanismo burocratico e i relativi requisiti si articolavano in passaggi molto stringenti: la clausola del Public Charge, introdotta originariamente nel 1882, fu irrigidita nel 1930 dal presidente Herbert Hoover a causa della Grande Depressione. La legge stabiliva che il visto venisse negato a chiunque rischiasse di gravare sull’assistenza pubblica americana.

Pertanto, gli ebrei per ottenere il visto per gli Stati Uniti, avevano l’obbligo assoluto di presentare un Affidavit of Support firmato da uno o più garanti finanziari (sponsor) già residenti negli USA (cittadini o residenti permanenti). Lo sponsor non doveva semplicemente esprimere una vicinanza morale, ma doveva depositare dichiarazioni dei redditi certificate, estratti conto bancari e liste dei propri beni reali per dimostrare di avere le risorse economiche necessarie a mantenere legalmente il rifugiato e la sua famiglia a tempo indeterminato.

Molti funzionari del Dipartimento di Stato americano e dei consolati in Europa (spinti da sentimenti antisemiti) utilizzavano questa clausola in modo estremamente restrittivo. Spesso rifiutavano gli affidavit ritenendoli insufficienti o richiedevano garanzie multiple, lasciando le quote d’immigrazione annuali per la Germania ampiamente inutilizzate, nonostante le centinaia di migliaia di domande disperate.

I fratelli Göring, arrestati entrambi dagli Alleati, si incontrarono in prigione nel maggio del 1945. Gli americani non credettero nella storia di Albert. L’assoluzione dai crimini dei quali era accusato e il rilascio arrivarono soltanto nel 1947. Dopo la guerra, però, si rivelò impossibile per Albert trovare un lavoro: nessun datore di lavoro avrebbe dato un impiego con un cognome così ingombrante. Albert morì in un sobborgo di Monaco di Baviera nel 1966, senza un soldo, depresso e alcolista.

(*) Heinrich Ernst Göring, padre di Hermann, era figlio di Johann Wilhelm Göring (1791– 1874) e di sua moglie Caroline Maria de Nerée (1815–1886). Heinrich Ernst si sposò una prima volta il 24 luglio 1869, a Heddesdorf, con Ida Friederike Remy, nata il 26 settembre 1847, deceduta il 23 aprile 1879, da cui ebbe tre figli maschi e una femmina. Uno di questi figli, dunque fratellastro di Hermann, fu Heinrich Carl Göring (1879-1958), un medico sposato con Theodora Anna Auguste “Dora” (1881-1963).

Heinrich Göring si risposò il 26 maggio 1884, a Londra, con Franziska Tiefenbrunn, dalla quale ebbe, oltre a Hermann, altri due figli maschi e due femmine. Il primogenito di Heinrich e Franziska, fu Karl Ernst Göring, nato nel 1885 e deceduto nel 1932. Questi fu sposato con Ilse Burchard, nata nel 1898 e deceduta nel 1972. La secondogenita Olga (1889- 1970), la terzogenita Paula (1890-1960), quindi Hermann il nazista e infine l’ultimogenito, Albert.

Hermann Göring fu dapprima spostato (1923) con Carin Axelina Hulda Fock (1888-1931), già sposata e poi divorziata (1922) con Nils Gustav von Kantzow (1885-1967), un ufficiale dell’esercito svedese. Carin fu un’ardente nazista, incoraggiò il crescente coinvolgimento di Göring nel Partito Nazionalsocialista. Morì di tubercolosi. In seguito al suo secondo matrimonio, Hermann Göring ebbe una figlia, Edda Carin Wilhelmine Göring (1938-2018), con Emma Johanna Henny “Emmy” Sonnemann (1893-1973), la quale fu dapprima sposata con l’attore Karl Köstlin dal 1916 al 1926.

Le tombe di Heinrich Ernst Göring, Franziska Göring e Albert Göring non esistono più dal 2008. Hermann Göring fu cremato e i suoi resti, insieme a quelli di molti altri criminali nazisti, furono dispersi.

Fatto curioso: la prima moglie di Göring, Carin, fu sepolta nella tomba di famiglia dei Fock nel cimitero di Lovö, sull’isola di Drottningholm nel lago Mälaren, a ovest di Stoccolma. In seguito Göring decise di trasferire le spoglie della moglie in Germania. Iniziò i lavori per la costruzione della villa, che sarebbe stata chiamata Carinhall e si trovava nella foresta di Schorfheide, a circa due ore a nord-est di Berlino. Nelle vicinanze, in una piccola radura sulla riva del lago di Wuckersee, iniziò a costruire un elaborato mausoleo sotterraneo per ospitare le spoglie di Carin. Nel 1934, la bara di Carin fu riesumata dal cimitero di Lovö, avvolta in una bandiera con la svastica e trasportata a Carinhall, dove fu sepolta il giorno successivo con una solenne cerimonia alla quale partecipò anche Hitler in persona. Nel 1991, presso il sito di Carinhall, fu rinvenuto uno scheletro femminile di 26 ossa in una bara di zinco. Il DNA di questi resti fu confrontato con quello del figlio di Carin (Thomas von Kantzow, 1912-1973). Nel 2012, il Consiglio nazionale svedese di medicina legale pubblicò un articolo in cui affermava di possedere dati del DNA mitocondriale e nucleare a supporto dell’ipotesi che i resti appartenessero a Carin Göring. Questi resti furono sepolti nella precedente tomba presso il cimitero di Lovö.

Stati Uniti, Anni Trenta. Lo slogan: “Rendiamo l’America grande”. Oggi, è arricchito da: “di nuovo”.