giovedì 8 ottobre 2026

Un mondo culturale di segatura

 

Massimo Cacciari, sul Corriere della Sera, istruisce i propri lettori su Spinoza e Marx. Ognuno ha le sue fisse e Cacciari è posseduto da quella su Spinoza.

Comincio a leggere il suo articolo fino a quando incontro questa roba qua:

«Chi detiene i mezzi di produzione e stabilisce le strategie di produzione, i fini della produzione e ottiene i risultati e i profitti di questa produzione, non sono i produttori. I produttori fanno parte di questo sistema, la forza lavoro è parte integrante del sistema sociale capitalistico di produzione. Non viene da Marte, sta lì dentro, viene prodotta essa stessa. Perché la classe operaia è prodotta nel sistema sociale capitalistico di produzione. E tuttavia in questo sistema vige questa contraddizione politica. Marx nel Capitale cerca di dare una base scientifica a questa visione, mostrando il meccanismo economico dello sfruttamento. Ma questa è la parte, tutto sommato, più caduca del discorso di Marx.»

Domanda: chi detiene i mezzi di produzione e stabilisce le strategie di produzione, i fini della produzione e ottiene i risultati e i profitti di questa produzione? Mistero.

La forza-lavoro non è semplicemente parte integrante del sistema sociale capitalistico di produzione, né è il presupposto. La classe dei lavoratori produttivi (di capitale), è la principale forza produttiva di mezzi di lavoro e di beni di consumo. Senza di essa non vi sarebbe alcuna produzione.

Quanto al meccanismo economico dello sfruttamento, Cacciari la considera la parte più caduca del “discorso” (discorso!) di Marx, e riesce perfino a non citare in tutto l’articoletto il plusvalore, la borghesia, il proletariato, la merce, denaro, valore d’uso e valore di scambio, eccetera.

Pertanto è escluso che Cacciari parli del fondamento della critica (non “discorso”) dell’economia politica marxiana: nel capitalismo la forza-lavoro è merce ed ha, quindi, il duplice aspetto di valore d’uso e di valore di scambio. Ma, mentre il valore di scambio della forza-lavoro è identico a quello di tutte le altre merci, il suo valore d’uso ha una caratteristica particolare, quella cioè di essere la fonte del valore, di poter creare, durante il suo consumo produttivo, valore e plusvalore.

Scrive Cacciari: «La contraddizione [sta] tra chi detiene i mezzi di produzione, chi ha la potenza per detenere i mezzi di produzione e la massa dei produttori che sono, in un modo o nell’altro, espropriati dal frutto del proprio lavoro.»

Qui va osservato, preliminarmente, che i produttori (chi?) non sono espropriati del frutto del proprio lavoro, ma solo di una parte di esso. Bastava dire: lo sfruttamento non è prerogativa del solo modo di produzione capitalistico, ma solamente nel capitalismo lo sfruttamento assume la forma storica e determinata di appropriazione di lavoro non pagato.

Pertanto lo sfruttamento non avviene “in un modo o nell’altro”, come sostiene Cacciari, ma in un modo molto preciso, che appunto è stato messo in luce da Marx: il processo lavorativo diventa semplice mezzo del processo di valorizzazione del capitale, diventa mezzo per fabbricare plusvalore.

Questo è il vero e principale merito di Marx, e non, come sostiene Cacciari, per aver messo «fine ad ogni idea di creatore e di creatura». Dopo Feuerbach, a Marx importa nulla della morte del creatore e della creatura, dando la cosa per acquisita e superata.

Non è merito peculiare di Marx aver posto in luce che la contraddizione è universale, assoluta, che esiste in tutti i processi di sviluppo delle cose e penetra tutti i processi dal principio alla fine.

Per quanto riguarda la contraddizione fondamentale alla base del modo di produzione capitalistico, Cacciari sostiene esplicitamente che si tratti di una contraddizione politica!

Ciò che anche a riguardo della dialettica è merito di Marx, è di aver posto in luce che ciascuna categoria dell’economia politica, essendo un rapporto, un’unità di opposti, contiene in sé la possibilità della crisi.

Insomma, senza tirarla ancora per le lunghe su questo sciocchezzaio cacciariano, non resta che prendere atto che questo è “quintessenzialmente” Massimo Cacciari. Come ex PCI e poi Margherita, come filosofo, come divulgatore, come presunto caustico critico sia del marxismo che di altro. Che cosa gli vogliamo dire a un tizio del genere? Mi pare chiaro il perché la sinistra, ma non solo la sinistra e bensì un intero mondo culturale ormai fatto solo di segatura, siano entrati da molto tempo in coma profondo e irreversibile.

Di seguito il testo di Cacciari, che il Corriere non ti fa leggere se non ti abboni.

*

Spinoza e Marx

Spero che qualcuno abbia ascoltato la mia lezione su Spinoza, perché la mia interpretazione di Marx è strettamente connessa al discorso su Spinoza. Gli idealisti tedeschi dicevano che «fare filosofia è ragionare intorno a Spinoza». E questo vale per loro ma vale ancora di più per Marx: è un'interpretazione che nella storia filosofica contemporanea è ritornata più volte, magari in termini diversi da come l'affronterò io. È una chiave filosofica forte, perché troppe volte - ancora - Marx viene letto o come un quasi economista o tutto politico o tutto storico, oppure filosofo della storia. Tutte interpretazioni risibili rispetto alla complessità e alla grandezza dell'opera di Marx che, come Spinoza, è uno di quegli autori dopo i quali il pensiero, la filosofia, la scienza europea cambiano, mutano. Autori epocali, che fanno epoca e determinano rivoluzioni complessive nella nostra cultura, non soltanto in qualche disciplina.

Il legame tra questi due colossi, Spinoza e Marx, mediato certo dalla filosofia hegeliana, dalla filosofia del diritto, è fortissimo. Perché? Perché tutto Marx è lo sviluppo in chiave radicalmente immanentistica del discorso di Spinoza.

In Spinoza abbiamo questo fondamentale principio: Deus sive natura è causa immanens, è una causa che sta dentro la cosa, la manifestazione di tutte le cose. Non è una causa transiens, non è la causa creatore che crea per sua libera volontà le cose che diventano creature. Non c'è né creatore né creature.

La causa è immanente ad ogni ente. La causa prima si manifesta immanentemente e continuamente, perennemente, nella concretezza dell'esistenza dell'ente. Questo è quintessenzialmente Marx, cioè la potenza della causa prima, la potenza della Natura sive Deus spinoziana è immanente all'ente.

L'ente - e l'ente uomo in primis, che più interessa Marx - è manifestazione piena della causa prima: non c'è una causa e poi questa causa ha noi e tutti gli enti finiti come effetti, non ci sono propriamente effetti, perché ogni ente ha in sé la potenza della causa prima.

Quindi l'eliminazione della causa transiens cosa comporta? L'eliminazione della prospettiva religiosa, di ogni religione (quindi presupposto del discorso di Marx è Feuerbach). «La critica della religione - dirà Marx costantemente - è il presupposto del mio discorso». Feuerbach, dunque, ma letto in questa chiave potente, spinoziana. Feuerbach va superato perché è ancora umanesimo, mi parla di una «natura umana» in generale. No, non vi è «la natura umana», non vi è nessuna natura umana. L'uomo è ogni volta quell'ente storicamente determinato che ha immanente in sé la potenza della causa. La determinatezza storica dell'ente non inficia minimamente la sua potenza. Non c'è nessuna causa creatrice. Io sono uomo, io sono il creatore, non l'uomo di Feuerbach, ma questo uomo storicamente determinato.

L'uomo è ogni volta quell'ente storicamente determinato che ha immanente in sé la potenza della causa.

La determinatezza dell'uomo e il capitalismo.

E allora che cos'è la determinatezza contemporanea dell'uomo?
Marx si rivolge alle nuove scienze che secondo lui determinano con concretezza storica la specificità dell'uomo contemporaneo. Ecco la sociologia e l'economia in particolare. Perché il mondo contemporaneo è dominato dall'economico. In Marx vi è una filosofia del capitalismo. Il capitalismo è una grande trasformazione di tutti i rapporti sociali, economici, politici.

La sua peculiarità consiste nel porre per la prima volta nella storia delle civiltà, l'economico al primato: il primato dell'economico è qualcosa che nessuna civiltà aveva conosciuto prima della civiltà capitalistica. È una grande rivoluzione di cui Marx esalta la portata.

L'uomo storicamente determinato contemporaneo - basta umanesimo, basta "ismi" - sono gli uomini e i conflitti tra uomini che si manifestano nella concretezza del sistema capitalistico sociale di produzione.

Sistema economico sociale di produzione perché è composto da soggetti storicamente determinati che rappresentano questa situazione. Quali sono questi soggetti fondamentali

del conflitto contemporaneo? Sono due classi, ognuna delle quali ha potenza in sé: capitale e lavoro.

In che cosa consiste la contraddizione tra capitale e lavoro?
Consiste nel fatto che i produttori, coloro che producono la ricchezza sociale, né conoscono le condizioni del proprio lavoro (perché il proprio lavoro è organizzato da potenze che gli sono esterne), né i fini del proprio lavoro, né i frutti del proprio lavoro.

Questa è la situazione di complessiva alienazione che domina il sistema sociale capitalistico di produzione: capitale-lavoro. Chi detiene i mezzi di produzione e stabilisce le strategie di produzione, i fini della produzione e ottiene i risultati e i profitti di questa produzione, non sono i produttori. I produttori fanno parte di questo sistema, la forza lavoro è parte integrante del sistema sociale capitalistico di produzione. Non viene da Marte, sta lì dentro, viene prodotta essa stessa. perché la classe operaia è prodotta nel sistema sociale capitalistico di produzione. E tuttavia in questo sistema vige questa contraddizione politica. Marx nel Capitale cerca di dare una base scientifica a questa visione, mostrando il meccanismo economico dello sfruttamento. Ma questa è la parte, tutto sommato, più caduca del discorso di Marx.

La visione marxista

La grandiosità del discorso di Marx sta nel vedere, direi profeticamente, come il mondo si stia avviando a manifestare un unico sistema sociale di produzione, quello capitalistico, che mette al lavoro secondo schemi e secondo strategie organizzative identiche, tutto il mondo. Quello che Marx chiama il «cervello sociale», l'intelletto generale messo al lavoro all'interno di un sistema unico. Questa è la grande tendenza che vede Marx soprattutto nei Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica, in opere non pubblicate durante la sua vita, in cui profetizza questa dinamica del sistema che tende inevitabilmente a globalizzarsi e a mettere tutto il mondo al lavoro, l'intelletto generale al lavoro, secondo un unico schema. Secondo un unico sistema ma senza poter eliminare quella contraddizione tra chi detiene i mezzi di produzione, chi ha la potenza per detenere i mezzi di produzione e la massa dei produttori che sono, in un modo o nell'altro, espropriati dal frutto del proprio lavoro.

Per Marx questa contraddizione tende inevitabilmente ad allargarsi, a drammatizzare fintanto che si giungerà alla rivoluzione, cioè a qualcosa che mette fine ai caratteri propri di questo sistema sociale di produzione.

Tutto ciò può essere ovviamente criticato, è stato criticato, stra-criticato: tutta la parte di filosofia della storia di Marx o più propriamente politica di Marx può essere correttamente criticata. E tuttavia nulla può inficiare la grandiosità della predizione, della profezia marxiana che non ha eguali tra gli autori del XIX secolo.

Nel primo affermarsi del sistema capitalistico di produzione - che allora nelle forme che dice Marx interessava la Gran Bretagna, l'Inghilterra, interessava le isole europee -, che in quella situazione in cui ancora la grande massa del lavoro era impiegata nel primario (cioè in agricoltura), che in quelle condizioni appunto Marx estrapolasse dalla sua analisi di certi elementi fondamentali del sistema di produzione capitalistico questa visione del futuro europeo, del futuro dell'Occidente, del futuro del mondo, ecco questo è un qualcosa di assolutamente straordinario che fa di Marx un autore epocale.

Marx può avere questa visione, può giungere a questa straordinaria visione del futuro, dei nostri rapporti sociali economici e anche culturali perché parte da quella filosofia che vede nel nostro mondo europeo l'affermarsi di un'idea di causa totalmente immanente. Un'idea che vede il sistema capitalistico di produzione alla luce di quella rivoluzione che mette fine ad ogni idea di creatore e di creatura. Marx si muove perfettamente in questo ambito di pensiero: «Deus sive Natura». Che potremmo anche dire con Nietzsche: «Dio è morto».

Che Marx estrapolasse dalla sua analisi di certi elementi fondamentali del sistema di produzione capitalistico questa visione del futuro europeo, del futuro dell'Occidente, del futuro del mondo, è un qualcosa di assolutamente straordinario che fa di Marx un autore epocale.

2 commenti:

  1. Ogni volta che mi capita di leggere Cacciari e i cosiddetti filosofi (in realtà studiosi di filosofia) non riesco mai a capire qual è il punto, il succo. Bah!
    Pietro

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    1. Pur dal suo punto di vista, e pur considerando l'intento divulgativo, ritengo l'esposizione di Cacciari fin troppo scolastica. Del resto, non poteva dire che Marx era un. cretino, dunque ha sviato il discorso sulle credenziali marxiani più innocue e così ha fatto contenti coloro che lo pagano e coloro che non ne capiscono nulla.

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