«Se il capitalismo fosse un’azienda, già da tempo l’amministratore delegato avrebbe convocato il responsabile della comunicazione per sottoporlo a una energica lavata di capo. È mai possibile, gli rinfaccerebbe, che il nostro prodotto e il nostro brand, con un’onorata secolare carriera alle spalle, non piacciono più a nessuno e vengano accusati delle peggiori nefandezze, dal disastro ambientale alla fine del ceto medio alle guerre fino le pandemie?».
Inizia così la recensione, a firma di Salvatore Carrubba, apparsa ieri nell’inserto domenicale del quotidiano dei padroncini italiani e avente per oggetto due libri: Sven Beckert, Capitalism: A Global History, Penguin, 2025; John Cassidy, Capitalism and Its Critics: A Battle of Ideas in the Modern World, Allen Lane, 2025.
Nella recensione, Marx viene citato alla fine e solo incidentalmente, per onore di firma: «I necrologi per il capitalismo risalgono almeno a duecento anni fa e provengono da studiosi di tutte le sfumature politiche [sic!], da Marx a Schumpeter». Chiude così la recensione: «[...] la perdurante vitalità del capitalismo [è] dovuta soprattutto alla sua natura: quella appunto di essere un’idea, non un dogma». Se così fosse, verrebbe da dire che si tratta di un’idea “che non piace più a nessuno e viene accusata delle peggiori nefandezze”.
Il disastro ambientale, la fine del ceto medio, le guerre sono solo alcuni dei fenomeni attraverso i quali appare la crisi storica del capitalismo. Nessuna di queste descrizioni dà conto delle cause che stanno in radice a questa e alle precedenti crisi del capitalismo. La chiave, il motivo fondamentale, si può rintracciare proprio partendo da questa locuzione: “modo di produzione capitalistico”. Infatti, parlare genericamente di “capitalismo”, senza riferirsi al suo modus operandi, quindi partendo dai rapporti sociali di produzione, che sono alla base del modo in cui avviene l’accumulazione capitalistica, non porta ad alcun risultato utile sia per quanto riguarda l’oggetto storicamente determinato, il capitalismo, sia per quanto riguarda le sue crisi (*).
Solo la critica marxista dell’economia politica si occupa, in particolare, delle leggi e delle categorie che regolano il modo di produzione capitalistico e il movimento delle sue contraddizioni intrinseche. Infatti, la critica marxista dell’economia politica non studia i fenomeni della società capitalistica così come essi appaiono in superficie, in quanto tali, ma si propone di scoprire dietro ad essi le leggi e le categorie del modo di produzione capitalistico, i rapporti di produzione tra gli uomini e i rapporti di classe della società capitalistica. In altri termini, solo la critica marxista dell’economia politica considera le categorie economiche (ad esempio, merce, denaro, valore, ecc.) come riflesso dei rapporti sociali di produzione.
(*) Il modo di produzione è il modo determinato in cui gli uomini producono e riproducono la loro vita immediata, e cioè la struttura dei rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in cui essi operano a un determinato grado di sviluppo delle forze produttive. “Non è quel che viene fatto, ma come viene fatto, con quali mezzi di lavoro, ciò che distingue le epoche economiche”. (I, Terza Sezione, cap. V).
Ogni modo di produzione implica una duplice serie di rapporti: degli uomini con la natura; degli uomini tra di loro. La prima serie, riguarda le forze produttive, mentre la seconda riguarda i rapporti di produzione. “Nella produzione gli uomini non agiscono soltanto sulla natura, ma anche gli uni sugli altri. Essi producono soltanto in quanto collaborano in un determinato modo e scambiano reciprocamente la propria attività. Per produrre essi entrano gli uni con gli altri in determinati legami e rapporti e la loro azione sulla natura, la produzione, ha luogo soltanto nel quadro di questi legami e rapporti sociali”. (Lavoro salariato e capitale, 1847, cap. III).
La forma di questi rapporti è, dunque, decisiva ai fini della comprensione dell’intero movimento della produzione. Occorre, tuttavia, fare molta attenzione a non schematizzare meccanicisticamente l’uso di questi concetti, poiché forze produttive e rapporti di produzione sono in continua interazione e si determinano a vicenda, essendo un’unità di opposti.
DA "Brevi note su “beni comuni”, espropriazione, accumulazione“Beni comuni” e riformismo fuori tempo massimo":
RispondiEliminaOggi, tra il disorientato “popolo della sinistra”, a cui decenni di propaganda martellante hanno estirpato quasi completamente ogni riferimento classista, va per la maggiore un concetto che è diventato la bandiera di un movimento di massa (relativamente parlando) ossia la difesa dei cosiddetti beni comuni dalla rapacità di un capitalismo incapace di controllare i propri istinti predatorii, che si manifestano nel rullo compressore delle privatizzazioni. La preservazione dei beni comuni diventa in tal modo il nucleo attorno a cui coagulare coloro che, in un modo o nell'altro, sono travolti dallo tsunami del neoliberismo.
Che cosa si intende con il concetto di “beni comuni”? Intanto, nella letteratura corrente c'è un riferimento esplicito alle recinzioni delle terre collettive, fenomeno che cominciò ad apparire nell'Inghilterra del XV-XVI secolo, quando settori della borghesia e della nobiltà presero a impadronirsi con la violenza – benedetta dallo Stato – delle proprietà di villaggio. Nel ricorso a quel concetto c'è, dunque, l'idea di un insieme di beni che interessano tutti – o quasi – al di là delle divisioni di classe, che i “benecomunisti” non riconoscono o riconoscono come secondarie. Giusto per dare qualche punto d'orientamento sulla categoria “bene comune”, vale la pena richiamare questo elenco:
E ormai non si tratta solo di terre o risorse naturali, ma di un'amplissima gamma di beni e servizi necessari alla sussistenza degli umani e al loro benessere collettivo […] l'acqua, la terra, le foreste e la pesca navale […] i saperi locali, i semi selezionati, il patrimonio genetico […] la biodiversità […] l'atmosfera, il clima […] la pace, ma anche la conoscenza, i brevetti, Internet, cioè tutti quei beni che sono frutto della creazione collettiva [e poi] i servizi pubblici […] quali: erogazione dell'acqua, della luce, il sistema dei trasporti, la sanità, la sicurezza alimentare e sociale, l'amministrazione della giustizia, la previdenza sociale...