Nel XVIII secolo, tè e caffè erano diventati le bevande preferite dei salotti “illuministi”, mentre il cioccolato per colazione aveva ben poco in comune con la cultura borghese. Cioccolato e cacao non rientravano tra i piaceri degli adulti come il caffè e il tabacco. Il cioccolato fu rivalutato con l’emancipazione della borghesia alla fine del secolo e il conseguente livellamento degli status symbol di corte. Werner Sombart sottolineò presto l’importanza dei consumi di lusso per lo sviluppo del capitalismo, e il cioccolato rientrava tra questi lussi (nessuno ha bisogno del cioccolato per sopravvivere).
L’integrazione del cioccolato nel modello di genere borghese era evidente anche nella pubblicità. In generale, intorno al 1900, donne e bambini venivano raffigurati molto più frequentemente degli uomini nelle pubblicità del cioccolato, e mentre le donne erano spesso ridotte al loro ruolo di casalinghe e madri, gli uomini apparivano solo come autorità (medici, insegnanti) che raccomandavano il consumo di cioccolato.
Insomma, c’è voluto un bel po’ di tempo perché il cioccolato diventasse un bene di consumo di massa e dunque un piacere alla portata di tutti. Il periodo natalizio e quello pasquale sono, in particolare, i periodi del cioccolato. Potrebbe essere anche un’occasione per ricordare le pratiche di sfruttamento nella produzione della materia prima, ma queste sono semplicemente taciute. Il vero quarto potere è quello degli inserzionisti.
In Costa d’Avorio, principale produttore mondiale di fave di cacao, si stima che 1,5 milioni di bambini lavorino nelle piantagioni. In piccoli gruppi, questi bambini, spesso provenienti da Paesi vicini (per esempio, dal Burkina Faso o dal Benin) e venduti dai genitori che non riuscono a sfamarli, raccolgono il cacao. Potranno lasciare la piantagione solo quando avranno 17 o 18 anni.
Lavorano duramente per almeno otto ore al giorno, sei giorni alla settimana, e il pagamento di un salario è un’eccezione (un piccolo compenso viene inviato al loro padre). «I bambini molto piccoli non devono più svolgere i lavori più duri», afferma Euphrazie Aka, direttrice per l’Africa occidentale dell’International Cocoa Initiative. Che precisa: «Ciò significa, ad esempio, trasportare carichi pesanti, spruzzare sostanze chimiche o maneggiare utensili affilati». Non dice che non devono essere impiegati, ma solo che devono essere esentati dai “lavori più duri”.
I pesticidi vengono spruzzati senza alcun dispositivo di protezione, se questi adolescenti si tagliano accidentalmente con un machete, devono arrangiarsi. La domenica è un giorno di riposo, che i bambini usano per cacciare i topi, poiché devono provvedere a sé stessi. Oltre allo sfruttamento del lavoro minorile, la nostra bulimia di cioccolato sta causando una deforestazione allarmante in Costa d’Avorio, persino all’interno dei parchi nazionali. Tutti i principali produttori di cioccolato, come Mars, Mondelez e Nestlé, acquistano cacao da lì e traggono profitto dalla sua produzione illegale.
Rinunciarvi? Gustarne un pezzetto ogni giorno, ricordandosi da dove proviene la materia prima.
Però in Così Fan Tutte (1790):
RispondiEliminaDESPINA
(che sta frullando il cioccolatte)
Che vita maledetta
È il far la cameriera!
Dal mattino alla sera
Si fa, si suda, si lavora, e poi
Di tanto, che si fa, nulla è per noi.
È mezz'ora che sbatto;
Il cioccolatte è fatto, ed a me tocca
Restar ad odorarlo a secca bocca?
Non è forse la mia come la vostra?
O garbate signore,
Che a voi dessi l'essenza, e a me l'odore!
Per Bacco, vo' assaggiarlo.
(Lo assaggia.)
Com'è buono!
(Si pulisce la bocca.)
Vien gente!
Oh cielo, son le padrone!
Pasticceria Aida, dietro santo Stefano, la sacher
EliminaVedi che abbiamo gli stessi gusti. Peccato quella faccenda del declino del tasso di profitto.
EliminaErasmo grazie della splendida citazione, amo Mozart ma non ricordavo questi versi
Eliminacomunque è vero che Mozart è il primo musicista borghese, ma gli interpreti di così fan tutte sono nobili di spada o sbaglio?
RispondiEliminae secondo me non è un caso che si dica che l'imperatore aveva apprezzato l'opera, era comunque nell'atmosfera della nobiltà
RispondiEliminadevo dare ragione a erasmo nel senso che ceracndo un pò e senza jnulla togliere al post la prima cioccolateria in senso moderno, che vendeva cioccolato solido, nacque in
RispondiEliminaSvizzera nel 1792 a Berna, anche se in Italia il commercio si radicò nel Seicento e a Torino fiorirono le "botteghe di cioccolato" alla fine del Settecento, con la prima vendita pubblica di cioccolata da bere a Torino nel 1678 da Antonio Arri; da verificare se fra i clienti ci fossero solo nobili o no
ed nfine scusatemi a torino a Torino nel settecento nasce il Bicerin, una bevanda richiesta ancora oggi a base di cacao, caffè e crema di latte.
RispondiElimina