domenica 12 marzo 2023

Un fatto d'importanza capitale

 

Molti di noi, se fossero nati anche solo cinquant’anni prima della loro effettiva data di nascita, non avrebbero raggiunto l’età che hanno oggi. Se nel 1950 l’età media di morte era di 45,7 anni, nel 2019 questa età era salita a 72,6 anni. Un aumento di quasi 28 anni.

Questo è avvenuto grazie ai progressi della medicina, il netto miglioramento dell’igiene e dell’alimentazione, un generale più elevato tenore di vita. Non sto qui a discutere di quanta parte abbia avuto lo sviluppo spontaneo della grande industria e della scienza e quale sia stata invece la spinta e l’apporto delle lotte sociali in tale processo.

Questi indubbi progressi sono anche una delle cause del forte calo demografico nei paesi a maggior sviluppo socio-economico. Pare che tra pochi lustri o al massimo alcuni decenni si stabilirà in Italia un rapporto di uno a uno tra vecchi e persone in età da lavoro. Questo fa dire che il nostro welfare, già in grave difficoltà, non sarà più sostenibile.

Il problema dell’invecchiamento e del contemporaneo forte calo delle nascite è reale. Tuttavia nei modi in cui è prospettato si nota molta ideologia e cattiva coscienza. Si tiene poco conto, per esempio, del gigantesco aumento raggiunto in pochi decenni dalla produttività del lavoro, senza dire nulla delle elevate potenzialità in termini di razionalizzazione delle risorse e d’impiego della capacità oggi inespresse (*).

Pertanto, il tema della sostenibilità del welfare e di altro ancora dovrebbe essere inteso avendo di vista, quale punto di partenza, la razionalizzazione della produzione (che non significa puntare sulla penuria) e una equa distribuzione della ricchezza.

Anche in questo caso, così come in tutto il resto, il problema non è dato da quanti sono coloro che producono cibo da un lato e da quanti siedono a tavola dall’altro, ma dalla grandezza dei cucchiai di cui ognuno è dotato (**).

Gli ideologi borghesi affrontano questo problema delle disuguaglianze specialmente dal lato dell’imposizione fiscale. Non dico che sul momento non vada percorsa anche questa strada riformistica, che non si debba tener conto anche di questo punto di vista (Piketty, Stiglitz, E. Saez e altri menarrosti), tuttavia si tratta di misure di un riformismo fallito mille volte e di un punto di vista miope, che non vede, anzi non vuol vedere, il problema che sta in radice.

Fino a quando questi problemi non verranno affrontati in termini scientifici, ossia in termini di rapporti di produzione (alias i rapporti di proprietà), sarà giocoforza vederli declinare in modi del tutto ideologici e funzionali allo status quo, come succede nel caso del conflitto generazionale tra vecchi e giovani, così per quanto riguarda la questione degli “italiani che non vogliono più fare certi lavori”, puntando a reindirizzare i fattori demografici con l’immigrazione.

Vorrei chiarire a tale riguardo un aspetto dirimente: non è la “disuguaglianza” uno dei motivi all’origine delle crisi e della stagnazione secolare, nel senso che il motivo fondamentale sta nell’estorsione del plusvalore (che si presenta agli occhi di tutti come fenomeno di deflazione salariale e disuguale distribuzione), dunque nel modo specifico in cui avviene l’accumulazione capitalistica.

L’alto livello di disuguaglianza è diventato la situazione “normale”, tanto che perfino taluni miliardari se ne vergognano. Inoltre la configurazione speculativa che ha portato alla crisi del 2008, mutate alcune forme, si sta ripetendo ancora e sperare che un semplice riallineamento dei tassi di cambio (reali o nominali) risolva il problema dell’inflazione, che ha origine nelle contraddizioni immanenti al sistema, è pura illusione. Un equilibrio duraturo dell’economia globale è impossibile data la natura del capitalismo e della lotta tra i diversi imperialismi.

Non si tratta di attendere che la questione del superamento del capitalismo e degli Stati- nazione diventi matura, perché non è mai stata matura e urgente come ai nostri giorni.

Anche la questione apparentemente problematica di dover chiarire a priori con che cosa sostituire il sistema attuale è assai speciosa. Questo è un compito che non si può risolvere a tavolino, per via teorica; trattandosi del più grande rivolgimento della storia, di un processo in corso, di un compito a cui sono chiamate molte generazioni.

Non dobbiamo dimenticare che nel capitalismo ogni prodotto del lavoro assume la forma di merce, e su questa base, su cui poggia la ricchezza odierna, il lavoro assume il carattere miserabile, capitalistico, di furto del tempo di lavoro altrui. La stessa vita umana assume il carattere di capitale, e la vecchiaia degli individui è intesa come quiescenza, fine della vita socialmente attiva.

Quando l’estorsione di pluslavoro cesserà di essere la condizione dello sviluppo della ricchezza generale, così come il non-lavoro dei pochi di essere condizione dello sviluppo delle forze generali della mente umana, la produzione basata sul valore di scambio crollerà e il processo di produzione materiale immediato verrà a perdere anche la forma della miseria e dell’antagonismo.

Non si tratta di una pia illusione, basti considerare che il capitale è esso stesso la contraddizione in processo, ossia tende a ridurre il tempo di lavoro a un minimo, mentre, d’altro lato, pone il tempo di lavoro come unica misura e fonte della ricchezza. Questo fatto, per le sue molteplici conseguenze pratiche, è di una importanza storica ... capitale.

(*) Il trasferimento di risorse dai ceti poveri e medi ai più ricchi, cioè da chi consuma la maggior parte del proprio reddito a chi gode di un’elevata possibilità di tesaurizzare il proprio, ha comportato un aumento della massa complessiva di liquidità disponibile. Ciò ha avuto effetti nell’innescare le crisi degli ultimi lustri. Un’enorme massa di liquidità ha gonfiato il mercato finanziario causando una serie di bolle speculative. L’altissima redditività della finanza ha innescato un circolo vizioso per cui l’investimento nel settore della produzione non può competere con i rendimenti offerti dal settore finanziario. Di conseguenza, le risorse sono state distolte dal loro utilizzo nel settore produttivo per essere indirizzate verso l’accumulo di attività finanziarie il cui valore è stato gonfiato artificialmente.

(**) Gli economisti si preoccupano del fatto che la redistribuzione del reddito non sia accompagnata da distorsioni, cioè che non tagli il legame tra le produttività marginali dei fattori e la loro remunerazione. Questo sarebbe il criterio “oggettivo” che garantisce che la distribuzione del reddito tra gli attori economici sia la più efficiente possibile. Anche tenendo buono questo approccio apparentemente razionale (la razionalità del capitale!), la quota dei salari rispetto a quella del capitale è sempre favorevole a quest’ultimo.

Non si tiene conto, inoltre, dei comportamenti predatori del settore finanziario, della “corsa alla rendita”, che ha raggiunto livelli patologici. Tra l’altro, si tende a veicolare tra gli idioti l’idea che “la marea solleva tutte le barche”, di modo da giustificare stipendi e benefit scandalosi.

Una conseguenza di questo approccio è che la grandezza del cucchiaio, l’equità della distribuzione, non li riguarda. Ovviamente non riguarda questa canaglia neanche il fatto che la “remunerazione” del capitale non sia altro che estorsione di plusvalore. Cambiando prospettiva, il problema diventa anzitutto politico, ma non nel senso che la politica parlamentare possa risolverlo (vedi da ultimo l’ennesima annunciata ridefinizione delle aliquote fiscali che avrà per risultato la riduzione della progressività e delle dimensioni del welfare).

1 commento:

  1. La pezza per mantenere in piedi il Sistema:
    https://www.corriere.it/dataroom-milena-gabanelli/globalizzazione-concorrenza-italia-salari-giu-29percento-30-anni/e6c57ac2-bb25-11ed-bd21-1b5b3f6000de-va_amp.html

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